diff --git a/comedy-plaintext.d/purgatorio-txt.d/002-purgatorio-petrocchi.txt b/comedy-plaintext.d/purgatorio-txt.d/002-purgatorio-petrocchi.txt index 4e075aa..8defaf3 100644 --- a/comedy-plaintext.d/purgatorio-txt.d/002-purgatorio-petrocchi.txt +++ b/comedy-plaintext.d/purgatorio-txt.d/002-purgatorio-petrocchi.txt @@ -7,126 +7,126 @@ che le caggion di man quando soverchia; sì che le bianche e le vermiglie guance, là dov’ i’ era, de la bella Aurora per troppa etate divenivan rance. - Noi eravam lunghesso mare ancora, - come gente che pensa a suo cammino, - che va col cuore e col corpo dimora. - Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, - per li grossi vapor Marte rosseggia - giù nel ponente sovra ’l suol marino, - cotal m’apparve, s’ io ancor lo veggia, - un lume per lo mar venir sì ratto, - che ’l muover suo nessun volar pareggia. - Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto - l’occhio per domandar lo duca mio, - rividil più lucente e maggior fatto. - Poi d’ogne lato ad esso m’appario - un non sapeva che bianco, e di sotto - a poco a poco un altro a lui uscìo. - Lo mio maestro ancor non facea motto, - mentre che i primi bianchi apparver ali; - allor che ben conobbe il galeotto, - gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali. - Ecco l’angel di Dio: piega le mani; - omai vedrai di sì fatti officiali. - Vedi che sdegna li argomenti umani, - sì che remo non vuol, né altro velo - che l’ali sue, tra liti sì lontani. - Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo, - trattando l’aere con l’etterne penne, - che non si mutan come mortal pelo». - Poi, come più e più verso noi venne - l’uccel divino, più chiaro appariva: - per che l’occhio da presso nol sostenne, - ma chinail giuso; e quei sen venne a riva - tanto che l’acqua nulla ne ‘nghiottiva. - Da poppa stava il celestial nocchiero, - tal che faria beato pur descripto; - e più di cento spirti entro sediero. - ‘In exitu Isräel de Aegypto’ - cantavan tutti insieme ad una voce - con quanto di quel salmo è poscia scripto. - Poi fece il segno lor di santa croce; - ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia: - ed el sen gì, come venne, veloce. - La turba che rimase lì, selvaggia - parea del loco, rimirando intorno - come colui che nove cose assaggia. - Da tutte parti saettava il giorno - lo sol, ch’avea con le saette conte - di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno, - quando la nova gente alzò la fronte - ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete, - mostratene la via di gire al monte». - E Virgilio rispuose: «Voi credete - forse che siamo esperti d’esto loco; - ma noi siam peregrin come voi siete. - Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, - per altra via, che fu sì aspra e forte, - che lo salire omai ne parrà gioco». - L’anime, che si fuor di me accorte, - per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo, - maravigliando diventaro smorte. - E come a messagger che porta ulivo - tragge la gente per udir novelle, - e di calcar nessun si mostra schivo, - così al viso mio s’affisar quelle - anime fortunate tutte quante, - quasi oblïando d’ire a farsi belle. - Io vidi una di lor trarresi avante - per abbracciarmi con sì grande affetto, - che mosse me a far lo somigliante. - Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto! - tre volte dietro a lei le mani avvinsi, - e tante mi tornai con esse al petto. - Di maraviglia, credo, mi dipinsi; - per che l’ombra sorrise e si ritrasse, - e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. - Soavemente disse ch’io posasse; - allor conobbi chi era, e pregai - che, per parlarmi, un poco s’arrestasse. - Rispuosemi: «Così com’ io t’amai - nel mortal corpo, così t’amo sciolta: - però m’arresto; ma tu perché vai?». - «Casella mio, per tornar altra volta - là dov’ io son, fo io questo vïaggio», - diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?». - Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio, - se quei che leva quando e cui li piace, - più volte m’ ha negato esto passaggio; - ché di giusto voler lo suo si face: - veramente da tre mesi elli ha tolto - chi ha voluto intrar, con tutta pace. - Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto - dove l’acqua di Tevero s’insala, - benignamente fu’ da lui ricolto. - A quella foce ha elli or dritta l’ala, - però che sempre quivi si ricoglie - qual verso Acheronte non si cala». - E io: «Se nuova legge non ti toglie - memoria o uso a l’amoroso canto - che mi solea quetar tutte mie doglie, - di ciò ti piaccia consolare alquanto - l’anima mia, che, con la sua persona - venendo qui, è affannata tanto!». - ‘Amor che ne la mente mi ragiona’ - cominciò elli allor sì dolcemente, - che la dolcezza ancor dentro mi suona. - Lo mio maestro e io e quella gente - ch’eran con lui parevan sì contenti, - come a nessun toccasse altro la mente. - Noi eravam tutti fissi e attenti - a le sue note; ed ecco il veglio onesto - gridando: «Che è ciò, spiriti lenti? - qual negligenza, quale stare è questo? - Correte al monte a spogliarvi lo scoglio - ch’esser non lascia a voi Dio manifesto». - Come quando, cogliendo biado o loglio, - li colombi adunati a la pastura, - queti, sanza mostrar l’usato orgoglio, - se cosa appare ond’ elli abbian paura, - subitamente lasciano star l’esca, - perch’ assaliti son da maggior cura; - così vid’ io quella masnada fresca - lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa, - com’ om che va, né sa dove rïesca; - né la nostra partita fu men tosta. +Noi eravam lunghesso mare ancora, +come gente che pensa a suo cammino, +che va col cuore e col corpo dimora. +Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, +per li grossi vapor Marte rosseggia +giù nel ponente sovra ’l suol marino, +cotal m’apparve, s’ io ancor lo veggia, +un lume per lo mar venir sì ratto, +che ’l muover suo nessun volar pareggia. +Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto +l’occhio per domandar lo duca mio, +rividil più lucente e maggior fatto. +Poi d’ogne lato ad esso m’appario +un non sapeva che bianco, e di sotto +a poco a poco un altro a lui uscìo. +Lo mio maestro ancor non facea motto, +mentre che i primi bianchi apparver ali; +allor che ben conobbe il galeotto, +gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali. +Ecco l’angel di Dio: piega le mani; +omai vedrai di sì fatti officiali. +Vedi che sdegna li argomenti umani, +sì che remo non vuol, né altro velo +che l’ali sue, tra liti sì lontani. +Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo, +trattando l’aere con l’etterne penne, +che non si mutan come mortal pelo». +Poi, come più e più verso noi venne +l’uccel divino, più chiaro appariva: +per che l’occhio da presso nol sostenne, +ma chinail giuso; e quei sen venne a riva +tanto che l’acqua nulla ne ‘nghiottiva. +Da poppa stava il celestial nocchiero, +tal che faria beato pur descripto; +e più di cento spirti entro sediero. +‘In exitu Isräel de Aegypto’ +cantavan tutti insieme ad una voce +con quanto di quel salmo è poscia scripto. +Poi fece il segno lor di santa croce; +ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia: +ed el sen gì, come venne, veloce. +La turba che rimase lì, selvaggia +parea del loco, rimirando intorno +come colui che nove cose assaggia. +Da tutte parti saettava il giorno +lo sol, ch’avea con le saette conte +di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno, +quando la nova gente alzò la fronte +ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete, +mostratene la via di gire al monte». +E Virgilio rispuose: «Voi credete +forse che siamo esperti d’esto loco; +ma noi siam peregrin come voi siete. +Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, +per altra via, che fu sì aspra e forte, +che lo salire omai ne parrà gioco». +L’anime, che si fuor di me accorte, +per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo, +maravigliando diventaro smorte. +E come a messagger che porta ulivo +tragge la gente per udir novelle, +e di calcar nessun si mostra schivo, +così al viso mio s’affisar quelle +anime fortunate tutte quante, +quasi oblïando d’ire a farsi belle. +Io vidi una di lor trarresi avante +per abbracciarmi con sì grande affetto, +che mosse me a far lo somigliante. +Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto! +tre volte dietro a lei le mani avvinsi, +e tante mi tornai con esse al petto. +Di maraviglia, credo, mi dipinsi; +per che l’ombra sorrise e si ritrasse, +e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. +Soavemente disse ch’io posasse; +allor conobbi chi era, e pregai +che, per parlarmi, un poco s’arrestasse. +Rispuosemi: «Così com’ io t’amai +nel mortal corpo, così t’amo sciolta: +però m’arresto; ma tu perché vai?». +«Casella mio, per tornar altra volta +là dov’ io son, fo io questo vïaggio», +diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?». +Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio, +se quei che leva quando e cui li piace, +più volte m’ ha negato esto passaggio; +ché di giusto voler lo suo si face: +veramente da tre mesi elli ha tolto +chi ha voluto intrar, con tutta pace. +Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto +dove l’acqua di Tevero s’insala, +benignamente fu’ da lui ricolto. +A quella foce ha elli or dritta l’ala, +però che sempre quivi si ricoglie +qual verso Acheronte non si cala». +E io: «Se nuova legge non ti toglie +memoria o uso a l’amoroso canto +che mi solea quetar tutte mie doglie, +di ciò ti piaccia consolare alquanto +l’anima mia, che, con la sua persona +venendo qui, è affannata tanto!». +‘Amor che ne la mente mi ragiona’ +cominciò elli allor sì dolcemente, +che la dolcezza ancor dentro mi suona. +Lo mio maestro e io e quella gente +ch’eran con lui parevan sì contenti, +come a nessun toccasse altro la mente. +Noi eravam tutti fissi e attenti +a le sue note; ed ecco il veglio onesto +gridando: «Che è ciò, spiriti lenti? +qual negligenza, quale stare è questo? +Correte al monte a spogliarvi lo scoglio +ch’esser non lascia a voi Dio manifesto». +Come quando, cogliendo biado o loglio, +li colombi adunati a la pastura, +queti, sanza mostrar l’usato orgoglio, +se cosa appare ond’ elli abbian paura, +subitamente lasciano star l’esca, +perch’ assaliti son da maggior cura; +così vid’ io quella masnada fresca +lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa, +com’ om che va, né sa dove rïesca; +né la nostra partita fu men tosta.