’l dir l’andar, l’andar lui più lento facea, ma ragionando andavam forte, come nave pinta da buon vento; e l’ombre, che parean cose rimorte, per le fosse de li occhi ammirazione traean di me, di mio vivere accorte. E io, continüando al mio sermone, dissi: «Ella sen va forse più tarda che non farebbe, per altrui cagione. Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda; dimmi s’io veggio da notar persona tra questa gente che mi riguarda». «La mia sorella, che tra bella e buona non so qual fosse più, trïunfa lieta ne l’alto Olimpo già di sua corona». disse prima; e poi: «Qui non si vieta di nominar ciascun, da ch’è munta nostra sembianza via per la dïeta. Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta, Bonagiunta da Lucca; e quella faccia di da lui più che l’altre trapunta ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: dal Torso fu, e purga per digiuno l’anguille di Bolsena e la vernaccia». Molti altri mi nomò ad uno ad uno; e del nomar parean tutti contenti, ch’io però non vidi un atto bruno. Vidi per fame a vòto usar li denti Ubaldin da la Pila e Bonifazio che pasturò col rocco molte genti. Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio già di bere a Forlì con men secchezza, e fu tal, che non si sentì sazio. Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca, che più parea di me aver contezza. El mormorava; e non so che «Gentucca» sentiv’ io , ov’ el sentia la piaga de la giustizia che li pilucca. «O anima», diss’ io, «che par vaga di parlar meco, fa ch’io t’intenda, e te e me col tuo parlare appaga». «Femmina è nata, e non porta ancor benda», cominciò el, «che ti farà piacere la mia città, come ch’om la riprenda. Tu te n’andrai con questo antivedere: se nel mio mormorar prendesti errore, dichiareranti ancor le cose vere. Ma s’i’ veggio qui colui che fore trasse le nove rime, cominciando ‘Donne ch’avete intelletto d’amore’». E io a lui: «I’ mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch’e’ ditta dentro vo significando». «O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo che ’l Notaro e Guittone e me ritenne di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo! Io veggio ben come le vostre penne di retro al dittator sen vanno strette, che de le nostre certo non avvenne; e qual più a gradire oltre si mette, non vede più da l’uno a l’altro stilo»; e, quasi contentato, si tacette. Come li augei che vernan lungo ’l Nilo, alcuna volta in aere fanno schiera, poi volan più a fretta e vanno in filo, così tutta la gente che era, volgendo ’l viso, raffrettò suo passo, e per magrezza e per voler leggera. E come l’uom che di trottare è lasso, lascia andar li compagni, e passeggia fin che si sfoghi l’affollar del casso, lasciò trapassar la santa greggia Forese, e dietro meco sen veniva, dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?». «Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva; ma già non fïa il tornar mio tantosto, ch’io non sia col voler prima a la riva; però che ’l loco u’ fui a viver posto, di giorno in giorno più di ben si spolpa, e a trista ruina par disposto». «Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa, vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto inver’ la valle ove mai non si scolpa. La bestia ad ogne passo va più ratto, crescendo sempre, fin ch’ella il percuote, e lascia il corpo vilmente disfatto. Non hanno molto a volger quelle ruote», e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote. Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro in questo regno, ch’io perdo troppo venendo teco a paro a paro». Qual esce alcuna volta di gualoppo lo cavalier di schiera che cavalchi, e va per farsi onor del primo intoppo, tal si partì da noi con maggior valchi; e io rimasi in via con esso i due che fuor del mondo gran marescalchi. E quando innanzi a noi intrato fue, che li occhi miei si fero a lui seguaci, come la mente a le parole sue, parvermi i rami gravidi e vivaci d’un altro pomo, e non molto lontani per esser pur allora vòlto in laci. Vidi gente sott’ esso alzar le mani e gridar non so che verso le fronde, quasi bramosi fantolini e vani che pregano, e ’l pregato non risponde, ma, per fare esser ben la voglia acuta, tien alto lor disio e nol nasconde. Poi si partì come ricreduta; e noi venimmo al grande arbore adesso, che tanti prieghi e lagrime rifiuta. «Trapassate oltre sanza farvi presso: legno è più che fu morso da Eva, e questa pianta si levò da esso». tra le frasche non so chi diceva; per che Virgilio e Stazio e io, ristretti, oltre andavam dal lato che si leva. «Ricordivi», dicea, «d’i maladetti nei nuvoli formati, che, satolli, Tesëo combatter co’ doppi petti; e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli, per che no i volle Gedeon compagni, quando inver’ Madïan discese i colli». accostati a l’un d’i due vivagni passammo, udendo colpe de la gola seguite già da miseri guadagni. Poi, rallargati per la strada sola, ben mille passi e più ci portar oltre, contemplando ciascun sanza parola. «Che andate pensando voi sol tre?». sùbita voce disse; ond’ io mi scossi come fan bestie spaventate e poltre. Drizzai la testa per veder chi fossi; e già mai non si videro in fornace vetri o metalli lucenti e rossi, com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace montare in , qui si convien dar volta; quinci si va chi vuole andar per pace». L’aspetto suo m’avea la vista tolta; per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori, com’ om che va secondo ch’elli ascolta. E quale, annunziatrice de li albori, l’aura di maggio movesi e olezza, tutta impregnata da l’erba e da’ fiori; tal mi senti’ un vento dar per mezza la fronte, e ben senti’ mover la piuma, che sentir d’ambrosïa l’orezza. E senti’ dir: «Beati cui alluma tanto di grazia, che l’amor del gusto nel petto lor troppo disir non fuma, esurïendo sempre quanto è giusto!».