diff --git a/canticle-to-xml.sh b/canticle-to-xml.sh deleted file mode 100755 index 90754fc..0000000 --- a/canticle-to-xml.sh +++ /dev/null @@ -1,17 +0,0 @@ -#!/bin/bash - -# A script which converts plaintext cantos from one canticle to XML formatting. -# Must be run inside canticle directory: [inferno,purgatorio,paradiso]-xml.d -# Tag scripts must be in the above directory. - -# 1) word-tags.sh --- add tags to each word. -# 2) terzina-tags.sh --- add tags to each terzina -# 3) top-level-tags.sh --- add XML header; add and tags - -if [[ "$(pwd | awk -F'/' '{print $NF}')" =~ inferno-xml.d|purgatorio-xml.d|paradiso-xml.d ]]; then - clear - echo "Starting..." - cp ../word-tags.sh . && ./word-tags.sh && rm word-tags.sh - cp ../terzina-tags.sh . && ./terzina-tags.sh && rm terzina-tags.sh - cp ../top-level-tags.sh . && ./top-level-tags.sh && rm top-level-tags.sh -fi diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-1 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-1 deleted file mode 100644 index 3137096..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-1 +++ /dev/null @@ -1,136 +0,0 @@ -Nel mezzo del cammin di nostra vita -mi ritrovai per una selva oscura -ché la diritta via era smarrita. -Ahi quanto a dir qual era è cosa dura -esta selva selvaggia e aspra e forte -che nel pensier rinova la paura! -Tant’ è amara che poco è più morte; -ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, -dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. -Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai, -tant’ era pien di sonno a quel punto -che la verace via abbandonai. -Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto, -là dove terminava quella valle -che m’avea di paura il cor compunto, -guardai in alto, e vidi le sue spalle -vestite già de’ raggi del pianeta -che mena dritto altrui per ogne calle. -Allor fu la paura un poco queta -che nel lago del cor m’era durata -la notte ch’i’ passai con tanta pieta. -E come quei che con lena affannata -uscito fuor del pelago a la riva -si volge a l’acqua perigliosa e guata, -così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, -si volse a retro a rimirar lo passo -che non lasciò già mai persona viva. -Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso, -ripresi via per la piaggia diserta, -sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso. -Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta, -una lonza leggera e presta molto, -che di pel macolato era coverta; -e non mi si partia dinanzi al volto, -anzi ’mpediva tanto il mio cammino, -ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto. -Temp’ era dal principio del mattino, -e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle -ch’eran con lui quando l’amor divino -mosse di prima quelle cose belle; -sì ch’a bene sperar m’era cagione -di quella fiera a la gaetta pelle -l’ora del tempo e la dolce stagione; -ma non sì che paura non mi desse -la vista che m’apparve d’un leone. -Questi parea che contra me venisse -con la test’ alta e con rabbiosa fame, -sì che parea che l’aere ne tremesse. -Ed una lupa, che di tutte brame -sembiava carca ne la sua magrezza, -e molte genti fé già viver grame, -questa mi porse tanto di gravezza -con la paura ch’uscia di sua vista, -ch’io perdei la speranza de l’altezza. -E qual è quei che volontieri acquista, -e giugne ’l tempo che perder lo face, -che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista; -tal mi fece la bestia sanza pace, -che, venendomi ’ncontro, a poco a poco -mi ripigneva là dove ’l sol tace. -Mentre ch’i’ rovinava in basso loco, -dinanzi a li occhi mi si fu offerto -chi per lungo silenzio parea fioco. -Quando vidi costui nel gran diserto, -«Miserere di me», gridai a lui, -«qual che tu sii, od ombra od omo certo!». -Rispuosemi: «Non omo, omo già fui, -e li parenti miei furon lombardi, -mantoani per patrïa ambedui. -Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi, -e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto -nel tempo de li dèi falsi e bugiardi. -Poeta fui, e cantai di quel giusto -figliuol d’Anchise che venne di Troia, -poi che ’l superbo Ilión fu combusto. -Ma tu perché ritorni a tanta noia? -perché non sali il dilettoso monte -ch’è principio e cagion di tutta gioia?». -«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte -che spandi di parlar sì largo fiume?», -rispuos’ io lui con vergognosa fronte. -«O de li altri poeti onore e lume -vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore -che m’ha fatto cercar lo tuo volume. -Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore; -tu se’ solo colui da cu’ io tolsi -lo bello stilo che m’ha fatto onore. -Vedi la bestia per cu’ io mi volsi: -aiutami da lei, famoso saggio, -ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi». -«A te convien tenere altro vïaggio», -rispuose poi che lagrimar mi vide, -«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio; -ché questa bestia, per la qual tu gride, -non lascia altrui passar per la sua via, -ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide; -e ha natura sì malvagia e ria, -che mai non empie la bramosa voglia, -e dopo ’l pasto ha più fame che pria. -Molti son li animali a cui s’ammoglia, -e più saranno ancora, infin che ’l veltro -verrà, che la farà morir con doglia. -Questi non ciberà terra né peltro, -ma sapïenza, amore e virtute, -e sua nazion sarà tra feltro e feltro. -Di quella umile Italia fia salute -per cui morì la vergine Cammilla, -Eurialo e Turno e Niso di ferute. -Questi la caccerà per ogne villa, -fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno, -là onde ’nvidia prima dipartilla. -Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno -che tu mi segui, e io sarò tua guida, -e trarrotti di qui per loco etterno, -ove udirai le disperate strida, -vedrai li antichi spiriti dolenti, -ch’a la seconda morte ciascun grida; -e vederai color che son contenti -nel foco, perché speran di venire -quando che sia a le beate genti. -A le quai poi se tu vorrai salire, -anima fia a ciò più di me degna: -con lei ti lascerò nel mio partire; -ché quello imperador che là sù regna, -perch’ i’ fu’ ribellante a la sua legge, -non vuol che ’n sua città per me si vegna. -In tutte parti impera e quivi regge; -quivi è la sua città e l’alto seggio: -oh felice colui cu’ ivi elegge!». -E io a lui: «Poeta, io ti richeggio -per quello Dio che tu non conoscesti, -acciò ch’io fugga questo male e peggio, -che tu mi meni là dov’or dicesti, -sì ch’io veggia la porta di san Pietro -e color cui tu fai cotanto mesti». -Allor si mosse, e io li tenni dietro. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-10 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-10 deleted file mode 100644 index 56e848c..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-10 +++ /dev/null @@ -1,136 +0,0 @@ -Ora sen va per un secreto calle, -tra ’l muro de la terra e li martìri, -lo mio maestro, e io dopo le spalle. -«O virtù somma, che per li empi giri -mi volvi», cominciai, «com’ a te piace, -parlami, e sodisfammi a’ miei disiri. -La gente che per li sepolcri giace -potrebbesi veder? già son levati -tutt’ i coperchi, e nessun guardia face». -E quelli a me: «Tutti saran serrati -quando di Iosafàt qui torneranno -coi corpi che là sù hanno lasciati. -Suo cimitero da questa parte hanno -con Epicuro tutti suoi seguaci, -che l’anima col corpo morta fanno. -Però a la dimanda che mi faci -quinc’ entro satisfatto sarà tosto, -e al disio ancor che tu mi taci». -E io: «Buon duca, non tegno riposto -a te mio cuor se non per dicer poco, -e tu m’hai non pur mo a ciò disposto». -«O Tosco che per la città del foco -vivo ten vai così parlando onesto, -piacciati di restare in questo loco. -La tua loquela ti fa manifesto -di quella nobil patrïa natio -a la qual forse fui troppo molesto». -Subitamente questo suono uscìo -d’una de l’arche; però m’accostai, -temendo, un poco più al duca mio. -Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai? -Vedi là Farinata che s’è dritto: -da la cintola in sù tutto ’l vedrai». -Io avea già il mio viso nel suo fitto; -ed el s’ergea col petto e con la fronte -com’ avesse l’inferno a gran dispitto. -E l’animose man del duca e pronte -mi pinser tra le sepulture a lui, -dicendo: «Le parole tue sien conte». -Com’ io al piè de la sua tomba fui, -guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, -mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?». -Io ch’era d’ubidir disideroso, -non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi; -ond’ ei levò le ciglia un poco in suso; -poi disse: «Fieramente furo avversi -a me e a miei primi e a mia parte, -sì che per due fïate li dispersi». -«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte», -rispuos’ io lui, «l’una e l’altra fïata; -ma i vostri non appreser ben quell’arte». -Allor surse a la vista scoperchiata -un’ombra, lungo questa, infino al mento: -credo che s’era in ginocchie levata. -Dintorno mi guardò, come talento -avesse di veder s’altri era meco; -e poi che ’l sospecciar fu tutto spento, -piangendo disse: «Se per questo cieco -carcere vai per altezza d’ ingegno, -mio figlio ov’ è? e perché non è teco?». -E io a lui: «Da me stesso non vegno: -colui ch’attende là, per qui mi mena -forse cui Guido vostro ebbe a disdegno». -Le sue parole e ’l modo de la pena -m’avean di costui già letto il nome; -però fu la risposta così piena. -Di sùbito drizzato gridò: «Come -dicesti “elli ebbe”? non viv’ elli ancora? -non fiere li occhi suoi lo dolce lume?». -Quando s’accorse d’alcuna dimora -ch’io facëa dinanzi a la risposta, -supin ricadde e più non parve fora. -Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta -restato m’era, non mutò aspetto, -né mosse collo, né piegò sua costa; -e sé continüando al primo detto, -«S’elli han quell’ arte», disse, «male appresa, -ciò mi tormenta più che questo letto. -Ma non cinquanta volte fia raccesa -la faccia de la donna che qui regge, -che tu saprai quanto quell’ arte pesa. -E se tu mai nel dolce mondo regge, -dimmi: perché quel popolo è sì empio -incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?». -Ond’ io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio -che fece l’Arbia colorata in rosso, -tal orazion fa far nel nostro tempio». -Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso, -«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo -sanza cagion con li altri sarei mosso. -Ma fu’ io solo, là dove sofferto -fu per ciascun di tòrre via Fiorenza, -colui che la difesi a viso aperto». -«Deh, se riposi mai vostra semenza», -prega’ io lui, «solvetemi quel nodo -che qui ha ’nviluppata mia sentenza. -El par che voi veggiate, se ben odo, -dinanzi quel che ’l tempo seco adduce, -e nel presente tenete altro modo». -«Noi veggiam, come quei c’ha mala luce, -le cose», disse, «che ne son lontano; -cotanto ancor ne splende il sommo duce. -Quando s’appressano o son, tutto è vano -nostro intelletto; e s’altri non ci apporta, -nulla sapem di vostro stato umano. -Però comprender puoi che tutta morta -fia nostra conoscenza da quel punto -che del futuro fia chiusa la porta». -Allor, come di mia colpa compunto, -dissi: «Or direte dunque a quel caduto -che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto; -e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto, -fate i saper che ’l fei perché pensava -già ne l’error che m’avete soluto». -E già ’l maestro mio mi richiamava; -per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio -che mi dicesse chi con lu’ istava. -Dissemi: «Qui con più di mille giaccio: -qua dentro è ’l secondo Federico, -e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio». -Indi s’ascose; e io inver’ l’antico -poeta volsi i passi, ripensando -a quel parlar che mi parea nemico. -Elli si mosse; e poi, così andando, -mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?». -E io li sodisfeci al suo dimando. -«La mente tua conservi quel ch’udito -hai contra te», mi comandò quel saggio; -«e ora attendi qui», e drizzò ’l dito: -«quando sarai dinanzi al dolce raggio -di quella il cui bell’ occhio tutto vede, -da lei saprai di tua vita il vïaggio». -Appresso mosse a man sinistra il piede: -lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo -per un sentier ch’a una valle fiede, -che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-11 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-11 deleted file mode 100644 index 198a0b7..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-11 +++ /dev/null @@ -1,115 +0,0 @@ -In su l’estremità d’un’alta ripa -che facevan gran pietre rotte in cerchio, -venimmo sopra più crudele stipa; -e quivi, per l’orribile soperchio -del puzzo che ’l profondo abisso gitta, -ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio -d’un grand’ avello, ov’ io vidi una scritta -che dicea: ‘Anastasio papa guardo, -lo qual trasse Fotin de la via dritta’. -«Lo nostro scender conviene esser tardo, -sì che s’ausi un poco in prima il senso -al tristo fiato; e poi no i fia riguardo». -Così ’l maestro; e io «Alcun compenso», -dissi lui, «trova che ’l tempo non passi -perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso». -«Figliuol mio, dentro da cotesti sassi», -cominciò poi a dir, «son tre cerchietti -di grado in grado, come que’ che lassi. -Tutti son pien di spirti maladetti; -ma perché poi ti basti pur la vista, -intendi come e perché son costretti. -D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista, -ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale -o con forza o con frode altrui contrista. -Ma perché frode è de l’uom proprio male, -più spiace a Dio; e però stan di sotto -li frodolenti, e più dolor li assale. -Di vïolenti il primo cerchio è tutto; -ma perché si fa forza a tre persone, -in tre gironi è distinto e costrutto. -A Dio, a sé, al prossimo si pòne -far forza, dico in loro e in lor cose, -come udirai con aperta ragione. -Morte per forza e ferute dogliose -nel prossimo si danno, e nel suo avere -ruine, incendi e tollette dannose; -onde omicide e ciascun che mal fiere, -guastatori e predon, tutti tormenta -lo giron primo per diverse schiere. -Puote omo avere in sé man vïolenta -e ne’ suoi beni; e però nel secondo -giron convien che sanza pro si penta -qualunque priva sé del vostro mondo, -biscazza e fonde la sua facultade, -e piange là dov’ esser de’ giocondo. -Puossi far forza nella deïtade, -col cor negando e bestemmiando quella, -e spregiando natura e sua bontade; -e però lo minor giron suggella -del segno suo e Soddoma e Caorsa -e chi, spregiando Dio col cor, favella. -La frode, ond’ ogne coscïenza è morsa, -può l’omo usare in colui che ’n lui fida -e in quel che fidanza non imborsa. -Questo modo di retro par ch’incida -pur lo vinco d’amor che fa natura; -onde nel cerchio secondo s’annida -ipocresia, lusinghe e chi affattura, -falsità, ladroneccio e simonia, -ruffian, baratti e simile lordura. -Per l’altro modo quell’ amor s’oblia -che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto, -di che la fede spezïal si cria; -onde nel cerchio minore, ov’ è ’l punto -de l’universo in su che Dite siede, -qualunque trade in etterno è consunto». -E io: «Maestro, assai chiara procede -la tua ragione, e assai ben distingue -questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede. -Ma dimmi: quei de la palude pingue, -che mena il vento, e che batte la pioggia, -e che s’incontran con sì aspre lingue, -perché non dentro da la città roggia -sono ei puniti, se Dio li ha in ira? -e se non li ha, perché sono a tal foggia?». -Ed elli a me «Perché tanto delira», -disse, «lo ’ngegno tuo da quel che sòle? -o ver la mente dove altrove mira? -Non ti rimembra di quelle parole -con le quai la tua Etica pertratta -le tre disposizion che ’l ciel non vole, -incontenenza, malizia e la matta -bestialitade? e come incontenenza -men Dio offende e men biasimo accatta? -Se tu riguardi ben questa sentenza, -e rechiti a la mente chi son quelli -che sù di fuor sostegnon penitenza, -tu vedrai ben perché da questi felli -sien dipartiti, e perché men crucciata -la divina vendetta li martelli». -«O sol che sani ogni vista turbata, -tu mi contenti sì quando tu solvi, -che, non men che saver, dubbiar m’aggrata. -Ancora in dietro un poco ti rivolvi», -diss’ io, «là dove di’ ch’usura offende -la divina bontade, e ’l groppo solvi». -«Filosofia», mi disse, «a chi la ’ntende, -nota, non pure in una sola parte, -come natura lo suo corso prende -dal divino ’ntelletto e da sua arte; -e se tu ben la tua Fisica note, -tu troverai, non dopo molte carte, -che l’arte vostra quella, quanto pote, -segue, come ’l maestro fa ’l discente; -sì che vostr’ arte a Dio quasi è nepote. -Da queste due, se tu ti rechi a mente -lo Genesì dal principio, convene -prender sua vita e avanzar la gente; -e perché l’usuriere altra via tene, -per sé natura e per la sua seguace -dispregia, poi ch’in altro pon la spene. -Ma seguimi oramai, che ’l gir mi piace; -ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta, -e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace, -e ’l balzo via là oltra si dismonta». diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-12 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-12 deleted file mode 100644 index 3ae3ecc..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-12 +++ /dev/null @@ -1,139 +0,0 @@ -Era lo loco ov’ a scender la riva -venimmo, alpestro e, per quel che v’er’ anco, -tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva. -Qual è quella ruina che nel fianco -di qua da Trento l’Adice percosse, -o per tremoto o per sostegno manco, -che da cima del monte, onde si mosse, -al piano è sì la roccia discoscesa, -ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse: -cotal di quel burrato era la scesa; -e ’n su la punta de la rotta lacca -l’infamïa di Creti era distesa -che fu concetta ne la falsa vacca; -e quando vide noi, sé stesso morse, -sì come quei cui l’ira dentro fiacca. -Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse -tu credi che qui sia ’l duca d’Atene, -che sù nel mondo la morte ti porse? -Pàrtiti, bestia, ché questi non vene -ammaestrato da la tua sorella, -ma vassi per veder le vostre pene». -Qual è quel toro che si slaccia in quella -c’ha ricevuto già ’l colpo mortale, -che gir non sa, ma qua e là saltella, -vid’io lo Minotauro far cotale; -e quello accorto gridò; «Corri al varco: -mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale». -Così prendemmo via giù per lo scarco -di quelle pietre, che spesso moviensi -sotto i miei piedi per lo novo carco. -Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi -forse a questa ruina, ch’è guardata -da quell’ ira bestial ch’i’ ora spensi. -Or vo’ che sappi che l’altra fïata -ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno, -questa roccia non era ancor cascata. -Ma certo poco pria, se ben discerno, -che venisse colui che la gran preda -levò a Dite del cerchio superno, -da tutte parti l’alta valle feda -tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo -sentisse amor, per lo qual è chi creda -più volte il mondo in caòsso converso; -e in quel punto questa vecchia roccia -qui e altrove, tal fece riverso. -Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia -la riviera del sangue in la qual bolle -qual che per vïolenza in altrui noccia». -Oh cieca cupidigia e ira folle, -che sì ci sproni ne la vita corta, -e ne l’etterna poi sì mal c’immolle! -Io vidi un’ampia fossa in arco torta, -come quella che tutto ’l piano abbraccia, -secondo ch’avea detto la mia scorta; -e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia -corrien centauri, armati di saette, -come solien nel mondo andare a caccia. -Veggendoci calar, ciascun ristette, -e de la schiera tre si dipartiro -con archi e asticciuole prima elette; -e l’un gridò da lungi: «A qual martiro -venite voi che scendete la costa? -Ditel costinci; se non, l’arco tiro». -Lo mio maestro disse: «La risposta -farem noi a Chirón costà di presso: -mal fu la voglia tua sempre sì tosta». -Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso, -che morì per la bella Deianira -e fé di sé la vendetta elli stesso. -E quel di mezzo, ch’al petto si mira, -è il gran Chirón, il qual nodrì Achille; -quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira. -Dintorno al fosso vanno a mille a mille, -saettando qual anima si svelle -del sangue più che sua colpa sortille». -Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle: -Chirón prese uno strale, e con la cocca -fece la barba in dietro a le mascelle. -Quando s’ebbe scoperta la gran bocca, -disse a’ compagni: «Siete voi accorti -che quel di retro move ciò ch’el tocca? -Così non soglion far li piè d’i morti». -E ’l mio buon duca, che già li er’ al petto, -dove le due nature son consorti, -rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto -mostrar li mi convien la valle buia; -necessità ’l ci ’nduce, e non diletto. -Tal si partì da cantare alleluia -che mi commise quest’ officio novo: -non è ladron, né io anima fuia. -Ma per quella virtù per cu’ io movo -li passi miei per sì selvaggia strada, -danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo, -e che ne mostri là dove si guada -e che porti costui in su la groppa, -ché non è spirto che per l’aere vada». -Chirón si volse in su la destra poppa, -e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida, -e fa cansar s’altra schiera v’intoppa». -Or ci movemmo con la scorta fida -lungo la proda del bollor vermiglio, -dove i bolliti facieno alte strida. -Io vidi gente sotto infino al ciglio; -e ’l gran centauro disse: «E’ son tiranni -che dier nel sangue e ne l’aver di piglio. -Quivi si piangon li spietati danni; -quivi è Alessandro, e Dionisio fero, -che fé Cicilia aver dolorosi anni. -E quella fronte c’ha ’l pel così nero, -è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo, -è Opizzo da Esti, il qual per vero -fu spento dal figliastro sù nel mondo». -Allor mi volsi al poeta, e quei disse: -«Questi ti sia or primo, e io secondo». -Poco più oltre il centauro s’affisse -sovr’ una gente che ’nfino a la gola -parea che di quel bulicame uscisse. -Mostrocci un’ombra da l’un canto sola, -dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio -lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola». -Poi vidi gente che di fuor del rio -tenean la testa e ancor tutto ’l casso; -e di costoro assai riconobb’ io. -Così a più a più si facea basso -quel sangue, sì che cocea pur li piedi; -e quindi fu del fosso il nostro passo. -«Sì come tu da questa parte vedi -lo bulicame che sempre si scema», -disse ’l centauro, «voglio che tu credi -che da quest’ altra a più a più giù prema -lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge -ove la tirannia convien che gema. -La divina giustizia di qua punge -quell’ Attila che fu flagello in terra, -e Pirro e Sesto; e in etterno munge -le lagrime, che col bollor diserra, -a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo, -che fecero a le strade tanta guerra». -Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-13 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-13 deleted file mode 100644 index ef9c8c4..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-13 +++ /dev/null @@ -1,151 +0,0 @@ -Non era ancor di là Nesso arrivato, -quando noi ci mettemmo per un bosco -che da neun sentiero era segnato. -Non fronda verde, ma di color fosco; -non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti; -non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco. -Non han sì aspri sterpi né sì folti -quelle fiere selvagge che ’n odio hanno -tra Cecina e Corneto i luoghi cólti. -Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno, -che cacciar de le Strofade i Troiani -con tristo annunzio di futuro danno. -Ali hanno late, e colli e visi umani, -piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre; -fanno lamenti in su li alberi strani. -E ’l buon maestro «Prima che più entre, -sappi che se’ nel secondo girone», -mi cominciò a dire, «e sarai mentre -che tu verrai ne l’orribil sabbione. -Però riguarda ben; sì vederai -cose che torrien fede al mio sermone». -Io sentia d’ogne parte trarre guai -e non vedea persona che ’l facesse; -per ch’io tutto smarrito m’arrestai. -Cred’ ïo ch’ei credette ch’io credesse -che tante voci uscisser, tra quei bronchi, -da gente che per noi si nascondesse. -Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi -qualche fraschetta d’una d’este piante, -li pensier c’hai si faran tutti monchi». -Allor porsi la mano un poco avante -e colsi un ramicel da un gran pruno; -e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?». -Da che fatto fu poi di sangue bruno, -ricominciò a dir: «Perché mi scerpi? -non hai tu spirto di pietade alcuno? -Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: -ben dovrebb’ esser la tua man più pia, -se state fossimo anime di serpi». -Come d’un stizzo verde ch’arso sia -da l’un de’ capi, che da l’altro geme -e cigola per vento che va via, -sì de la scheggia rotta usciva insieme -parole e sangue; ond’ io lasciai la cima -cadere, e stetti come l’uom che teme. -«S’elli avesse potuto creder prima», -rispuose ’l savio mio, «anima lesa, -ciò c’ha veduto pur con la mia rima, -non averebbe in te la man distesa; -ma la cosa incredibile mi fece -indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa. -Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece -d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi -nel mondo sù, dove tornar li lece». -E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi, -ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi -perch’ ïo un poco a ragionar m’inveschi. -Io son colui che tenni ambo le chiavi -del cor di Federigo, e che le volsi, -serrando e diserrando, sì soavi, -che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi; -fede portai al glorïoso offizio, -tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi. -La meretrice che mai da l’ospizio -di Cesare non torse li occhi putti, -morte comune e de le corti vizio, -infiammò contra me li animi tutti; -e li ’nfiammati infiammar sì Augusto, -che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti. -L’animo mio, per disdegnoso gusto, -credendo col morir fuggir disdegno, -ingiusto fece me contra me giusto. -Per le nove radici d’esto legno -vi giuro che già mai non ruppi fede -al mio segnor, che fu d’onor sì degno. -E se di voi alcun nel mondo riede, -conforti la memoria mia, che giace -ancor del colpo che ’nvidia le diede». -Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace», -disse ’l poeta a me, «non perder l’ora; -ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace». -Ond’ ïo a lui: «Domandal tu ancora -di quel che credi ch’a me satisfaccia; -ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora». -Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia -liberamente ciò che ’l tuo dir priega, -spirito incarcerato, ancor ti piaccia -di dirne come l’anima si lega -in questi nocchi; e dinne, se tu puoi, -s’alcuna mai di tai membra si spiega». -Allor soffiò il tronco forte, e poi -si convertì quel vento in cotal voce: -«Brievemente sarà risposto a voi. -Quando si parte l’anima feroce -dal corpo ond’ ella stessa s’è disvelta, -Minòs la manda a la settima foce. -Cade in la selva, e non l’è parte scelta; -ma là dove fortuna la balestra, -quivi germoglia come gran di spelta. -Surge in vermena e in pianta silvestra: -l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie, -fanno dolore, e al dolor fenestra. -Come l’altre verrem per nostre spoglie, -ma non però ch’alcuna sen rivesta, -ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie. -Qui le strascineremo, e per la mesta -selva saranno i nostri corpi appesi, -ciascuno al prun de l’ombra sua molesta». -Noi eravamo ancora al tronco attesi, -credendo ch’altro ne volesse dire, -quando noi fummo d’un romor sorpresi, -similemente a colui che venire -sente ’l porco e la caccia a la sua posta, -ch’ode le bestie, e le frasche stormire. -Ed ecco due da la sinistra costa, -nudi e graffiati, fuggendo sì forte, -che de la selva rompieno ogne rosta. -Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!». -E l’altro, cui pareva tardar troppo, -gridava: «Lano, sì non furo accorte -le gambe tue a le giostre dal Toppo!». -E poi che forse li fallia la lena, -di sé e d’un cespuglio fece un groppo. -Di rietro a loro era la selva piena -di nere cagne, bramose e correnti -come veltri ch’uscisser di catena. -In quel che s’appiattò miser li denti, -e quel dilaceraro a brano a brano; -poi sen portar quelle membra dolenti. -Presemi allor la mia scorta per mano, -e menommi al cespuglio che piangea -per le rotture sanguinenti in vano. -«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea, -che t’è giovato di me fare schermo? -che colpa ho io de la tua vita rea?». -Quando ’l maestro fu sovr’ esso fermo, -disse: «Chi fosti, che per tante punte -soffi con sangue doloroso sermo?». -Ed elli a noi: «O anime che giunte -siete a veder lo strazio disonesto -c’ha le mie fronde sì da me disgiunte, -raccoglietele al piè del tristo cesto. -I’ fui de la città che nel Batista -mutò ’l primo padrone; ond’ ei per questo -sempre con l’arte sua la farà trista; -e se non fosse che ’n sul passo d’Arno -rimane ancor di lui alcuna vista, -que’ cittadin che poi la rifondarno -sovra ’l cener che d’Attila rimase, -avrebber fatto lavorare indarno. -Io fei gibetto a me de le mie case». diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-14 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-14 deleted file mode 100644 index a13f4db..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-14 +++ /dev/null @@ -1,142 +0,0 @@ -Poi che la carità del natio loco -mi strinse, raunai le fronde sparte -e rende’le a colui, ch’era già fioco. -Indi venimmo al fine ove si parte -lo secondo giron dal terzo, e dove -si vede di giustizia orribil arte. -A ben manifestar le cose nove, -dico che arrivammo ad una landa -che dal suo letto ogne pianta rimove. -La dolorosa selva l’è ghirlanda -intorno, come ’l fosso tristo ad essa; -quivi fermammo i passi a randa a randa. -Lo spazzo era una rena arida e spessa, -non d’altra foggia fatta che colei -che fu da’ piè di Caton già soppressa. -O vendetta di Dio, quanto tu dei -esser temuta da ciascun che legge -ciò che fu manifesto a li occhi mei! -D’anime nude vidi molte gregge -che piangean tutte assai miseramente, -e parea posta lor diversa legge. -Supin giacea in terra alcuna gente, -alcuna si sedea tutta raccolta, -e altra andava continüamente. -Quella che giva ’ntorno era più molta, -e quella men che giacëa al tormento, -ma più al duolo avea la lingua sciolta. -Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento, -piovean di foco dilatate falde, -come di neve in alpe sanza vento. -Quali Alessandro in quelle parti calde -d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo -fiamme cadere infino a terra salde, -per ch’ei provide a scalpitar lo suolo -con le sue schiere, acciò che lo vapore -mei si stingueva mentre ch’era solo: -tale scendeva l’etternale ardore; -onde la rena s’accendea, com’ esca -sotto focile, a doppiar lo dolore. -Sanza riposo mai era la tresca -de le misere mani, or quindi or quinci -escotendo da sé l’arsura fresca. -I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci -tutte le cose, fuor che ’ demon duri -ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci, -chi è quel grande che non par che curi -lo ’ncendio e giace dispettoso e torto, -sì che la pioggia non par che ’l marturi?». -E quel medesmo, che si fu accorto -ch’io domandava il mio duca di lui, -gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto. -Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui -crucciato prese la folgore aguta -onde l’ultimo dì percosso fui; -o s’elli stanchi li altri a muta a muta -in Mongibello a la focina negra, -chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”, -sì com’ el fece a la pugna di Flegra, -e me saetti con tutta sua forza: -non ne potrebbe aver vendetta allegra». -Allora il duca mio parlò di forza -tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito: -«O Capaneo, in ciò che non s’ammorza -la tua superbia, se’ tu più punito; -nullo martiro, fuor che la tua rabbia, -sarebbe al tuo furor dolor compito». -Poi si rivolse a me con miglior labbia, -dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi -ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia -Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi; -ma, com’ io dissi lui, li suoi dispetti -sono al suo petto assai debiti fregi. -Or mi vien dietro, e guarda che non metti, -ancor, li piedi ne la rena arsiccia; -ma sempre al bosco tien li piedi stretti». -Tacendo divenimmo là ’ve spiccia -fuor de la selva un picciol fiumicello, -lo cui rossore ancor mi raccapriccia. -Quale del Bulicame esce ruscello -che parton poi tra lor le peccatrici, -tal per la rena giù sen giva quello. -Lo fondo suo e ambo le pendici -fatt’ era ’n pietra, e ’ margini dallato; -per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici. -«Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato, -poscia che noi intrammo per la porta -lo cui sogliare a nessuno è negato, -cosa non fu da li tuoi occhi scorta -notabile com’ è ’l presente rio, -che sovra sé tutte fiammelle ammorta». -Queste parole fuor del duca mio; -per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto -di cui largito m’avëa il disio. -«In mezzo mar siede un paese guasto», -diss’ elli allora, «che s’appella Creta, -sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto. -Una montagna v’è che già fu lieta -d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida; -or è diserta come cosa vieta. -Rëa la scelse già per cuna fida -del suo figliuolo, e per celarlo meglio, -quando piangea, vi facea far le grida. -Dentro dal monte sta dritto un gran veglio, -che tien volte le spalle inver’ Dammiata -e Roma guarda come süo speglio. -La sua testa è di fin oro formata, -e puro argento son le braccia e ’l petto, -poi è di rame infino a la forcata; -da indi in giuso è tutto ferro eletto, -salvo che ’l destro piede è terra cotta; -e sta ’n su quel, più che ’n su l’altro, eretto. -Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta -d’una fessura che lagrime goccia, -le quali, accolte, fóran quella grotta. -Lor corso in questa valle si diroccia; -fanno Acheronte, Stige e Flegetonta; -poi sen van giù per questa stretta doccia, -infin, là ove più non si dismonta, -fanno Cocito; e qual sia quello stagno -tu lo vedrai, però qui non si conta». -E io a lui: «Se ’l presente rigagno -si diriva così dal nostro mondo, -perché ci appar pur a questo vivagno?». -Ed elli a me: «Tu sai che ’l loco è tondo; -e tutto che tu sie venuto molto, -pur a sinistra, giù calando al fondo, -non se’ ancor per tutto ’l cerchio vòlto; -per che, se cosa n’apparisce nova, -non de’ addur maraviglia al tuo volto». -E io ancor: «Maestro, ove si trova -Flegetonta e Letè? ché de l’un taci, -e l’altro di’ che si fa d’esta piova». -«In tutte tue question certo mi piaci», -rispuose, «ma ’l bollor de l’acqua rossa -dovea ben solver l’una che tu faci. -Letè vedrai, ma fuor di questa fossa, -là dove vanno l’anime a lavarsi -quando la colpa pentuta è rimossa». -Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi -dal bosco; fa che di retro a me vegne: -li margini fan via, che non son arsi, -e sopra loro ogne vapor si spegne». diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-15 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-15 deleted file mode 100644 index a2aa387..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-15 +++ /dev/null @@ -1,124 +0,0 @@ -Ora cen porta l’un de’ duri margini; -e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia, -sì che dal foco salva l’acqua e li argini. -Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, -temendo ’l fiotto che ’nver lor s’avventa, -fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia; -e quali Padoan lungo la Brenta, -per difender lor ville e lor castelli, -anzi che Carentana il caldo senta: -a tale imagine eran fatti quelli, -tutto che né sì alti né sì grossi, -qual che si fosse, lo maestro félli. -Già eravam da la selva rimossi -tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era, -perch’ io in dietro rivolto mi fossi, -quando incontrammo d’anime una schiera -che venian lungo l’argine, e ciascuna -ci riguardava come suol da sera -guardare uno altro sotto nuova luna; -e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia -come ’l vecchio sartor fa ne la cruna. -Così adocchiato da cotal famiglia, -fui conosciuto da un, che mi prese -per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!». -E io, quando ’l suo braccio a me distese, -ficcaï li occhi per lo cotto aspetto, -sì che ’l viso abbrusciato non difese -la conoscenza süa al mio ’ntelletto; -e chinando la mano a la sua faccia, -rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?». -E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia -se Brunetto Latino un poco teco -ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia». -I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco; -e se volete che con voi m’asseggia, -faròl, se piace a costui che vo seco». -«O figliuol», disse, «qual di questa greggia -s’arresta punto, giace poi cent’ anni -sanz’ arrostarsi quando ’l foco il feggia. -Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni; -e poi rigiugnerò la mia masnada, -che va piangendo i suoi etterni danni». -Io non osava scender de la strada -per andar par di lui; ma ’l capo chino -tenea com’ uom che reverente vada. -El cominciò: «Qual fortuna o destino -anzi l’ultimo dì qua giù ti mena? -e chi è questi che mostra ’l cammino?». -«Là sù di sopra, in la vita serena», -rispuos’ io lui, «mi smarri’ in una valle, -avanti che l’età mia fosse piena. -Pur ier mattina le volsi le spalle: -questi m’apparve, tornand’ ïo in quella, -e reducemi a ca per questo calle». -Ed elli a me: «Se tu segui tua stella, -non puoi fallire a glorïoso porto, -se ben m’accorsi ne la vita bella; -e s’io non fossi sì per tempo morto, -veggendo il cielo a te così benigno, -dato t’avrei a l’opera conforto. -Ma quello ingrato popolo maligno -che discese di Fiesole ab antico, -e tiene ancor del monte e del macigno, -ti si farà, per tuo ben far, nimico; -ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi -si disconvien fruttare al dolce fico. -Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; -gent’ è avara, invidiosa e superba: -dai lor costumi fa che tu ti forbi. -La tua fortuna tanto onor ti serba, -che l’una parte e l’altra avranno fame -di te; ma lungi fia dal becco l’erba. -Faccian le bestie fiesolane strame -di lor medesme, e non tocchin la pianta, -s’alcuna surge ancora in lor letame, -in cui riviva la sementa santa -di que’ Roman che vi rimaser quando -fu fatto il nido di malizia tanta». -«Se fosse tutto pieno il mio dimando», -rispuos’ io lui, «voi non sareste ancora -de l’umana natura posto in bando; -ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora, -la cara e buona imagine paterna -di voi quando nel mondo ad ora ad ora -m’insegnavate come l’uom s’etterna: -e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo -convien che ne la mia lingua si scerna. -Ciò che narrate di mio corso scrivo, -e serbolo a chiosar con altro testo -a donna che saprà, s’a lei arrivo. -Tanto vogl’ io che vi sia manifesto, -pur che mia coscïenza non mi garra, -ch’a la Fortuna, come vuol, son presto. -Non è nuova a li orecchi miei tal arra: -però giri Fortuna la sua rota -come le piace, e ’l villan la sua marra». -Lo mio maestro allora in su la gota -destra si volse in dietro, e riguardommi; -poi disse: «Bene ascolta chi la nota». -Né per tanto di men parlando vommi -con ser Brunetto, e dimando chi sono -li suoi compagni più noti e più sommi. -Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono; -de li altri fia laudabile tacerci, -ché ’l tempo saria corto a tanto suono. -In somma sappi che tutti fur cherci -e litterati grandi e di gran fama, -d’un peccato medesmo al mondo lerci. -Priscian sen va con quella turba grama, -e Francesco d’Accorso anche; e vedervi, -s’avessi avuto di tal tigna brama, -colui potei che dal servo de’ servi -fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione, -dove lasciò li mal protesi nervi. -Di più direi; ma ’l venire e  ’l sermone -più lungo esser non può, però ch’i’ veggio -là surger nuovo fummo del sabbione. -Gente vien con la quale esser non deggio. -Sieti raccomandato il mio Tesoro -nel qual io vivo ancora, e più non cheggio». -Poi si rivolse, e parve di coloro -che corrono a Verona il drappo verde -per la campagna; e parve di costoro -quelli che vince, non colui che perde. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-16 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-16 deleted file mode 100644 index b01c760..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-16 +++ /dev/null @@ -1,136 +0,0 @@ -Già era in loco onde s’udìa ’l rimbombo -de l’acqua che cadea ne l’altro giro, -simile a quel che l’arnie fanno rombo, -quando tre ombre insieme si partiro, -correndo, d’una torma che passava -sotto la pioggia de l’aspro martiro. -Venian ver noi, e ciascuna gridava: -«Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri -esser alcun di nostra terra prava». -Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri, -ricenti e vecchie, da le fiamme incese! -Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri. -A le lor grida il mio dottor s’attese; -volse ’l viso ver me, e: «Or aspetta», -disse «a costor si vuole esser cortese. -E se non fosse il foco che saetta -la natura del loco, i’ dicerei -che meglio stesse a te che a lor la fretta». -Ricominciar, come noi restammo, ei -l’antico verso; e quando a noi fuor giunti, -fenno una rota di sé tutti e trei. -Qual sogliono i campion far nudi e unti, -avvisando lor presa e lor vantaggio, -prima che sien tra lor battuti e punti, -così rotando, ciascuno il visaggio -drizzava a me, sì che ’n contraro il collo -faceva ai piè continüo vïaggio. -E «Se miseria d’esto loco sollo -rende in dispetto noi e nostri prieghi», -cominciò l’uno «e ’l tinto aspetto e brollo, -la fama nostra il tuo animo pieghi -a dirne chi tu se’, che i vivi piedi -così sicuro per lo ’nferno freghi. -Questi, l’orme di cui pestar mi vedi, -tutto che nudo e dipelato vada, -fu di grado maggior che tu non credi: -nepote fu de la buona Gualdrada; -Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita -fece col senno assai e con la spada. -L’altro, ch’appresso me la rena trita, -è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce -nel mondo sù dovrìa esser gradita. -E io, che posto son con loro in croce, -Iacopo Rusticucci fui, e certo -la fiera moglie più ch’altro mi nuoce». -S’i’ fossi stato dal foco coperto, -gittato mi sarei tra lor di sotto, -e credo che ’l dottor l’avrìa sofferto; -ma perch’ io mi sarei brusciato e cotto, -vinse paura la mia buona voglia -che di loro abbracciar mi facea ghiotto. -Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia -la vostra condizion dentro mi fisse, -tanta che tardi tutta si dispoglia, -tosto che questo mio segnor mi disse -parole per le quali i’ mi pensai -che qual voi siete, tal gente venisse. -Di vostra terra sono, e sempre mai -l’ovra di voi e li onorati nomi -con affezion ritrassi e ascoltai. -Lascio lo fele e vo per dolci pomi -promessi a me per lo verace duca; -ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi». -«Se lungamente l’anima conduca -le membra tue», rispuose quelli ancora, -«e se la fama tua dopo te luca, -cortesia e valor dì se dimora -ne la nostra città sì come suole, -o se del tutto se n’è gita fora; -ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole -con noi per poco e va là coi compagni, -assai ne cruccia con le sue parole». -«La gente nuova e i sùbiti guadagni -orgoglio e dismisura han generata, -Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni». -Così gridai con la faccia levata; -e i tre, che ciò inteser per risposta, -guardar l’un l’altro com’ al ver si guata. -«Se l’altre volte sì poco ti costa», -rispuoser tutti «il satisfare altrui, -felice te se sì parli a tua posta! -Però, se campi d’esti luoghi bui -e torni a riveder le belle stelle, -quando ti gioverà dicere “I’ fui”, -fa che di noi a la gente favelle». -Indi rupper la rota, e a fuggirsi -ali sembiar le gambe loro isnelle. -Un amen non saria potuto dirsi -tosto così com’ e’ fuoro spariti; -per ch’al maestro parve di partirsi. -Io lo seguiva, e poco eravam iti, -che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino, -che per parlar saremmo a pena uditi. -Come quel fiume c’ha proprio cammino -prima dal Monte Viso ’nver’ levante, -da la sinistra costa d’Apennino, -che si chiama Acquacheta suso, avante -che si divalli giù nel basso letto, -e a Forlì di quel nome è vacante, -rimbomba là sovra San Benedetto -de l’Alpe per cadere ad una scesa -ove dovea per mille esser recetto; -così, giù d’una ripa discoscesa, -trovammo risonar quell’acqua tinta, -sì che ’n poc’ ora avria l’orecchia offesa. -Io avea una corda intorno cinta, -e con essa pensai alcuna volta -prender la lonza a la pelle dipinta. -Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta, -sì come ’l duca m’avea comandato, -porsila a lui aggroppata e ravvolta. -Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato, -e alquanto di lunge da la sponda -la gittò giuso in quell’ alto burrato. -‘ E’ pur convien che novità risponda’, -dicea fra me medesmo, ‘al novo cenno -che ’l maestro con l’occhio sì seconda’ . -Ahi quanto cauti li uomini esser dienno -presso a color che non veggion pur l’ovra, -ma per entro i pensier miran col senno! -El disse a me: «Tosto verrà di sovra -ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna: -tosto convien ch’al tuo viso si scovra». -Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna -de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote, -però che sanza colpa fa vergogna; -ma qui tacer nol posso; e per le note -di questa comedìa, lettor, ti giuro, -s’elle non sien di lunga grazia vòte, -ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro -venir notando una figura in suso, -maravigliosa ad ogne cor sicuro, -sì come torna colui che va giuso -talora a solver l’àncora ch’aggrappa -o scoglio o altro che nel mare è chiuso, -che ’n sù si stende e da piè si rattrappa. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-17 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-17 deleted file mode 100644 index f9adf34..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-17 +++ /dev/null @@ -1,136 +0,0 @@ -«Ecco la fiera con la coda aguzza, -che passa i monti, e rompe i muri e l’armi! -Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!». -Sì cominciò lo mio duca a parlarmi; -e accennolle che venisse a proda -vicino al fin d’ i passeggiati marmi. -E quella sozza imagine di froda -sen venne, e arrivò la testa e ’l busto, -ma ’n su la riva non trasse la coda. -La faccia sua era faccia d’ uom giusto, -tanto benigna avea di fuor la pelle, -e d’un serpente tutto l’altro fusto; -due branche avea pilose insin l’ascelle; -lo dosso e ’l petto e ambedue le coste -dipinti avea di nodi e di rotelle. -Con più color, sommesse e sovraposte -non fer mai drappi Tartari né Turchi, -né fuor tai tele per Aragne imposte. -Come talvolta stanno a riva i burchi, -che parte sono in acqua e parte in terra, -e come là tra li Tedeschi lurchi -lo bivero s’assetta a far sua guerra, -così la fiera pessima si stava -su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra. -Nel vano tutta sua coda guizzava, -torcendo in sù la venenosa forca -ch’ a guisa di scorpion la punta armava. -Lo duca disse: «Or convien che si torca -la nostra via un poco insino a quella -bestia malvagia che colà si corca». -Però scendemmo a la destra mammella, -e diece passi femmo in su lo stremo, -per ben cessar la rena e la fiammella. -E quando noi a lei venuti semo, -poco più oltre veggio in su la rena -gente seder propinqua al loco scemo. -Quivi ’l maestro «Acciò che tutta piena -esperïenza d’esto giron porti», -mi disse, «va, e vedi la lor mena. -Li tuoi ragionamenti sian là corti; -mentre che torni, parlerò con questa, -che ne conceda i suoi omeri forti». -Così ancor su per la strema testa -di quel settimo cerchio tutto solo -andai, dove sedea la gente mesta. -Per li occhi fora scoppiava lor duolo; - di qua, di là soccorrien con le mani -quando a’ vapori, e quando al caldo suolo: -non altrimenti fan di state i cani -or col ceffo, or col piè, quando son morsi -o da pulci o da mosche o da tafani. -Poi che nel viso a certi li occhi porsi, -ne’ quali ’l doloroso foco casca, -non ne conobbi alcun; ma io m’ accorsi -che dal collo a ciascun pendea una tasca -ch’avea certo colore e certo segno, -e quindi par che ’l loro occhio si pasca. -E com’ io riguardando tra lor vegno, -in una borsa gialla vidi azzurro -che d’ un leone avea faccia e contegno. -Poi, procedendo di mio sguardo il curro, -vidine un’ altra come sangue rossa, -mostrando un’oca bianca più che burro. -E un che d’una scrofa azzurra e grossa -segnato avea lo suo sacchetto bianco, -mi disse: «Che fai tu in questa fossa? -Or te ne va; e perché se’ vivo anco, -sappi che ’l mio vicin Vitaliano -sederà qui dal mio sinistro fianco. -Con questi Fiorentin son padoano: -spesse fïate mi ’ntronan li orecchi -gridando: “Vegna ’l cavalier sovrano, -che recherà la tasca con tre becchi!”». -Qui distorse la bocca e di fuor trasse -la lingua, come bue che ’l naso lecchi. -E io, temendo no ’l più star crucciasse -lui che di poco star m’ avea ’mmonito, -torna’ mi in dietro da l’ anime lasse. -Trova’ il duca mio ch’era salito -già su la groppa del fiero animale, -e disse a me: «Or sie forte e ardito. -Omai si scende per sì fatte scale; -monta dinanzi, ch’ i’ voglio esser mezzo, -sì che la coda non possa far male». -Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo -de la quartana, c’ha già l’unghie smorte, -e triema tutto pur guardando ’l rezzo, -tal divenn’ io a le parole porte; -ma vergogna mi fé le sue minacce, -che innanzi a buon segnor fa servo forte. -I’ m’assettai in su quelle spallacce; -sì volli dir, ma la voce non venne -com’ io credetti: ‘ Fa che tu m’ abbracce’ . -Ma esso, ch’ altra volta mi sovvenne -ad altro forse, tosto ch’ i’ montai -con le braccia m’ avvinse e mi sostenne; -e disse: «Gerïon, moviti omai: -le rote larghe, e lo scender sia poco: -pensa la nova soma che tu hai». -Come la navicella esce di loco -in dietro in dietro, sì quindi si tolse; -e poi ch’al tutto si sentì a gioco, -là ’v’ era ’l petto, la coda rivolse, -e quella tesa, come anguilla, mosse, -e con le branche l’aere a sé raccolse. -Maggior paura non credo che fosse -quando Fetonte abbandonò li freni, -per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse; -né quando Icaro misero le reni -sentì spennar per la scaldata cera, -gridando il padre a lui «Mala via tieni!», -che fu la mia, quando vidi ch’ i’ era -ne l’aere d’ ogne parte, e vidi spenta -ogne veduta fuor che de la fera. -Ella sen va notando lenta lenta: -rota e discende, ma non me n’ accorgo -se non che al viso e di sotto mi venta. -Io sentia già da la man destra il gorgo -far sotto noi un orribile scroscio, -per che con li occhi ’n giù la testa sporgo. -Allor fu’ io più timido a lo stoscio, -però ch’ i’ vidi fuochi e senti’ pianti; -ond’ io tremando tutto mi raccoscio. -E vidi poi, ché nol vedea davanti, -lo scendere e ’l girar per li gran mali -che s’appressavan da diversi canti. -Come ’l falcon ch’ è stato assai su l’ ali, -che sanza veder logoro o uccello -fa dire al falconiere «Omè, tu cali!», -discende lasso onde si move isnello, -per cento rote, e da lunge si pone -dal suo maestro, disdegnoso e fello; -così ne puose al fondo Gerione -al piè al piè de la stagliata rocca, -e, discarcate le nostre persone, -si dileguò come da corda cocca. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-18 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-18 deleted file mode 100644 index e6f96fa..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-18 +++ /dev/null @@ -1,136 +0,0 @@ -Luogo è in inferno detto Malebolge, -tutto di pietra di color ferrigno, -come la cerchia che dintorno il volge. -Nel dritto mezzo del campo maligno -vaneggia un pozzo assai largo e profondo, -di cui suo loco dicerò l’ordigno. -Quel cinghio che rimane adunque è tondo -tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura, -e ha distinto in dieci valli il fondo. -Quale, dove per guardia de le mura -più e più fossi cingon li castelli, -la parte dove son rende figura, -tale imagine quivi facean quelli; -e come a tai fortezze da’ lor sogli -a la ripa di fuor son ponticelli, -così da imo de la roccia scogli -movien che ricidien li argini e ’ fossi -infino al pozzo che i tronca e raccogli. -In questo luogo, de la schiena scossi -di Gerïon, trovammoci; e ’l poeta -tenne a sinistra, e io dietro mi mossi. -A la man destra vidi nova pieta, -novo tormento e novi frustatori, -di che la prima bolgia era repleta. -Nel fondo erano ignudi i peccatori; -dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto, -di là con noi, ma con passi maggiori, -come i Roman per l’essercito molto, -l’anno del giubileo, su per lo ponte -hanno a passar la gente modo colto, -che da l’un lato tutti hanno la fronte -verso ’l castello e vanno a Santo Pietro, -da l’altra sponda vanno verso ’l monte. -Di qua, di là, su per lo sasso tetro -vidi demon cornuti con gran ferze, -che li battien crudelmente di retro. -Ahi come facean lor levar le berze -a le prime percosse! già nessuno -le seconde aspettava né le terze. -Mentr’ io andava, li occhi miei in uno -furo scontrati; e io sì tosto dissi: -«Già di veder costui non son digiuno». -Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi; -e ’l dolce duca meco si ristette, -e assentio ch’alquanto in dietro gissi. -E quel frustato celar si credette -bassando ’l viso; ma poco li valse, -ch’io dissi: «O tu che l’occhio a terra gette, -se le fazion che porti non son false, -Venedico se’ tu Caccianemico. -Ma che ti mena a sì pungenti salse?». -Ed elli a me: «Mal volentier lo dico; -ma sforzami la tua chiara favella, -che mi fa sovvenir del mondo antico. -I’ fui colui che la Ghisolabella -condussi a far la voglia del marchese, -come che suoni la sconcia novella. -E non pur io qui piango bolognese; -anzi n’è questo luogo tanto pieno, -che tante lingue non son ora apprese -a dicer ‘sipa’ tra Sàvena e Reno; -e se di ciò vuoi fede o testimonio, -rècati a mente il nostro avaro seno». -Così parlando il percosse un demonio -de la sua scurïada, e disse: «Via, -ruffian! qui non son femmine da conio». -I’ mi raggiunsi con la scorta mia; -poscia con pochi passi divenimmo -là ’v’ uno scoglio de la ripa uscia. -Assai leggeramente quel salimmo; -e vòlti a destra su per la sua scheggia, -da quelle cerchie etterne ci partimmo. -Quando noi fummo là dov’ el vaneggia -di sotto per dar passo a li sferzati, -lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia -lo viso in te di quest’ altri mal nati, -ai quali ancor non vedesti la faccia -però che son con noi insieme andati». -Del vecchio ponte guardavam la traccia -che venìa verso noi da l’ altra banda, -e che la ferza similmente scaccia. -E ’l buon maestro, sanza mia dimanda, -mi disse: «Guarda quel grande che vene, -e per dolor non par lagrime spanda: -quanto aspetto reale ancor ritene! -Quelli è Iasón, che per cuore e per senno -li Colchi del monton privati féne. -Ello passò per l’isola di Lenno, -poi che l’ardite femmine spietate -tutti li maschi loro a morte dienno. -Ivi con segni e con parole ornate -Isifile ingannò, la giovinetta -che prima avea tutte l’ altre ingannate. -Lasciolla quivi, gravida, soletta; -tal colpa a tal martiro lui condanna; -e anche di Medea si fa vendetta. -Con lui sen va chi da tal parte inganna: -e questo basti de la prima valle -sapere e di color che ’n sé assanna». -Già eravam là ’ve lo stretto calle -con l’ argine secondo s’incrocicchia, -e fa di quello ad un altr’ arco spalle. -Quindi sentimmo gente che si nicchia -ne l’altra bolgia e che col muso scuffa, -e sé medesma con le palme picchia. -Le ripe eran grommate d’una muffa, -per l’alito di giù che vi s’appasta, -che con li occhi e col naso facea zuffa. -Lo fondo è cupo sì, che non ci basta -loco a veder sanza montare al dosso -de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta. -Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso -vidi gente attuffata in uno sterco -che da li uman privadi parea mosso. -E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco, -vidi un col capo sì di merda lordo, -che non parëa s’era laico o cherco. -Quei mi sgridò: «Perché se’ tu sì gordo -di riguardar più me che li altri brutti?». -E io a lui: «Perché, se ben ricordo, -già t’ho veduto coi capelli asciutti, -e se’ Alessio Interminei da Lucca: -però t’adocchio più che li altri tutti». -Ed elli allor, battendosi la zucca: -«Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe -ond’io non ebbi mai la lingua stucca». -Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe», -mi disse «il viso un poco più avante, -sì che la faccia ben con l’occhio attinghe -di quella sozza e scapigliata fante -che là si graffia con l’unghie merdose, -e or s’accoscia e ora è in piedi stante. -Taïde è, la puttana che rispuose -al drudo suo quando disse “Ho io grazie -grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”. -E quinci sien le nostre viste sazie». diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-19 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-19 deleted file mode 100644 index f319039..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-19 +++ /dev/null @@ -1,133 +0,0 @@ -O Simon mago, o miseri seguaci -che le cose di Dio, che di bontate -deon essere spose, e voi rapaci -per oro e per argento avolterate, -or convien che per voi suoni la tromba, -però che ne la terza bolgia state. -Già eravamo, a la seguente tomba, -montati de lo scoglio in quella parte -ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba. -O somma sapïenza, quanta è l’arte -che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo, -e quanto giusto tua virtù comparte! -Io vidi per le coste e per lo fondo -piena la pietra livida di fóri, -d’un largo tutti e ciascun era tondo. -Non mi parean men ampi né maggiori -che que’ che son nel mio bel San Giovanni, -fatti per loco d’i battezzatori; -l’un de li quali, ancor non è molt’ anni, -rupp’ io per un che dentro v’annegava: -e questo sia suggel ch’ogn’omo sganni. -Fuor de la bocca a ciascun soperchiava -d’un peccator li piedi e de le gambe -infino al grosso, e l’altro dentro stava. -Le piante erano a tutti accese intrambe; -per che sì forte guizzavan le giunte, -che spezzate averien ritorte e strambe. -Qual suole il fiammeggiar de le cose unte -muoversi pur su per la strema buccia, -tal era lì dai calcagni a le punte. -«Chi è colui, maestro, che si cruccia -guizzando più che li altri suoi consorti», -diss’ io, «e cui più roggia fiamma succia?». -Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti -là giù per quella ripa che più giace, -da lui saprai di sé e de’ suoi torti». -E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace: -tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto -dal tuo volere, e sai quel che si tace». -Allor venimmo in su l’argine quarto; -volgemmo e discendemmo a mano stanca -là giù nel fondo foracchiato e arto. -Lo buon maestro ancor de la sua anca -non mi dipuose, sì mi giunse al rotto -di quel che si piangeva con la zanca. -«O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto, -anima trista come pal commessa», -comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto». -Io stava come ’l frate che confessa -lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto, -richiama lui per che la morte cessa. -Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto, -se’ tu già costì ritto, Bonifazio? -Di parecchi anni mi mentì lo scritto. -Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio -per lo qual non temesti tòrre a ’nganno -la bella donna, e poi di farne strazio?». -Tal mi fec’ io, quai son color che stanno, -per non intender ciò ch’è lor risposto, -quasi scornati, e risponder non sanno. -Allor Virgilio disse: «Dilli tosto: -“Non son colui, non son colui che credi”»; -e io rispuosi come a me fu imposto. -Per che lo spirto tutti storse i piedi; -poi, sospirando e con voce di pianto, -mi disse: «Dunque che a me richiedi? -Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto, -che tu abbi però la ripa corsa, -sappi ch’i’ fui vestito del gran manto; -e veramente fui figliuol de l’orsa, -cupido sì per avanzar li orsatti, -che sù l’avere e qui me misi in borsa. -Di sotto al capo mio son li altri tratti -che precedetter me simoneggiando, -per le fessure de la pietra piatti. -Là giù cascherò io altresì quando -verrà colui ch’i’ credea che tu fossi, -allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando. -Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi -e ch’i’ son stato così sottosopra, -ch’el non starà piantato coi piè rossi: -ché dopo lui verrà di più laida opra, -di ver’ ponente, un pastor sanza legge, -tal che convien che lui e me ricuopra. -Nuovo Iasón sarà, di cui si legge -ne’ Maccabei; e come a quel fu molle -suo re, così fia lui chi Francia regge». -Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle, -ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro: -«Deh, or mi dì: quanto tesoro volle -Nostro Segnore in prima da san Pietro -ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa? -Certo non chiese se non “Viemmi retro”. -Né Pier né li altri tolsero a Matia -oro od argento, quando fu sortito -al loco che perdé l’anima ria. -Però ti sta, ché tu se’ ben punito; -e guarda ben la mal tolta moneta -ch’esser ti fece contra Carlo ardito. -E se non fosse ch’ancor lo mi vieta -la reverenza de le somme chiavi -che tu tenesti ne la vita lieta, -io userei parole ancor più gravi; -ché la vostra avarizia il mondo attrista, -calcando i buoni e sollevando i pravi. -Di voi pastor s’accorse il Vangelista, -quando colei che siede sopra l’acque -puttaneggiar coi regi a lui fu vista; -quella che con le sette teste nacque, -e da le diece corna ebbe argomento, -fin che virtute al suo marito piacque. -Fatto v’avete dio d’oro e d’argento; -e che altro è da voi a l’idolatre, -se non ch’elli uno, e voi ne orate cento? -Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, -non la tua conversion, ma quella dote -che da te prese il primo ricco patre!». -E mentr’ io li cantava cotai note, -o ira o coscïenza che ’l mordesse, -forte spingava con ambo le piote. -I’ credo ben ch’al mio duca piacesse, -con sì contenta labbia sempre attese -lo suon de le parole vere espresse. -Però con ambo le braccia mi prese; -e poi che tutto su mi s’ebbe al petto, -rimontò per la via onde discese. -Né si stancò d’avermi a sé distretto, -sì men portò sovra ’l colmo de l’arco -che dal quarto al quinto argine è tragetto. -Quivi soavemente spuose il carco, -soave per lo scoglio sconcio ed erto -che sarebbe a le capre duro varco. -Indi un altro vallon mi fu scoperto. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-2 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-2 deleted file mode 100644 index 4af5d6d..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-2 +++ /dev/null @@ -1,142 +0,0 @@ -Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno -toglieva li animai che sono in terra -da le fatiche loro; e io sol uno -m’apparecchiava a sostener la guerra -sì del cammino e sì de la pietate, -che ritrarrà la mente che non erra. -O muse, o alto ingegno, or m’aiutate; -o mente che scrivesti ciò ch’io vidi, -qui si parrà la tua nobilitate. -Io cominciai: «Poeta che mi guidi, -guarda la mia virtù s’ell’ è possente, -prima ch’a l’alto passo tu mi fidi. -Tu dici che di Silvïo il parente, -corruttibile ancora, ad immortale -secolo andò, e fu sensibilmente. -Però, se l’avversario d’ogne male -cortese i fu, pensando l’alto effetto -ch’uscir dovea di lui e ’l chi e ’l quale -non pare indegno ad omo d’intelletto; -ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero -ne l’empireo ciel per padre eletto: -la quale e ’l quale, a voler dir lo vero, -fu stabilita per lo loco santo -u’ siede il successor del maggior Piero. -Per quest’ andata onde li dai tu vanto, -intese cose che furon cagione -di sua vittoria e del papale ammanto. -Andovvi poi lo Vas d’elezïone, -per recarne conforto a quella fede -ch’è principio a la via di salvazione. -Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede? -Io non Enëa, io non Paulo sono; -me degno a ciò né io né altri ’l crede. -Per che, se del venire io m’abbandono, -temo che la venuta non sia folle. -Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono». -E qual è quei che disvuol ciò che volle -e per novi pensier cangia proposta, -sì che dal cominciar tutto si tolle, -tal mi fec’ ïo ’n quella oscura costa, -perché, pensando, consumai la ’mpresa -che fu nel cominciar cotanto tosta. -«S’i’ ho ben la parola tua intesa», -rispuose del magnanimo quell’ ombra; -«l’anima tua è da viltade offesa; -la qual molte fïate l’ omo ingombra -sì che d’onrata impresa lo rivolve, -come falso veder bestia quand’ ombra. -Da questa tema acciò che tu ti solve, -dirotti perch’ io venni e quel ch’io ’ntesi -nel primo punto che di te mi dolve. -Io era tra color che son sospesi, -e donna mi chiamò beata e bella, -tal che di comandare io la richiesi. -Lucevan li occhi suoi più che la stella; -e cominciommi a dir soave e piana, -con angelica voce, in sua favella: -“O anima cortese mantoana, -di cui la fama ancor nel mondo dura, -e durerà quanto ’l mondo lontana, -l’amico mio, e non de la ventura, -ne la diserta piaggia è impedito -sì nel cammin, che volt’ è per paura; -e temo che non sia già sì smarrito, -ch’io mi sia tardi al soccorso levata, -per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito. -Or movi, e con la tua parola ornata -e con ciò c’ha mestieri al suo campare, -l’aiuta, sì ch’i’ ne sia consolata. -I’ son Beatrice che ti faccio andare; -vegno del loco ove tornar disio; -amor mi mosse, che mi fa parlare. -Quando sarò dinanzi al segnor mio, -di te mi loderò sovente a lui”. -Tacette allora, e poi comincia’ io: -“O donna di virtù, sola per cui -l’umana spezie eccede ogne contento -di quel ciel c’ha minor li cerchi sui, -tanto m’aggrada il tuo comandamento, -che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi; -più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento. -Ma dimmi la cagion che non ti guardi -de lo scender qua giuso in questo centro -de l’ampio loco ove tornar tu ardi”. -“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro, -dirotti brievemente”, mi rispuose, -“perch’ i’ non temo di venir qua entro. -Temer si dee di sole quelle cose -c’hanno potenza di fare altrui male; -de l’altre no, ché non son paurose. -I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale, -che la vostra miseria non mi tange, -né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale. -Donna è gentil nel ciel che si compiange -di questo ’mpedimento ov’ io ti mando, -sì che duro giudicio là sù frange. -Questa chiese Lucia in suo dimando -e disse: — Or ha bisogno il tuo fedele -di te, e io a te lo raccomando -. -Lucia, nimica di ciascun crudele, -si mosse, e venne al loco dov’ i’ era, -che mi sedea con l’antica Rachele. -Disse: — Beatrice, loda di Dio vera, -ché non soccorri quei che t’amò tanto, -ch’uscì per te de la volgare schiera? - Non odi tu la pieta del suo pianto, -non vedi tu la morte che ’l combatte -su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? -. -Al mondo non fur mai persone ratte -a far lor pro o a fuggir lor danno, -com’ io, dopo cotai parole fatte, -venni qua giù del mio beato scanno, -fidandomi del tuo parlare onesto, -ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”. -Poscia che m’ebbe ragionato questo, -li occhi lucenti lacrimando volse, -per che mi fece del venir più presto. - E venni a te così com’ ella volse; -d’inanzi a quella fiera ti levai -che del bel monte il corto andar ti tolse. -Dunque: che è? perché, perché restai, -perché tanta viltà nel core allette, -perché ardire e franchezza non hai, -poscia che tai tre donne benedette -curan di te ne la corte del cielo, -e ‘l mio parlar tanto ben ti promette?». -Quali fioretti dal notturno gelo -chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca -si drizzan tutti aperti in loro stelo, -tal mi fec’ io di mia virtude stanca, -e tanto buono ardire al cor mi corse, -ch’i’ cominciai come persona franca: -«Oh pietosa colei che mi soccorse! -e te cortese ch’ubidisti tosto -a le vere parole che ti porse! -Tu m’hai con disiderio il cor disposto -sì al venir con le parole tue, -ch’i’ son tornato nel primo proposto. -Or va, ch’un sol volere è d’ambedue: -tu duca, tu segnore, e tu maestro». -Così li dissi; e poi che mosso fue, -intrai per lo cammino alto e silvestro. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-20 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-20 deleted file mode 100644 index 6f9cdad..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-20 +++ /dev/null @@ -1,130 +0,0 @@ -Di nova pena mi conven far versi -e dar matera al ventesimo canto -de la prima canzon ch’è d’i sommersi. -Io era già disposto tutto quanto -a riguardar ne lo scoperto fondo, -che si bagnava d’angoscioso pianto; -e vidi gente per lo vallon tondo -venir, tacendo e lagrimando, al passo -che fanno le letane in questo mondo. -Come ’l viso mi scese in lor più basso, -mirabilmente apparve esser travolto -ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso; -ché da le reni era tornato ’l volto, -e in dietro venir li convenia, -perché ’l veder dinanzi era lor tolto. -Forse per forza già di parlasia -si travolse così alcun del tutto; -ma io nol vidi, né credo che sia. -Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto -di tua lezione, or pensa per te stesso -com’ io potea tener lo viso asciutto, -quando la nostra imagine di presso -vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi -le natiche bagnava per lo fesso. -Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi -del duro scoglio, sì che la mia scorta -mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi? -Qui vive la pietà quand’ è ben morta; -chi è più scellerato che colui -che al giudicio divin passion comporta? -Drizza la testa, drizza, e vedi a cui -s’aperse a li occhi d’i Teban la terra; -per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui, -Anfïarao? perché lasci la guerra?”. -E non restò di ruinare a valle -fino a Minòs che ciascheduno afferra. -Mira c’ha fatto petto de le spalle: -perché volle veder troppo davante, -di retro guarda e fa retroso calle. -Vedi Tiresia, che mutò sembiante -quando di maschio femmina divenne -cangiandosi le membra tutte quante; -e prima, poi, ribatter li convenne -li duo serpenti avvolti, con la verga, -che riavesse le maschili penne. -Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga, -che ne’ monti di Luni, dove ronca -lo Carrarese che di sotto alberga, -ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca -per sua dimora; onde a guardar le stelle -e ’l mar no li era la veduta tronca. -E quella che ricuopre le mammelle, -che tu non vedi, con le trecce sciolte, -e ha di là ogne pilosa pelle, -Manto fu, che cercò per terre molte; -poscia si puose là dove nacqu’ io; -onde un poco mi piace che m’ascolte. -Poscia che ’l padre suo di vita uscìo -e venne serva la città di Baco, -questa gran tempo per lo mondo gio. -Suso in Italia bella giace un laco, -a piè de l’Alpe che serra Lamagna -sovra Tiralli, c’ha nome Benaco. -Per mille fonti, credo, e più si bagna -tra Garda e Val Camonica e Pennino -de l’acqua che nel detto laco stagna. -Loco è nel mezzo là dove ’l trentino -pastore e quel di Brescia e ’l veronese -segnar poria, s’e’ fesse quel cammino. -Siede Peschiera, bello e forte arnese -da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, -ove la riva ’ntorno più discese. -Ivi convien che tutto quanto caschi -ciò che ’n grembo a Benaco star non può, -e fassi fiume giù per verdi paschi. -Tosto che l’acqua a correr mette co, -non più Benaco, ma Mencio si chiama -fino a Governol, dove cade in Po. -Non molto ha corso, ch’el trova una lama, -ne la qual si distende e la ’mpaluda; -e suol di state talor essere grama. -Quindi passando la vergine cruda -vide terra, nel mezzo del pantano, -sanza coltura e d’abitanti nuda. -Lì, per fuggire ogne consorzio umano, -ristette con suoi servi a far sue arti, -e visse, e vi lasciò suo corpo vano. -Li uomini poi che ’ntorno erano sparti -s’accolsero a quel loco, ch’era forte -per lo pantan ch’avea da tutte parti. -Fer la città sovra quell’ ossa morte; -e per colei che ’l loco prima elesse, -Mantüa l’appellar sanz’ altra sorte. -Già fuor le genti sue dentro più spesse, -prima che la mattia da Casalodi -da Pinamonte inganno ricevesse. -Però t’assenno che, se tu mai odi -originar la mia terra altrimenti, -la verità nulla menzogna frodi». -E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti -mi son sì certi e prendon sì mia fede, -che li altri mi sarien carboni spenti. -Ma dimmi, de la gente che procede, -se tu ne vedi alcun degno di nota; -ché solo a ciò la mia mente rifiede». -Allor mi disse: «Quel che da la gota -porge la barba in su le spalle brune, -fu — quando Grecia fu di maschi vòta, -sì ch’a pena rimaser per le cune — -augure, e diede ’l punto con Calcanta -in Aulide a tagliar la prima fune. -Euripilo ebbe nome, e così ’l canta -l’alta mia tragedìa in alcun loco: -ben lo sai tu che la sai tutta quanta. -Quell’ altro che ne’ fianchi è così poco, -Michele Scotto fu, che veramente -de le magiche frode seppe ’l gioco. -Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente, -ch’avere inteso al cuoio e a lo spago -ora vorrebbe, ma tardi si pente. -Vedi le triste che lasciaron l’ago, -la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine; -fecer malie con erbe e con imago. -Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine -d’amendue li emisperi e tocca l’onda -sotto Sobilia Caino e le spine; -e già iernotte fu la luna tonda: -ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque -alcuna volta per la selva fonda». -Sì mi parlava, e andavamo introcque. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-21 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-21 deleted file mode 100644 index 3939069..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-21 +++ /dev/null @@ -1,139 +0,0 @@ -Così di ponte in ponte, altro parlando -che la mia comedìa cantar non cura, -venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando -restammo per veder l’altra fessura -di Malebolge e li altri pianti vani; -e vidila mirabilmente oscura. -Quale ne l’arzanà de’ Viniziani -bolle l’inverno la tenace pece -a rimpalmare i legni lor non sani, -ché navicar non ponno — in quella vece -chi fa suo legno novo e chi ristoppa -le coste a quel che più vïaggi fece; -chi ribatte da proda e chi da poppa; -altri fa remi e altri volge sarte; -chi terzeruolo e artimon rintoppa -: -tal, non per foco, ma per divin’ arte, -bollia là giuso una pegola spessa, -che ’nviscava la ripa d’ogne parte. -I’ vedea lei, ma non vedëa in essa -mai che le bolle che ’l bollor levava, -e gonfiar tutta, e riseder compressa. -Mentr’ io là giù fisamente mirava, -lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!», -mi trasse a sé del loco dov’ io stava. -Allor mi volsi come l’uom cui tarda -di veder quel che li convien fuggire -e cui paura sùbita sgagliarda, -che, per veder, non indugia ’l partire: -e vidi dietro a noi un diavol nero -correndo su per lo scoglio venire. -Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero! -e quanto mi parea ne l’atto acerbo, -con l’ali aperte e sovra i piè leggero! -L’omero suo, ch’era aguto e superbo, -carcava un peccator con ambo l’anche, -e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo. -Del nostro ponte disse: «O Malebranche, -ecco un de li anzïan di Santa Zita! -Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche -a quella terra che n’è ben fornita: -ogn’ uom v’è barattier, fuor che Bonturo; -del no, per li denar vi si fa ita». -Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro -si volse; e mai non fu mastino sciolto -con tanta fretta a seguitar lo furo. -Quel s’attuffò, e tornò sù convolto; -ma i demon che del ponte avean coperchio, -gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto: -qui si nuota altrimenti che nel Serchio! -Però, se tu non vuo’ di nostri graffi, -non far sopra la pegola soverchio». -Poi l’addentar con più di cento raffi, -disser: «Coverto convien che qui balli, -sì che, se puoi, nascosamente accaffi». -Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli -fanno attuffare in mezzo la caldaia -la carne con li uncin, perché non galli. -Lo buon maestro «Acciò che non si paia -che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta -dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia; -e per nulla offension che mi sia fatta, -non temer tu, ch’i’ ho le cose conte, -perch’ altra volta fui a tal baratta». -Poscia passò di là dal co del ponte; -e com’ el giunse in su la ripa sesta, -mestier li fu d’aver sicura fronte. -Con quel furore e con quella tempesta -ch’escono i cani a dosso al poverello -che di sùbito chiede ove s’arresta, -usciron quei di sotto al ponticello, -e volser contra lui tutt’ i runcigli; -ma el gridò: «Nessun di voi sia fello! -Innanzi che l’uncin vostro mi pigli, -traggasi avante l’un di voi che m’oda, -e poi d’arruncigliarmi si consigli». -Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»; -per ch’un si mosse — e li altri stetter fermi — -e venne a lui dicendo: «Che li approda?». -«Credi tu, Malacoda, qui vedermi -esser venuto», disse ’l mio maestro, -«sicuro già da tutti vostri schermi, -sanza voler divino e fato destro? -Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto -ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro». -Allor li fu l’orgoglio sì caduto, -ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi, -e disse a li altri: «Omai non sia feruto». -E ’l duca mio a me: «O tu che siedi -tra li scheggion del ponte quatto quatto, -sicuramente omai a me ti riedi». -Per ch’io mi mossi, e a lui venni ratto; -e i diavoli si fecer tutti avanti, -sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto; -così vid’ ïo già temer li fanti -ch’uscivan patteggiati di Caprona, -veggendo sé tra nemici cotanti. -I’ m’accostai con tutta la persona -lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi -da la sembianza lor ch’era non buona. -Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi», -diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?». -E rispondien: «Sì, fa che gliel’ accocchi». -Ma quel demonio che tenea sermone -col duca mio, si volse tutto presto -e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!». -Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo -iscoglio non si può, però che giace -tutto spezzato al fondo l’arco sesto. -E se l’andare avante pur vi piace, -andatevene su per questa grotta; -presso è un altro scoglio che via face. -Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta, -mille dugento con sessanta sei -anni compié che qui la via fu rotta. -Io mando verso là di questi miei -a riguardar s’alcun se ne sciorina; -gite con lor, che non saranno rei». -«Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina», -cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo; -e Barbariccia guidi la decina. -Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo, -Cirïatto sannuto e Graffiacane -e Farfarello e Rubicante pazzo. -Cercate ’ntorno le boglienti pane; -costor sian salvi infino a l’altro scheggio -che tutto intero va sovra le tane». -«Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?», -diss’ io, «deh, sanza scorta andianci soli, -se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio. -Se tu se’ sì accorto come suoli, -non vedi tu ch’e’ digrignan li denti, -e con le ciglia ne minaccian duoli?». -Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi; -lasciali digrignar pur a lor senno, -ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti». -Per l’argine sinistro volta dienno; -ma prima avea ciascun la lingua stretta -coi denti, verso lor duca, per cenno; -ed elli avea del cul fatto trombetta. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-22 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-22 deleted file mode 100644 index fdc19fe..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-22 +++ /dev/null @@ -1,151 +0,0 @@ -Io vidi già cavalier muover campo, -e cominciare stormo e far lor mostra, -e talvolta partir per loro scampo; -corridor vidi per la terra vostra, -o Aretini, e vidi gir gualdane, -fedir torneamenti e correr giostra; -quando con trombe, e quando con campane, -con tamburi e con cenni di castella, -e con cose nostrali e con istrane; -né già con sì diversa cennamella -cavalier vidi muover né pedoni, -né nave a segno di terra o di stella. -Noi andavam con li diece demoni. -Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa -coi santi, e in taverna coi ghiottoni. -Pur a la pegola era la mia ’ntesa, -per veder de la bolgia ogne contegno -e de la gente ch’entro v’era incesa. -Come i dalfini, quando fanno segno -a’ marinar con l’arco de la schiena -che s’argomentin di campar lor legno, -talor così, ad alleggiar la pena, -mostrav’ alcun de’ peccatori ’l dosso -e nascondea in men che non balena. -E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso -stanno i ranocchi pur col muso fuori, -sì che celano i piedi e l’altro grosso, -sì stavan d’ogne parte i peccatori; -ma come s’appressava Barbariccia, -così si ritraén sotto i bollori. -I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia, -uno aspettar così, com’ elli ’ncontra -ch’una rana rimane e l’altra spiccia; -e Graffiacan, che li era più di contra, -li arruncigliò le ’mpegolate chiome -e trassel sù, che mi parve una lontra. -I’ sapea già di tutti quanti ’l nome, -sì li notai quando fuorono eletti, -e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come. -«O Rubicante, fa che tu li metti -li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!», -gridavan tutti insieme i maladetti. -E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi, -che tu sappi chi è lo sciagurato -venuto a man de li avversari suoi». -Lo duca mio li s’accostò allato; -domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose: -«I’ fui del regno di Navarra nato. -Mia madre a servo d’un segnor mi puose, -che m’avea generato d’un ribaldo, -distruggitor di sé e di sue cose. -Poi fui famiglia del buon re Tebaldo; -quivi mi misi a far baratteria, -di ch’io rendo ragione in questo caldo». -E Cirïatto, a cui di bocca uscia -d’ogne parte una sanna come a porco, -li fé sentir come l’una sdruscia. -Tra male gatte era venuto ’l sorco; -ma Barbariccia il chiuse con le braccia -e disse: «State in là, mentr’ io lo ’nforco». -E al maestro mio volse la faccia; -«Domanda», disse, «ancor, se più disii -saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia». -Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii -conosci tu alcun che sia latino -sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii, -poco è, da un che fu di là vicino. -Così foss’ io ancor con lui coperto, -ch’i’ non temerei unghia né uncino!». -E Libicocco «Troppo avem sofferto», -disse; e preseli ’l braccio col runciglio, -sì che, stracciando, ne portò un lacerto. -Draghignazzo anco i volle dar di piglio -giuso a le gambe; onde ’l decurio loro -si volse intorno intorno con mal piglio. -Quand’ elli un poco rappaciati fuoro, -a lui, ch’ancor mirava sua ferita, -domandò ’l duca mio sanza dimoro: -«Chi fu colui da cui mala partita -di’ che facesti per venire a proda?». -Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita, -quel di Gallura, vasel d’ogne froda, -ch’ebbe i nemici di suo donno in mano, -e fé sì lor, che ciascun se ne loda. -Danar si tolse, e lasciolli di piano, -sì com’ e’ dice; e ne li altri offici anche -barattier fu non picciol, ma sovrano. -Usa con esso donno Michel Zanche -di Logodoro; e a dir di Sardigna -le lingue lor non si sentono stanche. -Omè, vedete l’altro che digrigna; -i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello -non s’apparecchi a grattarmi la tigna». -E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello -che stralunava li occhi per fedire, -disse: «Fatti ’n costà, malvagio uccello!». -«Se voi volete vedere o udire», -ricominciò lo spaürato appresso -«Toschi o Lombardi, io ne farò venire; -ma stieno i Malebranche un poco in cesso, -sì ch’ei non teman de le lor vendette; -e io, seggendo in questo loco stesso, -per un ch’io son, ne farò venir sette -quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso -di fare allor che fori alcun si mette». -Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso, -crollando ’l capo, e disse: «Odi malizia -ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!». -Ond’ ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia, -rispuose: «Malizioso son io troppo, -quand’ io procuro a’ mia maggior trestizia». -Alichin non si tenne e, di rintoppo -a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali, -io non ti verrò dietro di gualoppo, -ma batterò sovra la pece l’ali. -Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo, -a veder se tu sol più di noi vali». -O tu che leggi, udirai nuovo ludo: -ciascun da l’altra costa li occhi volse, -quel prima, ch’a ciò fare era più crudo. -Lo Navarrese ben suo tempo colse; -fermò le piante a terra, e in un punto -saltò e dal proposto lor si sciolse. -Di che ciascun di colpa fu compunto, -ma quei più che cagion fu del difetto; -però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!». -Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto -non potevo avanzar; quelli andò sotto, -e quei drizzò volando suso il petto: -non altrimenti l’anitra di botto, -quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa, -ed ei ritorna sù crucciato e rotto. -Irato Calcabrina de la buffa, -volando dietro li tenne, invaghito -che quei campasse per aver la zuffa; -e come ’l barattier fu disparito, -così volse li artigli al suo compagno, -e fu con lui sopra ’l fosso ghermito. -Ma l’altro fu bene sparvier grifagno -ad artigliar ben lui, e amendue -cadder nel mezzo del bogliente stagno. -Lo caldo sghermitor sùbito fue; -ma però di levarsi era neente, -sì avieno inviscate l’ali sue. -Barbariccia, con li altri suoi dolente, -quattro ne fé volar da l’altra costa -con tutt’ i raffi, e assai prestamente -di qua, di là discesero a la posta; -porser li uncini verso li ’mpaniati, -ch’eran già cotti dentro da la crosta. - E noi lasciammo lor così ’mpacciati. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-23 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-23 deleted file mode 100644 index bb0b0e2..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-23 +++ /dev/null @@ -1,148 +0,0 @@ -Taciti, soli, sanza compagnia -n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo, -come frati minor vanno per via. -Vòlt’ era in su la favola d’Isopo -lo mio pensier per la presente rissa, -dov’ el parlò de la rana e del topo; -ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’ -che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia -principio e fine con la mente fissa. -E come l’un pensier de l’altro scoppia, -così nacque di quello un altro poi, -che la prima paura mi fé doppia. -Io pensava così: ‘Questi per noi -sono scherniti con danno e con beffa -sì fatta, ch’assai credo che lor nòi. -Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa, -ei ne verranno dietro più crudeli -che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’ . -Già mi sentia tutti arricciar li peli -de la paura e stava in dietro intento, -quand’ io dissi: «Maestro, se non celi -te e me tostamente, i’ ho pavento -d’i Malebranche. Noi li avem già dietro; -io li ’magino sì, che già li sento». -E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro, -l’imagine di fuor tua non trarrei -più tosto a me, che quella dentro ’mpetro. -Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei, -con simile atto e con simile faccia, -sì che d’intrambi un sol consiglio fei. -S’elli è che sì la destra costa giaccia, -che noi possiam ne l’altra bolgia scendere, -noi fuggirem l’imaginata caccia». -Già non compié di tal consiglio rendere, -ch’io li vidi venir con l’ali tese -non molto lungi, per volerne prendere. -Lo duca mio di sùbito mi prese, -come la madre ch’al romore è desta -e vede presso a sé le fiamme accese, -che prende il figlio e fugge e non s’arresta, -avendo più di lui che di sé cura, -tanto che solo una camiscia vesta; -e giù dal collo de la ripa dura -supin si diede a la pendente roccia, -che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura. -Non corse mai sì tosto acqua per doccia -a volger ruota di molin terragno, -quand’ ella più verso le pale approccia, -come ’l maestro mio per quel vivagno, -portandosene me sovra ’l suo petto, -come suo figlio, non come compagno. -A pena fuoro i piè suoi giunti al letto -del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle -sovresso noi; ma non lì era sospetto: -ché l’alta provedenza che lor volle -porre ministri de la fossa quinta, -poder di partirs’ indi a tutti tolle. -Là giù trovammo una gente dipinta -che giva intorno assai con lenti passi, -piangendo e nel sembiante stanca e vinta. -Elli avean cappe con cappucci bassi -dinanzi a li occhi, fatte de la taglia -che in Clugnì per li monaci fassi. -Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia; -ma dentro tutte piombo, e gravi tanto, -che Federigo le mettea di paglia. -Oh in etterno faticoso manto! -Noi ci volgemmo ancor pur a man manca -con loro insieme, intenti al tristo pianto; -ma per lo peso quella gente stanca -venìa sì pian, che noi eravam nuovi -di compagnia ad ogne mover d’anca. -Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi -alcun ch’al fatto o al nome si conosca, -e li occhi, sì andando, intorno movi». -E un che ’ntese la parola tosca, -di retro a noi gridò: «Tenete i piedi, -voi che correte sì per l’aura fosca! -Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi». -Onde ’l duca si volse e disse: «Aspetta, -e poi secondo il suo passo procedi». -Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta -de l’animo, col viso, d’esser meco; -ma tardavali ’l carco e la via stretta. -Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco -mi rimiraron sanza far parola; -poi si volsero in sé, e dicean seco: -«Costui par vivo a l’atto de la gola; -e s’e’ son morti, per qual privilegio -vanno scoperti de la grave stola?». -Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio -de l’ipocriti tristi se’ venuto, -dir chi tu se’ non avere in dispregio». -E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto -sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa, -e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto. -Ma voi chi siete, a cui tanto distilla -quant’ i’ veggio dolor giù per le guance? -e che pena è in voi che sì sfavilla?». -E l’un rispuose a me: «Le cappe rance -son di piombo sì grosse, che li pesi -fan così cigolar le lor bilance. -Frati godenti fummo, e bolognesi; -io Catalano e questi Loderingo -nomati, e da tua terra insieme presi -come suole esser tolto un uom solingo, -per conservar sua pace; e fummo tali, -ch’ancor si pare intorno dal Gardingo». -Io cominciai: «O frati, i vostri mali…»; -ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse -un, crucifisso in terra con tre pali. -Quando mi vide, tutto si distorse, -soffiando ne la barba con sospiri; -e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse, -mi disse: «Quel confitto che tu miri, -consigliò i Farisei che convenia -porre un uom per lo popolo a’ martìri. -Attraversato è, nudo, ne la via, -come tu vedi, ed è mestier ch’el senta -qualunque passa, come pesa, pria. -E a tal modo il socero si stenta -in questa fossa, e li altri dal concilio -che fu per li Giudei mala sementa». -Allor vid’ io maravigliar Virgilio -sovra colui ch’era disteso in croce -tanto vilmente ne l’etterno essilio. -Poscia drizzò al frate cotal voce: -«Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci -s’a la man destra giace alcuna foce -onde noi amendue possiamo uscirci, -sanza costrigner de li angeli neri -che vegnan d’esto fondo a dipartirci». -Rispuose adunque: «Più che tu non speri -s’appressa un sasso che de la gran cerchia -si move e varca tutt’ i vallon feri, -salvo che ’n questo è rotto e non coperchia; -montar potrete su per la ruina, -che giace in costa e nel fondo soperchia». -Lo duca stette un poco a testa china; -poi disse: «Mal contava la bisogna -colui che i peccator di qua uncina». -E ’l frate: «Io udi’ già dire a Bologna -del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’ -ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna». -Appresso il duca a gran passi sen gì, -turbato un poco d’ira nel sembiante; -ond’ io da li ’ncarcati mi parti’ -dietro a le poste de le care piante. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-24 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-24 deleted file mode 100644 index abd1555..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-24 +++ /dev/null @@ -1,151 +0,0 @@ -In quella parte del giovanetto anno -che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra -e già le notti al mezzo dì sen vanno, -quando la brina in su la terra assempra -l’imagine di sua sorella bianca, -ma poco dura a la sua penna tempra, -lo villanello a cui la roba manca, -si leva, e guarda, e vede la campagna -biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca, -ritorna in casa, e qua e là si lagna, -come ’l tapin che non sa che si faccia; -poi riede, e la speranza ringavagna, -veggendo ’l mondo aver cangiata faccia -in poco d’ora, e prende suo vincastro, -e fuor le pecorelle a pascer caccia. -Così mi fece sbigottir lo mastro -quand’ io li vidi sì turbar la fronte, -e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro; -ché, come noi venimmo al guasto ponte, -lo duca a me si volse con quel piglio -dolce ch’io vidi prima a piè del monte. -Le braccia aperse, dopo alcun consiglio -eletto seco riguardando prima -ben la ruina, e diedemi di piglio. -E come quei ch’adopera ed estima, -che sempre par che ’nnanzi si proveggia, -così, levando me sù ver’ la cima -d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia -dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa; -ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia». -Non era via da vestito di cappa, -ché noi a pena, ei lieve e io sospinto, -potavam sù montar di chiappa in chiappa. -E se non fosse che da quel precinto -più che da l’altro era la costa corta, -non so di lui, ma io sarei ben vinto. -Ma perché Malebolge inver’ la porta -del bassissimo pozzo tutta pende, -lo sito di ciascuna valle porta -che l’una costa surge e l’altra scende; -noi pur venimmo al fine in su la punta -onde l’ultima pietra si scoscende. -La lena m’era del polmon sì munta -quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre, -anzi m’assisi ne la prima giunta. -«Omai convien che tu così ti spoltre», -disse ’l maestro; «ché, seggendo in piuma, -in fama non si vien, né sotto coltre; -sanza la qual chi sua vita consuma, -cotal vestigio in terra di sé lascia, -qual fummo in aere e in acqua la schiuma. -E però leva sù; vinci l’ambascia -con l’animo che vince ogne battaglia, -se col suo grave corpo non s’accascia. -Più lunga scala convien che si saglia; -non basta da costoro esser partito. -Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia». -Leva’mi allor, mostrandomi fornito -meglio di lena ch’i’ non mi senta, -e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito». -Su per lo scoglio prendemmo la via, -ch’era ronchioso, stretto e malagevole, -ed erto più assai che quel di pria. -Parlando andava per non parer fievole; -onde una voce uscì de l’altro fosso, -a parole formar disconvenevole. -Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso -fossi de l’arco già che varca quivi; -ma chi parlava ad ire parea mosso. -Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi -non poteano ire al fondo per lo scuro; -per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi -da l’altro cinghio e dismontiam lo muro; -ché, com’ i’ odo quinci e non intendo, -così giù veggio e neente affiguro». -«Altra risposta», disse, «non ti rendo -se non lo far; ché la dimanda onesta -si de’ seguir con l’opera tacendo». -Noi discendemmo il ponte da la testa -dove s’aggiugne con l’ottava ripa, -e poi mi fu la bolgia manifesta: -e vidivi entro terribile stipa -di serpenti, e di sì diversa mena -che la memoria il sangue ancor mi scipa. -Più non si vanti Libia con sua rena; -ché se chelidri, iaculi e faree -produce, e cencri con anfisibena, -né tante pestilenzie né sì ree -mostrò già mai con tutta l’Etïopia -né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe. -Tra questa cruda e tristissima copia -corrëan genti nude e spaventate, -sanza sperar pertugio o elitropia: -con serpi le man dietro avean legate; -quelle ficcavan per le ren la coda -e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate. -Ed ecco a un ch’era da nostra proda, -s’avventò un serpente che ’l trafisse -là dove ’l collo a le spalle s’annoda. -Né O sì tosto mai né I si scrisse, -com’ el s’accese e arse, e cener tutto -convenne che cascando divenisse; -e poi che fu a terra sì distrutto, -la polver si raccolse per sé stessa -e ’n quel medesmo ritornò di butto. -Così per li gran savi si confessa -che la fenice more e poi rinasce, -quando al cinquecentesimo anno appressa; -erba né biado in sua vita non pasce, -ma sol d’incenso lagrime e d’amomo, -e nardo e mirra son l’ultime fasce. -E qual è quel che cade, e non sa como, -per forza di demon ch’a terra il tira, -o d’altra oppilazion che lega l’omo, -quando si leva, che ’ntorno si mira -tutto smarrito de la grande angoscia -ch’elli ha sofferta, e guardando sospira: -tal era ’l peccator levato poscia. -Oh potenza di Dio, quant’ è severa, -che cotai colpi per vendetta croscia! -Lo duca il domandò poi chi ello era; -per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana, -poco tempo è, in questa gola fiera. -Vita bestial mi piacque e non umana, -sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci -bestia, e Pistoia mi fu degna tana». -E ïo al duca: «Dilli che non mucci, -e domanda che colpa qua giù ’l pinse; -ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci». -E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse, -ma drizzò verso me l’animo e ’l volto, -e di trista vergogna si dipinse; -poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto -ne la miseria dove tu mi vedi, -che quando fui de l’altra vita tolto. -Io non posso negar quel che tu chiedi; -in giù son messo tanto perch’ io fui -ladro a la sagrestia d’i belli arredi, -e falsamente già fu apposto altrui. -Ma perché di tal vista tu non godi, -se mai sarai di fuor da’ luoghi bui, -apri li orecchi al mio annunzio, e odi. -Pistoia in pria d’i Neri si dimagra; -poi Fiorenza rinova gente e modi. -Tragge Marte vapor di Val di Magra -ch’è di torbidi nuvoli involuto; -e con tempesta impetüosa e agra -sovra Campo Picen fia combattuto; -ond’ ei repente spezzerà la nebbia, -sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto. -E detto l’ho perché doler ti debbia!». diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-25 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-25 deleted file mode 100644 index eae4be3..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-25 +++ /dev/null @@ -1,151 +0,0 @@ -Al fine de le sue parole il ladro -le mani alzò con amendue le fiche, -gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!». -Da indi in qua mi fuor le serpi amiche, -perch’ una li s’avvolse allora al collo, -come dicesse ‘Non vo’ che più diche’; -e un’altra a le braccia, e rilegollo, -ribadendo sé stessa sì dinanzi, -che non potea con esse dare un crollo. -Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi -d’incenerarti sì che più non duri, -poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi? -Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri -non vidi spirto in Dio tanto superbo, -non quel che cadde a Tebe giù da’ muri. -El si fuggì che non parlò più verbo; -e io vidi un centauro pien di rabbia -venir chiamando: «Ov’ è, ov’ è l’acerbo?». -Maremma non cred’ io che tante n’abbia, -quante bisce elli avea su per la groppa -infin ove comincia nostra labbia. -Sovra le spalle, dietro da la coppa, -con l’ali aperte li giacea un draco; -e quello affuoca qualunque s’intoppa. -Lo mio maestro disse: «Questi è Caco, -che, sotto ’l sasso di monte Aventino, -di sangue fece spesse volte laco. -Non va co’ suoi fratei per un cammino, -per lo furto che frodolente fece -del grande armento ch’elli ebbe a vicino; -onde cessar le sue opere biece -sotto la mazza d’Ercule, che forse -gliene diè cento, e non sentì le diece». -Mentre che sì parlava, ed el trascorse, -e tre spiriti venner sotto noi, -de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse, -se non quando gridar: «Chi siete voi?»; -per che nostra novella si ristette, -e intendemmo pur ad essi poi. -Io non li conoscea; ma ei seguette, -come suol seguitar per alcun caso, -che l’un nomar un altro convenette, -dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»; -per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento, -mi puosi ’l dito su dal mento al naso. -Se tu se’ or, lettore, a creder lento -ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia, -ché io che ’l vidi, a pena il mi consento. -Com’ io tenea levate in lor le ciglia, -e un serpente con sei piè si lancia -dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia. -Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia -e con li anterïor le braccia prese; -poi li addentò e l’una e l’altra guancia; -li diretani a le cosce distese, -e miseli la coda tra ’mbedue -e dietro per le ren sù la ritese. -Ellera abbarbicata mai non fue -ad alber sì, come l’orribil fiera -per l’altrui membra avviticchiò le sue. -Poi s’appiccar, come di calda cera -fossero stati, e mischiar lor colore, -né l’un né l’altro già parea quel ch’era: -come procede innanzi da l’ardore, -per lo papiro suso, un color bruno -che non è nero ancora e ’l bianco more. -Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno -gridava: «Omè, Agnel, come ti muti! -Vedi che già non se’ né due né uno». -Già eran li due capi un divenuti, -quando n’apparver due figure miste -in una faccia, ov’ eran due perduti. -Fersi le braccia due di quattro liste; -le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso -divenner membra che non fuor mai viste. -Ogne primaio aspetto ivi era casso: -due e nessun l’imagine perversa -parea; e tal sen gio con lento passo. -Come ’l ramarro sotto la gran fersa -dei dì canicular, cangiando sepe, -folgore par se la via attraversa, -sì pareva, venendo verso l’epe -de li altri due, un serpentello acceso, -livido e nero come gran di pepe; -e quella parte onde prima è preso -nostro alimento, a l’un di lor trafisse; -poi cadde giuso innanzi lui disteso. -Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse; -anzi, co’ piè fermati, sbadigliava -pur come sonno o febbre l’assalisse. -Elli ’l serpente e quei lui riguardava; -l’un per la piaga e l’altro per la bocca -fummavan forte, e ’l fummo si scontrava. -Taccia Lucano ormai là dov’ e’ tocca -del misero Sabello e di Nasidio, -e attenda a udir quel ch’or si scocca. -Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio, -ché se quello in serpente e quella in fonte -converte poetando, io non lo ’nvidio; -ché due nature mai a fronte a fronte -non trasmutò sì ch’amendue le forme -a cambiar lor matera fosser pronte. -Insieme si rispuosero a tai norme, -che ’l serpente la coda in forca fesse, -e ’l feruto ristrinse insieme l’orme. -Le gambe con le cosce seco stesse -s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura -non facea segno alcun che si paresse. -Togliea la coda fessa la figura -che si perdeva là, e la sua pelle -si facea molle, e quella di là dura. -Io vidi intrar le braccia per l’ascelle, -e i due piè de la fiera, ch’eran corti, -tanto allungar quanto accorciavan quelle. -Poscia li piè di rietro, insieme attorti, -diventaron lo membro che l’uom cela, -e ’l misero del suo n’avea due porti. -Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela -di color novo, e genera ’l pel suso -per l’una parte e da l’altra il dipela, -l’un si levò e l’altro cadde giuso, -non torcendo però le lucerne empie, -sotto le quai ciascun cambiava muso. -Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie, -e di troppa matera ch’in là venne -uscir li orecchi de le gote scempie; -ciò che non corse in dietro e si ritenne -di quel soverchio, fé naso a la faccia -e le labbra ingrossò quanto convenne. -Quel che giacëa, il muso innanzi caccia, -e li orecchi ritira per la testa -come face le corna la lumaccia; -e la lingua, ch’avëa unita e presta -prima a parlar, si fende, e la forcuta -ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta. -L’anima ch’era fiera divenuta, -suffolando si fugge per la valle, -e l’altro dietro a lui parlando sputa. -Poscia li volse le novelle spalle, -e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra, -com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle». -Così vid’ io la settima zavorra -mutare e trasmutare; e qui mi scusi -la novità se fior la penna abborra. -E avvegna che li occhi miei confusi -fossero alquanto e l’animo smagato, -non poter quei fuggirsi tanto chiusi, -ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato; -ed era quel che sol, di tre compagni -che venner prima, non era mutato; -l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-26 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-26 deleted file mode 100644 index 2d1ed6e..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-26 +++ /dev/null @@ -1,142 +0,0 @@ -Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande -che per mare e per terra batti l’ali, -e per lo ’nferno tuo nome si spande! -Tra li ladron trovai cinque cotali -tuoi cittadini onde mi ven vergogna, -e tu in grande orranza non ne sali. -Ma se presso al mattin del ver si sogna, -tu sentirai, di qua da picciol tempo, -di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna. -E se già fosse, non saria per tempo. -Così foss’ ei, da che pur esser dee! -ché più mi graverà, com’ più m’attempo. -Noi ci partimmo, e su per le scalee -che n’avean fatto iborni a scender pria, -rimontò ’l duca mio e trasse mee; -e proseguendo la solinga via, -tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio -lo piè sanza la man non si spedia. -Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio -quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi, -e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio, -perché non corra che virtù nol guidi; -sì che, se stella bona o miglior cosa -m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi. -Quante ’l villan ch’al poggio si riposa, -nel tempo che colui che ’l mondo schiara -la faccia sua a noi tien meno ascosa, -come la mosca cede a la zanzara, -vede lucciole giù per la vallea, -forse colà dov’ e’ vendemmia e ara: -di tante fiamme tutta risplendea -l’ottava bolgia, sì com’ io m’accorsi -tosto che fui là ’ve ’l fondo parea. -E qual colui che si vengiò con li orsi -vide ’l carro d’Elia al dipartire, -quando i cavalli al cielo erti levorsi, -che nol potea sì con li occhi seguire, -ch’el vedesse altro che la fiamma sola, -sì come nuvoletta, in sù salire: -tal si move ciascuna per la gola -del fosso, ché nessuna mostra ’l furto, -e ogne fiamma un peccatore invola. -Io stava sovra ’l ponte a veder surto, -sì che s’io non avessi un ronchion preso, -caduto sarei giù sanz’ esser urto. -E ’l duca che mi vide tanto atteso, -disse: «Dentro dai fuochi son li spirti; -catun si fascia di quel ch’elli è inceso». -«Maestro mio», rispuos’ io, «per udirti -son io più certo; ma già m’era avviso -che così fosse, e già voleva dirti: -chi è ’n quel foco che vien sì diviso -di sopra, che par surger de la pira -dov’ Eteòcle col fratel fu miso?». -Rispuose a me: «Là dentro si martira -Ulisse e Dïomede, e così insieme -a la vendetta vanno come a l’ira; -e dentro da la lor fiamma si geme -l’agguato del caval che fé la porta -onde uscì de’ Romani il gentil seme. -Piangevisi entro l’arte per che, morta, -Deïdamìa ancor si duol d’Achille, -e del Palladio pena vi si porta». -«S’ei posson dentro da quelle faville -parlar», diss’ io, «maestro, assai ten priego -e ripriego, che ’l priego vaglia mille, -che non mi facci de l’attender niego -fin che la fiamma cornuta qua vegna; -vedi che del disio ver’ lei mi piego!». -Ed elli a me: «La tua preghiera è degna -di molta loda, e io però l’accetto; -ma fa che la tua lingua si sostegna. -Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto -ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi, -perch’ e’ fuor greci, forse del tuo detto». -Poi che la fiamma fu venuta quivi -dove parve al mio duca tempo e loco, -in questa forma lui parlare audivi: -«O voi che siete due dentro ad un foco, -s’io meritai di voi mentre ch’io vissi, -s’io meritai di voi assai o poco -quando nel mondo li alti versi scrissi, -non vi movete; ma l’un di voi dica -dove, per lui, perduto a morir gissi». -Lo maggior corno de la fiamma antica -cominciò a crollarsi mormorando, -pur come quella cui vento affatica; -indi la cima qua e là menando, -come fosse la lingua che parlasse, -gittò voce di fuori e disse: «Quando -mi diparti’ da Circe, che sottrasse -me più d’un anno là presso a Gaeta, -prima che sì Enëa la nomasse, -né dolcezza di figlio, né la pieta -del vecchio padre, né ’l debito amore -lo qual dovea Penelopè far lieta, -vincer potero dentro a me l’ardore -ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto -e de li vizi umani e del valore; -ma misi me per l’alto mare aperto -sol con un legno e con quella compagna -picciola da la qual non fui diserto. -L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna, -fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi, -e l’altre che quel mare intorno bagna. -Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi -quando venimmo a quella foce stretta -dov’ Ercule segnò li suoi riguardi -acciò che l’uom più oltre non si metta; -da la man destra mi lasciai Sibilia, -da l’altra già m’avea lasciata Setta. -“O frati”, dissi, “che per cento milia -perigli siete giunti a l’occidente, -a questa tanto picciola vigilia -d’i nostri sensi ch’è del rimanente -non vogliate negar l’esperïenza, -di retro al sol, del mondo sanza gente. -Considerate la vostra semenza: -fatti non foste a viver come bruti, -ma per seguir virtute e canoscenza”. -Li miei compagni fec’ io sì aguti, -con questa orazion picciola, al cammino, -che a pena poscia li avrei ritenuti; -e volta nostra poppa nel mattino, -de’ remi facemmo ali al folle volo, -sempre acquistando dal lato mancino. -Tutte le stelle già de l’altro polo -vedea la notte, e ’l nostro tanto basso, -che non surgëa fuor del marin suolo. -Cinque volte racceso e tante casso -lo lume era di sotto da la luna, -poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo, -quando n’apparve una montagna, bruna -per la distanza, e parvemi alta tanto -quanto veduta non avëa alcuna. -Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto; -ché de la nova terra un turbo nacque -e percosse del legno il primo canto. -Tre volte il fé girar con tutte l’acque; -a la quarta levar la poppa in suso -e la prora ire in giù, com’ altrui piacque, -infin che ’l mar fu sovra noi richiuso». diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-27 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-27 deleted file mode 100644 index e708a00..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-27 +++ /dev/null @@ -1,136 +0,0 @@ -Già era dritta in sù la fiamma e queta -per non dir più, e già da noi sen gia -con la licenza del dolce poeta, -quand’ un’altra, che dietro a lei venìa, -ne fece volger li occhi a la sua cima -per un confuso suon che fuor n’uscia. -Come ’l bue cicilian che mugghiò prima -col pianto di colui, e ciò fu dritto, -che l’avea temperato con sua lima, -mugghiava con la voce de l’afflitto, -sì che, con tutto che fosse di rame, -pur el pareva dal dolor trafitto; -così, per non aver via né forame -dal principio nel foco, in suo linguaggio -si convertïan le parole grame. -Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio -su per la punta, dandole quel guizzo -che dato avea la lingua in lor passaggio, -udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo -la voce e che parlavi mo lombardo, -dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”, -perch’ io sia giunto forse alquanto tardo, -non t’incresca restare a parlar meco; -vedi che non incresce a me, e ardo! -Se tu pur mo in questo mondo cieco -caduto se’ di quella dolce terra -latina ond’ io mia colpa tutta reco, -dimmi se Romagnuoli han pace o guerra; -ch’io fui d’i monti là intra Orbino -e ’l giogo di che Tever si diserra». -Io era in giuso ancora attento e chino, -quando il mio duca mi tentò di costa, -dicendo: «Parla tu; questi è latino». -E io, ch’avea già pronta la risposta, -sanza indugio a parlare incominciai: -«O anima che se’ là giù nascosta, -Romagna tua non è, e non fu mai, -sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni; -ma ’n palese nessuna or vi lasciai. -Ravenna sta come stata è molt’ anni: -l’aguglia da Polenta la si cova, -sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni. -La terra che fé già la lunga prova -e di Franceschi sanguinoso mucchio, -sotto le branche verdi si ritrova. -E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio, -che fecer di Montagna il mal governo, -là dove soglion fan d’i denti succhio. -Le città di Lamone e di Santerno -conduce il lïoncel dal nido bianco, -che muta parte da la state al verno. -E quella cu’ il Savio bagna il fianco, -così com’ ella sie’ tra ’l piano e ’l monte -tra tirannia si vive e stato franco. -Ora chi se’, ti priego che ne conte; -non esser duro più ch’altri sia stato, -se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte». -Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato -al modo suo, l’aguta punta mosse -di qua, di là, e poi diè cotal fiato: -«S’i’ credesse che mia risposta fosse -a persona che mai tornasse al mondo, -questa fiamma staria sanza più scosse; -ma però che già mai di questo fondo -non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero, -sanza tema d’infamia ti rispondo. -Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero, -credendomi, sì cinto, fare ammenda; -e certo il creder mio venìa intero, -se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!, -che mi rimise ne le prime colpe; -e come e quare, voglio che m’intenda. -Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe -che la madre mi diè, l’opere mie -non furon leonine, ma di volpe. -Li accorgimenti e le coperte vie -io seppi tutte, e sì menai lor arte, -ch’al fine de la terra il suono uscie. -Quando mi vidi giunto in quella parte -di mia etade ove ciascun dovrebbe -calar le vele e raccoglier le sarte, -ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe, -e pentuto e confesso mi rendei; -ahi miser lasso! e giovato sarebbe. -Lo principe d’i novi Farisei, -avendo guerra presso a Laterano, -e non con Saracin né con Giudei, -ché ciascun suo nimico era cristiano, -e nessun era stato a vincer Acri -né mercatante in terra di Soldano, -né sommo officio né ordini sacri -guardò in sé, né in me quel capestro -che solea fare i suoi cinti più macri. -Ma come Costantin chiese Silvestro -d’entro Siratti a guerir de la lebbre, -così mi chiese questi per maestro -a guerir de la sua superba febbre; -domandommi consiglio, e io tacetti -perché le sue parole parver ebbre. -E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti; -finor t’assolvo, e tu m’insegna fare -sì come Penestrino in terra getti. -Lo ciel poss’ io serrare e diserrare, -come tu sai; però son due le chiavi -che ’l mio antecessor non ebbe care”. -Allor mi pinser li argomenti gravi -là ’ ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio, -e dissi: “Padre, da che tu mi lavi -di quel peccato ov’io mo cader deggio, -lunga promessa con l’attender corto -ti farà trïunfar ne l’alto seggio”. -Francesco venne poi com’ io fu’ morto, -per me; ma un d’i neri cherubini -li disse: “Non portar: non mi far torto. -Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini -perché diede ’l consiglio frodolente, -dal quale in qua stato li sono a’ crini; -ch’assolver non si può chi non si pente, -né pentere e volere insieme puossi -per la contradizion che nol consente”. -Oh me dolente! come mi riscossi -quando mi prese dicendomi: “Forse -tu non pensavi ch’io löico fossi!”. -A Minòs mi portò; e quelli attorse -otto volte la coda al dosso duro; -e poi che per gran rabbia la si morse, -disse: “Questi è d’i rei del foco furo”; -per ch’io là dove vedi son perduto, -e sì vestito, andando, mi rancuro». -Quand’ elli ebbe ’l suo dir così compiuto, -la fiamma dolorando si partio, -torcendo e dibattendo ’l corno aguto. -Noi passamm’ oltre, e io e ’l duca mio, -su per lo scoglio infino in su l’altr’ arco -che cuopre ’l fosso in che si paga il fio -a quei che scommettendo acquistan carco. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-28 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-28 deleted file mode 100644 index 8770040..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-28 +++ /dev/null @@ -1,142 +0,0 @@ -Chi poria mai pur con parole sciolte -dicer del sangue e de le piaghe a pieno -ch’i’ ora vidi, per narrar più volte? -Ogne lingua per certo verria meno -per lo nostro sermone e per la mente -c’hanno a tanto comprender poco seno. -S’el s’aunasse ancor tutta la gente -che già, in su la fortunata terra -di Puglia, fu del suo sangue dolente -per li Troiani e per la lunga guerra -che de l’anella fé sì alte spoglie, -come Livïo scrive, che non erra, -con quella che sentio di colpi doglie -per contastare a Ruberto Guiscardo; -e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie -a Ceperan, là dove fu bugiardo -ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo, -dove sanz’ arme vinse il vecchio Alardo; -e qual forato suo membro e qual mozzo -mostrasse, d’aequar sarebbe nulla -il modo de la nona bolgia sozzo. -Già veggia, per mezzul perdere o lulla, -com’ io vidi un, così non si pertugia, -rotto dal mento infin dove si trulla. -Tra le gambe pendevan le minugia; -la corata pareva e ’l tristo sacco -che merda fa di quel che si trangugia. -Mentre che tutto in lui veder m’attacco, -guardommi e con le man s’aperse il petto, -dicendo: «Or vedi com’ io mi dilacco! -vedi come storpiato è Mäometto! -Dinanzi a me sen va piangendo Alì, -fesso nel volto dal mento al ciuffetto. -E tutti li altri che tu vedi qui, -seminator di scandalo e di scisma -fuor vivi, e però son fessi così. -Un diavolo è qua dietro che n’accisma -sì crudelmente, al taglio de la spada -rimettendo ciascun di questa risma, -quand’ avem volta la dolente strada; -però che le ferite son richiuse -prima ch’altri dinanzi li rivada. -Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse, -forse per indugiar d’ire a la pena -ch’è giudicata in su le tue accuse?». -«Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena», -rispuose ’l mio maestro, «a tormentarlo; -ma per dar lui esperïenza piena, -a me, che morto son, convien menarlo -per lo ’nferno qua giù di giro in giro; -e quest’ è ver così com’ io ti parlo». -Più fuor di cento che, quando l’udiro, -s’arrestaron nel fosso a riguardarmi -per maraviglia, oblïando il martiro. -«Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi, -tu che forse vedra’ il sole in breve, -s’ello non vuol qui tosto seguitarmi, -sì di vivanda, che stretta di neve -non rechi la vittoria al Noarese, -ch’altrimenti acquistar non saria leve». -Poi che l’un piè per girsene sospese, -Mäometto mi disse esta parola; -indi a partirsi in terra lo distese. -Un altro, che forata avea la gola -e tronco ’l naso infin sotto le ciglia, -e non avea mai ch’una orecchia sola, -ristato a riguardar per maraviglia -con li altri, innanzi a li altri aprì la canna, -ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia, -e disse: «O tu cui colpa non condanna -e cu’ io vidi su in terra latina, -se troppa simiglianza non m’inganna, -rimembriti di Pier da Medicina, -se mai torni a veder lo dolce piano -che da Vercelli a Marcabò dichina. -E fa saper a’ due miglior da Fano, -a messer Guido e anco ad Angiolello, -che, se l’antiveder qui non è vano, -gittati saran fuor di lor vasello -e mazzerati presso a la Cattolica -per tradimento d’un tiranno fello. -Tra l’isola di Cipri e di Maiolica -non vide mai sì gran fallo Nettuno, -non da pirate, non da gente argolica. -Quel traditor che vede pur con l’uno, -e tien la terra che tale qui meco -vorrebbe di vedere esser digiuno, -farà venirli a parlamento seco; -poi farà sì, ch’al vento di Focara -non sarà lor mestier voto né preco». -E io a lui: «Dimostrami e dichiara, -se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella, -chi è colui da la veduta amara». -Allor puose la mano a la mascella -d’un suo compagno e la bocca li aperse, -gridando: «Questi è desso, e non favella. -Questi, scacciato, il dubitar sommerse -in Cesare, affermando che ’l fornito -sempre con danno l’attender sofferse». -Oh quanto mi pareva sbigottito -con la lingua tagliata ne la strozza -Curïo, ch’a dir fu così ardito! -E un ch’avea l’una e l’altra man mozza, -levando i moncherin per l’aura fosca, -sì che ’l sangue facea la faccia sozza, -gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca, -che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”, -che fu mal seme per la gente tosca». -E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»; -per ch’elli, accumulando duol con duolo, -sen gio come persona trista e matta. -Ma io rimasi a riguardar lo stuolo, -e vidi cosa ch’io avrei paura, -sanza più prova, di contarla solo; -se non che coscïenza m’assicura, -la buona compagnia che l’uom francheggia -sotto l’asbergo del sentirsi pura. -Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia, -un busto sanza capo andar sì come -andavan li altri de la trista greggia; -e ’l capo tronco tenea per le chiome, -pesol con mano a guisa di lanterna: -e quel mirava noi e dicea: «Oh me!». -Di sé facea a sé stesso lucerna, -ed eran due in uno e uno in due; -com’ esser può, quei sa che sì governa. -Quando diritto al piè del ponte fue, -levò ’l braccio alto con tutta la testa -per appressarne le parole sue, -che fuoro: «Or vedi la pena molesta, -tu che, spirando, vai veggendo i morti: -vedi s’alcuna è grande come questa. -E perché tu di me novella porti, -sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli -che diedi al re giovane i ma’ conforti. -Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli; -Achitofèl non fé più d’Absalone -e di Davìd coi malvagi punzelli. -Perch’ io parti’ così giunte persone, -partito porto il mio cerebro, lasso!, -dal suo principio ch’è in questo troncone. -Così s’osserva in me lo contrapasso». diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-29 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-29 deleted file mode 100644 index d949ed1..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-29 +++ /dev/null @@ -1,139 +0,0 @@ -La molta gente e le diverse piaghe -avean le luci mie sì inebrïate, -che de lo stare a piangere eran vaghe. -Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate? -perché la vista tua pur si soffolge -là giù tra l’ombre triste smozzicate? -Tu non hai fatto sì a l’altre bolge; -pensa, se tu annoverar le credi, -che miglia ventidue la valle volge. -E già la luna è sotto i nostri piedi; -lo tempo è poco omai che n’è concesso, -e altro è da veder che tu non vedi». -«Se tu avessi», rispuos’ io appresso, -«atteso a la cagion per ch’io guardava, -forse m’avresti ancor lo star dimesso». -Parte sen giva, e io retro li andava, -lo duca, già faccendo la risposta, -e soggiugnendo: «Dentro a quella cava -dov’ io tenea or li occhi sì a posta, -credo ch’un spirto del mio sangue pianga -la colpa che là giù cotanto costa». -Allor disse ’l maestro: «Non si franga -lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ ello. -Attendi ad altro, ed ei là si rimanga; -ch’io vidi lui a piè del ponticello -mostrarti e minacciar forte col dito, -e udi’ ’l nominar Geri del Bello. -Tu eri allor sì del tutto impedito -sovra colui che già tenne Altaforte, -che non guardasti in là, sì fu partito». -«O duca mio, la vïolenta morte -che non li è vendicata ancor», diss’ io, -«per alcun che de l’onta sia consorte, -fece lui disdegnoso; ond’ el sen gio -sanza parlarmi, sì com’ ïo estimo: -e in ciò m’ha el fatto a sé più pio». -Così parlammo infino al loco primo -che de lo scoglio l’altra valle mostra, -se più lume vi fosse, tutto ad imo. -Quando noi fummo sor l’ultima chiostra -di Malebolge, sì che i suoi conversi -potean parere a la veduta nostra, -lamenti saettaron me diversi, -che di pietà ferrati avean li strali; -ond’ io li orecchi con le man copersi. -Qual dolor fora, se de li spedali -di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre -e di Maremma e di Sardigna i mali -fossero in una fossa tutti ’nsembre, -tal era quivi, e tal puzzo n’usciva -qual suol venir de le marcite membre. -Noi discendemmo in su l’ultima riva -del lungo scoglio, pur da man sinistra; -e allor fu la mia vista più viva -giù ver’ lo fondo, la ’ve la ministra -de l’alto Sire infallibil giustizia -punisce i falsador che qui registra. -Non credo ch’a veder maggior tristizia -fosse in Egina il popol tutto infermo, -quando fu l’aere sì pien di malizia, -che li animali, infino al picciol vermo, -cascaron tutti, e poi le genti antiche, -secondo che i poeti hanno per fermo, -si ristorar di seme di formiche; -ch’era a veder per quella oscura valle -languir li spirti per diverse biche. -Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle -l’un de l’altro giacea, e qual carpone -si trasmutava per lo tristo calle. -Passo passo andavam sanza sermone, -guardando e ascoltando li ammalati, -che non potean levar le lor persone. -Io vidi due sedere a sé poggiati, -com’ a scaldar si poggia tegghia a tegghia, -dal capo al piè di schianze macolati; -e non vidi già mai menare stregghia -a ragazzo aspettato dal segnorso, -né a colui che mal volontier vegghia, -come ciascun menava spesso il morso -de l’unghie sopra sé per la gran rabbia -del pizzicor, che non ha più soccorso; -e sì traevan giù l’unghie la scabbia, -come coltel di scardova le scaglie -o d’altro pesce che più larghe l’abbia. -«O tu che con le dita ti dismaglie», -cominciò ’l duca mio a l’un di loro, -«e che fai d’esse talvolta tanaglie, -dinne s’alcun Latino è tra costoro -che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti -etternalmente a cotesto lavoro». -«Latin siam noi, che tu vedi sì guasti -qui ambedue», rispuose l’un piangendo; -«ma tu chi se’ che di noi dimandasti?». -E ’l duca disse: «I’ son un che discendo -con questo vivo giù di balzo in balzo, -e di mostrar lo ’nferno a lui intendo». -Allor si ruppe lo comun rincalzo; -e tremando ciascuno a me si volse -con altri che l’udiron di rimbalzo. -Lo buon maestro a me tutto s’accolse, -dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»; -e io incominciai, poscia ch’ei volse: -«Se la vostra memoria non s’imboli -nel primo mondo da l’umane menti, -ma s’ella viva sotto molti soli, -ditemi chi voi siete e di che genti; -la vostra sconcia e fastidiosa pena -di palesarvi a me non vi spaventi». -«Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena», -rispuose l’un, «mi fé mettere al foco; -ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena. -Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco: -“I’ mi saprei levar per l’aere a volo”; -e quei, ch’avea vaghezza e senno poco, -volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo -perch’ io nol feci Dedalo, mi fece -ardere a tal che l’avea per figliuolo. -Ma ne l’ultima bolgia de le diece -me per l’alchìmia che nel mondo usai -dannò Minòs, a cui fallar non lece». -E io dissi al poeta: «Or fu già mai -gente sì vana come la sanese? -Certo non la francesca sì d’assai!». -Onde l’altro lebbroso, che m’intese, -rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca -che seppe far le temperate spese, -e Niccolò che la costuma ricca -del garofano prima discoverse -ne l’orto dove tal seme s’appicca; -e tra’ne la brigata in che disperse -Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda, -e l’Abbagliato suo senno proferse. -Ma perché sappi chi sì ti seconda -contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio, -sì che la faccia mia ben ti risponda: -sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio, -che falsai li metalli con l’alchìmia; -e te dee ricordar, se ben t’adocchio, -com’ io fui di natura buona scimia». diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-3 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-3 deleted file mode 100644 index 056e1fa..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-3 +++ /dev/null @@ -1,136 +0,0 @@ -‘Per me si va ne la città dolente, -per me si va ne l’etterno dolore, -per me si va tra la perduta gente. -Giustizia mosse il mio alto fattore; -fecemi la divina podestate, -la somma sapïenza e ’l primo amore. -Dinanzi a me non fuor cose create -se non etterne, e io etterno duro. -Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’. -Queste parole di colore oscuro -vid’ ïo scritte al sommo d’una porta; -per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro». -Ed elli a me, come persona accorta: -«Qui si convien lasciare ogne sospetto; -ogne viltà convien che qui sia morta. -Noi siam venuti al loco ov’ i’ t’ho detto -che tu vedrai le genti dolorose -c’hanno perduto il ben de l’intelletto». -E poi che la sua mano a la mia puose -con lieto volto, ond’ io mi confortai, -mi mise dentro a le segrete cose. -Quivi sospiri, pianti e alti guai -risonavan per l’aere sanza stelle, -per ch’io al cominciar ne lagrimai. -Diverse lingue, orribili favelle, -parole di dolore, accenti d’ira, -voci alte e fioche, e suon di man con elle -facevano un tumulto, il qual s’aggira -sempre in quell’ aura sanza tempo tinta, -come la rena quando turbo spira. -E io ch’avea d’error la testa cinta, -dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo? -e che gent’ è che par nel duol sì vinta?». -Ed elli a me: «Questo misero modo -tegnon l’anime triste di coloro -che visser sanza ’nfamia e sanza lodo. -Mischiate sono a quel cattivo coro -de li angeli che non furon ribelli -né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. -Caccianli i ciel per non esser men belli, -né lo profondo inferno li riceve, -ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli». -E io: «Maestro, che è tanto greve -a lor che lamentar li fa sì forte?». -Rispuose: «Dicerolti molto breve. -Questi non hanno speranza di morte, -e la lor cieca vita è tanto bassa, -che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte. -Fama di loro il mondo esser non lassa; -misericordia e giustizia li sdegna: -non ragioniam di lor, ma guarda e passa». -E io, che riguardai, vidi una ’nsegna -che girando correva tanto ratta, -che d’ogne posa mi parea indegna; -e dietro le venìa sì lunga tratta -di gente, ch’i’ non averei creduto -che morte tanta n’avesse disfatta. -Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, -vidi e conobbi l’ombra di colui -che fece per viltade il gran rifiuto. -Incontanente intesi e certo fui -che questa era la setta d’i cattivi, -a Dio spiacenti e a’ nemici sui. -Questi sciaurati, che mai non fur vivi, -erano ignudi e stimolati molto -da mosconi e da vespe ch’eran ivi. -Elle rigavan lor di sangue il volto, -che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi -da fastidiosi vermi era ricolto. -E poi ch’a riguardar oltre mi diedi, -vidi genti a la riva d’un gran fiume; -per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi -ch’i’ sappia quali sono, e qual costume -le fa di trapassar parer sì pronte, -com’ i’ discerno per lo fioco lume». -Ed elli a me: «Le cose ti fier conte -quando noi fermerem li nostri passi -su la trista riviera d’Acheronte». -Allor con li occhi vergognosi e bassi, -temendo no ’l mio dir li fosse grave, -infino al fiume del parlar mi trassi. -Ed ecco verso noi venir per nave -un vecchio, bianco per antico pelo, -gridando: «Guai a voi, anime prave! -Non isperate mai veder lo cielo: -i’ vegno per menarvi a l’altra riva -ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo. -E tu che se’ costì, anima viva, -pàrtiti da cotesti che son morti». -Ma poi che vide ch’io non mi partiva, -disse: «Per altra via, per altri porti -verrai a piaggia, non qui, per passare: -più lieve legno convien che ti porti». -E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare: -vuolsi così colà dove si puote -ciò che si vuole, e più non dimandare». -Quinci fuor quete le lanose gote -al nocchier de la livida palude, -che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote. -Ma quell’ anime, ch’eran lasse e nude, -cangiar colore e dibattero i denti, -ratto che ’nteser le parole crude. -Bestemmiavano Dio e lor parenti, -l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme -di lor semenza e di lor nascimenti. -Poi si ritrasser tutte quante insieme, -forte piangendo, a la riva malvagia -ch’attende ciascun uom che Dio non teme. -Caron dimonio, con occhi di bragia -loro accennando, tutte le raccoglie; -batte col remo qualunque s’adagia. -Come d’autunno si levan le foglie -l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo -vede a la terra tutte le sue spoglie, -similemente il mal seme d’Adamo -gittansi di quel lito ad una ad una, -per cenni come augel per suo richiamo. -Così sen vanno su per l’onda bruna, -e avanti che sien di là discese, -anche di qua nuova schiera s’auna. -«Figliuol mio», disse ’l maestro cortese, -«quelli che muoion ne l’ira di Dio -tutti convegnon qui d’ogne paese; -e pronti sono a trapassar lo rio, -ché la divina giustizia li sprona, -sì che la tema si volve in disio. -Quinci non passa mai anima buona; -e però, se Caron di te si lagna, -ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona». -Finito questo, la buia campagna -tremò sì forte, che de lo spavento -la mente di sudore ancor mi bagna. -La terra lagrimosa diede vento, -che balenò una luce vermiglia -la qual mi vinse ciascun sentimento; -e caddi come l’uom cui sonno piglia. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-30 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-30 deleted file mode 100644 index e0b5686..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-30 +++ /dev/null @@ -1,148 +0,0 @@ -Nel tempo che Iunone era crucciata -per Semelè contra ’l sangue tebano, -come mostrò una e altra fïata, -Atamante divenne tanto insano, -che veggendo la moglie con due figli -andar carcata da ciascuna mano, -gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli -la leonessa e ’ leoncini al varco»; -e poi distese i dispietati artigli, -prendendo l’un ch’avea nome Learco, -e rotollo e percosselo ad un sasso; -e quella s’annegò con l’altro carco. -E quando la fortuna volse in basso -l’altezza de’ Troian che tutto ardiva, -sì che ’nsieme col regno il re fu casso, -Ecuba trista, misera e cattiva, -poscia che vide Polissena morta, -e del suo Polidoro in su la riva -del mar si fu la dolorosa accorta, -forsennata latrò sì come cane; -tanto il dolor le fé la mente torta. -Ma né di Tebe furie né troiane -si vider mäi in alcun tanto crude, -non punger bestie, nonché membra umane, -quant’ io vidi in due ombre smorte e nude, -che mordendo correvan di quel modo -che ’l porco quando del porcil si schiude. -L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo -del collo l’assannò, sì che, tirando, -grattar li fece il ventre al fondo sodo. -E l’Aretin che rimase, tremando -mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi, -e va rabbioso altrui così conciando». -«Oh», diss’ io lui, «se l’altro non ti ficchi -li denti a dosso, non ti sia fatica -a dir chi è, pria che di qui si spicchi». -Ed elli a me: «Quell’ è l’anima antica -di Mirra scellerata, che divenne -al padre, fuor del dritto amore, amica. -Questa a peccar con esso così venne, -falsificando sé in altrui forma, -come l’altro che là sen va, sostenne, -per guadagnar la donna de la torma, -falsificare in sé Buoso Donati, -testando e dando al testamento norma». -E poi che i due rabbiosi fuor passati -sovra cu’ io avea l’occhio tenuto, -rivolsilo a guardar li altri mal nati. -Io vidi un, fatto a guisa di lëuto, -pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia -tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto. -La grave idropesì, che sì dispaia -le membra con l’omor che mal converte, -che ’l viso non risponde a la ventraia, -faceva lui tener le labbra aperte -come l’etico fa, che per la sete -l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte. -«O voi che sanz’ alcuna pena siete, -e non so io perché, nel mondo gramo», -diss’ elli a noi, «guardate e attendete -a la miseria del maestro Adamo; -io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli, -e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo. -Li ruscelletti che d’i verdi colli -del Casentin discendon giuso in Arno, -faccendo i lor canali freddi e molli, -sempre mi stanno innanzi, e non indarno, -ché l’imagine lor vie più m’asciuga -che ’l male ond’ io nel volto mi discarno. -La rigida giustizia che mi fruga -tragge cagion del loco ov’ io peccai -a metter più li miei sospiri in fuga. -Ivi è Romena, là dov’ io falsai -la lega suggellata del Batista; -per ch’io il corpo sù arso lasciai. -Ma s’io vedessi qui l’anima trista -di Guido o d’Alessandro o di lor frate, -per Fonte Branda non darei la vista. -Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate -ombre che vanno intorno dicon vero; -ma che mi val, c’ho le membra legate? -S’io fossi pur di tanto ancor leggero -ch’i’ potessi in cent’ anni andare un’oncia, -io sarei messo già per lo sentiero, -cercando lui tra questa gente sconcia, -con tutto ch’ella volge undici miglia, -e men d’un mezzo di traverso non ci ha. -Io son per lor tra sì fatta famiglia; -e’ m’indussero a batter li fiorini -ch’avevan tre carati di mondiglia». -E io a lui: «Chi son li due tapini -che fumman come man bagnate ’l verno, -giacendo stretti a’ tuoi destri confini?». -«Qui li trovai—e poi volta non dierno—», -rispuose, «quando piovvi in questo greppo, -e non credo che dieno in sempiterno. -L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo; -l’altr’ è ’l falso Sinon greco di Troia: -per febbre aguta gittan tanto leppo». -E l’un di lor, che si recò a noia -forse d’esser nomato sì oscuro, -col pugno li percosse l’epa croia. -Quella sonò come fosse un tamburo; -e mastro Adamo li percosse il volto -col braccio suo, che non parve men duro, -dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto -lo muover per le membra che son gravi, -ho io il braccio a tal mestiere sciolto». -Ond’ ei rispuose: «Quando tu andavi -al fuoco, non l’avei tu così presto; -ma sì e più l’avei quando coniavi». -E l’idropico: «Tu di’ ver di questo: -ma tu non fosti sì ver testimonio -là ’ve del ver fosti a Troia richesto». -«S’io dissi falso, e tu falsasti il conio», -disse Sinon; «e son qui per un fallo, -e tu per più ch’alcun altro demonio!». -«Ricorditi, spergiuro, del cavallo», -rispuose quel ch’avëa infiata l’epa; -«e sieti reo che tutto il mondo sallo!». -«E te sia rea la sete onde ti crepa», -disse ’l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia -che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!». -Allora il monetier: «Così si squarcia -la bocca tua per tuo mal come suole; -ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia, -tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole, -e per leccar lo specchio di Narcisso, -non vorresti a ’nvitar molte parole». -Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso, -quando ’l maestro mi disse: «Or pur mira, -che per poco che teco non mi risso!». -Quand’ io ’l senti’ a me parlar con ira, -volsimi verso lui con tal vergogna, -ch’ancor per la memoria mi si gira. -Qual è colui che suo dannaggio sogna, -che sognando desidera sognare, -sì che quel ch’è, come non fosse, agogna, -tal mi fec’ io, non possendo parlare, -che disïava scusarmi, e scusava -me tuttavia, e nol mi credea fare. -«Maggior difetto men vergogna lava», -disse ’l maestro, «che ’l tuo non è stato; -però d’ogne trestizia ti disgrava. -E fa ragion ch’io ti sia sempre allato, -se più avvien che fortuna t’accoglia -dove sien genti in simigliante piato: -ché voler ciò udire è bassa voglia». diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-31 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-31 deleted file mode 100644 index 4d7f51f..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-31 +++ /dev/null @@ -1,145 +0,0 @@ -Una medesma lingua pria mi morse, -sì che mi tinse l’una e l’altra guancia, -e poi la medicina mi riporse; -così od’ io che solea far la lancia -d’Achille e del suo padre esser cagione -prima di trista e poi di buona mancia. -Noi demmo il dosso al misero vallone -su per la ripa che ’l cinge dintorno, -attraversando sanza alcun sermone. -Quiv’ era men che notte e men che giorno, -sì che ’l viso m’andava innanzi poco; -ma io senti’ sonare un alto corno, -tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco, -che, contra sé la sua via seguitando, -dirizzò li occhi miei tutti ad un loco. -Dopo la dolorosa rotta, quando -Carlo Magno perdé la santa gesta, -non sonò sì terribilmente Orlando. -Poco portäi in là volta la testa, -che me parve veder molte alte torri; -ond’ io: «Maestro, dì, che terra è questa?». -Ed elli a me: «Però che tu trascorri -per le tenebre troppo da la lungi, -avvien che poi nel maginare abborri. -Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi, -quanto ’l senso s’inganna di lontano; -però alquanto più te stesso pungi». -Poi caramente mi prese per mano -e disse: «Pria che noi siam più avanti, -acciò che ’l fatto men ti paia strano, -sappi che non son torri, ma giganti, -e son nel pozzo intorno da la ripa -da l’umbilico in giuso tutti quanti». -Come quando la nebbia si dissipa, -lo sguardo a poco a poco raffigura -ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa, -così forando l’aura grossa e scura, -più e più appressando ver’ la sponda, -fuggiemi errore e cresciemi paura; -però che, come su la cerchia tonda -Montereggion di torri si corona, -così la proda che ’l pozzo circonda -torreggiavan di mezza la persona -li orribili giganti, cui minaccia -Giove del cielo ancora quando tuona. -E io scorgeva già d’alcun la faccia, -le spalle e ’l petto e del ventre gran parte, -e per le coste giù ambo le braccia. -Natura certo, quando lasciò l’arte -di sì fatti animali, assai fé bene -per tòrre tali essecutori a Marte. -E s’ella d’elefanti e di balene -non si pente, chi guarda sottilmente, -più giusta e più discreta la ne tene; -ché dove l’argomento de la mente -s’aggiugne al mal volere e a la possa, -nessun riparo vi può far la gente. -La faccia sua mi parea lunga e grossa -come la pina di San Pietro a Roma, -e a sua proporzione eran l’altre ossa; -sì che la ripa, ch’era perizoma -dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto -di sovra, che di giugnere a la chioma -tre Frison s’averien dato mal vanto; -però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi -dal loco in giù dov’ omo affibbia ’l manto. -«Raphèl maì amècche zabì almi», -cominciò a gridar la fiera bocca, -cui non si convenia più dolci salmi. -E ’l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca, -tienti col corno, e con quel ti disfoga -quand’ ira o altra passïon ti tocca! -Cércati al collo, e troverai la soga -che ’l tien legato, o anima confusa, -e vedi lui che ’l gran petto ti doga». -Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa; -questi è Nembrotto per lo cui mal coto -pur un linguaggio nel mondo non s’usa. -Lasciànlo stare e non parliamo a vòto; -ché così è a lui ciascun linguaggio -come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto». -Facemmo adunque più lungo vïaggio, -vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro -trovammo l’altro assai più fero e maggio. -A cigner lui qual che fosse ’l maestro, -non so io dir, ma el tenea soccinto -dinanzi l’altro e dietro il braccio destro -d’una catena che ’l tenea avvinto -dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto -si ravvolgëa infino al giro quinto. -«Questo superbo volle esser esperto -di sua potenza contra ’l sommo Giove», -disse ’l mio duca, «ond’ elli ha cotal merto. -Fïalte ha nome, e fece le gran prove -quando i giganti fer paura a’ dèi; -le braccia ch’el menò, già mai non move». -E io a lui: «S’esser puote, io vorrei -che de lo smisurato Brïareo -esperïenza avesser li occhi mei». -Ond’ ei rispuose: «Tu vedrai Anteo -presso di qui che parla ed è disciolto, -che ne porrà nel fondo d’ogne reo. -Quel che tu vuo’ veder, più là è molto -ed è legato e fatto come questo, -salvo che più feroce par nel volto». -Non fu tremoto già tanto rubesto, -che scotesse una torre così forte, -come Fïalte a scuotersi fu presto. -Allor temett’ io più che mai la morte, -e non v’era mestier più che la dotta, -s’io non avessi viste le ritorte. -Noi procedemmo più avante allotta, -e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle, -sanza la testa, uscia fuor de la grotta. -«O tu che ne la fortunata valle -che fece Scipïon di gloria reda, -quand’ Anibàl co’ suoi diede le spalle, -recasti già mille leon per preda, -e che, se fossi stato a l’alta guerra -de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda -ch’avrebber vinto i figli de la terra: -mettine giù, e non ten vegna schifo, -dove Cocito la freddura serra. -Non ci fare ire a Tizio né a Tifo: -questi può dar di quel che qui si brama; -però ti china e non torcer lo grifo. -Ancor ti può nel mondo render fama, -ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta -se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama». -Così disse ’l maestro; e quelli in fretta -le man distese, e prese ’l duca mio, -ond’ Ercule sentì già grande stretta. -Virgilio, quando prender si sentio, -disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»; -poi fece sì ch’un fascio era elli e io. -Qual pare a riguardar la Carisenda -sotto ’l chinato, quando un nuvol vada -sovr’ essa sì, ched ella incontro penda: -tal parve Antëo a me che stava a bada -di vederlo chinare, e fu tal ora -ch’i’ avrei voluto ir per altra strada. -Ma lievemente al fondo che divora -Lucifero con Giuda, ci sposò; -né, sì chinato, lì fece dimora, -e come albero in nave si levò. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-32 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-32 deleted file mode 100644 index d805e73..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-32 +++ /dev/null @@ -1,139 +0,0 @@ -S’ïo avessi le rime aspre e chiocce, -come si converrebbe al tristo buco -sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce, -io premerei di mio concetto il suco -più pienamente; ma perch’ io non l’abbo, -non sanza tema a dicer mi conduco; -ché non è impresa da pigliare a gabbo -discriver fondo a tutto l’universo, -né da lingua che chiami mamma o babbo. -Ma quelle donne aiutino il mio verso -ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe, -sì che dal fatto il dir non sia diverso. -Oh sovra tutte mal creata plebe -che stai nel loco onde parlare è duro, -mei foste state qui pecore o zebe! -Come noi fummo giù nel pozzo scuro -sotto i piè del gigante assai più bassi, -e io mirava ancora a l’alto muro, -dicere udi’mi: «Guarda come passi: -va sì, che tu non calchi con le piante -le teste de’ fratei miseri lassi». -Per ch’io mi volsi, e vidimi davante -e sotto i piedi un lago che per gelo -avea di vetro e non d’acqua sembiante. -Non fece al corso suo sì grosso velo -di verno la Danoia in Osterlicchi, -né Tanaï là sotto ’l freddo cielo, -com’ era quivi; che se Tambernicchi -vi fosse sù caduto, o Pietrapana, -non avria pur da l’orlo fatto cricchi. -E come a gracidar si sta la rana -col muso fuor de l’acqua, quando sogna -di spigolar sovente la villana, -livide, insin là dove appar vergogna -eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia, -mettendo i denti in nota di cicogna. -Ognuna in giù tenea volta la faccia; -da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo -tra lor testimonianza si procaccia. -Quand’ io m’ebbi dintorno alquanto visto, -volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti, -che ’l pel del capo avieno insieme misto. -«Ditemi, voi che sì strignete i petti», -diss’ io, «chi siete?». E quei piegaro i colli; -e poi ch’ebber li visi a me eretti, -li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli, -gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse -le lagrime tra essi e riserrolli. -Con legno legno spranga mai non cinse -forte così; ond’ ei come due becchi -cozzaro insieme, tanta ira li vinse. -E un ch’avea perduti ambo li orecchi -per la freddura, pur col viso in giùe, -disse: «Perché cotanto in noi ti specchi? -Se vuoi saper chi son cotesti due, -la valle onde Bisenzo si dichina -del padre loro Alberto e di lor fue. -D’un corpo usciro; e tutta la Caina -potrai cercare, e non troverai ombra -degna più d’esser fitta in gelatina: -non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra -con esso un colpo per la man d’Artù; -non Focaccia; non questi che m’ingombra -col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più, -e fu nomato Sassol Mascheroni; -se tosco se’, ben sai omai chi fu. -E perché non mi metti in più sermoni, -sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi; -e aspetto Carlin che mi scagioni». -Poscia vid’ io mille visi cagnazzi -fatti per freddo; onde mi vien riprezzo, -e verrà sempre, de’ gelati guazzi. -E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo -al quale ogne gravezza si rauna, -e io tremava ne l’etterno rezzo; -se voler fu o destino o fortuna, -non so; ma, passeggiando tra le teste, -forte percossi ’l piè nel viso ad una. -Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste? -se tu non vieni a crescer la vendetta -di Montaperti, perché mi moleste?». -E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta, -sì ch’io esca d’un dubbio per costui; -poi mi farai, quantunque vorrai, fretta». -Lo duca stette, e io dissi a colui -che bestemmiava duramente ancora: -«Qual se’ tu che così rampogni altrui?». -«Or tu chi se’ che vai per l’Antenora, -percotendo», rispuose, «altrui le gote, -sì che, se fossi vivo, troppo fora?». -«Vivo son io, e caro esser ti puote», -fu mia risposta, «se dimandi fama, -ch’io metta il nome tuo tra l’altre note». -Ed elli a me: «Del contrario ho io brama. -Lèvati quinci e non mi dar più lagna, -ché mal sai lusingar per questa lama!». -Allor lo presi per la cuticagna -e dissi: «El converrà che tu ti nomi, -o che capel qui sù non ti rimagna». -Ond’ elli a me: «Perché tu mi dischiomi, -né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti, -se mille fiate in sul capo mi tomi». -Io avea già i capelli in mano avvolti, -e tratti glien’ avea più d’una ciocca, -latrando lui con li occhi in giù raccolti, -quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca? -non ti basta sonar con le mascelle, -se tu non latri? qual diavol ti tocca?». -«Omai», diss’ io, «non vo’ che più favelle, -malvagio traditor; ch’a la tua onta -io porterò di te vere novelle». -«Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta; -ma non tacer, se tu di qua entro eschi, -di quel ch’ebbe or così la lingua pronta. -El piange qui l’argento de’ Franceschi: -“Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera -là dove i peccatori stanno freschi”. -Se fossi domandato “Altri chi v’era?”, -tu hai dallato quel di Beccheria -di cui segò Fiorenza la gorgiera. -Gianni de’ Soldanier credo che sia -più là con Ganellone e Tebaldello, -ch’aprì Faenza quando si dormia». -Noi eravam partiti già da ello, -ch’io vidi due ghiacciati in una buca, -sì che l’un capo a l’altro era cappello; -e come ’l pan per fame si manduca, -così ’l sovran li denti a l’altro pose -là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca: -non altrimenti Tidëo si rose -le tempie a Menalippo per disdegno, -che quei faceva il teschio e l’altre cose. -«O tu che mostri per sì bestial segno -odio sovra colui che tu ti mangi, -dimmi ’l perché», diss’ io, «per tal convegno, -che se tu a ragion di lui ti piangi, -sappiendo chi voi siete e la sua pecca, -nel mondo suso ancora io te ne cangi, -se quella con ch’io parlo non si secca». diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-33 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-33 deleted file mode 100644 index 56837e5..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-33 +++ /dev/null @@ -1,157 +0,0 @@ -La bocca sollevò dal fiero pasto -quel peccator, forbendola a’ capelli -del capo ch’elli avea di retro guasto. -Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli -disperato dolor che ’l cor mi preme -già pur pensando, pria ch’io ne favelli. -Ma se le mie parole esser dien seme -che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo, -parlar e lagrimar vedrai insieme. -Io non so chi tu se’ né per che modo -venuto se’ qua giù; ma fiorentino -mi sembri veramente quand’ io t’odo. -Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino, -e questi è l’arcivescovo Ruggieri: -or ti dirò perché i son tal vicino. -Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri, -fidandomi di lui, io fossi preso -e poscia morto, dir non è mestieri; -però quel che non puoi avere inteso, -cioè come la morte mia fu cruda, -udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso. -Breve pertugio dentro da la Muda, -la qual per me ha ’l titol de la fame, -e che conviene ancor ch’altrui si chiuda, -m’avea mostrato per lo suo forame -più lune già, quand’ io feci ’l mal sonno -che del futuro mi squarciò ’l velame. -Questi pareva a me maestro e donno, -cacciando il lupo e ’ lupicini al monte -per che i Pisan veder Lucca non ponno. -Con cagne magre, studïose e conte -Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi -s’avea messi dinanzi da la fronte. -In picciol corso mi parieno stanchi -lo padre e ’ figli, e con l’agute scane -mi parea lor veder fender li fianchi. -Quando fui desto innanzi la dimane, -pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli -ch’eran con meco, e dimandar del pane. -Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli -pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava; -e se non piangi, di che pianger suoli? -Già eran desti, e l’ora s’appressava -che ’l cibo ne solëa essere addotto, -e per suo sogno ciascun dubitava; -e io senti’ chiavar l’uscio di sotto -a l’orribile torre; ond’ io guardai -nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto. -Io non piangëa, sì dentro impetrai: -piangevan elli; e Anselmuccio mio -disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”. -Perciò non lagrimai né rispuos’ io -tutto quel giorno né la notte appresso, -infin che l’altro sol nel mondo uscìo. -Come un poco di raggio si fu messo -nel doloroso carcere, e io scorsi -per quattro visi il mio aspetto stesso, -ambo le man per lo dolor mi morsi; -ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia -di manicar, di sùbito levorsi -e disser: “Padre, assai ci fia men doglia -se tu mangi di noi: tu ne vestisti -queste misere carni, e tu le spoglia”. -Queta’mi allor per non farli più tristi; -lo dì e l’altro stemmo tutti muti; -ahi dura terra, perché non t’apristi? -Poscia che fummo al quarto dì venuti, -Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi, -dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”. -Quivi morì; e come tu mi vedi, -vid’ io cascar li tre ad uno ad uno -tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’ io mi diedi, -già cieco, a brancolar sovra ciascuno, -e due dì li chiamai, poi che fur morti. -Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno». -Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti -riprese ’l teschio misero co’ denti, -che furo a l’osso, come d’un can, forti. -Ahi Pisa, vituperio de le genti -del bel paese là dove ’l sì suona, -poi che i vicini a te punir son lenti, -muovasi la Capraia e la Gorgona, -e faccian siepe ad Arno in su la foce, -sì ch’elli annieghi in te ogne persona! -Che se ’l conte Ugolino aveva voce -d’aver tradita te de le castella, -non dovei tu i figliuoi porre a tal croce. -Innocenti facea l’età novella, -novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata -e li altri due che ’l canto suso appella. -Noi passammo oltre, là ’ve la gelata -ruvidamente un’altra gente fascia, -non volta in giù, ma tutta riversata. -Lo pianto stesso lì pianger non lascia, -e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo, -si volge in entro a far crescer l’ambascia; -ché le lagrime prime fanno groppo, -e sì come visiere di cristallo, -rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo. -E avvegna che, sì come d’un callo, -per la freddura ciascun sentimento -cessato avesse del mio viso stallo, -già mi parea sentire alquanto vento; -per ch’io: «Maestro mio, questo chi move? -non è qua giù ogne vapore spento?». -Ond’ elli a me: «Avaccio sarai dove -di ciò ti farà l’occhio la risposta, -veggendo la cagion che ’l fiato piove». -E un de’ tristi de la fredda crosta -gridò a noi: «O anime crudeli -tanto che data v’è l’ultima posta, -levatemi dal viso i duri veli, -sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna, -un poco, pria che ’l pianto si raggeli». -Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna, -dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo, -al fondo de la ghiaccia ir mi convegna». -Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo; -i’ son quel da le frutta del mal orto, -che qui riprendo dattero per figo». -«Oh», diss’ io lui, «or se’ tu ancor morto?». -Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea -nel mondo sù, nulla scïenza porto. -Cotal vantaggio ha questa Tolomea, -che spesse volte l’anima ci cade -innanzi ch’Atropòs mossa le dea. -E perché tu più volentier mi rade -le ’nvetrïate lagrime dal volto, -sappie che, tosto che l’anima trade -come fec’ ïo, il corpo suo l’è tolto -da un demonio, che poscia il governa -mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto. -Ella ruina in sì fatta cisterna; -e forse pare ancor lo corpo suso -de l’ombra che di qua dietro mi verna. -Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso: -elli è ser Branca Doria, e son più anni -poscia passati ch’el fu sì racchiuso». -«Io credo», diss’ io lui, «che tu m’inganni; -ché Branca Doria non morì unquanche, -e mangia e bee e dorme e veste panni». -«Nel fosso sù», diss’ el, «de’ Malebranche, -là dove bolle la tenace pece, -non era ancora giunto Michel Zanche, -che questi lasciò il diavolo in sua vece -nel corpo suo, ed un suo prossimano -che ’l tradimento insieme con lui fece. -Ma distendi oggimai in qua la mano; -aprimi li occhi». E io non gliel’ apersi; -e cortesia fu lui esser villano. -Ahi Genovesi, uomini diversi -d’ogne costume e pien d’ogne magagna, -perché non siete voi del mondo spersi? -Ché col peggiore spirto di Romagna -trovai di voi un tal, che per sua opra -in anima in Cocito già si bagna, -e in corpo par vivo ancor di sopra. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-34 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-34 deleted file mode 100644 index 19e8531..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-34 +++ /dev/null @@ -1,139 +0,0 @@ -«Vexilla regis prodeunt inferni -verso di noi; però dinanzi mira», -disse ’l maestro mio, «se tu ’l discerni». -Come quando una grossa nebbia spira, -o quando l’emisperio nostro annotta, -par di lungi un molin che ’l vento gira, -veder mi parve un tal dificio allotta; -poi per lo vento mi ristrinsi retro -al duca mio, ché non lì era altra grotta. -Già era, e con paura il metto in metro, -là dove l’ombre tutte eran coperte, -e trasparien come festuca in vetro. -Altre sono a giacere; altre stanno erte, -quella col capo e quella con le piante; -altra, com’ arco, il volto a’ piè rinverte. -Quando noi fummo fatti tanto avante, -ch’al mio maestro piacque di mostrarmi -la creatura ch’ebbe il bel sembiante, -d’innanzi mi si tolse e fé restarmi, -«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco -ove convien che di fortezza t’armi». -Com’ io divenni allor gelato e fioco, -nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo, -però ch’ogne parlar sarebbe poco. -Io non mori’ e non rimasi vivo; -pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno, -qual io divenni, d’uno e d’altro privo. -Lo ’mperador del doloroso regno -da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia; -e più con un gigante io mi convegno, -che i giganti non fan con le sue braccia: -vedi oggimai quant’ esser dee quel tutto -ch’a così fatta parte si confaccia. -S’el fu sì bel com’ elli è ora brutto, -e contra ’l suo fattore alzò le ciglia, -ben dee da lui procedere ogne lutto. -Oh quanto parve a me gran maraviglia -quand’ io vidi tre facce a la sua testa! -L’una dinanzi, e quella era vermiglia; -l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa -sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla, -e sé giugnieno al loco de la cresta: -e la destra parea tra bianca e gialla; -la sinistra a vedere era tal, quali -vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla. -Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali, -quanto si convenia a tanto uccello: -vele di mar non vid’ io mai cotali. -Non avean penne, ma di vispistrello -era lor modo; e quelle svolazzava, -sì che tre venti si movean da ello: -quindi Cocito tutto s’aggelava. -Con sei occhi piangëa, e per tre menti -gocciava ’l pianto e sanguinosa bava. -Da ogne bocca dirompea co’ denti -un peccatore, a guisa di maciulla, -sì che tre ne facea così dolenti. -A quel dinanzi il mordere era nulla -verso ’l graffiar, che talvolta la schiena -rimanea de la pelle tutta brulla. -«Quell’ anima là sù c’ha maggior pena», -disse ’l maestro, «è Giuda Scarïotto, -che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena. -De li altri due c’hanno il capo di sotto, -quel che pende dal nero ceffo è Bruto: -vedi come si storce, e non fa motto!; -e l’altro è Cassio, che par sì membruto. -Ma la notte risurge, e oramai -è da partir, ché tutto avem veduto». -Com’ a lui piacque, il collo li avvinghiai; -ed el prese di tempo e loco poste, -e quando l’ali fuoro aperte assai, -appigliò sé a le vellute coste; -di vello in vello giù discese poscia -tra ’l folto pelo e le gelate croste. -Quando noi fummo là dove la coscia -si volge, a punto in sul grosso de l’anche, -lo duca, con fatica e con angoscia, -volse la testa ov’ elli avea le zanche, -e aggrappossi al pel com’ om che sale, -sì che ’n inferno i’ credea tornar anche. -«Attienti ben, ché per cotali scale», -disse ’l maestro, ansando com’ uom lasso, -«conviensi dipartir da tanto male». -Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso -e puose me in su l’orlo a sedere; -appresso porse a me l’accorto passo. -Io levai li occhi e credetti vedere -Lucifero com’ io l’avea lasciato, -e vidili le gambe in sù tenere; -e s’io divenni allora travagliato, -la gente grossa il pensi, che non vede -qual è quel punto ch’io avea passato. -«Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede: -la via è lunga e ’l cammino è malvagio, -e già il sole a mezza terza riede». -Non era camminata di palagio -là ’v’ eravam, ma natural burella -ch’avea mal suolo e di lume disagio. -«Prima ch’io de l’abisso mi divella, -maestro mio», diss’ io quando fui dritto, -«a trarmi d’erro un poco mi favella: -ov’ è la ghiaccia? e questi com’ è fitto -sì sottosopra? e come, in sì poc’ ora, -da sera a mane ha fatto il sol tragitto?». -Ed elli a me: «Tu imagini ancora -d’esser di là dal centro, ov’ io mi presi -al pel del vermo reo che ’l mondo fóra. -Di là fosti cotanto quant’ io scesi; -quand’ io mi volsi, tu passasti ’l punto -al qual si traggon d’ogne parte i pesi. -E se’ or sotto l’emisperio giunto -ch’è contraposto a quel che la gran secca -coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto -fu l’uom che nacque e visse sanza pecca; -tu haï i piedi in su picciola spera -che l’altra faccia fa de la Giudecca. -Qui è da man, quando di là è sera; -e questi, che ne fé scala col pelo, -fitto è ancora sì come prim’ era. -Da questa parte cadde giù dal cielo; -e la terra, che pria di qua si sporse, -per paura di lui fé del mar velo, -e venne a l’emisperio nostro; e forse -per fuggir lui lasciò qui loco vòto -quella ch’appar di qua, e sù ricorse». -Luogo è là giù da Belzebù remoto -tanto quanto la tomba si distende, -che non per vista, ma per suono è noto -d’un ruscelletto che quivi discende -per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso, -col corso ch’elli avvolge, e poco pende. -Lo duca e io per quel cammino ascoso -intrammo a ritornar nel chiaro mondo; -e sanza cura aver d’alcun riposo, -salimmo sù, el primo e io secondo, -tanto ch’i’ vidi de le cose belle -che porta ’l ciel, per un pertugio tondo. -E quindi uscimmo a riveder le stelle. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-4 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-4 deleted file mode 100644 index 428c523..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-4 +++ /dev/null @@ -1,151 +0,0 @@ -Ruppemi l’alto sonno ne la testa -un greve truono, sì ch’io mi riscossi -come persona ch’è per forza desta; -e l’occhio riposato intorno mossi, -dritto levato, e fiso riguardai -per conoscer lo loco dov’ io fossi. -Vero è che ’n su la proda mi trovai -de la valle d’abisso dolorosa -che ’ntrono accoglie d’infiniti guai. -Oscura e profonda era e nebulosa -tanto che, per ficcar lo viso a fondo, -io non vi discernea alcuna cosa. -«Or discendiam qua giù nel cieco mondo», -cominciò il poeta tutto smorto. -«Io sarò primo, e tu sarai secondo». -E io, che del color mi fui accorto, -dissi: «Come verrò, se tu paventi -che suoli al mio dubbiare esser conforto?». -Ed elli a me: «L’angoscia de le genti -che son qua giù, nel viso mi dipigne -quella pietà che tu per tema senti. -Andiam, ché la via lunga ne sospigne». -Così si mise e così mi fé intrare -nel primo cerchio che l’abisso cigne. -Quivi, secondo che per ascoltare, -non avea pianto mai che di sospiri, -che l’aura etterna facevan tremare; -ciò avvenia di duol senza martìri, -ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi, -d’infanti e di femmine e di viri. -Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi -che spiriti son questi che tu vedi? -Or vo’ che sappi, innanzi che più andi, -ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi, -non basta, perché non ebber battesmo, -ch’è porta de la fede che tu credi; -e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo, -non adorar debitamente a Dio: -e di questi cotai son io medesmo. -Per tai difetti, non per altro rio, -semo perduti, e sol di tanto offesi, -che sanza speme vivemo in disio». -Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi, -però che gente di molto valore -conobbi che ’n quel limbo eran sospesi. -«Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore», -comincia’ io per voler esser certo -di quella fede che vince ogne errore: -«uscicci mai alcuno, o per suo merto -o per altrui, che poi fosse beato?». -E quei che ’ntese il mio parlar coverto, -rispuose: «Io era nuovo in questo stato, -quando ci vidi venire un possente, -con segno di vittoria coronato. -Trasseci l’ombra del primo parente, -d’Abèl suo figlio e quella di Noè, -di Moïsè legista e ubidente; -Abraàm patrïarca e Davìd re, -Israèl con lo padre e co’ suoi nati -e con Rachele, per cui tanto fé; -e altri molti, e feceli beati. -E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi, -spiriti umani non eran salvati». -Non lasciavam l’andar perch’ ei dicessi, -ma passavam la selva tuttavia, -la selva, dico, di spiriti spessi. -Non era lunga ancor la nostra via -di qua dal sonno, quand’ io vidi un foco -ch’emisperio di tenebre vincia. -Di lungi n’eravamo ancora un poco, -ma non sì ch’io non discernessi in parte -ch’orrevol gente possedea quel loco. -«O tu ch’onori scïenzïa e arte, -questi chi son c’hanno cotanta onranza, -che dal modo de li altri li diparte?». -E quelli a me: «L’onrata nominanza -che di lor suona sù ne la tua vita, -grazïa acquista in ciel che sì li avanza». -Intanto voce fu per me udita: -«Onorate l’altissimo poeta; -l’ombra sua torna, ch’era dipartita». -Poi che la voce fu restata e queta, -vidi quattro grand’ ombre a noi venire: -sembianz’ avevan né trista né lieta. -Lo buon maestro cominciò a dire: -«Mira colui con quella spada in mano, -che vien dinanzi ai tre sì come sire: -quelli è Omero poeta sovrano; -l’altro è Orazio satiro che vene; -Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano. -Però che ciascun meco si convene -nel nome che sonò la voce sola, -fannomi onore, e di ciò fanno bene». -Così vid’ i’ adunar la bella scola -di quel segnor de l’altissimo canto -che sovra li altri com’ aquila vola. -Da ch’ebber ragionato insieme alquanto, -volsersi a me con salutevol cenno, -e ’l mio maestro sorrise di tanto; -e più d’onore ancora assai mi fenno, -ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera, -sì ch’io fui sesto tra cotanto senno. -Così andammo infino a la lumera, -parlando cose che ’l tacere è bello, -sì com’ era ’l parlar colà dov’ era. -Venimmo al piè d’un nobile castello, -sette volte cerchiato d’alte mura, -difeso intorno d’un bel fiumicello. -Questo passammo come terra dura; -per sette porte intrai con questi savi: -giugnemmo in prato di fresca verdura. -Genti v’eran con occhi tardi e gravi, -di grande autorità ne’ lor sembianti: -parlavan rado, con voci soavi. -Traemmoci così da l’un de’ canti, -in loco aperto, luminoso e alto, -sì che veder si potien tutti quanti. -Colà diritto, sovra ’l verde smalto, -mi fuor mostrati li spiriti magni, -che del vedere in me stesso m’essalto. -I’ vidi Eletra con molti compagni, -tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea, -Cesare armato con li occhi grifagni. -Vidi Cammilla e la Pantasilea; -da l’altra parte vidi ’l re Latino -che con Lavina sua figlia sedea. -Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino, -Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia; -e solo, in parte, vidi ’l Saladino. -Poi ch’innalzai un poco più le ciglia, -vidi ’l maestro di color che sanno -seder tra filosofica famiglia. -Tutti lo miran, tutti onor li fanno: -quivi vid’ ïo Socrate e Platone, -che ’nnanzi a li altri più presso li stanno; -Democrito, che ’l mondo a caso pone, -Dïogenès, Anassagora e Tale, -Empedoclès, Eraclito e Zenone; -e vidi il buono accoglitor del quale, -Dïascoride dico; e vidi Orfeo, -Tulïo e Lino e Seneca morale; -Euclide geomètra e Tolomeo, -Ipocràte, Avicenna e Galïeno, -Averoìs, che ’l gran comento feo. -Io non posso ritrar di tutti a pieno, -però che sì mi caccia il lungo tema, -che molte volte al fatto il dir vien meno. -La sesta compagnia in due si scema: -per altra via mi mena il savio duca, -fuor de la queta, ne l’ aura che trema. -E vegno in parte ove non è che luca. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-5 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-5 deleted file mode 100644 index 2e44382..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-5 +++ /dev/null @@ -1,142 +0,0 @@ -Così discesi del cerchio primaio -giù nel secondo, che men loco cinghia -e tanto più dolor, che punge a guaio. -Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: -essamina le colpe ne l’intrata; -giudica e manda secondo ch’avvinghia. -Dico che quando l’anima mal nata -li vien dinanzi, tutta si confessa; -e quel conoscitor de le peccata -vede qual loco d’inferno è da essa; -cignesi con la coda tante volte -quantunque gradi vuol che giù sia messa. -Sempre dinanzi a lui ne stanno molte: -vanno a vicenda ciascuna al giudizio, -dicono e odono e poi son giù volte. -«O tu che vieni al doloroso ospizio», -disse Minòs a me quando mi vide, -lasciando l’atto di cotanto offizio, -«guarda com’ entri e di cui tu ti fide; -non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!». -E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride? -Non impedir lo suo fatale andare: -vuolsi così colà dove si puote -ciò che si vuole, e più non dimandare». -Or incomincian le dolenti note -a farmisi sentire; or son venuto -là dove molto pianto mi percuote. -Io venni in loco d’ogne luce muto, -che mugghia come fa mar per tempesta, -se da contrari venti è combattuto. -La bufera infernal, che mai non resta, -mena li spirti con la sua rapina; -voltando e percotendo li molesta. -Quando giungon davanti a la ruina, -quivi le strida, il compianto, il lamento; -bestemmian quivi la virtù divina. -Intesi ch’a così fatto tormento -enno dannati i peccator carnali, -che la ragion sommettono al talento. -E come li stornei ne portan l’ali -nel freddo tempo, a schiera larga e piena, -così quel fiato li spiriti mali -di qua, di là, di giù, di sù li mena; -nulla speranza li conforta mai, -non che di posa, ma di minor pena. -E come i gru van cantando lor lai, -faccendo in aere di sé lunga riga, -così vid’ io venir, traendo guai, -ombre portate da la detta briga; -per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle -genti che l’aura nera sì gastiga?». -«La prima di color di cui novelle -tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta, -«fu imperadrice di molte favelle. -A vizio di lussuria fu sì rotta, -che libito fé licito in sua legge, -per tòrre il biasmo in che era condotta. -Ell’ è Semiramìs, di cui si legge -che succedette a Nino e fu sua sposa: -tenne la terra che ’l Soldan corregge. -L’altra è colei che s’ancise amorosa, -e ruppe fede al cener di Sicheo; -poi è Cleopatràs lussurïosa. -Elena vedi, per cui tanto reo -tempo si volse, e vedi ’l grande Achille, -che con amore al fine combatteo. -Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille -ombre mostrommi e nominommi a dito, -ch’amor di nostra vita dipartille. -Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito -nomar le donne antiche e ’ cavalieri, -pietà mi giunse, e fui quasi smarrito. -I’ cominciai: «Poeta, volontieri -parlerei a quei due che ’nsieme vanno, -e paion sì al vento esser leggeri». -Ed elli a me: «Vedrai quando saranno -più presso a noi; e tu allor li priega -per quello amor che i mena, ed ei verranno». -Sì tosto come il vento a noi li piega, -mossi la voce: «O anime affannate, -venite a noi parlar, s’altri nol niega!». -Quali colombe dal disio chiamate -con l’ali alzate e ferme al dolce nido -vegnon per l’aere, dal voler portate; -cotali uscir de la schiera ov’ è Dido, -a noi venendo per l’aere maligno, -sì forte fu l’affettüoso grido. -«O animal grazïoso e benigno -che visitando vai per l’aere perso -noi che tignemmo il mondo di sanguigno, -se fosse amico il re de l’universo, -noi pregheremmo lui de la tua pace, -poi c’hai pietà del nostro mal perverso. -Di quel che udire e che parlar vi piace, -noi udiremo e parleremo a voi, -mentre che ’l vento, come fa, ci tace. -Siede la terra dove nata fui -su la marina dove ’l Po discende -per aver pace co’ seguaci sui. -Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, -prese costui de la bella persona -che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende. -Amor, ch’a nullo amato amar perdona, -mi prese del costui piacer sì forte, -che, come vedi, ancor non m’abbandona. -Amor condusse noi ad una morte. -Caina attende chi a vita ci spense». -Queste parole da lor ci fuor porte. -Quand’ io intesi quell’ anime offense, -china’ il viso, e tanto il tenni basso, -fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?». -Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso, -quanti dolci pensier, quanto disio -menò costoro al doloroso passo!». -Poi mi rivolsi a loro e parla’ io, -e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri -a lagrimar mi fanno tristo e pio. -Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, -a che e come concedette amore -che conosceste i dubbiosi disiri?». -E quella a me: «Nessun maggior dolore -che ricordarsi del tempo felice -ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore. -Ma s’a conoscer la prima radice -del nostro amor tu hai cotanto affetto, -dirò come colui che piange e dice. -Noi leggiavamo un giorno per diletto -di Lancialotto come amor lo strinse; -soli eravamo e sanza alcun sospetto. -Per più fïate li occhi ci sospinse -quella lettura, e scolorocci il viso; -ma solo un punto fu quel che ci vinse. -Quando leggemmo il disïato riso -esser basciato da cotanto amante, -questi, che mai da me non fia diviso, -la bocca mi basciò tutto tremante. -Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse: -quel giorno più non vi leggemmo avante». -Mentre che l’uno spirto questo disse, -l’altro piangëa; sì che di pietade -io venni men così com’ io morisse. -E caddi come corpo morto cade. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-6 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-6 deleted file mode 100644 index 8ef1491..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-6 +++ /dev/null @@ -1,115 +0,0 @@ -Al tornar de la mente, che si chiuse -dinanzi a la pietà d’i due cognati, -che di trestizia tutto mi confuse, -novi tormenti e novi tormentati -mi veggio intorno, come ch’io mi mova -e ch’io mi volga, e come che io guati. -Io sono al terzo cerchio, de la piova -etterna, maladetta, fredda e greve; -regola e qualità mai non l’è nova. -Grandine grossa, acqua tinta e neve -per l’aere tenebroso si riversa; -pute la terra che questo riceve. -Cerbero, fiera crudele e diversa, -con tre gole caninamente latra -sovra la gente che quivi è sommersa. -Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, -e ’l ventre largo, e unghiate le mani; -graffia li spirti ed iscoia ed isquatra. -Urlar li fa la pioggia come cani; -de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo; -volgonsi spesso i miseri profani. -Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, -le bocche aperse e mostrocci le sanne; -non avea membro che tenesse fermo. -E ’l duca mio distese le sue spanne, -prese la terra, e con piene le pugna -la gittò dentro a le bramose canne. -Qual è quel cane ch’abbaiando agogna, -e si racqueta poi che ’l pasto morde, -ché solo a divorarlo intende e pugna, -cotai si fecer quelle facce lorde -de lo demonio Cerbero, che ’ntrona -l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde. -Noi passavam su per l’ombre che adona -la greve pioggia, e ponavam le piante -sovra lor vanità che par persona. -Elle giacean per terra tutte quante, -fuor d’una ch’a seder si levò, ratto -ch’ella ci vide passarsi davante. -«O tu che se’ per questo ’nferno tratto», -mi disse, «riconoscimi, se sai: -tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto». -E io a lui: «L’angoscia che tu hai -forse ti tira fuor de la mia mente, -sì che non par ch’i’ ti vedessi mai. -Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente -loco se’ messo, e hai sì fatta pena, -che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente». -Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena -d’invidia sì che già trabocca il sacco, -seco mi tenne in la vita serena. -Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: -per la dannosa colpa de la gola, -come tu vedi, a la pioggia mi fiacco. -E io anima trista non son sola, -ché tutte queste a simil pena stanno -per simil colpa». E più non fé parola. -Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno -mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita; -ma dimmi, se tu sai, a che verranno -li cittadin de la città partita; -s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione -per che l’ha tanta discordia assalita». -E quelli a me: «Dopo lunga tencione -verranno al sangue, e la parte selvaggia -caccerà l’altra con molta offensione. -Poi appresso convien che questa caggia -infra tre soli, e che l’altra sormonti -con la forza di tal che testé piaggia. -Alte terrà lungo tempo le fronti, -tenendo l’altra sotto gravi pesi, -come che di ciò pianga o che n’aonti. -Giusti son due, e non vi sono intesi; -superbia, invidia e avarizia sono -le tre faville c’hanno i cuori accesi». -Qui puose fine al lagrimabil suono. -E io a lui: «Ancor vo’ che mi ’nsegni -e che di più parlar mi facci dono. -Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni, -Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca -e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni, -dimmi ove sono e fa ch’io li conosca; -ché gran disio mi stringe di savere -se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca». -E quelli: «Ei son tra l’anime più nere; -diverse colpe giù li grava al fondo: -se tanto scendi, là i potrai vedere. -Ma quando tu sarai nel dolce mondo, -priegoti ch’a la mente altrui mi rechi: -più non ti dico e più non ti rispondo». -Li diritti occhi torse allora in biechi; -guardommi un poco e poi chinò la testa: -cadde con essa a par de li altri ciechi. -E ’l duca disse a me: «Più non si desta -di qua dal suon de l’angelica tromba, -quando verrà la nimica podesta: -ciascun rivederà la trista tomba, -ripiglierà sua carne e sua figura, -udirà quel ch’in etterno rimbomba». -Sì trapassammo per sozza mistura -de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti, -toccando un poco la vita futura; -per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti -crescerann’ ei dopo la gran sentenza, -o fier minori, o saran sì cocenti?». -Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza, -che vuol, quanto la cosa è più perfetta, -più senta il bene, e così la doglienza. -Tutto che questa gente maladetta -in vera perfezion già mai non vada, -di là più che di qua essere aspetta». -Noi aggirammo a tondo quella strada, -parlando più assai ch’i’ non ridico; -venimmo al punto dove si digrada: -quivi trovammo Pluto, il gran nemico. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-7 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-7 deleted file mode 100644 index 0b5f511..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-7 +++ /dev/null @@ -1,130 +0,0 @@ -«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!», -cominciò Pluto con la voce chioccia; -e quel savio gentil, che tutto seppe, -disse per confortarmi: «Non ti noccia -la tua paura; ché, poder ch’elli abbia, -non ci torrà lo scender questa roccia». -Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia, -e disse: «Taci, maladetto lupo! -consuma dentro te con la tua rabbia. -Non è sanza cagion l’andare al cupo: -vuolsi ne l’alto, là dove Michele -fé la vendetta del superbo strupo». -Quali dal vento le gonfiate vele -caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca, -tal cadde a terra la fiera crudele. -Così scendemmo ne la quarta lacca, -pigliando più de la dolente ripa -che ’l mal de l’universo tutto insacca. -Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa -nove travaglie e pene quant’ io viddi? -e perché nostra colpa sì ne scipa? -Come fa l’onda là sovra Cariddi, -che si frange con quella in cui s’intoppa, -così convien che qui la gente riddi. -Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa, -e d’una parte e d’altra, con grand’ urli, -voltando pesi per forza di poppa. -Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì -si rivolgea ciascun, voltando a retro, -gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?». -Così tornavan per lo cerchio tetro -da ogne mano a l’opposito punto, -gridandosi anche loro ontoso metro; -poi si volgea ciascun, quand’ era giunto, -per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra. -E io, ch’avea lo cor quasi compunto, -dissi: «Maestro mio, or mi dimostra -che gente è questa, e se tutti fuor cherci -questi chercuti a la sinistra nostra». -Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci -sì de la mente in la vita primaia, -che con misura nullo spendio ferci. -Assai la voce lor chiaro l’abbaia, -quando vegnono a’ due punti del cerchio -dove colpa contraria li dispaia. -Questi fuor cherci, che non han coperchio -piloso al capo, e papi e cardinali, -in cui usa avarizia il suo soperchio». -E io: «Maestro, tra questi cotali -dovre’ io ben riconoscere alcuni -che furo immondi di cotesti mali». -Ed elli a me: «Vano pensiero aduni: -la sconoscente vita che i fé sozzi, -ad ogne conoscenza or li fa bruni. -In etterno verranno a li due cozzi: -questi resurgeranno del sepulcro -col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi. -Mal dare e mal tener lo mondo pulcro -ha tolto loro, e posti a questa zuffa: -qual ella sia, parole non ci appulcro. -Or puoi, figliuol, veder la corta buffa -d’i ben che son commessi a la fortuna, -per che l’umana gente si rabbuffa; -ché tutto l’oro ch’è sotto la luna -e che già fu, di quest’ anime stanche -non poterebbe farne posare una». -«Maestro mio», diss’ io, «or mi dì anche: -questa fortuna di che tu mi tocche, -che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?». -E quelli a me: «Oh creature sciocche, -quanta ignoranza è quella che v’offende! -Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche. -Colui lo cui saver tutto trascende, -fece li cieli e diè lor chi conduce -sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende, -distribuendo igualmente la luce. -Similemente a li splendor mondani -ordinò general ministra e duce -che permutasse a tempo li ben vani -di gente in gente e d’uno in altro sangue, -oltre la difension d’i senni umani; -per ch’una gente impera e l’altra langue, -seguendo lo giudicio di costei, -che è occulto come in erba l’angue. -Vostro saver non ha contasto a lei: -questa provede, giudica, e persegue -suo regno come il loro li altri dèi. -Le sue permutazion non hanno triegue: -necessità la fa esser veloce; -sì spesso vien chi vicenda consegue. -Quest’ è colei ch’è tanto posta in croce -pur da color che le dovrien dar lode, -dandole biasmo a torto e mala voce; -ma ella s’è beata e ciò non ode: -con l’altre prime creature lieta -volve sua spera e beata si gode. -Or discendiamo omai a maggior pieta; -già ogne stella cade che saliva -quand’ io mi mossi, e ’l troppo star si vieta». -Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva -sovr’ una fonte che bolle e riversa -per un fossato che da lei deriva. -L’acqua era buia assai più che persa; -e noi, in compagnia de l’onde bige, -intrammo giù per una via diversa. -In la palude va c’ha nome Stige -questo tristo ruscel, quand’ è disceso -al piè de le maligne piagge grige. -E io, che di mirare stava inteso, -vidi genti fangose in quel pantano, -ignude tutte, con sembiante offeso. -Queste si percotean non pur con mano, -ma con la testa e col petto e coi piedi, -troncandosi co’ denti a brano a brano. -Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi -l’anime di color cui vinse l’ira; -e anche vo’ che tu per certo credi -che sotto l’acqua è gente che sospira, -e fanno pullular quest’ acqua al summo, -come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira. -Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo -ne l’aere dolce che dal sol s’allegra, -portando dentro accidïoso fummo: -or ci attristiam ne la belletta negra”. -Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza, -ché dir nol posson con parola integra». -Così girammo de la lorda pozza -grand’ arco tra la ripa secca e ’l mézzo, -con li occhi vòlti a chi del fango ingozza. -Venimmo al piè d’una torre al da sezzo. diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-8 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-8 deleted file mode 100644 index 25a7e68..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-8 +++ /dev/null @@ -1,130 +0,0 @@ -Io dico, seguitando, ch’assai prima -che noi fossimo al piè de l’alta torre, -li occhi nostri n’andar suso a la cima -per due fiammette che i vedemmo porre -e un’altra da lungi render cenno, -tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre. -E io mi volsi al mar di tutto ’l senno; -dissi: «Questo che dice? e che risponde -quell’ altro foco? e chi son quei che ’l fenno?». -Ed elli a me: «Su per le sucide onde -già scorgere puoi quello che s’aspetta, -se ’l fummo del pantan nol ti nasconde». -Corda non pinse mai da sé saetta -che sì corresse via per l’aere snella, -com’ io vidi una nave piccioletta -venir per l’acqua verso noi in quella, -sotto ’l governo d’un sol galeoto, -che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!». -«Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto», -disse lo mio segnore «a questa volta: -più non ci avrai che sol passando il loto». -Qual è colui che grande inganno ascolta -che li sia fatto, e poi se ne rammarca, -fecesi Flegïàs ne l’ira accolta. -Lo duca mio discese ne la barca, -e poi mi fece intrare appresso lui; -e sol quand’ io fui dentro parve carca. -Tosto che ’l duca e io nel legno fui, -segando se ne va l’antica prora -de l’acqua più che non suol con altrui. -Mentre noi corravam la morta gora, -dinanzi mi si fece un pien di fango, -e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?». -E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango; -ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?». -Rispuose: «Vedi che son un che piango». -E io a lui: «Con piangere e con lutto, -spirito maladetto, ti rimani; -ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto». -Allor distese al legno ambo le mani; -per che ’l maestro accorto lo sospinse, -dicendo: «Via costà con li altri cani!». -Lo collo poi con le braccia mi cinse; -basciommi ’l volto, e disse: «Alma sdegnosa, -benedetta colei che ’n te s’incinse! -Quei fu al mondo persona orgogliosa; -bontà non è che sua memoria fregi: -così s’è l’ombra sua qui furïosa. -Quanti si tegnon or là sù gran regi -che qui staranno come porci in brago, -di sé lasciando orribili dispregi!». -E io: «Maestro, molto sarei vago -di vederlo attuffare in questa broda -prima che noi uscissimo del lago». -Ed elli a me: «Avante che la proda -ti si lasci veder, tu sarai sazio: -di tal disïo convien che tu goda». -Dopo ciò poco vid’ io quello strazio -far di costui a le fangose genti, -che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio. -Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»; -e ’l fiorentino spirito bizzarro -in sé medesmo si volvea co’ denti. -Quivi il lasciammo, che più non ne narro; -ma ne l’orecchie mi percosse un duolo, -per ch’ io avante l’occhio intento sbarro. -Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo, -s’appressa la città c’ha nome Dite, -coi gravi cittadin, col grande stuolo». -E io: «Maestro, già le sue meschite -là entro certe ne la valle cerno, -vermiglie come se di foco uscite -fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno -ch’entro l’affoca le dimostra rosse, -come tu vedi in questo basso inferno». -Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse -che vallan quella terra sconsolata: -le mura mi parean che ferro fosse. -Non sanza prima far grande aggirata, -venimmo in parte dove il nocchier forte -«Usciteci», gridò: «qui è l’intrata». -Io vidi più di mille in su le porte -da ciel piovuti, che stizzosamente -dicean: «Chi è costui che sanza morte -va per lo regno de la morta gente?». -E ’l savio mio maestro fece segno -di voler lor parlar segretamente. -Allor chiusero un poco il gran disdegno, -e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada, -che sì ardito intrò per questo regno. -Sol si ritorni per la folle strada: -pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai -che li ha’ iscorta sì buia contrada». -Pensa, lettor, se io mi sconfortai -nel suon de le parole maladette, -ché non credetti ritornarci mai. -«O caro duca mio, che più di sette -volte m’hai sicurtà renduta e tratto -d’alto periglio che ’ncontra mi stette, -non mi lasciar», diss’ io, «così disfatto; -e se ’l passar più oltre ci è negato, -ritroviam l’orme nostre insieme ratto». -E quel segnor che lì m’avea menato, -mi disse: «Non temer; ché ’l nostro passo -non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato. -Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso -conforta e ciba di speranza buona, -ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso». -Così sen va, e quivi m’abbandona -lo dolce padre, e io rimagno in forse, -che sì e no nel capo mi tenciona. -Udir non potti quello ch’a lor porse; -ma ei non stette là con essi guari, -che ciascun dentro a pruova si ricorse. -Chiuser le porte que’ nostri avversari -nel petto al mio segnor, che fuor rimase, -e rivolsesi a me con passi rari. -Li occhi a la terra e le ciglia avea rase -d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri: -«Chi m’ha negate le dolenti case!». -E a me disse: «Tu, perch’ io m’adiri, -non sbigottir, ch’io vincerò la prova, -qual ch’a la difension dentro s’aggiri. -Questa lor tracotanza non è nova; -ché già l’usaro a men segreta porta, -la qual sanza serrame ancor si trova. -Sovr’ essa vedestù la scritta morta: -e già di qua da lei discende l’erta, -passando per li cerchi sanza scorta, -tal che per lui ne fia la terra aperta». diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-9 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-9 deleted file mode 100644 index b22336d..0000000 --- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-9 +++ /dev/null @@ -1,133 +0,0 @@ -Quel color che viltà di fuor mi pinse -veggendo il duca mio tornare in volta, -più tosto dentro il suo novo ristrinse. -Attento si fermò com’ uom ch’ascolta; -ché l’occhio nol potea menare a lunga -per l’aere nero e per la nebbia folta. -«Pur a noi converrà vincer la punga», -cominciò el, «se non . . . Tal ne s’offerse. -Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!». -I’ vidi ben sì com’ ei ricoperse -lo cominciar con l’altro che poi venne, -che fur parole a le prime diverse; -ma nondimen paura il suo dir dienne, -perch’ io traeva la parola tronca -forse a peggior sentenzia che non tenne. -«In questo fondo de la trista conca -discende mai alcun del primo grado, -che sol per pena ha la speranza cionca?». -Questa question fec’ io; e quei «Di rado -incontra», mi rispuose, «che di noi -faccia il cammino alcun per qual io vado. -Ver è ch’altra fïata qua giù fui, -congiurato da quella Eritón cruda -che richiamava l’ombre a’ corpi sui. -Di poco era di me la carne nuda, -ch’ella mi fece intrar dentr’ a quel muro, -per trarne un spirto del cerchio di Giuda. -Quell’ è ’l più basso loco e ’l più oscuro, -e ’l più lontan dal ciel che tutto gira: -ben so ’l cammin; però ti fa sicuro. -Questa palude che ’l gran puzzo spira -cigne dintorno la città dolente, -u’ non potemo intrare omai sanz’ ira». -E altro disse, ma non l’ho a mente; -però che l’occhio m’avea tutto tratto -ver’ l’alta torre a la cima rovente, -dove in un punto furon dritte ratto -tre furïe infernal di sangue tinte, -che membra feminine avieno e atto, -e con idre verdissime eran cinte; -serpentelli e ceraste avien per crine, -onde le fiere tempie erano avvinte. -E quei, che ben conobbe le meschine -de la regina de l’etterno pianto, -«Guarda», mi disse, «le feroci Erine. -Quest’ è Megera dal sinistro canto; -quella che piange dal destro è Aletto; -Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto. -Con l’unghie si fendea ciascuna il petto; -battiensi a palme e gridavan sì alto, -ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto. -«Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto», -dicevan tutte riguardando in giuso; -«mal non vengiammo in Tesëo l’assalto». -«Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso; -ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi, -nulla sarebbe di tornar mai suso». -Così disse ’l maestro; ed elli stessi -mi volse, e non si tenne a le mie mani, -che con le sue ancor non mi chiudessi. -O voi ch’avete li ’ntelletti sani, -mirate la dottrina che s’asconde -sotto ’l velame de li versi strani. -E già venìa su per le torbide onde -un fracasso d’un suon, pien di spavento, -per cui tremavano amendue le sponde, -non altrimenti fatto che d’un vento -impetüoso per li avversi ardori, -che fier la selva e sanz’ alcun rattento -li rami schianta, abbatte e porta fori; -dinanzi polveroso va superbo, -e fa fuggir le fiere e li pastori. -Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo -del viso su per quella schiuma antica -per indi ove quel fummo è più acerbo». -Come le rane innanzi a la nimica -biscia per l’acqua si dileguan tutte, -fin ch’a la terra ciascuna s’abbica, -vid’ io più di mille anime distrutte -fuggir così dinanzi ad un ch’al passo -passava Stige con le piante asciutte. -Dal volto rimovea quell’ aere grasso, -menando la sinistra innanzi spesso; -e sol di quell’ angoscia parea lasso. -Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo, -e volsimi al maestro; e quei fé segno -ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso. -Ahi quanto mi parea pien di disdegno! -Venne a la porta e con una verghetta -l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno. -«O cacciati del ciel, gente dispetta», -cominciò elli in su l’orribil soglia, -«ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta? -Perché recalcitrate a quella voglia -a cui non puote il fin mai esser mozzo, -e che più volte v’ha cresciuta doglia? -Che giova ne le fata dar di cozzo? -Cerbero vostro, se ben vi ricorda, -ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo». -Poi si rivolse per la strada lorda, -e non fé motto a noi, ma fé sembiante -d’omo cui altra cura stringa e morda -che quella di colui che li è davante; -e noi movemmo i piedi inver’ la terra, -sicuri appresso le parole sante. -Dentro li ’ntrammo sanz’ alcuna guerra; -e io, ch’avea di riguardar disio -la condizion che tal fortezza serra, -com’ io fui dentro, l’occhio intorno invio: -e veggio ad ogne man grande campagna, -piena di duolo e di tormento rio. -Sì come ad Arli, ove Rodano stagna, -sì com’ a Pola, presso del Carnaro -ch’Italia chiude e suoi termini bagna, -fanno i sepulcri tutt’ il loco varo, -così facevan quivi d’ogne parte, -salvo che ’l modo v’era più amaro; -ché tra li avelli fiamme erano sparte, -per le quali eran sì del tutto accesi, -che ferro più non chiede verun’ arte. -Tutti li lor coperchi eran sospesi, -e fuor n’uscivan sì duri lamenti, -che ben parean di miseri e d’offesi. -E io: «Maestro, quai son quelle genti -che, seppellite dentro da quell’ arche, -si fan sentir coi sospiri dolenti?». -E quelli a me: «Qui son li eresïarche -con lor seguaci, d’ogne setta, e molto -più che non credi son le tombe carche. -Simile qui con simile è sepolto, -e i monimenti son più e men caldi». -E poi ch’a la man destra si fu vòlto, -passammo tra i martìri e li alti spaldi. diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-1 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-1 deleted file mode 100644 index acc4201..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-1 +++ /dev/null @@ -1,142 +0,0 @@ -La gloria di colui che tutto move -per l’universo penetra, e risplende -in una parte più e meno altrove. -Nel ciel che più de la sua luce prende -fu’ io, e vidi cose che ridire -né sa né può chi di là sù discende; -perché appressando sé al suo disire, -nostro intelletto si profonda tanto, -che dietro la memoria non può ire. -Veramente quant’ io del regno santo -ne la mia mente potei far tesoro, -sarà ora materia del mio canto. -O buono Appollo, a l’ultimo lavoro -fammi del tuo valor sì fatto vaso, -come dimandi a dar l’amato alloro. -Infino a qui l’un giogo di Parnaso -assai mi fu; ma or con amendue -m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso. -Entra nel petto mio, e spira tue -sì come quando Marsïa traesti -de la vagina de le membra sue. -O divina virtù, se mi ti presti -tanto che l’ombra del beato regno -segnata nel mio capo io manifesti, -vedra’mi al piè del tuo diletto legno -venire, e coronarmi de le foglie -che la materia e tu mi farai degno. -Sì rade volte, padre, se ne coglie -per trïunfare o cesare o poeta, -colpa e vergogna de l’umane voglie, -che parturir letizia in su la lieta -delfica deïtà dovria la fronda -peneia, quando alcun di sé asseta. -Poca favilla gran fiamma seconda: -forse di retro a me con miglior voci -si pregherà perché Cirra risponda. -Surge ai mortali per diverse foci -la lucerna del mondo; ma da quella -che quattro cerchi giugne con tre croci, -con miglior corso e con migliore stella -esce congiunta, e la mondana cera -più a suo modo tempera e suggella. -Fatto avea di là mane e di qua sera -tal foce, e quasi tutto era là bianco -quello emisperio, e l’altra parte nera, -quando Beatrice in sul sinistro fianco -vidi rivolta e riguardar nel sole: -aquila sì non li s’affisse unquanco. -E sì come secondo raggio suole -uscir del primo e risalire in suso, -pur come pelegrin che tornar vuole, -così de l’atto suo, per li occhi infuso -ne l’imagine mia, il mio si fece, -e fissi li occhi al sole oltre nostr’ uso. -Molto è licito là, che qui non lece -a le nostre virtù, mercé del loco -fatto per proprio de l’umana spece. -Io nol soffersi molto, né sì poco, -ch’io nol vedessi sfavillar dintorno, -com’ ferro che bogliente esce del foco; -e di sùbito parve giorno a giorno -essere aggiunto, come quei che puote -avesse il ciel d’un altro sole addorno. -Beatrice tutta ne l’etterne rote -fissa con li occhi stava; e io in lei -le luci fissi, di là sù rimote. -Nel suo aspetto tal dentro mi fei, -qual si fé Glauco nel gustar de l’erba -che ’l fé consorto in mar de li altri dèi. -Trasumanar significar per verba -non si poria; però l’essemplo basti -a cui esperïenza grazia serba. -S’i’ era sol di me quel che creasti -novellamente, amor che ’l ciel governi, -tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti. -Quando la rota che tu sempiterni -desiderato, a sé mi fece atteso -con l’armonia che temperi e discerni, -parvemi tanto allor del cielo acceso -de la fiamma del sol, che pioggia o fiume -lago non fece alcun tanto disteso. -La novità del suono e ’l grande lume -di lor cagion m’accesero un disio -mai non sentito di cotanto acume. -Ond’ ella, che vedea me sì com’ io, -a quïetarmi l’animo commosso, -pria ch’io a dimandar, la bocca aprio, -e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso -col falso imaginar, sì che non vedi -ciò che vedresti se l’avessi scosso. -Tu non se’ in terra, sì come tu credi; -ma folgore, fuggendo il proprio sito, -non corse come tu ch’ad esso riedi». -S’io fui del primo dubbio disvestito -per le sorrise parolette brevi, -dentro ad un nuovo più fu’ inretito, -e dissi: «Già contento requïevi -di grande ammirazion; ma ora ammiro -com’ io trascenda questi corpi levi». -Ond’ ella, appresso d’un pïo sospiro, -li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante -che madre fa sovra figlio deliro, -e cominciò: «Le cose tutte quante -hanno ordine tra loro, e questo è forma -che l’universo a Dio fa simigliante. -Qui veggion l’alte creature l’orma -de l’etterno valore, il qual è fine -al quale è fatta la toccata norma. -Ne l’ordine ch’io dico sono accline -tutte nature, per diverse sorti, -più al principio loro e men vicine; -onde si muovono a diversi porti -per lo gran mar de l’essere, e ciascuna -con istinto a lei dato che la porti. -Questi ne porta il foco inver’ la luna; -questi ne’ cor mortali è permotore; -questi la terra in sé stringe e aduna; -né pur le creature che son fore -d’intelligenza quest’ arco saetta -ma quelle c’hanno intelletto e amore. -La provedenza, che cotanto assetta, -del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto -nel qual si volge quel c’ha maggior fretta; -e ora lì, come a sito decreto, -cen porta la virtù di quella corda -che ciò che scocca drizza in segno lieto. -Vero è che, come forma non s’accorda -molte fïate a l’intenzion de l’arte, -perch’ a risponder la materia è sorda, -così da questo corso si diparte -talor la creatura, c’ha podere -di piegar, così pinta, in altra parte; -e sì come veder si può cadere -foco di nube, sì l’impeto primo -l’atterra torto da falso piacere. -Non dei più ammirar, se bene stimo, -lo tuo salir, se non come d’un rivo -se d’alto monte scende giuso ad imo. -Maraviglia sarebbe in te se, privo -d’impedimento, giù ti fossi assiso, -com’ a terra quïete in foco vivo». -Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso. diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-10 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-10 deleted file mode 100644 index 3eeeb49..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-10 +++ /dev/null @@ -1,148 +0,0 @@ -Guardando nel suo Figlio con l’Amore -che l’uno e l’altro etternalmente spira, -lo primo e ineffabile Valore -quanto per mente e per loco si gira -con tant’ ordine fé, ch’esser non puote -sanza gustar di lui chi ciò rimira. -Leva dunque, lettore, a l’alte rote -meco la vista, dritto a quella parte -dove l’un moto e l’altro si percuote; -e lì comincia a vagheggiar ne l’arte -di quel maestro che dentro a sé l’ama, -tanto che mai da lei l’occhio non parte. -Vedi come da indi si dirama -l’oblico cerchio che i pianeti porta, -per sodisfare al mondo che li chiama. -Che se la strada lor non fosse torta, -molta virtù nel ciel sarebbe in vano, -e quasi ogne potenza qua giù morta; -e se dal dritto più o men lontano -fosse ’l partire, assai sarebbe manco -e giù e sù de l’ordine mondano. -Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco, -dietro pensando a ciò che si preliba, -s’esser vuoi lieto assai prima che stanco. -Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba; -ché a sé torce tutta la mia cura -quella materia ond’ io son fatto scriba. -Lo ministro maggior de la natura, -che del valor del ciel lo mondo imprenta -e col suo lume il tempo ne misura, -con quella parte che sù si rammenta -congiunto, si girava per le spire -in che più tosto ognora s’appresenta; -e io era con lui; ma del salire -non m’accors’ io, se non com’ uom s’accorge, -anzi ’l primo pensier, del suo venire. -È Bëatrice quella che sì scorge -di bene in meglio, sì subitamente -che l’atto suo per tempo non si sporge. -Quant’ esser convenia da sé lucente -quel ch’era dentro al sol dov’ io entra’mi, -non per color, ma per lume parvente! -Perch’ io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami, -sì nol direi che mai s’imaginasse; -ma creder puossi e di veder si brami. -E se le fantasie nostre son basse -a tanta altezza, non è maraviglia; -ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse. -Tal era quivi la quarta famiglia -de l’alto Padre, che sempre la sazia, -mostrando come spira e come figlia. -E Bëatrice cominciò: «Ringrazia, -ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo -sensibil t’ha levato per sua grazia». -Cor di mortal non fu mai sì digesto -a divozione e a rendersi a Dio -con tutto ’l suo gradir cotanto presto, -come a quelle parole mi fec’ io; -e sì tutto ’l mio amore in lui si mise, -che Bëatrice eclissò ne l’oblio. -Non le dispiacque; ma sì se ne rise, -che lo splendor de li occhi suoi ridenti -mia mente unita in più cose divise. -Io vidi più folgór vivi e vincenti -far di noi centro e di sé far corona, -più dolci in voce che in vista lucenti: -così cinger la figlia di Latona -vedem talvolta, quando l’aere è pregno, -sì che ritenga il fil che fa la zona. -Ne la corte del cielo, ond’ io rivegno, -si trovan molte gioie care e belle -tanto che non si posson trar del regno; -e ’l canto di quei lumi era di quelle; -chi non s’impenna sì che là sù voli, -dal muto aspetti quindi le novelle. -Poi, sì cantando, quelli ardenti soli -si fuor girati intorno a noi tre volte, -come stelle vicine a’ fermi poli, -donne mi parver, non da ballo sciolte, -ma che s’arrestin tacite, ascoltando -fin che le nove note hanno ricolte. -E dentro a l’un senti’ cominciar: «Quando -lo raggio de la grazia, onde s’accende -verace amore e che poi cresce amando, -multiplicato in te tanto resplende, -che ti conduce su per quella scala -u’ sanza risalir nessun discende; -qual ti negasse il vin de la sua fiala -per la tua sete, in libertà non fora -se non com’ acqua ch’al mar non si cala. -Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora -questa ghirlanda che ’ntorno vagheggia -la bella donna ch’al ciel t’avvalora. -Io fui de li agni de la santa greggia -che Domenico mena per cammino -u’ ben s’impingua se non si vaneggia. -Questi che m’è a destra più vicino, -frate e maestro fummi, ed esso Alberto -è di Cologna, e io Thomas d’Aquino. -Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo, -di retro al mio parlar ten vien col viso -girando su per lo beato serto. -Quell’ altro fiammeggiare esce del riso -di Grazïan, che l’uno e l’altro foro -aiutò sì che piace in paradiso. -L’altro ch’appresso addorna il nostro coro, -quel Pietro fu che con la poverella -offerse a Santa Chiesa suo tesoro. -La quinta luce, ch’è tra noi più bella, -spira di tale amor, che tutto ’l mondo -là giù ne gola di saper novella: -entro v’è l’alta mente u’ sì profondo -saver fu messo, che, se ’l vero è vero, -a veder tanto non surse il secondo. -Appresso vedi il lume di quel cero -che giù in carne più a dentro vide -l’angelica natura e ’l ministero. -Ne l’altra piccioletta luce ride -quello avvocato de’ tempi cristiani -del cui latino Augustin si provide. -Or se tu l’occhio de la mente trani -di luce in luce dietro a le mie lode, -già de l’ottava con sete rimani. -Per vedere ogne ben dentro vi gode -l’anima santa che ’l mondo fallace -fa manifesto a chi di lei ben ode. -Lo corpo ond’ ella fu cacciata giace -giuso in Cieldauro; ed essa da martiro -e da essilio venne a questa pace. -Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro -d’Isidoro, di Beda e di Riccardo, -che a considerar fu più che viro. -Questi onde a me ritorna il tuo riguardo, -è ’l lume d’uno spirto che ’n pensieri -gravi a morir li parve venir tardo: -essa è la luce etterna di Sigieri, -che, leggendo nel Vico de li Strami, -silogizzò invidïosi veri». -Indi, come orologio che ne chiami -ne l’ora che la sposa di Dio surge -a mattinar lo sposo perché l’ami, -che l’una parte e l’altra tira e urge, -tin tin sonando con sì dolce nota, -che ’l ben disposto spirto d’amor turge; -così vid’ ïo la gloriosa rota -muoversi e render voce a voce in tempra -e in dolcezza ch’esser non pò nota -se non colà dove gioir s’insempra. diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-11 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-11 deleted file mode 100644 index 48a40db..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-11 +++ /dev/null @@ -1,139 +0,0 @@ -O insensata cura de’ mortali, -quanto son difettivi silogismi -quei che ti fanno in basso batter l’ali! -Chi dietro a iura e chi ad amforismi -sen giva, e chi seguendo sacerdozio, -e chi regnar per forza o per sofismi, -e chi rubare e chi civil negozio, -chi nel diletto de la carne involto -s’affaticava e chi si dava a l’ozio, -quando, da tutte queste cose sciolto, -con Bëatrice m’era suso in cielo -cotanto glorïosamente accolto. -Poi che ciascuno fu tornato ne lo -punto del cerchio in che avanti s’era, -fermossi, come a candellier candelo. -E io senti’ dentro a quella lumera -che pria m’avea parlato, sorridendo -incominciar, faccendosi più mera: -«Così com’ io del suo raggio resplendo, -sì, riguardando ne la luce etterna, -li tuoi pensieri onde cagioni apprendo. -Tu dubbi, e hai voler che si ricerna -in sì aperta e ’n sì distesa lingua -lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna, -ove dinanzi dissi: “U’ ben s’impingua”, -e là u’ dissi: “Non nacque il secondo”; -e qui è uopo che ben si distingua. -La provedenza, che governa il mondo -con quel consiglio nel quale ogne aspetto -creato è vinto pria che vada al fondo, -però che andasse ver’ lo suo diletto -la sposa di colui ch’ad alte grida -disposò lei col sangue benedetto, -in sé sicura e anche a lui più fida, -due principi ordinò in suo favore, -che quinci e quindi le fosser per guida. -L’un fu tutto serafico in ardore; -l’altro per sapïenza in terra fue -di cherubica luce uno splendore. -De l’un dirò, però che d’amendue -si dice l’un pregiando, qual ch’om prende, -perch’ ad un fine fur l’opere sue. -Intra Tupino e l’acqua che discende -del colle eletto dal beato Ubaldo, -fertile costa d’alto monte pende, -onde Perugia sente freddo e caldo -da Porta Sole; e di rietro le piange -per grave giogo Nocera con Gualdo. -Di questa costa, là dov’ ella frange -più sua rattezza, nacque al mondo un sole, -come fa questo talvolta di Gange. -Però chi d’esso loco fa parole, -non dica Ascesi, ché direbbe corto, -ma Orïente, se proprio dir vuole. -Non era ancor molto lontan da l’orto, -ch’el cominciò a far sentir la terra -de la sua gran virtute alcun conforto; -ché per tal donna, giovinetto, in guerra -del padre corse, a cui, come a la morte, -la porta del piacer nessun diserra; -e dinanzi a la sua spirital corte -et coram patre le si fece unito; -poscia di dì in dì l’amò più forte. -Questa, privata del primo marito, -millecent’ anni e più dispetta e scura -fino a costui si stette sanza invito; -né valse udir che la trovò sicura -con Amiclate, al suon de la sua voce, -colui ch’a tutto ’l mondo fé paura; -né valse esser costante né feroce, -sì che, dove Maria rimase giuso, -ella con Cristo pianse in su la croce. -Ma perch’ io non proceda troppo chiuso, -Francesco e Povertà per questi amanti -prendi oramai nel mio parlar diffuso. -La lor concordia e i lor lieti sembianti, -amore e maraviglia e dolce sguardo -facieno esser cagion di pensier santi; -tanto che ’l venerabile Bernardo -si scalzò prima, e dietro a tanta pace -corse e, correndo, li parve esser tardo. -Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! -Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro -dietro a lo sposo, sì la sposa piace. -Indi sen va quel padre e quel maestro -con la sua donna e con quella famiglia -che già legava l’umile capestro. -Né li gravò viltà di cuor le ciglia -per esser fi’ di Pietro Bernardone, -né per parer dispetto a maraviglia; -ma regalmente sua dura intenzione -ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe -primo sigillo a sua religïone. -Poi che la gente poverella crebbe -dietro a costui, la cui mirabil vita -meglio in gloria del ciel si canterebbe, -di seconda corona redimita -fu per Onorio da l’Etterno Spiro -la santa voglia d’esto archimandrita. -E poi che, per la sete del martiro, -ne la presenza del Soldan superba -predicò Cristo e li altri che ’l seguiro, -e per trovare a conversione acerba -troppo la gente e per non stare indarno, -redissi al frutto de l’italica erba, -nel crudo sasso intra Tevero e Arno -da Cristo prese l’ultimo sigillo, -che le sue membra due anni portarno. -Quando a colui ch’a tanto ben sortillo -piacque di trarlo suso a la mercede -ch’el meritò nel suo farsi pusillo, -a’ frati suoi, sì com’ a giuste rede, -raccomandò la donna sua più cara, -e comandò che l’amassero a fede; -e del suo grembo l’anima preclara -mover si volle, tornando al suo regno, -e al suo corpo non volle altra bara. -Pensa oramai qual fu colui che degno -collega fu a mantener la barca -di Pietro in alto mar per dritto segno; -e questo fu il nostro patrïarca; -per che qual segue lui, com’ el comanda, -discerner puoi che buone merce carca. -Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda -è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote -che per diversi salti non si spanda; -e quanto le sue pecore remote -e vagabunde più da esso vanno, -più tornano a l’ovil di latte vòte. -Ben son di quelle che temono ’l danno -e stringonsi al pastor; ma son sì poche, -che le cappe fornisce poco panno. -Or, se le mie parole non son fioche, -se la tua audïenza è stata attenta, -se ciò ch’è detto a la mente revoche, -in parte fia la tua voglia contenta, -perché vedrai la pianta onde si scheggia, -e vedra’ il corrègger che argomenta -“U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”». diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-12 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-12 deleted file mode 100644 index ce45980..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-12 +++ /dev/null @@ -1,145 +0,0 @@ -Sì tosto come l’ultima parola -la benedetta fiamma per dir tolse, -a rotar cominciò la santa mola; -e nel suo giro tutta non si volse -prima ch’un’altra di cerchio la chiuse, -e moto a moto e canto a canto colse; -canto che tanto vince nostre muse, -nostre serene in quelle dolci tube, -quanto primo splendor quel ch’e’ refuse. -Come si volgon per tenera nube -due archi paralelli e concolori, -quando Iunone a sua ancella iube, -nascendo di quel d’entro quel di fori, -a guisa del parlar di quella vaga -ch’amor consunse come sol vapori, -e fanno qui la gente esser presaga, -per lo patto che Dio con Noè puose, -del mondo che già mai più non s’allaga: -così di quelle sempiterne rose -volgiensi circa noi le due ghirlande, -e sì l’estrema a l’intima rispuose. -Poi che ’l tripudio e l’altra festa grande, -sì del cantare e sì del fiammeggiarsi -luce con luce gaudïose e blande, -insieme a punto e a voler quetarsi, -pur come li occhi ch’al piacer che i move -conviene insieme chiudere e levarsi; -del cor de l’una de le luci nove -si mosse voce, che l’ago a la stella -parer mi fece in volgermi al suo dove; -e cominciò: «L’amor che mi fa bella -mi tragge a ragionar de l’altro duca -per cui del mio sì ben ci si favella. -Degno è che, dov’ è l’un, l’altro s’induca: -sì che, com’ elli ad una militaro, -così la gloria loro insieme luca. -L’essercito di Cristo, che sì caro -costò a rïarmar, dietro a la ’nsegna -si movea tardo, sospeccioso e raro, -quando lo ’mperador che sempre regna -provide a la milizia, ch’era in forse, -per sola grazia, non per esser degna; -e, come è detto, a sua sposa soccorse -con due campioni, al cui fare, al cui dire -lo popol disvïato si raccorse. -In quella parte ove surge ad aprire -Zefiro dolce le novelle fronde -di che si vede Europa rivestire, -non molto lungi al percuoter de l’onde -dietro a le quali, per la lunga foga, -lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde, -siede la fortunata Calaroga -sotto la protezion del grande scudo -in che soggiace il leone e soggioga: -dentro vi nacque l’amoroso drudo -de la fede cristiana, il santo atleta -benigno a’ suoi e a’ nemici crudo; -e come fu creata, fu repleta -sì la sua mente di viva vertute -che, ne la madre, lei fece profeta. -Poi che le sponsalizie fuor compiute -al sacro fonte intra lui e la Fede, -u’ si dotar di mutüa salute, -la donna che per lui l’assenso diede, -vide nel sonno il mirabile frutto -ch’uscir dovea di lui e de le rede; -e perché fosse qual era in costrutto, -quinci si mosse spirito a nomarlo -del possessivo di cui era tutto. -Domenico fu detto; e io ne parlo -sì come de l’agricola che Cristo -elesse a l’orto suo per aiutarlo. -Ben parve messo e famigliar di Cristo: -che ’l primo amor che ’n lui fu manifesto, -fu al primo consiglio che diè Cristo. -Spesse fïate fu tacito e desto -trovato in terra da la sua nutrice, -come dicesse: ‘Io son venuto a questo’. -Oh padre suo veramente Felice! -oh madre sua veramente Giovanna, -se, interpretata, val come si dice! -Non per lo mondo, per cui mo s’affanna -di retro ad Ostïense e a Taddeo, -ma per amor de la verace manna -in picciol tempo gran dottor si feo; -tal che si mise a circüir la vigna -che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo. -E a la sedia che fu già benigna -più a’ poveri giusti, non per lei, -ma per colui che siede, che traligna, -non dispensare o due o tre per sei, -non la fortuna di prima vacante, -non decimas, quae sunt pauperum Dei, -addimandò, ma contro al mondo errante -licenza di combatter per lo seme -del qual ti fascian ventiquattro piante. -Poi, con dottrina e con volere insieme, -con l’officio appostolico si mosse -quasi torrente ch’alta vena preme; -e ne li sterpi eretici percosse -l’impeto suo, più vivamente quivi -dove le resistenze eran più grosse. -Di lui si fecer poi diversi rivi -onde l’orto catolico si riga, -sì che i suoi arbuscelli stan più vivi. -Se tal fu l’una rota de la biga -in che la Santa Chiesa si difese -e vinse in campo la sua civil briga, -ben ti dovrebbe assai esser palese -l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma -dinanzi al mio venir fu sì cortese. -Ma l’orbita che fé la parte somma -di sua circunferenza, è derelitta, -sì ch’è la muffa dov’ era la gromma. -La sua famiglia, che si mosse dritta -coi piedi a le sue orme, è tanto volta, -che quel dinanzi a quel di retro gitta; -e tosto si vedrà de la ricolta -de la mala coltura, quando il loglio -si lagnerà che l’arca li sia tolta. -Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio -nostro volume, ancor troveria carta -u’ leggerebbe “I’ mi son quel ch’i’ soglio”; -ma non fia da Casal né d’Acquasparta, -là onde vegnon tali a la scrittura, -ch’uno la fugge e altro la coarta. -Io son la vita di Bonaventura -da Bagnoregio, che ne’ grandi offici -sempre pospuosi la sinistra cura. -Illuminato e Augustin son quici, -che fuor de’ primi scalzi poverelli -che nel capestro a Dio si fero amici. -Ugo da San Vittore è qui con elli, -e Pietro Mangiadore e Pietro Spano, -lo qual giù luce in dodici libelli; -Natàn profeta e ’l metropolitano -Crisostomo e Anselmo e quel Donato -ch’a la prim’ arte degnò porre mano. -Rabano è qui, e lucemi dallato -il calavrese abate Giovacchino -di spirito profetico dotato. -Ad inveggiar cotanto paladino -mi mosse l’infiammata cortesia -di fra Tommaso e ’l discreto latino; -e mosse meco questa compagnia». diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-13 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-13 deleted file mode 100644 index b1756ca..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-13 +++ /dev/null @@ -1,142 +0,0 @@ -Imagini, chi bene intender cupe -quel ch’i’ or vidi—e ritegna l’image, -mentre ch’io dico, come ferma rupe—, -quindici stelle che ’n diverse plage -lo ciel avvivan di tanto sereno -che soperchia de l’aere ogne compage; -imagini quel carro a cu’ il seno -basta del nostro cielo e notte e giorno, -sì ch’al volger del temo non vien meno; -imagini la bocca di quel corno -che si comincia in punta de lo stelo -a cui la prima rota va dintorno, -aver fatto di sé due segni in cielo, -qual fece la figliuola di Minoi -allora che sentì di morte il gelo; -e l’un ne l’altro aver li raggi suoi, -e amendue girarsi per maniera -che l’uno andasse al primo e l’altro al poi; -e avrà quasi l’ombra de la vera -costellazione e de la doppia danza -che circulava il punto dov’ io era: -poi ch’è tanto di là da nostra usanza, -quanto di là dal mover de la Chiana -si move il ciel che tutti li altri avanza. -Lì si cantò non Bacco, non Peana, -ma tre persone in divina natura, -e in una persona essa e l’umana. -Compié ’l cantare e ’l volger sua misura; -e attesersi a noi quei santi lumi, -felicitando sé di cura in cura. -Ruppe il silenzio ne’ concordi numi -poscia la luce in che mirabil vita -del poverel di Dio narrata fumi, -e disse: «Quando l’una paglia è trita, -quando la sua semenza è già riposta, -a batter l’altra dolce amor m’invita. -Tu credi che nel petto onde la costa -si trasse per formar la bella guancia -il cui palato a tutto ’l mondo costa, -e in quel che, forato da la lancia, -e prima e poscia tanto sodisfece, -che d’ogne colpa vince la bilancia, -quantunque a la natura umana lece -aver di lume, tutto fosse infuso -da quel valor che l’uno e l’altro fece; -e però miri a ciò ch’io dissi suso, -quando narrai che non ebbe ’l secondo -lo ben che ne la quinta luce è chiuso. -Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo, -e vedräi il tuo credere e ’l mio dire -nel vero farsi come centro in tondo. -Ciò che non more e ciò che può morire -non è se non splendor di quella idea -che partorisce, amando, il nostro Sire; -ché quella viva luce che sì mea -dal suo lucente, che non si disuna -da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea, -per sua bontate il suo raggiare aduna, -quasi specchiato, in nove sussistenze, -etternalmente rimanendosi una. -Quindi discende a l’ultime potenze -giù d’atto in atto, tanto divenendo, -che più non fa che brevi contingenze; -e queste contingenze essere intendo -le cose generate, che produce -con seme e sanza seme il ciel movendo. -La cera di costoro e chi la duce -non sta d’un modo; e però sotto ’l segno -idëale poi più e men traluce. -Ond’ elli avvien ch’un medesimo legno, -secondo specie, meglio e peggio frutta; -e voi nascete con diverso ingegno. -Se fosse a punto la cera dedutta -e fosse il cielo in sua virtù supprema, -la luce del suggel parrebbe tutta; -ma la natura la dà sempre scema, -similemente operando a l’artista -ch’a l’abito de l’arte ha man che trema. -Però se ’l caldo amor la chiara vista -de la prima virtù dispone e segna, -tutta la perfezion quivi s’acquista. -Così fu fatta già la terra degna -di tutta l’animal perfezïone; -così fu fatta la Vergine pregna; -sì ch’io commendo tua oppinïone, -che l’umana natura mai non fue -né fia qual fu in quelle due persone. -Or s’i’ non procedesse avanti piùe, -‘Dunque, come costui fu sanza pare?’ -comincerebber le parole tue. -Ma perché paia ben ciò che non pare, -pensa chi era, e la cagion che ’l mosse, -quando fu detto “Chiedi”, a dimandare. -Non ho parlato sì, che tu non posse -ben veder ch’el fu re, che chiese senno -acciò che re sufficïente fosse; -non per sapere il numero in che enno -li motor di qua sù, o se necesse -con contingente mai necesse fenno; -non si est dare primum motum esse, -o se del mezzo cerchio far si puote -trïangol sì ch’un retto non avesse. -Onde, se ciò ch’io dissi e questo note, -regal prudenza è quel vedere impari -in che lo stral di mia intenzion percuote; -e se al “surse” drizzi li occhi chiari, -vedrai aver solamente respetto -ai regi, che son molti, e ’ buon son rari. -Con questa distinzion prendi ’l mio detto; -e così puote star con quel che credi -del primo padre e del nostro Diletto. -E questo ti sia sempre piombo a’ piedi, -per farti mover lento com’ uom lasso -e al sì e al no che tu non vedi: -ché quelli è tra li stolti bene a basso, -che sanza distinzione afferma e nega -ne l’un così come ne l’altro passo; -perch’ elli ’ncontra che più volte piega -l’oppinïon corrente in falsa parte, -e poi l’affetto l’intelletto lega. -Vie più che ’ndarno da riva si parte, -perché non torna tal qual e’ si move, -chi pesca per lo vero e non ha l’arte. -E di ciò sono al mondo aperte prove -Parmenide, Melisso e Brisso e molti, -li quali andaro e non sapëan dove; -sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti -che furon come spade a le Scritture -in render torti li diritti volti. -Non sien le genti, ancor, troppo sicure -a giudicar, sì come quei che stima -le biade in campo pria che sien mature; -ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima -lo prun mostrarsi rigido e feroce, -poscia portar la rosa in su la cima; -e legno vidi già dritto e veloce -correr lo mar per tutto suo cammino, -perire al fine a l’intrar de la foce. -Non creda donna Berta e ser Martino, -per vedere un furare, altro offerere, -vederli dentro al consiglio divino; -ché quel può surgere, e quel può cadere». diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-14 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-14 deleted file mode 100644 index ff60436..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-14 +++ /dev/null @@ -1,139 +0,0 @@ -Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro -movesi l’acqua in un ritondo vaso, -secondo ch’è percosso fuori o dentro: -ne la mia mente fé sùbito caso -questo ch’io dico, sì come si tacque -la glorïosa vita di Tommaso, -per la similitudine che nacque -del suo parlare e di quel di Beatrice, -a cui sì cominciar, dopo lui, piacque: -«A costui fa mestieri, e nol vi dice -né con la voce né pensando ancora, -d’un altro vero andare a la radice. -Diteli se la luce onde s’infiora -vostra sustanza, rimarrà con voi -etternalmente sì com’ ell’ è ora; -e se rimane, dite come, poi -che sarete visibili rifatti, -esser porà ch’al veder non vi nòi». -Come, da più letizia pinti e tratti, -a la fïata quei che vanno a rota -levan la voce e rallegrano li atti, -così, a l’orazion pronta e divota, -li santi cerchi mostrar nova gioia -nel torneare e ne la mira nota. -Qual si lamenta perché qui si moia -per viver colà sù, non vide quive -lo refrigerio de l’etterna ploia. -Quell’ uno e due e tre che sempre vive -e regna sempre in tre e ’n due e ’n uno, -non circunscritto, e tutto circunscrive, -tre volte era cantato da ciascuno -di quelli spirti con tal melodia, -ch’ad ogne merto saria giusto muno. -E io udi’ ne la luce più dia -del minor cerchio una voce modesta, -forse qual fu da l’angelo a Maria, -risponder: «Quanto fia lunga la festa -di paradiso, tanto il nostro amore -si raggerà dintorno cotal vesta. -La sua chiarezza séguita l’ardore; -l’ardor la visïone, e quella è tanta, -quant’ ha di grazia sovra suo valore. -Come la carne glorïosa e santa -fia rivestita, la nostra persona -più grata fia per esser tutta quanta; -per che s’accrescerà ciò che ne dona -di gratüito lume il sommo bene, -lume ch’a lui veder ne condiziona; -onde la visïon crescer convene, -crescer l’ardor che di quella s’accende, -crescer lo raggio che da esso vene. -Ma sì come carbon che fiamma rende, -e per vivo candor quella soverchia, -sì che la sua parvenza si difende; -così questo folgór che già ne cerchia -fia vinto in apparenza da la carne -che tutto dì la terra ricoperchia; -né potrà tanta luce affaticarne: -ché li organi del corpo saran forti -a tutto ciò che potrà dilettarne». -Tanto mi parver sùbiti e accorti -e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!», -che ben mostrar disio d’i corpi morti: -forse non pur per lor, ma per le mamme, -per li padri e per li altri che fuor cari -anzi che fosser sempiterne fiamme. -Ed ecco intorno, di chiarezza pari, -nascere un lustro sopra quel che v’era, -per guisa d’orizzonte che rischiari. -E sì come al salir di prima sera -comincian per lo ciel nove parvenze, -sì che la vista pare e non par vera, -parvemi lì novelle sussistenze -cominciare a vedere, e fare un giro -di fuor da l’altre due circunferenze. -Oh vero sfavillar del Santo Spiro! -come si fece sùbito e candente -a li occhi miei che, vinti, nol soffriro! -Ma Bëatrice sì bella e ridente -mi si mostrò, che tra quelle vedute -si vuol lasciar che non seguir la mente. -Quindi ripreser li occhi miei virtute -a rilevarsi; e vidimi translato -sol con mia donna in più alta salute. -Ben m’accors’ io ch’io era più levato, -per l’affocato riso de la stella, -che mi parea più roggio che l’usato. -Con tutto ’l core e con quella favella -ch’è una in tutti, a Dio feci olocausto, -qual conveniesi a la grazia novella. -E non er’ anco del mio petto essausto -l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi -esso litare stato accetto e fausto; -ché con tanto lucore e tanto robbi -m’apparvero splendor dentro a due raggi, -ch’io dissi: «O Elïòs che sì li addobbi!». -Come distinta da minori e maggi -lumi biancheggia tra ’ poli del mondo -Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi; -sì costellati facean nel profondo -Marte quei raggi il venerabil segno -che fan giunture di quadranti in tondo. -Qui vince la memoria mia lo ’ngegno; -ché quella croce lampeggiava Cristo, -sì ch’io non so trovare essempro degno; -ma chi prende sua croce e segue Cristo, -ancor mi scuserà di quel ch’io lasso, -vedendo in quell’ albor balenar Cristo. -Di corno in corno e tra la cima e ’l basso -si movien lumi, scintillando forte -nel congiugnersi insieme e nel trapasso: -così si veggion qui diritte e torte, -veloci e tarde, rinovando vista, -le minuzie d’i corpi, lunghe e corte, -moversi per lo raggio onde si lista -talvolta l’ombra che, per sua difesa, -la gente con ingegno e arte acquista. -E come giga e arpa, in tempra tesa -di molte corde, fa dolce tintinno -a tal da cui la nota non è intesa, -così da’ lumi che lì m’apparinno -s’accogliea per la croce una melode -che mi rapiva, sanza intender l’inno. -Ben m’accors’ io ch’elli era d’alte lode, -però ch’a me venìa «Resurgi» e «Vinci» -come a colui che non intende e ode. -Ïo m’innamorava tanto quinci, -che ’nfino a lì non fu alcuna cosa -che mi legasse con sì dolci vinci. -Forse la mia parola par troppo osa, -posponendo il piacer de li occhi belli, -ne’ quai mirando mio disio ha posa; -ma chi s’avvede che i vivi suggelli -d’ogne bellezza più fanno più suso, -e ch’io non m’era lì rivolto a quelli, -escusar puommi di quel ch’io m’accuso -per escusarmi, e vedermi dir vero: -ché ’l piacer santo non è qui dischiuso, -perché si fa, montando, più sincero. diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-15 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-15 deleted file mode 100644 index 5346296..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-15 +++ /dev/null @@ -1,148 +0,0 @@ -Benigna volontade in che si liqua -sempre l’amor che drittamente spira, -come cupidità fa ne la iniqua, -silenzio puose a quella dolce lira, -e fece quïetar le sante corde -che la destra del cielo allenta e tira. -Come saranno a’ giusti preghi sorde -quelle sustanze che, per darmi voglia -ch’io le pregassi, a tacer fur concorde? -Bene è che sanza termine si doglia -chi, per amor di cosa che non duri -etternalmente, quello amor si spoglia. -Quale per li seren tranquilli e puri -discorre ad ora ad or sùbito foco, -movendo li occhi che stavan sicuri, -e pare stella che tramuti loco, -se non che da la parte ond’ e’ s’accende -nulla sen perde, ed esso dura poco: -tale dal corno che ’n destro si stende -a piè di quella croce corse un astro -de la costellazion che lì resplende; -né si partì la gemma dal suo nastro, -ma per la lista radïal trascorse, -che parve foco dietro ad alabastro. -Sì pïa l’ombra d’Anchise si porse, -se fede merta nostra maggior musa, -quando in Eliso del figlio s’accorse. -«O sanguis meus, o superinfusa -gratïa Deï, sicut tibi cui -bis unquam celi ianüa reclusa?». -Così quel lume: ond’ io m’attesi a lui; -poscia rivolsi a la mia donna il viso, -e quinci e quindi stupefatto fui; -ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso -tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo -de la mia gloria e del mio paradiso. -Indi, a udire e a veder giocondo, -giunse lo spirto al suo principio cose, -ch’io non lo ’ntesi, sì parlò profondo; -né per elezïon mi si nascose, -ma per necessità, ché ’l suo concetto -al segno d’i mortal si soprapuose. -E quando l’arco de l’ardente affetto -fu sì sfogato, che ’l parlar discese -inver’ lo segno del nostro intelletto, -la prima cosa che per me s’intese, -«Benedetto sia tu», fu, «trino e uno, -che nel mio seme se’ tanto cortese!». -E seguì: «Grato e lontano digiuno, -tratto leggendo del magno volume -du’ non si muta mai bianco né bruno, -solvuto hai, figlio, dentro a questo lume -in ch’io ti parlo, mercè di colei -ch’a l’alto volo ti vestì le piume. -Tu credi che a me tuo pensier mei -da quel ch’è primo, così come raia -da l’un, se si conosce, il cinque e ’l sei; -e però ch’io mi sia e perch’ io paia -più gaudïoso a te, non mi domandi, -che alcun altro in questa turba gaia. -Tu credi ’l vero; ché i minori e ’ grandi -di questa vita miran ne lo speglio -in che, prima che pensi, il pensier pandi; -ma perché ’l sacro amore in che io veglio -con perpetüa vista e che m’asseta -di dolce disïar, s’adempia meglio, -la voce tua sicura, balda e lieta -suoni la volontà, suoni ’l disio, -a che la mia risposta è già decreta!». -Io mi volsi a Beatrice, e quella udio -pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno -che fece crescer l’ali al voler mio. -Poi cominciai così: «L’affetto e ’l senno, -come la prima equalità v’apparse, -d’un peso per ciascun di voi si fenno, -però che ’l sol che v’allumò e arse, -col caldo e con la luce è sì iguali, -che tutte simiglianze sono scarse. -Ma voglia e argomento ne’ mortali, -per la cagion ch’a voi è manifesta, -diversamente son pennuti in ali; -ond’ io, che son mortal, mi sento in questa -disagguaglianza, e però non ringrazio -se non col core a la paterna festa. -Ben supplico io a te, vivo topazio -che questa gioia prezïosa ingemmi, -perché mi facci del tuo nome sazio». -«O fronda mia in che io compiacemmi -pur aspettando, io fui la tua radice»: -cotal principio, rispondendo, femmi. -Poscia mi disse: «Quel da cui si dice -tua cognazione e che cent’ anni e piùe -girato ha ’l monte in la prima cornice, -mio figlio fu e tuo bisavol fue: -ben si convien che la lunga fatica -tu li raccorci con l’opere tue. -Fiorenza dentro da la cerchia antica, -ond’ ella toglie ancora e terza e nona, -si stava in pace, sobria e pudica. -Non avea catenella, non corona, -non gonne contigiate, non cintura -che fosse a veder più che la persona. -Non faceva, nascendo, ancor paura -la figlia al padre, che ’l tempo e la dote -non fuggien quinci e quindi la misura. -Non avea case di famiglia vòte; -non v’era giunto ancor Sardanapalo -a mostrar ciò che ’n camera si puote. -Non era vinto ancora Montemalo -dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto -nel montar sù, così sarà nel calo. -Bellincion Berti vid’ io andar cinto -di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio -la donna sua sanza ’l viso dipinto; -e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio -esser contenti a la pelle scoperta, -e le sue donne al fuso e al pennecchio. -Oh fortunate! ciascuna era certa -de la sua sepultura, e ancor nulla -era per Francia nel letto diserta. -L’una vegghiava a studio de la culla, -e, consolando, usava l’idïoma -che prima i padri e le madri trastulla; -l’altra, traendo a la rocca la chioma, -favoleggiava con la sua famiglia -d’i Troiani, di Fiesole e di Roma. -Saria tenuta allor tal maraviglia -una Cianghella, un Lapo Salterello, -qual or saria Cincinnato e Corniglia. -A così riposato, a così bello -viver di cittadini, a così fida -cittadinanza, a così dolce ostello, -Maria mi diè, chiamata in alte grida; -e ne l’antico vostro Batisteo -insieme fui cristiano e Cacciaguida. -Moronto fu mio frate ed Eliseo; -mia donna venne a me di val di Pado, -e quindi il sopranome tuo si feo. -Poi seguitai lo ’mperador Currado; -ed el mi cinse de la sua milizia, -tanto per bene ovrar li venni in grado. -Dietro li andai incontro a la nequizia -di quella legge il cui popolo usurpa, -per colpa d’i pastor, vostra giustizia. -Quivi fu’ io da quella gente turpa -disviluppato dal mondo fallace, -lo cui amor molt’ anime deturpa; -e venni dal martiro a questa pace». diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-16 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-16 deleted file mode 100644 index 7ccb36d..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-16 +++ /dev/null @@ -1,154 +0,0 @@ -O poca nostra nobiltà di sangue, -se glorïar di te la gente fai -qua giù dove l’affetto nostro langue, -mirabil cosa non mi sarà mai: -ché là dove appetito non si torce, -dico nel cielo, io me ne gloriai. -Ben se’ tu manto che tosto raccorce: -sì che, se non s’appon di dì in die, -lo tempo va dintorno con le force. -Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offerie, -in che la sua famiglia men persevra, -ricominciaron le parole mie; -onde Beatrice, ch’era un poco scevra, -ridendo, parve quella che tossio -al primo fallo scritto di Ginevra. -Io cominciai: «Voi siete il padre mio; -voi mi date a parlar tutta baldezza; -voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io. -Per tanti rivi s’empie d’allegrezza -la mente mia, che di sé fa letizia -perché può sostener che non si spezza. -Ditemi dunque, cara mia primizia, -quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni -che si segnaro in vostra püerizia; -ditemi de l’ovil di San Giovanni -quanto era allora, e chi eran le genti -tra esso degne di più alti scanni». -Come s’avviva a lo spirar d’i venti -carbone in fiamma, così vid’ io quella -luce risplendere a’ miei blandimenti; -e come a li occhi miei si fé più bella, -così con voce più dolce e soave, -ma non con questa moderna favella, -dissemi: «Da quel dì che fu detto ‘Ave’ -al parto in che mia madre, ch’è or santa, -s’allevïò di me ond’ era grave, -al suo Leon cinquecento cinquanta -e trenta fiate venne questo foco -a rinfiammarsi sotto la sua pianta. -Li antichi miei e io nacqui nel loco -dove si truova pria l’ultimo sesto -da quei che corre il vostro annüal gioco. -Basti d’i miei maggiori udirne questo: -chi ei si fosser e onde venner quivi, -più è tacer che ragionare onesto. -Tutti color ch’a quel tempo eran ivi -da poter arme tra Marte e ’l Batista, -eran il quinto di quei ch’or son vivi. -Ma la cittadinanza, ch’è or mista -di Campi, di Certaldo e di Fegghine, -pura vediesi ne l’ultimo artista. -Oh quanto fora meglio esser vicine -quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo -e a Trespiano aver vostro confine, -che averle dentro e sostener lo puzzo -del villan d’Aguglion, di quel da Signa, -che già per barattare ha l’occhio aguzzo! -Se la gente ch’al mondo più traligna -non fosse stata a Cesare noverca, -ma come madre a suo figlio benigna, -tal fatto è fiorentino e cambia e merca, -che si sarebbe vòlto a Simifonti, -là dove andava l’avolo a la cerca; -sariesi Montemurlo ancor de’ Conti; -sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone, -e forse in Valdigrieve i Buondelmonti. -Sempre la confusion de le persone -principio fu del mal de la cittade, -come del vostro il cibo che s’appone; -e cieco toro più avaccio cade -che cieco agnello; e molte volte taglia -più e meglio una che le cinque spade. -Se tu riguardi Luni e Orbisaglia -come sono ite, e come se ne vanno -di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia, -udir come le schiatte si disfanno -non ti parrà nova cosa né forte, -poscia che le cittadi termine hanno. -Le vostre cose tutte hanno lor morte, -sì come voi; ma celasi in alcuna -che dura molto, e le vite son corte. -E come ’l volger del ciel de la luna -cuopre e discuopre i liti sanza posa, -così fa di Fiorenza la Fortuna: -per che non dee parer mirabil cosa -ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini -onde è la fama nel tempo nascosa. -Io vidi li Ughi e vidi i Catellini, -Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi, -già nel calare, illustri cittadini; -e vidi così grandi come antichi, -con quel de la Sannella, quel de l’Arca, -e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi. -Sovra la porta ch’al presente è carca -di nova fellonia di tanto peso -che tosto fia iattura de la barca, -erano i Ravignani, ond’ è disceso -il conte Guido e qualunque del nome -de l’alto Bellincione ha poscia preso. -Quel de la Pressa sapeva già come -regger si vuole, e avea Galigaio -dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome. -Grand’ era già la colonna del Vaio, -Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci -e Galli e quei ch’arrossan per lo staio. -Lo ceppo di che nacquero i Calfucci -era già grande, e già eran tratti -a le curule Sizii e Arrigucci. -Oh quali io vidi quei che son disfatti -per lor superbia! e le palle de l’oro -fiorian Fiorenza in tutt’ i suoi gran fatti. -Così facieno i padri di coloro -che, sempre che la vostra chiesa vaca, -si fanno grassi stando a consistoro. -L’oltracotata schiatta che s’indraca -dietro a chi fugge, e a chi mostra ’l dente -o ver la borsa, com’ agnel si placa, -già venìa sù, ma di picciola gente; -sì che non piacque ad Ubertin Donato -che poï il suocero il fé lor parente. -Già era ’l Caponsacco nel mercato -disceso giù da Fiesole, e già era -buon cittadino Giuda e Infangato. -Io dirò cosa incredibile e vera: -nel picciol cerchio s’entrava per porta -che si nomava da quei de la Pera. -Ciascun che de la bella insegna porta -del gran barone il cui nome e ’l cui pregio -la festa di Tommaso riconforta, -da esso ebbe milizia e privilegio; -avvegna che con popol si rauni -oggi colui che la fascia col fregio. -Già eran Gualterotti e Importuni; -e ancor saria Borgo più quïeto, -se di novi vicin fosser digiuni. -La casa di che nacque il vostro fleto, -per lo giusto disdegno che v’ha morti -e puose fine al vostro viver lieto, -era onorata, essa e suoi consorti: -o Buondelmonte, quanto mal fuggisti -le nozze süe per li altrui conforti! -Molti sarebber lieti, che son tristi, -se Dio t’avesse conceduto ad Ema -la prima volta ch’a città venisti. -Ma conveniesi a quella pietra scema -che guarda ’l ponte, che Fiorenza fesse -vittima ne la sua pace postrema. -Con queste genti, e con altre con esse, -vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo, -che non avea cagione onde piangesse. -Con queste genti vid’io glorïoso -e giusto il popol suo, tanto che ’l giglio -non era ad asta mai posto a ritroso, -né per divisïon fatto vermiglio». diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-17 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-17 deleted file mode 100644 index 88b90de..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-17 +++ /dev/null @@ -1,142 +0,0 @@ -Qual venne a Climenè, per accertarsi -di ciò ch’avëa incontro a sé udito, -quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi; -tal era io, e tal era sentito -e da Beatrice e da la santa lampa -che pria per me avea mutato sito. -Per che mia donna «Manda fuor la vampa -del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca -segnata bene de la interna stampa: -non perché nostra conoscenza cresca -per tuo parlare, ma perché t’ausi -a dir la sete, sì che l’uom ti mesca». -«O cara piota mia che sì t’insusi, -che, come veggion le terrene menti -non capere in trïangol due ottusi, -così vedi le cose contingenti -anzi che sieno in sé, mirando il punto -a cui tutti li tempi son presenti; -mentre ch’io era a Virgilio congiunto -su per lo monte che l’anime cura -e discendendo nel mondo defunto, -dette mi fuor di mia vita futura -parole gravi, avvegna ch’io mi senta -ben tetragono ai colpi di ventura; -per che la voglia mia saria contenta -d’intender qual fortuna mi s’appressa: -ché saetta previsa vien più lenta». -Così diss’ io a quella luce stessa -che pria m’avea parlato; e come volle -Beatrice, fu la mia voglia confessa. -Né per ambage, in che la gente folle -già s’inviscava pria che fosse anciso -l’Agnel di Dio che le peccata tolle, -ma per chiare parole e con preciso -latin rispuose quello amor paterno, -chiuso e parvente del suo proprio riso: -«La contingenza, che fuor del quaderno -de la vostra matera non si stende, -tutta è dipinta nel cospetto etterno; -necessità però quindi non prende -se non come dal viso in che si specchia -nave che per torrente giù discende. -Da indi, sì come viene ad orecchia -dolce armonia da organo, mi viene -a vista il tempo che ti s’apparecchia. -Qual si partio Ipolito d’Atene -per la spietata e perfida noverca, -tal di Fiorenza partir ti convene. -Questo si vuole e questo già si cerca, -e tosto verrà fatto a chi ciò pensa -là dove Cristo tutto dì si merca. -La colpa seguirà la parte offensa -in grido, come suol; ma la vendetta -fia testimonio al ver che la dispensa. -Tu lascerai ogne cosa diletta -più caramente; e questo è quello strale -che l’arco de lo essilio pria saetta. -Tu proverai sì come sa di sale -lo pane altrui, e come è duro calle -lo scendere e ’l salir per l’altrui scale. -E quel che più ti graverà le spalle, -sarà la compagnia malvagia e scempia -con la qual tu cadrai in questa valle; -che tutta ingrata, tutta matta ed empia -si farà contr’ a te; ma, poco appresso, -ella, non tu, n’avrà rossa la tempia. -Di sua bestialitate il suo processo -farà la prova; sì ch’a te fia bello -averti fatta parte per te stesso. -Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello -sarà la cortesia del gran Lombardo -che ’n su la scala porta il santo uccello; -ch’in te avrà sì benigno riguardo, -che del fare e del chieder, tra voi due, -fia primo quel che tra li altri è più tardo. -Con lui vedrai colui che ’mpresso fue, -nascendo, sì da questa stella forte, -che notabili fier l’opere sue. -Non se ne son le genti ancora accorte -per la novella età, ché pur nove anni -son queste rote intorno di lui torte; -ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni, -parran faville de la sua virtute -in non curar d’argento né d’affanni. -Le sue magnificenze conosciute -saranno ancora, sì che ’ suoi nemici -non ne potran tener le lingue mute. -A lui t’aspetta e a’ suoi benefici; -per lui fia trasmutata molta gente, -cambiando condizion ricchi e mendici; -e portera’ne scritto ne la mente -di lui, e nol dirai»; e disse cose -incredibili a quei che fier presente. -Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose -di quel che ti fu detto; ecco le ’nsidie -che dietro a pochi giri son nascose. -Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie, -poscia che s’infutura la tua vita -vie più là che ’l punir di lor perfidie». -Poi che, tacendo, si mostrò spedita -l’anima santa di metter la trama -in quella tela ch’io le porsi ordita, -io cominciai, come colui che brama, -dubitando, consiglio da persona -che vede e vuol dirittamente e ama: -«Ben veggio, padre mio, sì come sprona -lo tempo verso me, per colpo darmi -tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona; -per che di provedenza è buon ch’io m’armi, -sì che, se loco m’è tolto più caro, -io non perdessi li altri per miei carmi. -Giù per lo mondo sanza fine amaro, -e per lo monte del cui bel cacume -li occhi de la mia donna mi levaro, -e poscia per lo ciel, di lume in lume, -ho io appreso quel che s’io ridico, -a molti fia sapor di forte agrume; -e s’io al vero son timido amico, -temo di perder viver tra coloro -che questo tempo chiameranno antico». -La luce in che rideva il mio tesoro -ch’io trovai lì, si fé prima corusca, -quale a raggio di sole specchio d’oro; -indi rispuose: «Coscïenza fusca -o de la propria o de l’altrui vergogna -pur sentirà la tua parola brusca. -Ma nondimen, rimossa ogne menzogna, -tutta tua visïon fa manifesta; -e lascia pur grattar dov’ è la rogna. -Ché se la voce tua sarà molesta -nel primo gusto, vital nodrimento -lascerà poi, quando sarà digesta. -Questo tuo grido farà come vento, -che le più alte cime più percuote; -e ciò non fa d’onor poco argomento. -Però ti son mostrate in queste rote, -nel monte e ne la valle dolorosa -pur l’anime che son di fama note, -che l’animo di quel ch’ode, non posa -né ferma fede per essempro ch’aia -la sua radice incognita e ascosa, -né per altro argomento che non paia». diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-18 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-18 deleted file mode 100644 index 8cc7431..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-18 +++ /dev/null @@ -1,136 +0,0 @@ -Già si godeva solo del suo verbo -quello specchio beato, e io gustava -lo mio, temprando col dolce l’acerbo; -e quella donna ch’a Dio mi menava -disse: «Muta pensier; pensa ch’i’ sono -presso a colui ch’ogne torto disgrava». -Io mi rivolsi a l’amoroso suono -del mio conforto; e qual io allor vidi -ne li occhi santi amor, qui l’abbandono: -non perch’ io pur del mio parlar diffidi, -ma per la mente che non può redire -sovra sé tanto, s’altri non la guidi. -Tanto poss’ io di quel punto ridire, -che, rimirando lei, lo mio affetto -libero fu da ogne altro disire, -fin che ’l piacere etterno, che diretto -raggiava in Bëatrice, dal bel viso -mi contentava col secondo aspetto. -Vincendo me col lume d’un sorriso, -ella mi disse: «Volgiti e ascolta; -ché non pur ne’ miei occhi è paradiso». -Come si vede qui alcuna volta -l’affetto ne la vista, s’elli è tanto, -che da lui sia tutta l’anima tolta, -così nel fiammeggiar del folgór santo, -a ch’io mi volsi, conobbi la voglia -in lui di ragionarmi ancora alquanto. -El cominciò: «In questa quinta soglia -de l’albero che vive de la cima -e frutta sempre e mai non perde foglia, -spiriti son beati, che giù, prima -che venissero al ciel, fuor di gran voce, -sì ch’ogne musa ne sarebbe opima. -Però mira ne’ corni de la croce: -quello ch’io nomerò, lì farà l’atto -che fa in nube il suo foco veloce». -Io vidi per la croce un lume tratto -dal nomar Iosuè, com’ el si feo; -né mi fu noto il dir prima che ’l fatto. -E al nome de l’alto Macabeo -vidi moversi un altro roteando, -e letizia era ferza del paleo. -Così per Carlo Magno e per Orlando -due ne seguì lo mio attento sguardo, -com’ occhio segue suo falcon volando. -Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo -e ’l duca Gottifredi la mia vista -per quella croce, e Ruberto Guiscardo. -Indi, tra l’altre luci mota e mista, -mostrommi l’alma che m’avea parlato -qual era tra i cantor del cielo artista. -Io mi rivolsi dal mio destro lato -per vedere in Beatrice il mio dovere, -o per parlare o per atto, segnato; -e vidi le sue luci tanto mere, -tanto gioconde, che la sua sembianza -vinceva li altri e l’ultimo solere. -E come, per sentir più dilettanza -bene operando, l’uom di giorno in giorno -s’accorge che la sua virtute avanza, -sì m’accors’ io che ’l mio girare intorno -col cielo insieme avea cresciuto l’arco, -veggendo quel miracol più addorno. -E qual è ’l trasmutare in picciol varco -di tempo in bianca donna, quando ’l volto -suo si discarchi di vergogna il carco, -tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto, -per lo candor de la temprata stella -sesta, che dentro a sé m’avea ricolto. -Io vidi in quella giovïal facella -lo sfavillar de l’amor che lì era -segnare a li occhi miei nostra favella. -E come augelli surti di rivera, -quasi congratulando a lor pasture, -fanno di sé or tonda or altra schiera, -sì dentro ai lumi sante creature -volitando cantavano, e faciensi -or D, or I, or L in sue figure. -Prima, cantando, a sua nota moviensi; -poi, diventando l’un di questi segni, -un poco s’arrestavano e taciensi. -O diva Pegasëa che li ’ngegni -fai glorïosi e rendili longevi, -ed essi teco le cittadi e ’ regni, -illustrami di te, sì ch’io rilevi -le lor figure com’ io l’ho concette: -paia tua possa in questi versi brevi! -Mostrarsi dunque in cinque volte sette -vocali e consonanti; e io notai -le parti sì, come mi parver dette. -‘DILIGITE IUSTITIAM’, primai -fur verbo e nome di tutto ’l dipinto; -‘QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai. -Poscia ne l’emme del vocabol quinto -rimasero ordinate; sì che Giove -pareva argento lì d’oro distinto. -E vidi scendere altre luci dove -era il colmo de l’emme, e lì quetarsi -cantando, credo, il ben ch’a sé le move. -Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi -surgono innumerabili faville, -onde li stolti sogliono agurarsi, -resurger parver quindi più di mille -luci e salir, qual assai e qual poco, -sì come ’l sol che l’accende sortille; -e quïetata ciascuna in suo loco, -la testa e ’l collo d’un’aguglia vidi -rappresentare a quel distinto foco. -Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi; -ma esso guida, e da lui si rammenta -quella virtù ch’è forma per li nidi. -L’altra bëatitudo, che contenta -pareva prima d’ingigliarsi a l’emme, -con poco moto seguitò la ’mprenta. -O dolce stella, quali e quante gemme -mi dimostraro che nostra giustizia -effetto sia del ciel che tu ingemme! -Per ch’io prego la mente in che s’inizia -tuo moto e tua virtute, che rimiri -ond’ esce il fummo che ’l tuo raggio vizia; -sì ch’un’altra fïata omai s’adiri -del comperare e vender dentro al templo -che si murò di segni e di martìri. -O milizia del ciel cu’ io contemplo, -adora per color che sono in terra -tutti svïati dietro al malo essemplo! -Già si solea con le spade far guerra; -ma or si fa togliendo or qui or quivi -lo pan che ’l pïo Padre a nessun serra. -Ma tu che sol per cancellare scrivi, -pensa che Pietro e Paulo, che moriro -per la vigna che guasti, ancor son vivi. -Ben puoi tu dire: «I’ ho fermo ’l disiro -sì a colui che volle viver solo -e che per salti fu tratto al martiro, -ch’io non conosco il pescator né Polo». diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-19 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-19 deleted file mode 100644 index 7377229..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-19 +++ /dev/null @@ -1,148 +0,0 @@ -Parea dinanzi a me con l’ali aperte -la bella image che nel dolce frui -liete facevan l’anime conserte; -parea ciascuna rubinetto in cui -raggio di sole ardesse sì acceso, -che ne’ miei occhi rifrangesse lui. -E quel che mi convien ritrar testeso, -non portò voce mai, né scrisse incostro, -né fu per fantasia già mai compreso; -ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro, -e sonar ne la voce e «io» e «mio», -quand’ era nel concetto e ‘noi’ e ‘nostro’. -E cominciò: «Per esser giusto e pio -son io qui essaltato a quella gloria -che non si lascia vincere a disio; -e in terra lasciai la mia memoria -sì fatta, che le genti lì malvage -commendan lei, ma non seguon la storia». -Così un sol calor di molte brage -si fa sentir, come di molti amori -usciva solo un suon di quella image. -Ond’ io appresso: «O perpetüi fiori -de l’etterna letizia, che pur uno -parer mi fate tutti vostri odori, -solvetemi, spirando, il gran digiuno -che lungamente m’ha tenuto in fame, -non trovandoli in terra cibo alcuno. -Ben so io che, se ’n cielo altro reame -la divina giustizia fa suo specchio, -che ’l vostro non l’apprende con velame. -Sapete come attento io m’apparecchio -ad ascoltar; sapete qual è quello -dubbio che m’è digiun cotanto vecchio». -Quasi falcone ch’esce del cappello, -move la testa e con l’ali si plaude, -voglia mostrando e faccendosi bello, -vid’ io farsi quel segno, che di laude -de la divina grazia era contesto, -con canti quai si sa chi là sù gaude. -Poi cominciò: «Colui che volse il sesto -a lo stremo del mondo, e dentro ad esso -distinse tanto occulto e manifesto, -non poté suo valor sì fare impresso -in tutto l’universo, che ’l suo verbo -non rimanesse in infinito eccesso. -E ciò fa certo che ’l primo superbo, -che fu la somma d’ogne creatura, -per non aspettar lume, cadde acerbo; -e quinci appar ch’ogne minor natura -è corto recettacolo a quel bene -che non ha fine e sé con sé misura. -Dunque vostra veduta, che convene -esser alcun de’ raggi de la mente -di che tutte le cose son ripiene, -non pò da sua natura esser possente -tanto, che suo principio discerna -molto di là da quel che l’è parvente. -Però ne la giustizia sempiterna -la vista che riceve il vostro mondo, -com’ occhio per lo mare, entro s’interna; -che, ben che da la proda veggia il fondo, -in pelago nol vede; e nondimeno -èli, ma cela lui l’esser profondo. -Lume non è, se non vien dal sereno -che non si turba mai; anzi è tenèbra -od ombra de la carne o suo veleno. -Assai t’è mo aperta la latebra -che t’ascondeva la giustizia viva, -di che facei question cotanto crebra; -ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva -de l’Indo, e quivi non è chi ragioni -di Cristo né chi legga né chi scriva; -e tutti suoi voleri e atti buoni -sono, quanto ragione umana vede, -sanza peccato in vita o in sermoni. -Muore non battezzato e sanza fede: -ov’ è questa giustizia che ’l condanna? -ov’ è la colpa sua, se ei non crede?”. -Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna, -per giudicar di lungi mille miglia -con la veduta corta d’una spanna? -Certo a colui che meco s’assottiglia, -se la Scrittura sovra voi non fosse, -da dubitar sarebbe a maraviglia. -Oh terreni animali! oh menti grosse! -La prima volontà, ch’è da sé buona, -da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse. -Cotanto è giusto quanto a lei consuona: -nullo creato bene a sé la tira, -ma essa, radïando, lui cagiona». -Quale sovresso il nido si rigira -poi c’ha pasciuti la cicogna i figli, -e come quel ch’è pasto la rimira; -cotal si fece, e sì leväi i cigli, -la benedetta imagine, che l’ali -movea sospinte da tanti consigli. -Roteando cantava, e dicea: «Quali -son le mie note a te, che non le ’ntendi, -tal è il giudicio etterno a voi mortali». -Poi si quetaro quei lucenti incendi -de lo Spirito Santo ancor nel segno -che fé i Romani al mondo reverendi, -esso ricominciò: «A questo regno -non salì mai chi non credette ’n Cristo, -né pria né poi ch’el si chiavasse al legno. -Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”, -che saranno in giudicio assai men prope -a lui, che tal che non conosce Cristo; -e tai Cristian dannerà l’Etïòpe, -quando si partiranno i due collegi, -l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe. -Che poran dir li Perse a’ vostri regi, -come vedranno quel volume aperto -nel qual si scrivon tutti suoi dispregi? -Lì si vedrà, tra l’opere d’Alberto, -quella che tosto moverà la penna, -per che ’l regno di Praga fia diserto. -Lì si vedrà il duol che sovra Senna -induce, falseggiando la moneta, -quel che morrà di colpo di cotenna. -Lì si vedrà la superbia ch’asseta, -che fa lo Scotto e l’Inghilese folle, -sì che non può soffrir dentro a sua meta. -Vedrassi la lussuria e ’l viver molle -di quel di Spagna e di quel di Boemme, -che mai valor non conobbe né volle. -Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme -segnata con un i la sua bontate, -quando ’l contrario segnerà un emme. -Vedrassi l’avarizia e la viltate -di quei che guarda l’isola del foco, -ove Anchise finì la lunga etate; -e a dare ad intender quanto è poco, -la sua scrittura fian lettere mozze, -che noteranno molto in parvo loco. -E parranno a ciascun l’opere sozze -del barba e del fratel, che tanto egregia -nazione e due corone han fatte bozze. -E quel di Portogallo e di Norvegia -lì si conosceranno, e quel di Rascia -che male ha visto il conio di Vinegia. -Oh beata Ungheria, se non si lascia -più malmenare! e beata Navarra, -se s’armasse del monte che la fascia! -E creder de’ ciascun che già, per arra -di questo, Niccosïa e Famagosta -per la lor bestia si lamenti e garra, -che dal fianco de l’altre non si scosta». diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-2 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-2 deleted file mode 100644 index 1a254e3..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-2 +++ /dev/null @@ -1,148 +0,0 @@ -O voi che siete in piccioletta barca, -desiderosi d’ascoltar, seguiti -dietro al mio legno che cantando varca, -tornate a riveder li vostri liti: -non vi mettete in pelago, ché forse, -perdendo me, rimarreste smarriti. -L’acqua ch’io prendo già mai non si corse; -Minerva spira, e conducemi Appollo, -e nove Muse mi dimostran l’Orse. -Voialtri pochi che drizzaste il collo -per tempo al pan de li angeli, del quale -vivesi qui ma non sen vien satollo, -metter potete ben per l’alto sale -vostro navigio, servando mio solco -dinanzi a l’acqua che ritorna equale. -Que’ glorïosi che passaro al Colco -non s’ammiraron come voi farete, -quando Iasón vider fatto bifolco. -La concreata e perpetüa sete -del deïforme regno cen portava -veloci quasi come ’l ciel vedete. -Beatrice in suso, e io in lei guardava; -e forse in tanto in quanto un quadrel posa -e vola e da la noce si dischiava, -giunto mi vidi ove mirabil cosa -mi torse il viso a sé; e però quella -cui non potea mia cura essere ascosa, -volta ver’ me, sì lieta come bella, -«Drizza la mente in Dio grata», mi disse, -«che n’ha congiunti con la prima stella». -Parev’ a me che nube ne coprisse -lucida, spessa, solida e pulita, -quasi adamante che lo sol ferisse. -Per entro sé l’etterna margarita -ne ricevette, com’ acqua recepe -raggio di luce permanendo unita. -S’io era corpo, e qui non si concepe -com’ una dimensione altra patio, -ch’esser convien se corpo in corpo repe, -accender ne dovria più il disio -di veder quella essenza in che si vede -come nostra natura e Dio s’unio. -Lì si vedrà ciò che tenem per fede, -non dimostrato, ma fia per sé noto -a guisa del ver primo che l’uom crede. -Io rispuosi: «Madonna, sì devoto -com’ esser posso più, ringrazio lui -lo qual dal mortal mondo m’ha remoto. -Ma ditemi: che son li segni bui -di questo corpo, che là giuso in terra -fan di Cain favoleggiare altrui?». -Ella sorrise alquanto, e poi «S’elli erra -l’oppinïon», mi disse, «d’i mortali -dove chiave di senso non diserra, -certo non ti dovrien punger li strali -d’ammirazione omai, poi dietro ai sensi -vedi che la ragione ha corte l’ali. -Ma dimmi quel che tu da te ne pensi». -E io: «Ciò che n’appar qua sù diverso -credo che fanno i corpi rari e densi». -Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso -nel falso il creder tuo, se bene ascolti -l’argomentar ch’io li farò avverso. -La spera ottava vi dimostra molti -lumi, li quali e nel quale e nel quanto -notar si posson di diversi volti. -Se raro e denso ciò facesser tanto, -una sola virtù sarebbe in tutti, -più e men distributa e altrettanto. -Virtù diverse esser convegnon frutti -di princìpi formali, e quei, for ch’uno, -seguiterieno a tua ragion distrutti. -Ancor, se raro fosse di quel bruno -cagion che tu dimandi, o d’oltre in parte -fora di sua materia sì digiuno -esto pianeto, o, sì come comparte -lo grasso e ’l magro un corpo, così questo -nel suo volume cangerebbe carte. -Se ’l primo fosse, fora manifesto -ne l’eclissi del sol, per trasparere -lo lume come in altro raro ingesto. -Questo non è: però è da vedere -de l’altro; e s’elli avvien ch’io l’altro cassi, -falsificato fia lo tuo parere. -S’elli è che questo raro non trapassi, -esser conviene un termine da onde -lo suo contrario più passar non lassi; -e indi l’altrui raggio si rifonde -così come color torna per vetro -lo qual di retro a sé piombo nasconde. -Or dirai tu ch’el si dimostra tetro -ivi lo raggio più che in altre parti, -per esser lì refratto più a retro. -Da questa instanza può deliberarti -esperïenza, se già mai la provi, -ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’ arti. -Tre specchi prenderai; e i due rimovi -da te d’un modo, e l’altro, più rimosso, -tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi. -Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso -ti stea un lume che i tre specchi accenda -e torni a te da tutti ripercosso. -Ben che nel quanto tanto non si stenda -la vista più lontana, lì vedrai -come convien ch’igualmente risplenda. -Or, come ai colpi de li caldi rai -de la neve riman nudo il suggetto -e dal colore e dal freddo primai, -così rimaso te ne l’intelletto -voglio informar di luce sì vivace, -che ti tremolerà nel suo aspetto. -Dentro dal ciel de la divina pace -si gira un corpo ne la cui virtute -l’esser di tutto suo contento giace. -Lo ciel seguente, c’ha tante vedute, -quell’ esser parte per diverse essenze, -da lui distratte e da lui contenute. -Li altri giron per varie differenze -le distinzion che dentro da sé hanno -dispongono a lor fini e lor semenze. -Questi organi del mondo così vanno, -come tu vedi omai, di grado in grado, -che di sù prendono e di sotto fanno. -Riguarda bene omai sì com’ io vado -per questo loco al vero che disiri, -sì che poi sappi sol tener lo guado. -Lo moto e la virtù d’i santi giri, -come dal fabbro l’arte del martello, -da’ beati motor convien che spiri; -e ’l ciel cui tanti lumi fanno bello, -de la mente profonda che lui volve -prende l’image e fassene suggello. -E come l’alma dentro a vostra polve -per differenti membra e conformate -a diverse potenze si risolve, -così l’intelligenza sua bontate -multiplicata per le stelle spiega, -girando sé sovra sua unitate. -Virtù diversa fa diversa lega -col prezïoso corpo ch’ella avviva, -nel qual, sì come vita in voi, si lega. -Per la natura lieta onde deriva, -la virtù mista per lo corpo luce -come letizia per pupilla viva. -Da essa vien ciò che da luce a luce -par differente, non da denso e raro; -essa è formal principio che produce, -conforme a sua bontà, lo turbo e ’l chiaro». diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-20 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-20 deleted file mode 100644 index 9ee7d24..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-20 +++ /dev/null @@ -1,148 +0,0 @@ -Quando colui che tutto ’l mondo alluma -de l’emisperio nostro sì discende, -che ’l giorno d’ogne parte si consuma, -lo ciel, che sol di lui prima s’accende, -subitamente si rifà parvente -per molte luci, in che una risplende; -e questo atto del ciel mi venne a mente, -come ’l segno del mondo e de’ suoi duci -nel benedetto rostro fu tacente; -però che tutte quelle vive luci, -vie più lucendo, cominciaron canti -da mia memoria labili e caduci. -O dolce amor che di riso t’ammanti, -quanto parevi ardente in que’ flailli, -ch’avieno spirto sol di pensier santi! -Poscia che i cari e lucidi lapilli -ond’ io vidi ingemmato il sesto lume -puoser silenzio a li angelici squilli, -udir mi parve un mormorar di fiume -che scende chiaro giù di pietra in pietra, -mostrando l’ubertà del suo cacume. -E come suono al collo de la cetra -prende sua forma, e sì com’ al pertugio -de la sampogna vento che penètra, -così, rimosso d’aspettare indugio, -quel mormorar de l’aguglia salissi -su per lo collo, come fosse bugio. -Fecesi voce quivi, e quindi uscissi -per lo suo becco in forma di parole, -quali aspettava il core ov’ io le scrissi. -«La parte in me che vede e pate il sole -ne l’aguglie mortali», incominciommi, -«or fisamente riguardar si vole, -perché d’i fuochi ond’ io figura fommi, -quelli onde l’occhio in testa mi scintilla, -e’ di tutti lor gradi son li sommi. -Colui che luce in mezzo per pupilla, -fu il cantor de lo Spirito Santo, -che l’arca traslatò di villa in villa: -ora conosce il merto del suo canto, -in quanto effetto fu del suo consiglio, -per lo remunerar ch’è altrettanto. -Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio, -colui che più al becco mi s’accosta, -la vedovella consolò del figlio: -ora conosce quanto caro costa -non seguir Cristo, per l’esperïenza -di questa dolce vita e de l’opposta. -E quel che segue in la circunferenza -di che ragiono, per l’arco superno, -morte indugiò per vera penitenza: -ora conosce che ’l giudicio etterno -non si trasmuta, quando degno preco -fa crastino là giù de l’odïerno. -L’altro che segue, con le leggi e meco, -sotto buona intenzion che fé mal frutto, -per cedere al pastor si fece greco: -ora conosce come il mal dedutto -dal suo bene operar non li è nocivo, -avvegna che sia ’l mondo indi distrutto. -E quel che vedi ne l’arco declivo, -Guiglielmo fu, cui quella terra plora -che piagne Carlo e Federigo vivo: -ora conosce come s’innamora -lo ciel del giusto rege, e al sembiante -del suo fulgore il fa vedere ancora. -Chi crederebbe giù nel mondo errante -che Rifëo Troiano in questo tondo -fosse la quinta de le luci sante? -Ora conosce assai di quel che ’l mondo -veder non può de la divina grazia, -ben che sua vista non discerna il fondo». -Quale allodetta che ’n aere si spazia -prima cantando, e poi tace contenta -de l’ultima dolcezza che la sazia, -tal mi sembiò l’imago de la ’mprenta -de l’etterno piacere, al cui disio -ciascuna cosa qual ell’ è diventa. -E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio -lì quasi vetro a lo color ch’el veste, -tempo aspettar tacendo non patio, -ma de la bocca, «Che cose son queste?», -mi pinse con la forza del suo peso: -per ch’io di coruscar vidi gran feste. -Poi appresso, con l’occhio più acceso, -lo benedetto segno mi rispuose -per non tenermi in ammirar sospeso: -«Io veggio che tu credi queste cose -perch’ io le dico, ma non vedi come; -sì che, se son credute, sono ascose. -Fai come quei che la cosa per nome -apprende ben, ma la sua quiditate -veder non può se altri non la prome. -Regnum celorum vïolenza pate -da caldo amore e da viva speranza, -che vince la divina volontate: -non a guisa che l’omo a l’om sobranza, -ma vince lei perché vuole esser vinta, -e, vinta, vince con sua beninanza. -La prima vita del ciglio e la quinta -ti fa maravigliar, perché ne vedi -la regïon de li angeli dipinta. -D’i corpi suoi non uscir, come credi, -Gentili, ma Cristiani, in ferma fede -quel d’i passuri e quel d’i passi piedi. -Ché l’una de lo ’nferno, u’ non si riede -già mai a buon voler, tornò a l’ossa; -e ciò di viva spene fu mercede: -di viva spene, che mise la possa -ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla, -sì che potesse sua voglia esser mossa. -L’anima glorïosa onde si parla, -tornata ne la carne, in che fu poco, -credette in lui che potëa aiutarla; -e credendo s’accese in tanto foco -di vero amor, ch’a la morte seconda -fu degna di venire a questo gioco. -L’altra, per grazia che da sì profonda -fontana stilla, che mai creatura -non pinse l’occhio infino a la prima onda, -tutto suo amor là giù pose a drittura: -per che, di grazia in grazia, Dio li aperse -l’occhio a la nostra redenzion futura; -ond’ ei credette in quella, e non sofferse -da indi il puzzo più del paganesmo; -e riprendiene le genti perverse. -Quelle tre donne li fur per battesmo -che tu vedesti da la destra rota, -dinanzi al battezzar più d’un millesmo. -O predestinazion, quanto remota -è la radice tua da quelli aspetti -che la prima cagion non veggion tota! -E voi, mortali, tenetevi stretti -a giudicar: ché noi, che Dio vedemo, -non conosciamo ancor tutti li eletti; -ed ènne dolce così fatto scemo, -perché il ben nostro in questo ben s’affina, -che quel che vole Iddio, e noi volemo». -Così da quella imagine divina, -per farmi chiara la mia corta vista, -data mi fu soave medicina. -E come a buon cantor buon citarista -fa seguitar lo guizzo de la corda, -in che più di piacer lo canto acquista, -sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda -ch’io vidi le due luci benedette, -pur come batter d’occhi si concorda, -con le parole mover le fiammette. diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-21 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-21 deleted file mode 100644 index 3bdcd71..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-21 +++ /dev/null @@ -1,142 +0,0 @@ -Già eran li occhi miei rifissi al volto -de la mia donna, e l’animo con essi, -e da ogne altro intento s’era tolto. -E quella non ridea; ma «S’io ridessi», -mi cominciò, «tu ti faresti quale -fu Semelè quando di cener fessi: -ché la bellezza mia, che per le scale -de l’etterno palazzo più s’accende, -com’ hai veduto, quanto più si sale, -se non si temperasse, tanto splende, -che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore, -sarebbe fronda che trono scoscende. -Noi sem levati al settimo splendore, -che sotto ’l petto del Leone ardente -raggia mo misto giù del suo valore. -Ficca di retro a li occhi tuoi la mente, -e fa di quelli specchi a la figura -che ’n questo specchio ti sarà parvente». -Qual savesse qual era la pastura -del viso mio ne l’aspetto beato -quand’ io mi trasmutai ad altra cura, -conoscerebbe quanto m’era a grato -ubidire a la mia celeste scorta, -contrapesando l’un con l’altro lato. -Dentro al cristallo che ’l vocabol porta, -cerchiando il mondo, del suo caro duce -sotto cui giacque ogne malizia morta, -di color d’oro in che raggio traluce -vid’ io uno scaleo eretto in suso -tanto, che nol seguiva la mia luce. -Vidi anche per li gradi scender giuso -tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume -che par nel ciel, quindi fosse diffuso. -E come, per lo natural costume, -le pole insieme, al cominciar del giorno, -si movono a scaldar le fredde piume; -poi altre vanno via sanza ritorno, -altre rivolgon sé onde son mosse, -e altre roteando fan soggiorno; -tal modo parve me che quivi fosse -in quello sfavillar che ’nsieme venne, -sì come in certo grado si percosse. -E quel che presso più ci si ritenne, -si fé sì chiaro, ch’io dicea pensando: -‘Io veggio ben l’amor che tu m’accenne. -Ma quella ond’ io aspetto il come e ’l quando -del dire e del tacer, si sta; ond’ io, -contra ’l disio, fo ben ch’io non dimando’. -Per ch’ella, che vedëa il tacer mio -nel veder di colui che tutto vede, -mi disse: «Solvi il tuo caldo disio». -E io incominciai: «La mia mercede -non mi fa degno de la tua risposta; -ma per colei che ’l chieder mi concede, -vita beata che ti stai nascosta -dentro a la tua letizia, fammi nota -la cagion che sì presso mi t’ha posta; -e dì perché si tace in questa rota -la dolce sinfonia di paradiso, -che giù per l’altre suona sì divota». -«Tu hai l’udir mortal sì come il viso», -rispuose a me; «onde qui non si canta -per quel che Bëatrice non ha riso. -Giù per li gradi de la scala santa -discesi tanto sol per farti festa -col dire e con la luce che mi ammanta; -né più amor mi fece esser più presta, -ché più e tanto amor quinci sù ferve, -sì come il fiammeggiar ti manifesta. -Ma l’alta carità, che ci fa serve -pronte al consiglio che ’l mondo governa, -sorteggia qui sì come tu osserve». -«Io veggio ben», diss’ io, «sacra lucerna, -come libero amore in questa corte -basta a seguir la provedenza etterna; -ma questo è quel ch’a cerner mi par forte, -perché predestinata fosti sola -a questo officio tra le tue consorte». -Né venni prima a l’ultima parola, -che del suo mezzo fece il lume centro, -girando sé come veloce mola; -poi rispuose l’amor che v’era dentro: -«Luce divina sopra me s’appunta, -penetrando per questa in ch’io m’inventro, -la cui virtù, col mio veder congiunta, -mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio -la somma essenza de la quale è munta. -Quinci vien l’allegrezza ond’ io fiammeggio; -per ch’a la vista mia, quant’ ella è chiara, -la chiarità de la fiamma pareggio. -Ma quell’ alma nel ciel che più si schiara, -quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso, -a la dimanda tua non satisfara, -però che sì s’innoltra ne lo abisso -de l’etterno statuto quel che chiedi, -che da ogne creata vista è scisso. -E al mondo mortal, quando tu riedi, -questo rapporta, sì che non presumma -a tanto segno più mover li piedi. -La mente, che qui luce, in terra fumma; -onde riguarda come può là giùe -quel che non pote perché ’l ciel l’assumma». -Sì mi prescrisser le parole sue, -ch’io lasciai la quistione e mi ritrassi -a dimandarla umilmente chi fue. -«Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi, -e non molto distanti a la tua patria, -tanto che ’ troni assai suonan più bassi, -e fanno un gibbo che si chiama Catria, -di sotto al quale è consecrato un ermo, -che suole esser disposto a sola latria». -Così ricominciommi il terzo sermo; -e poi, continüando, disse: «Quivi -al servigio di Dio mi fe’ sì fermo, -che pur con cibi di liquor d’ulivi -lievemente passava caldi e geli, -contento ne’ pensier contemplativi. -Render solea quel chiostro a questi cieli -fertilemente; e ora è fatto vano, -sì che tosto convien che si riveli. -In quel loco fu’ io Pietro Damiano, -e Pietro Peccator fu’ ne la casa -di Nostra Donna in sul lito adriano. -Poca vita mortal m’era rimasa, -quando fui chiesto e tratto a quel cappello, -che pur di male in peggio si travasa. -Venne Cefàs e venne il gran vasello -de lo Spirito Santo, magri e scalzi, -prendendo il cibo da qualunque ostello. -Or voglion quinci e quindi chi rincalzi -li moderni pastori e chi li meni, -tanto son gravi, e chi di rietro li alzi. -Cuopron d’i manti loro i palafreni, -sì che due bestie van sott’ una pelle: -oh pazïenza che tanto sostieni!». -A questa voce vid’ io più fiammelle -di grado in grado scendere e girarsi, -e ogne giro le facea più belle. -Dintorno a questa vennero e fermarsi, -e fero un grido di sì alto suono, -che non potrebbe qui assomigliarsi; -né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono. diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-22 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-22 deleted file mode 100644 index 32f9960..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-22 +++ /dev/null @@ -1,154 +0,0 @@ -Oppresso di stupore, a la mia guida -mi volsi, come parvol che ricorre -sempre colà dove più si confida; -e quella, come madre che soccorre -sùbito al figlio palido e anelo -con la sua voce, che ’l suol ben disporre, -mi disse: «Non sai tu che tu se’ in cielo? -e non sai tu che ’l cielo è tutto santo, -e ciò che ci si fa vien da buon zelo? -Come t’avrebbe trasmutato il canto, -e io ridendo, mo pensar lo puoi, -poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto; -nel qual, se ’nteso avessi i prieghi suoi, -già ti sarebbe nota la vendetta -che tu vedrai innanzi che tu muoi. -La spada di qua sù non taglia in fretta -né tardo, ma’ ch’al parer di colui -che disïando o temendo l’aspetta. -Ma rivolgiti omai inverso altrui; -ch’assai illustri spiriti vedrai, -se com’ io dico l’aspetto redui». -Come a lei piacque, li occhi ritornai, -e vidi cento sperule che ’nsieme -più s’abbellivan con mutüi rai. -Io stava come quei che ’n sé repreme -la punta del disio, e non s’attenta -di domandar, sì del troppo si teme; -e la maggiore e la più luculenta -di quelle margherite innanzi fessi, -per far di sé la mia voglia contenta. -Poi dentro a lei udi’: «Se tu vedessi -com’ io la carità che tra noi arde, -li tuoi concetti sarebbero espressi. -Ma perché tu, aspettando, non tarde -a l’alto fine, io ti farò risposta -pur al pensier, da che sì ti riguarde. -Quel monte a cui Cassino è ne la costa -fu frequentato già in su la cima -da la gente ingannata e mal disposta; -e quel son io che sù vi portai prima -lo nome di colui che ’n terra addusse -la verità che tanto ci soblima; -e tanta grazia sopra me relusse, -ch’io ritrassi le ville circunstanti -da l’empio cólto che ’l mondo sedusse. -Questi altri fuochi tutti contemplanti -uomini fuoro, accesi di quel caldo -che fa nascere i fiori e ’ frutti santi. -Qui è Maccario, qui è Romoaldo, -qui son li frati miei che dentro ai chiostri -fermar li piedi e tennero il cor saldo». -E io a lui: «L’affetto che dimostri -meco parlando, e la buona sembianza -ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri, -così m’ha dilatata mia fidanza, -come ’l sol fa la rosa quando aperta -tanto divien quant’ ell’ ha di possanza. -Però ti priego, e tu, padre, m’accerta -s’io posso prender tanta grazia, ch’io -ti veggia con imagine scoverta». -Ond’ elli: «Frate, il tuo alto disio -s’adempierà in su l’ultima spera, -ove s’adempion tutti li altri e ’l mio. -Ivi è perfetta, matura e intera -ciascuna disïanza; in quella sola -è ogne parte là ove sempr’ era, -perché non è in loco e non s’impola; -e nostra scala infino ad essa varca, -onde così dal viso ti s’invola. -Infin là sù la vide il patriarca -Iacobbe porger la superna parte, -quando li apparve d’angeli sì carca. -Ma, per salirla, mo nessun diparte -da terra i piedi, e la regola mia -rimasa è per danno de le carte. -Le mura che solieno esser badia -fatte sono spelonche, e le cocolle -sacca son piene di farina ria. -Ma grave usura tanto non si tolle -contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto -che fa il cor de’ monaci sì folle; -ché quantunque la Chiesa guarda, tutto -è de la gente che per Dio dimanda; -non di parenti né d’altro più brutto. -La carne d’i mortali è tanto blanda, -che giù non basta buon cominciamento -dal nascer de la quercia al far la ghianda. -Pier cominciò sanz’ oro e sanz’ argento, -e io con orazione e con digiuno, -e Francesco umilmente il suo convento; -e se guardi ’l principio di ciascuno, -poscia riguardi là dov’ è trascorso, -tu vederai del bianco fatto bruno. -Veramente Iordan vòlto retrorso -più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse, -mirabile a veder che qui ’l soccorso». -Così mi disse, e indi si raccolse -al suo collegio, e ’l collegio si strinse; -poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse. -La dolce donna dietro a lor mi pinse -con un sol cenno su per quella scala, -sì sua virtù la mia natura vinse; -né mai qua giù dove si monta e cala -naturalmente, fu sì ratto moto -ch’agguagliar si potesse a la mia ala. -S’io torni mai, lettore, a quel divoto -trïunfo per lo quale io piango spesso -le mie peccata e ’l petto mi percuoto, -tu non avresti in tanto tratto e messo -nel foco il dito, in quant’ io vidi ’l segno -che segue il Tauro e fui dentro da esso. -O glorïose stelle, o lume pregno -di gran virtù, dal quale io riconosco -tutto, qual che si sia, il mio ingegno, -con voi nasceva e s’ascondeva vosco -quelli ch’è padre d’ogne mortal vita, -quand’ io senti’ di prima l’aere tosco; -e poi, quando mi fu grazia largita -d’entrar ne l’alta rota che vi gira, -la vostra regïon mi fu sortita. -A voi divotamente ora sospira -l’anima mia, per acquistar virtute -al passo forte che a sé la tira. -«Tu se’ sì presso a l’ultima salute», -cominciò Bëatrice, «che tu dei -aver le luci tue chiare e acute; -e però, prima che tu più t’inlei, -rimira in giù, e vedi quanto mondo -sotto li piedi già esser ti fei; -sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo -s’appresenti a la turba trïunfante -che lieta vien per questo etera tondo». -Col viso ritornai per tutte quante -le sette spere, e vidi questo globo -tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante; -e quel consiglio per migliore approbo -che l’ha per meno; e chi ad altro pensa -chiamar si puote veramente probo. -Vidi la figlia di Latona incensa -sanza quell’ ombra che mi fu cagione -per che già la credetti rara e densa. -L’aspetto del tuo nato, Iperïone, -quivi sostenni, e vidi com’ si move -circa e vicino a lui Maia e Dïone. -Quindi m’apparve il temperar di Giove -tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro -il varïar che fanno di lor dove; -e tutti e sette mi si dimostraro -quanto son grandi e quanto son veloci -e come sono in distante riparo. -L’aiuola che ci fa tanto feroci, -volgendom’ io con li etterni Gemelli, -tutta m’apparve da’ colli a le foci; -poscia rivolsi li occhi a li occhi belli. diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-23 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-23 deleted file mode 100644 index d3c89d7..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-23 +++ /dev/null @@ -1,139 +0,0 @@ -Come l’augello, intra l’amate fronde, -posato al nido de’ suoi dolci nati -la notte che le cose ci nasconde, -che, per veder li aspetti disïati -e per trovar lo cibo onde li pasca, -in che gravi labor li sono aggrati, -previene il tempo in su aperta frasca, -e con ardente affetto il sole aspetta, -fiso guardando pur che l’alba nasca; -così la donna mïa stava eretta -e attenta, rivolta inver’ la plaga -sotto la quale il sol mostra men fretta: -sì che, veggendola io sospesa e vaga, -fecimi qual è quei che disïando -altro vorria, e sperando s’appaga. -Ma poco fu tra uno e altro quando, -del mio attender, dico, e del vedere -lo ciel venir più e più rischiarando; -e Bëatrice disse: «Ecco le schiere -del trïunfo di Cristo e tutto ’l frutto -ricolto del girar di queste spere!». -Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto, -e li occhi avea di letizia sì pieni, -che passarmen convien sanza costrutto. -Quale ne’ plenilunïi sereni -Trivïa ride tra le ninfe etterne -che dipingon lo ciel per tutti i seni, -vid’ i’ sopra migliaia di lucerne -un sol che tutte quante l’accendea, -come fa ’l nostro le viste superne; -e per la viva luce trasparea -la lucente sustanza tanto chiara -nel viso mio, che non la sostenea. -Oh Bëatrice, dolce guida e cara! -Ella mi disse: «Quel che ti sobranza -è virtù da cui nulla si ripara. -Quivi è la sapïenza e la possanza -ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra, -onde fu già sì lunga disïanza». -Come foco di nube si diserra -per dilatarsi sì che non vi cape, -e fuor di sua natura in giù s’atterra, -la mente mia così, tra quelle dape -fatta più grande, di sé stessa uscìo, -e che si fesse rimembrar non sape. -«Apri li occhi e riguarda qual son io; -tu hai vedute cose, che possente -se’ fatto a sostener lo riso mio». -Io era come quei che si risente -di visïone oblita e che s’ingegna -indarno di ridurlasi a la mente, -quand’ io udi’ questa proferta, degna -di tanto grato, che mai non si stingue -del libro che ’l preterito rassegna. -Se mo sonasser tutte quelle lingue -che Polimnïa con le suore fero -del latte lor dolcissimo più pingue, -per aiutarmi, al millesmo del vero -non si verria, cantando il santo riso -e quanto il santo aspetto facea mero; -e così, figurando il paradiso, -convien saltar lo sacrato poema, -come chi trova suo cammin riciso. -Ma chi pensasse il ponderoso tema -e l’omero mortal che se ne carca, -nol biasmerebbe se sott’ esso trema: -non è pareggio da picciola barca -quel che fendendo va l’ardita prora, -né da nocchier ch’a sé medesmo parca. -«Perché la faccia mia sì t’innamora, -che tu non ti rivolgi al bel giardino -che sotto i raggi di Cristo s’infiora? -Quivi è la rosa in che ’l verbo divino -carne si fece; quivi son li gigli -al cui odor si prese il buon cammino». -Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli -tutto era pronto, ancora mi rendei -a la battaglia de’ debili cigli. -Come a raggio di sol, che puro mei -per fratta nube, già prato di fiori -vider, coverti d’ombra, li occhi miei; -vid’ io così più turbe di splendori, -folgorate di sù da raggi ardenti, -sanza veder principio di folgóri. -O benigna vertù che sì li ’mprenti, -sù t’essaltasti, per largirmi loco -a li occhi lì che non t’eran possenti. -Il nome del bel fior ch’io sempre invoco -e mane e sera, tutto mi ristrinse -l’animo ad avvisar lo maggior foco; -e come ambo le luci mi dipinse -il quale e il quanto de la viva stella -che là sù vince come qua giù vinse, -per entro il cielo scese una facella, -formata in cerchio a guisa di corona, -e cinsela e girossi intorno ad ella. -Qualunque melodia più dolce suona -qua giù e più a sé l’anima tira, -parrebbe nube che squarciata tona, -comparata al sonar di quella lira -onde si coronava il bel zaffiro -del quale il ciel più chiaro s’inzaffira. -«Io sono amore angelico, che giro -l’alta letizia che spira del ventre -che fu albergo del nostro disiro; -e girerommi, donna del ciel, mentre -che seguirai tuo figlio, e farai dia -più la spera suprema perché lì entre». -Così la circulata melodia -si sigillava, e tutti li altri lumi -facean sonare il nome di Maria. -Lo real manto di tutti i volumi -del mondo, che più ferve e più s’avviva -ne l’alito di Dio e nei costumi, -avea sopra di noi l’interna riva -tanto distante, che la sua parvenza, -là dov’ io era, ancor non appariva: -però non ebber li occhi miei potenza -di seguitar la coronata fiamma -che si levò appresso sua semenza. -E come fantolin che ’nver’ la mamma -tende le braccia, poi che ’l latte prese, -per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma; -ciascun di quei candori in sù si stese -con la sua cima, sì che l’alto affetto -ch’elli avieno a Maria mi fu palese. -Indi rimaser lì nel mio cospetto, -‘Regina celi’ cantando sì dolce, -che mai da me non si partì ’l diletto. -Oh quanta è l’ubertà che si soffolce -in quelle arche ricchissime che fuoro -a seminar qua giù buone bobolce! -Quivi si vive e gode del tesoro -che s’acquistò piangendo ne lo essilio -di Babillòn, ove si lasciò l’oro. -Quivi trïunfa, sotto l’alto Filio -di Dio e di Maria, di sua vittoria, -e con l’antico e col novo concilio, -colui che tien le chiavi di tal gloria. diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-24 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-24 deleted file mode 100644 index 7a38f2b..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-24 +++ /dev/null @@ -1,154 +0,0 @@ -«O sodalizio eletto a la gran cena -del benedetto Agnello, il qual vi ciba -sì, che la vostra voglia è sempre piena, -se per grazia di Dio questi preliba -di quel che cade de la vostra mensa, -prima che morte tempo li prescriba, -ponete mente a l’affezione immensa -e roratelo alquanto: voi bevete -sempre del fonte onde vien quel ch’ei pensa». -Così Beatrice; e quelle anime liete -si fero spere sopra fissi poli, -fiammando, a volte, a guisa di comete. -E come cerchi in tempra d’orïuoli -si giran sì, che ’l primo a chi pon mente -quïeto pare, e l’ultimo che voli; -così quelle carole, differente- -mente danzando, de la sua ricchezza -mi facieno stimar, veloci e lente. -Di quella ch’io notai di più carezza -vid’ ïo uscire un foco sì felice, -che nullo vi lasciò di più chiarezza; -e tre fïate intorno di Beatrice -si volse con un canto tanto divo, -che la mia fantasia nol mi ridice. -Però salta la penna e non lo scrivo: -ché l’imagine nostra a cotai pieghe, -non che ’l parlare, è troppo color vivo. -«O santa suora mia che sì ne prieghe -divota, per lo tuo ardente affetto -da quella bella spera mi disleghe». -Poscia fermato, il foco benedetto -a la mia donna dirizzò lo spiro, -che favellò così com’ i’ ho detto. -Ed ella: «O luce etterna del gran viro -a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi, -ch’ei portò giù, di questo gaudio miro, -tenta costui di punti lievi e gravi, -come ti piace, intorno de la fede, -per la qual tu su per lo mare andavi. -S’elli ama bene e bene spera e crede, -non t’è occulto, perché ’l viso hai quivi -dov’ ogne cosa dipinta si vede; -ma perché questo regno ha fatto civi -per la verace fede, a glorïarla, -di lei parlare è ben ch’a lui arrivi». -Sì come il baccialier s’arma e non parla -fin che ’l maestro la question propone, -per approvarla, non per terminarla, -così m’armava io d’ogne ragione -mentre ch’ella dicea, per esser presto -a tal querente e a tal professione. -«Dì, buon Cristiano, fatti manifesto: -fede che è?». Ond’ io levai la fronte -in quella luce onde spirava questo; -poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte -sembianze femmi perch’ ïo spandessi -l’acqua di fuor del mio interno fonte. -«La Grazia che mi dà ch’io mi confessi», -comincia’ io, «da l’alto primipilo, -faccia li miei concetti bene espressi». -E seguitai: «Come ’l verace stilo -ne scrisse, padre, del tuo caro frate -che mise teco Roma nel buon filo, -fede è sustanza di cose sperate -e argomento de le non parventi; -e questa pare a me sua quiditate». -Allora udi’: «Dirittamente senti, -se bene intendi perché la ripuose -tra le sustanze, e poi tra li argomenti». -E io appresso: «Le profonde cose -che mi largiscon qui la lor parvenza, -a li occhi di là giù son sì ascose, -che l’esser loro v’è in sola credenza, -sopra la qual si fonda l’alta spene; -e però di sustanza prende intenza. -E da questa credenza ci convene -silogizzar, sanz’ avere altra vista: -però intenza d’argomento tene». -Allora udi’: «Se quantunque s’acquista -giù per dottrina, fosse così ’nteso, -non lì avria loco ingegno di sofista». -Così spirò di quello amore acceso; -indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa -d’esta moneta già la lega e ’l peso; -ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa». -Ond’ io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda, -che nel suo conio nulla mi s’inforsa». -Appresso uscì de la luce profonda -che lì splendeva: «Questa cara gioia -sopra la quale ogne virtù si fonda, -onde ti venne?». E io: «La larga ploia -de lo Spirito Santo, ch’è diffusa -in su le vecchie e ’n su le nuove cuoia, -è silogismo che la m’ha conchiusa -acutamente sì, che ’nverso d’ella -ogne dimostrazion mi pare ottusa». -Io udi’ poi: «L’antica e la novella -proposizion che così ti conchiude, -perché l’hai tu per divina favella?». -E io: «La prova che ’l ver mi dischiude, -son l’opere seguite, a che natura -non scalda ferro mai né batte incude». -Risposto fummi: «Dì, chi t’assicura -che quell’ opere fosser? Quel medesmo -che vuol provarsi, non altri, il ti giura». -«Se ’l mondo si rivolse al cristianesmo», -diss’ io, «sanza miracoli, quest’ uno -è tal, che li altri non sono il centesmo: -ché tu intrasti povero e digiuno -in campo, a seminar la buona pianta -che fu già vite e ora è fatta pruno». -Finito questo, l’alta corte santa -risonò per le spere un ‘Dio laudamo’ -ne la melode che là sù si canta. -E quel baron che sì di ramo in ramo, -essaminando, già tratto m’avea, -che a l’ultime fronde appressavamo, -ricominciò: «La Grazia, che donnea -con la tua mente, la bocca t’aperse -infino a qui come aprir si dovea, -sì ch’io approvo ciò che fuori emerse; -ma or convien espremer quel che credi, -e onde a la credenza tua s’offerse». -«O santo padre, e spirito che vedi -ciò che credesti sì, che tu vincesti -ver’ lo sepulcro più giovani piedi», -comincia’ io, «tu vuo’ ch’io manifesti -la forma qui del pronto creder mio, -e anche la cagion di lui chiedesti. -E io rispondo: Io credo in uno Dio -solo ed etterno, che tutto ’l ciel move, -non moto, con amore e con disio; -e a tal creder non ho io pur prove -fisice e metafisice, ma dalmi -anche la verità che quinci piove -per Moïsè, per profeti e per salmi, -per l’Evangelio e per voi che scriveste -poi che l’ardente Spirto vi fé almi; -e credo in tre persone etterne, e queste -credo una essenza sì una e sì trina, -che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’. -De la profonda condizion divina -ch’io tocco mo, la mente mi sigilla -più volte l’evangelica dottrina. -Quest’ è ’l principio, quest’ è la favilla -che si dilata in fiamma poi vivace, -e come stella in cielo in me scintilla». -Come ’l segnor ch’ascolta quel che i piace, -da indi abbraccia il servo, gratulando -per la novella, tosto ch’el si tace; -così, benedicendomi cantando, -tre volte cinse me, sì com’ io tacqui, -l’appostolico lume al cui comando -io avea detto: sì nel dir li piacqui! diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-25 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-25 deleted file mode 100644 index 541cd9f..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-25 +++ /dev/null @@ -1,139 +0,0 @@ -Se mai continga che ’l poema sacro -al quale ha posto mano e cielo e terra, -sì che m’ha fatto per molti anni macro, -vinca la crudeltà che fuor mi serra -del bello ovile ov’ io dormi’ agnello, -nimico ai lupi che li danno guerra; -con altra voce omai, con altro vello -ritornerò poeta, e in sul fonte -del mio battesmo prenderò ’l cappello; -però che ne la fede, che fa conte -l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi -Pietro per lei sì mi girò la fronte. -Indi si mosse un lume verso noi -di quella spera ond’ uscì la primizia -che lasciò Cristo d’i vicari suoi; -e la mia donna, piena di letizia, -mi disse: «Mira, mira: ecco il barone -per cui là giù si vicita Galizia». -Sì come quando il colombo si pone -presso al compagno, l’uno a l’altro pande, -girando e mormorando, l’affezione; -così vid’ ïo l’un da l’altro grande -principe glorïoso essere accolto, -laudando il cibo che là sù li prande. -Ma poi che ’l gratular si fu assolto, -tacito coram me ciascun s’affisse, -ignito sì che vincëa ’l mio volto. -Ridendo allora Bëatrice disse: -«Inclita vita per cui la larghezza -de la nostra basilica si scrisse, -fa risonar la spene in questa altezza: -tu sai, che tante fiate la figuri, -quante Iesù ai tre fé più carezza». -«Leva la testa e fa che t’assicuri: -che ciò che vien qua sù del mortal mondo, -convien ch’ai nostri raggi si maturi». -Questo conforto del foco secondo -mi venne; ond’ io leväi li occhi a’ monti -che li ’ncurvaron pria col troppo pondo. -«Poi che per grazia vuol che tu t’affronti -lo nostro Imperadore, anzi la morte, -ne l’aula più secreta co’ suoi conti, -sì che, veduto il ver di questa corte, -la spene, che là giù bene innamora, -in te e in altrui di ciò conforte, -di’ quel ch’ell’ è, di’ come se ne ’nfiora -la mente tua, e dì onde a te venne». -Così seguì ’l secondo lume ancora. -E quella pïa che guidò le penne -de le mie ali a così alto volo, -a la risposta così mi prevenne: -«La Chiesa militante alcun figliuolo -non ha con più speranza, com’ è scritto -nel Sol che raggia tutto nostro stuolo: -però li è conceduto che d’Egitto -vegna in Ierusalemme per vedere, -anzi che ’l militar li sia prescritto. -Li altri due punti, che non per sapere -son dimandati, ma perch’ ei rapporti -quanto questa virtù t’è in piacere, -a lui lasc’ io, ché non li saran forti -né di iattanza; ed elli a ciò risponda, -e la grazia di Dio ciò li comporti». -Come discente ch’a dottor seconda -pronto e libente in quel ch’elli è esperto, -perché la sua bontà si disasconda, -«Spene», diss’ io, «è uno attender certo -de la gloria futura, il qual produce -grazia divina e precedente merto. -Da molte stelle mi vien questa luce; -ma quei la distillò nel mio cor pria -che fu sommo cantor del sommo duce. -‘Sperino in te’, ne la sua tëodia -dice, ‘color che sanno il nome tuo’: -e chi nol sa, s’elli ha la fede mia? -Tu mi stillasti, con lo stillar suo, -ne la pistola poi; sì ch’io son pieno, -e in altrui vostra pioggia repluo». -Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno -di quello incendio tremolava un lampo -sùbito e spesso a guisa di baleno. -Indi spirò: «L’amore ond’ ïo avvampo -ancor ver’ la virtù che mi seguette -infin la palma e a l’uscir del campo, -vuol ch’io respiri a te che ti dilette -di lei; ed emmi a grato che tu diche -quello che la speranza ti ’mpromette». -E io: «Le nove e le scritture antiche -pongon lo segno, ed esso lo mi addita, -de l’anime che Dio s’ha fatte amiche. -Dice Isaia che ciascuna vestita -ne la sua terra fia di doppia vesta: -e la sua terra è questa dolce vita; -e ’l tuo fratello assai vie più digesta, -là dove tratta de le bianche stole, -questa revelazion ci manifesta». -E prima, appresso al fin d’este parole, -‘Sperent in te’ di sopr’ a noi s’udì; -a che rispuoser tutte le carole. -Poscia tra esse un lume si schiarì -sì che, se ’l Cancro avesse un tal cristallo, -l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì. -E come surge e va ed entra in ballo -vergine lieta, sol per fare onore -a la novizia, non per alcun fallo, -così vid’ io lo schiarato splendore -venire a’ due che si volgieno a nota -qual conveniesi al loro ardente amore. -Misesi lì nel canto e ne la rota; -e la mia donna in lor tenea l’aspetto, -pur come sposa tacita e immota. -«Questi è colui che giacque sopra ’l petto -del nostro pellicano, e questi fue -di su la croce al grande officio eletto». -La donna mia così; né però piùe -mosser la vista sua di stare attenta -poscia che prima le parole sue. -Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta -di vedere eclissar lo sole un poco, -che, per veder, non vedente diventa; -tal mi fec’ ïo a quell’ ultimo foco -mentre che detto fu: «Perché t’abbagli -per veder cosa che qui non ha loco? -In terra è terra il mio corpo, e saragli -tanto con li altri, che ’l numero nostro -con l’etterno proposito s’agguagli. -Con le due stole nel beato chiostro -son le due luci sole che saliro; -e questo apporterai nel mondo vostro». -A questa voce l’infiammato giro -si quïetò con esso il dolce mischio -che si facea nel suon del trino spiro, -sì come, per cessar fatica o rischio, -li remi, pria ne l’acqua ripercossi, -tutti si posano al sonar d’un fischio. -Ahi quanto ne la mente mi commossi, -quando mi volsi per veder Beatrice, -per non poter veder, benché io fossi -presso di lei, e nel mondo felice! diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-26 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-26 deleted file mode 100644 index 94963ce..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-26 +++ /dev/null @@ -1,142 +0,0 @@ -Mentr’ io dubbiava per lo viso spento, -de la fulgida fiamma che lo spense -uscì un spiro che mi fece attento, -dicendo: «Intanto che tu ti risense -de la vista che haï in me consunta, -ben è che ragionando la compense. -Comincia dunque; e dì ove s’appunta -l’anima tua, e fa ragion che sia -la vista in te smarrita e non defunta: -perché la donna che per questa dia -regïon ti conduce, ha ne lo sguardo -la virtù ch’ebbe la man d’Anania». -Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo -vegna remedio a li occhi, che fuor porte -quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo. -Lo ben che fa contenta questa corte, -Alfa e O è di quanta scrittura -mi legge Amore o lievemente o forte». -Quella medesma voce che paura -tolta m’avea del sùbito abbarbaglio, -di ragionare ancor mi mise in cura; -e disse: «Certo a più angusto vaglio -ti conviene schiarar: dicer convienti -chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio». -E io: «Per filosofici argomenti -e per autorità che quinci scende -cotale amor convien che in me si ’mprenti: -ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende, -così accende amore, e tanto maggio -quanto più di bontate in sé comprende. -Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio, -che ciascun ben che fuor di lei si trova -altro non è ch’un lume di suo raggio, -più che in altra convien che si mova -la mente, amando, di ciascun che cerne -il vero in che si fonda questa prova. -Tal vero a l’intelletto mïo sterne -colui che mi dimostra il primo amore -di tutte le sustanze sempiterne. -Sternel la voce del verace autore, -che dice a Moïsè, di sé parlando: -‘Io ti farò vedere ogne valore’. -Sternilmi tu ancora, incominciando -l’alto preconio che grida l’arcano -di qui là giù sovra ogne altro bando». -E io udi’: «Per intelletto umano -e per autoritadi a lui concorde -d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano. -Ma dì ancor se tu senti altre corde -tirarti verso lui, sì che tu suone -con quanti denti questo amor ti morde». -Non fu latente la santa intenzione -de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi -dove volea menar mia professione. -Però ricominciai: «Tutti quei morsi -che posson far lo cor volgere a Dio, -a la mia caritate son concorsi: -ché l’essere del mondo e l’esser mio, -la morte ch’el sostenne perch’ io viva, -e quel che spera ogne fedel com’ io, -con la predetta conoscenza viva, -tratto m’hanno del mar de l’amor torto, -e del diritto m’han posto a la riva. -Le fronde onde s’infronda tutto l’orto -de l’ortolano etterno, am’ io cotanto -quanto da lui a lor di bene è porto». -Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto -risonò per lo cielo, e la mia donna -dicea con li altri: «Santo, santo, santo!». -E come a lume acuto si disonna -per lo spirto visivo che ricorre -a lo splendor che va di gonna in gonna, -e lo svegliato ciò che vede aborre, -sì nescïa è la sùbita vigilia -fin che la stimativa non soccorre; -così de li occhi miei ogne quisquilia -fugò Beatrice col raggio d’i suoi, -che rifulgea da più di mille milia: -onde mei che dinanzi vidi poi; -e quasi stupefatto domandai -d’un quarto lume ch’io vidi tra noi. -E la mia donna: «Dentro da quei rai -vagheggia il suo fattor l’anima prima -che la prima virtù creasse mai». -Come la fronda che flette la cima -nel transito del vento, e poi si leva -per la propria virtù che la soblima, -fec’ io in tanto in quant’ ella diceva, -stupendo, e poi mi rifece sicuro -un disio di parlare ond’ ïo ardeva. -E cominciai: «O pomo che maturo -solo prodotto fosti, o padre antico -a cui ciascuna sposa è figlia e nuro, -divoto quanto posso a te supplìco -perché mi parli: tu vedi mia voglia, -e per udirti tosto non la dico». -Talvolta un animal coverto broglia, -sì che l’affetto convien che si paia -per lo seguir che face a lui la ’nvoglia; -e similmente l’anima primaia -mi facea trasparer per la coverta -quant’ ella a compiacermi venìa gaia. -Indi spirò: «Sanz’ essermi proferta -da te, la voglia tua discerno meglio -che tu qualunque cosa t’è più certa; -perch’ io la veggio nel verace speglio -che fa di sé pareglio a l’altre cose, -e nulla face lui di sé pareglio. -Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose -ne l’eccelso giardino, ove costei -a così lunga scala ti dispuose, -e quanto fu diletto a li occhi miei, -e la propria cagion del gran disdegno, -e l’idïoma ch’usai e che fei. -Or, figluol mio, non il gustar del legno -fu per sé la cagion di tanto essilio, -ma solamente il trapassar del segno. -Quindi onde mosse tua donna Virgilio, -quattromilia trecento e due volumi -di sol desiderai questo concilio; -e vidi lui tornare a tutt’ i lumi -de la sua strada novecento trenta -fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi. -La lingua ch’io parlai fu tutta spenta -innanzi che a l’ovra inconsummabile -fosse la gente di Nembròt attenta: -ché nullo effetto mai razïonabile, -per lo piacere uman che rinovella -seguendo il cielo, sempre fu durabile. -Opera naturale è ch’uom favella; -ma così o così, natura lascia -poi fare a voi secondo che v’abbella. -Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia, -I s’appellava in terra il sommo bene -onde vien la letizia che mi fascia; -e El si chiamò poi: e ciò convene, -ché l’uso d’i mortali è come fronda -in ramo, che sen va e altra vene. -Nel monte che si leva più da l’onda, -fu’ io, con vita pura e disonesta, -da la prim’ ora a quella che seconda, -come ’l sol muta quadra, l’ora sesta». diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-27 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-27 deleted file mode 100644 index 05d7c80..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-27 +++ /dev/null @@ -1,148 +0,0 @@ -‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’, -cominciò, ‘gloria!’, tutto ’l paradiso, -sì che m’inebrïava il dolce canto. -Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso -de l’universo; per che mia ebbrezza -intrava per l’udire e per lo viso. -Oh gioia! oh ineffabile allegrezza! -oh vita intègra d’amore e di pace! -oh sanza brama sicura ricchezza! -Dinanzi a li occhi miei le quattro face -stavano accese, e quella che pria venne -incominciò a farsi più vivace, -e tal ne la sembianza sua divenne, -qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte -fossero augelli e cambiassersi penne. -La provedenza, che quivi comparte -vice e officio, nel beato coro -silenzio posto avea da ogne parte, -quand’ ïo udi’: «Se io mi trascoloro, -non ti maravigliar, ché, dicend’ io, -vedrai trascolorar tutti costoro. -Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, -il luogo mio, il luogo mio, che vaca -ne la presenza del Figliuol di Dio, -fatt’ ha del cimitero mio cloaca -del sangue e de la puzza; onde ’l perverso -che cadde di qua sù, là giù si placa». -Di quel color che per lo sole avverso -nube dipigne da sera e da mane, -vid’ ïo allora tutto ’l ciel cosperso. -E come donna onesta che permane -di sé sicura, e per l’altrui fallanza, -pur ascoltando, timida si fane, -così Beatrice trasmutò sembianza; -e tale eclissi credo che ’n ciel fue -quando patì la supprema possanza. -Poi procedetter le parole sue -con voce tanto da sé trasmutata, -che la sembianza non si mutò piùe: -«Non fu la sposa di Cristo allevata -del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto, -per essere ad acquisto d’oro usata; -ma per acquisto d’esto viver lieto -e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano -sparser lo sangue dopo molto fleto. -Non fu nostra intenzion ch’a destra mano -d’i nostri successor parte sedesse, -parte da l’altra del popol cristiano; -né che le chiavi che mi fuor concesse, -divenisser signaculo in vessillo -che contra battezzati combattesse; -né ch’io fossi figura di sigillo -a privilegi venduti e mendaci, -ond’ io sovente arrosso e disfavillo. -In vesta di pastor lupi rapaci -si veggion di qua sù per tutti i paschi: -o difesa di Dio, perché pur giaci? -Del sangue nostro Caorsini e Guaschi -s’apparecchian di bere: o buon principio, -a che vil fine convien che tu caschi! -Ma l’alta provedenza, che con Scipio -difese a Roma la gloria del mondo, -soccorrà tosto, sì com’ io concipio; -e tu, figliuol, che per lo mortal pondo -ancor giù tornerai, apri la bocca, -e non asconder quel ch’io non ascondo». -Sì come di vapor gelati fiocca -in giuso l’aere nostro, quando ’l corno -de la capra del ciel col sol si tocca, -in sù vid’ io così l’etera addorno -farsi e fioccar di vapor trïunfanti -che fatto avien con noi quivi soggiorno. -Lo viso mio seguiva i suoi sembianti, -e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto, -li tolse il trapassar del più avanti. -Onde la donna, che mi vide assolto -de l’attendere in sù, mi disse: «Adima -il viso e guarda come tu se’ vòlto». -Da l’ora ch’ïo avea guardato prima -i’ vidi mosso me per tutto l’arco -che fa dal mezzo al fine il primo clima; -sì ch’io vedea di là da Gade il varco -folle d’Ulisse, e di qua presso il lito -nel qual si fece Europa dolce carco. -E più mi fora discoverto il sito -di questa aiuola; ma ’l sol procedea -sotto i mie’ piedi un segno e più partito. -La mente innamorata, che donnea -con la mia donna sempre, di ridure -ad essa li occhi più che mai ardea; -e se natura o arte fé pasture -da pigliare occhi, per aver la mente, -in carne umana o ne le sue pitture, -tutte adunate, parrebber nïente -ver’ lo piacer divin che mi refulse, -quando mi volsi al suo viso ridente. -E la virtù che lo sguardo m’indulse, -del bel nido di Leda mi divelse, -e nel ciel velocissimo m’impulse. -Le parti sue vivissime ed eccelse -sì uniforme son, ch’i’ non so dire -qual Bëatrice per loco mi scelse. -Ma ella, che vedëa ’l mio disire, -incominciò, ridendo tanto lieta, -che Dio parea nel suo volto gioire: -«La natura del mondo, che quïeta -il mezzo e tutto l’altro intorno move, -quinci comincia come da sua meta; -e questo cielo non ha altro dove -che la mente divina, in che s’accende -l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove. -Luce e amor d’un cerchio lui comprende, -sì come questo li altri; e quel precinto -colui che ’l cinge solamente intende. -Non è suo moto per altro distinto, -ma li altri son mensurati da questo, -sì come diece da mezzo e da quinto; -e come il tempo tegna in cotal testo -le sue radici e ne li altri le fronde, -omai a te può esser manifesto. -Oh cupidigia che i mortali affonde -sì sotto te, che nessuno ha podere -di trarre li occhi fuor de le tue onde! -Ben fiorisce ne li uomini il volere; -ma la pioggia continüa converte -in bozzacchioni le sosine vere. -Fede e innocenza son reperte -solo ne’ parvoletti; poi ciascuna -pria fugge che le guance sian coperte. -Tale, balbuzïendo ancor, digiuna, -che poi divora, con la lingua sciolta, -qualunque cibo per qualunque luna; -e tal, balbuzïendo, ama e ascolta -la madre sua, che, con loquela intera, -disïa poi di vederla sepolta. -Così si fa la pelle bianca nera -nel primo aspetto de la bella figlia -di quel ch’apporta mane e lascia sera. -Tu, perché non ti facci maraviglia, -pensa che ’n terra non è chi governi; -onde sì svïa l’umana famiglia. -Ma prima che gennaio tutto si sverni -per la centesma ch’è là giù negletta, -raggeran sì questi cerchi superni, -che la fortuna che tanto s’aspetta, -le poppe volgerà u’ son le prore, -sì che la classe correrà diretta; -e vero frutto verrà dopo ’l fiore». diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-28 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-28 deleted file mode 100644 index 0f0364f..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-28 +++ /dev/null @@ -1,139 +0,0 @@ -Poscia che ’ncontro a la vita presente -d’i miseri mortali aperse ’l vero -quella che ’mparadisa la mia mente, -come in lo specchio fiamma di doppiero -vede colui che se n’alluma retro, -prima che l’abbia in vista o in pensiero, -e sé rivolge per veder se ’l vetro -li dice il vero, e vede ch’el s’accorda -con esso come nota con suo metro; -così la mia memoria si ricorda -ch’io feci riguardando ne’ belli occhi -onde a pigliarmi fece Amor la corda. -E com’ io mi rivolsi e furon tocchi -li miei da ciò che pare in quel volume, -quandunque nel suo giro ben s’adocchi, -un punto vidi che raggiava lume -acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca -chiuder conviensi per lo forte acume; -e quale stella par quinci più poca, -parrebbe luna, locata con esso -come stella con stella si collòca. -Forse cotanto quanto pare appresso -alo cigner la luce che ’l dipigne -quando ’l vapor che ’l porta più è spesso, -distante intorno al punto un cerchio d’igne -si girava sì ratto, ch’avria vinto -quel moto che più tosto il mondo cigne; -e questo era d’un altro circumcinto, -e quel dal terzo, e ’l terzo poi dal quarto, -dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto. -Sopra seguiva il settimo sì sparto -già di larghezza, che ’l messo di Iuno -intero a contenerlo sarebbe arto. -Così l’ottavo e ’l nono; e chiascheduno -più tardo si movea, secondo ch’era -in numero distante più da l’uno; -e quello avea la fiamma più sincera -cui men distava la favilla pura, -credo, però che più di lei s’invera. -La donna mia, che mi vedëa in cura -forte sospeso, disse: «Da quel punto -depende il cielo e tutta la natura. -Mira quel cerchio che più li è congiunto; -e sappi che ’l suo muovere è sì tosto -per l’affocato amore ond’ elli è punto». -E io a lei: «Se ’l mondo fosse posto -con l’ordine ch’io veggio in quelle rote, -sazio m’avrebbe ciò che m’è proposto; -ma nel mondo sensibile si puote -veder le volte tanto più divine, -quant’ elle son dal centro più remote. -Onde, se ’l mio disir dee aver fine -in questo miro e angelico templo -che solo amore e luce ha per confine, -udir convienmi ancor come l’essemplo -e l’essemplare non vanno d’un modo, -ché io per me indarno a ciò contemplo». -«Se li tuoi diti non sono a tal nodo -sufficïenti, non è maraviglia: -tanto, per non tentare, è fatto sodo!». -Così la donna mia; poi disse: «Piglia -quel ch’io ti dicerò, se vuo’ saziarti; -e intorno da esso t’assottiglia. -Li cerchi corporai sono ampi e arti -secondo il più e ’l men de la virtute -che si distende per tutte lor parti. -Maggior bontà vuol far maggior salute; -maggior salute maggior corpo cape, -s’elli ha le parti igualmente compiute. -Dunque costui che tutto quanto rape -l’altro universo seco, corrisponde -al cerchio che più ama e che più sape: -per che, se tu a la virtù circonde -la tua misura, non a la parvenza -de le sustanze che t’appaion tonde, -tu vederai mirabil consequenza -di maggio a più e di minore a meno, -in ciascun cielo, a süa intelligenza». -Come rimane splendido e sereno -l’emisperio de l’aere, quando soffia -Borea da quella guancia ond’ è più leno, -per che si purga e risolve la roffia -che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride -con le bellezze d’ogne sua paroffia; -così fec’ïo, poi che mi provide -la donna mia del suo risponder chiaro, -e come stella in cielo il ver si vide. -E poi che le parole sue restaro, -non altrimenti ferro disfavilla -che bolle, come i cerchi sfavillaro. -L’incendio suo seguiva ogne scintilla; -ed eran tante, che ’l numero loro -più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla. -Io sentiva osannar di coro in coro -al punto fisso che li tiene a li ubi, -e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro. -E quella che vedëa i pensier dubi -ne la mia mente, disse: «I cerchi primi -t’hanno mostrato Serafi e Cherubi. -Così veloci seguono i suoi vimi, -per somigliarsi al punto quanto ponno; -e posson quanto a veder son soblimi. -Quelli altri amori che ’ntorno li vonno, -si chiaman Troni del divino aspetto, -per che ’l primo ternaro terminonno; -e dei saper che tutti hanno diletto -quanto la sua veduta si profonda -nel vero in che si queta ogne intelletto. -Quinci si può veder come si fonda -l’esser beato ne l’atto che vede, -non in quel ch’ama, che poscia seconda; -e del vedere è misura mercede, -che grazia partorisce e buona voglia: -così di grado in grado si procede. -L’altro ternaro, che così germoglia -in questa primavera sempiterna -che notturno Arïete non dispoglia, -perpetüalemente ‘Osanna’ sberna -con tre melode, che suonano in tree -ordini di letizia onde s’interna. -In essa gerarcia son l’altre dee: -prima Dominazioni, e poi Virtudi; -l’ordine terzo di Podestadi èe. -Poscia ne’ due penultimi tripudi -Principati e Arcangeli si girano; -l’ultimo è tutto d’Angelici ludi. -Questi ordini di sù tutti s’ammirano, -e di giù vincon sì, che verso Dio -tutti tirati sono e tutti tirano. -E Dïonisio con tanto disio -a contemplar questi ordini si mise, -che li nomò e distinse com’ io. -Ma Gregorio da lui poi si divise; -onde, sì tosto come li occhi aperse -in questo ciel, di sé medesmo rise. -E se tanto secreto ver proferse -mortale in terra, non voglio ch’ammiri: -ché chi ’l vide qua sù gliel discoperse -con altro assai del ver di questi giri». diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-29 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-29 deleted file mode 100644 index bed8a7b..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-29 +++ /dev/null @@ -1,145 +0,0 @@ -Quando ambedue li figli di Latona, -coperti del Montone e de la Libra, -fanno de l’orizzonte insieme zona, -quant’ è dal punto che ’l cenìt inlibra -infin che l’uno e l’altro da quel cinto, -cambiando l’emisperio, si dilibra, -tanto, col volto di riso dipinto, -si tacque Bëatrice, riguardando -fiso nel punto che m’avëa vinto. -Poi cominciò: «Io dico, e non dimando, -quel che tu vuoli udir, perch’ io l’ho visto -là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando. -Non per aver a sé di bene acquisto, -ch’esser non può, ma perché suo splendore -potesse, risplendendo, dir “Subsisto”, -in sua etternità di tempo fore, -fuor d’ogne altro comprender, come i piacque, -s’aperse in nuovi amor l’etterno amore. -Né prima quasi torpente si giacque; -ché né prima né poscia procedette -lo discorrer di Dio sovra quest’ acque. -Forma e materia, congiunte e purette, -usciro ad esser che non avia fallo, -come d’arco tricordo tre saette. -E come in vetro, in ambra o in cristallo -raggio resplende sì, che dal venire -a l’esser tutto non è intervallo, -così ’l triforme effetto del suo sire -ne l’esser suo raggiò insieme tutto -sanza distinzïone in essordire. -Concreato fu ordine e costrutto -a le sustanze; e quelle furon cima -nel mondo in che puro atto fu produtto; -pura potenza tenne la parte ima; -nel mezzo strinse potenza con atto -tal vime, che già mai non si divima. -Ieronimo vi scrisse lungo tratto -di secoli de li angeli creati -anzi che l’altro mondo fosse fatto; -ma questo vero è scritto in molti lati -da li scrittor de lo Spirito Santo, -e tu te n’avvedrai se bene agguati; -e anche la ragione il vede alquanto, -che non concederebbe che ’ motori -sanza sua perfezion fosser cotanto. -Or sai tu dove e quando questi amori -furon creati e come: sì che spenti -nel tuo disïo già son tre ardori. -Né giugneriesi, numerando, al venti -sì tosto, come de li angeli parte -turbò il suggetto d’i vostri alimenti. -L’altra rimase, e cominciò quest’ arte -che tu discerni, con tanto diletto, -che mai da circüir non si diparte. -Principio del cader fu il maladetto -superbir di colui che tu vedesti -da tutti i pesi del mondo costretto. -Quelli che vedi qui furon modesti -a riconoscer sé da la bontate -che li avea fatti a tanto intender presti: -per che le viste lor furo essaltate -con grazia illuminante e con lor merto, -si c’hanno ferma e piena volontate; -e non voglio che dubbi, ma sia certo, -che ricever la grazia è meritorio -secondo che l’affetto l’è aperto. -Omai dintorno a questo consistorio -puoi contemplare assai, se le parole -mie son ricolte, sanz’ altro aiutorio. -Ma perché ’n terra per le vostre scole -si legge che l’angelica natura -è tal, che ’ntende e si ricorda e vole, -ancor dirò, perché tu veggi pura -la verità che là giù si confonde, -equivocando in sì fatta lettura. -Queste sustanze, poi che fur gioconde -de la faccia di Dio, non volser viso -da essa, da cui nulla si nasconde: -però non hanno vedere interciso -da novo obietto, e però non bisogna -rememorar per concetto diviso; -sì che là giù, non dormendo, si sogna, -credendo e non credendo dicer vero; -ma ne l’uno è più colpa e più vergogna. -Voi non andate giù per un sentiero -filosofando: tanto vi trasporta -l’amor de l’apparenza e ’l suo pensiero! -E ancor questo qua sù si comporta -con men disdegno che quando è posposta -la divina Scrittura o quando è torta. -Non vi si pensa quanto sangue costa -seminarla nel mondo e quanto piace -chi umilmente con essa s’accosta. -Per apparer ciascun s’ingegna e face -sue invenzioni; e quelle son trascorse -da’ predicanti e ’l Vangelio si tace. -Un dice che la luna si ritorse -ne la passion di Cristo e s’interpuose, -per che ’l lume del sol giù non si porse; -e mente, ché la luce si nascose -da sé: però a li Spani e a l’Indi -come a’ Giudei tale eclissi rispuose. -Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi -quante sì fatte favole per anno -in pergamo si gridan quinci e quindi: -sì che le pecorelle, che non sanno, -tornan del pasco pasciute di vento, -e non le scusa non veder lo danno. -Non disse Cristo al suo primo convento: -‘Andate, e predicate al mondo ciance’; -ma diede lor verace fondamento; -e quel tanto sonò ne le sue guance, -sì ch’a pugnar per accender la fede -de l’Evangelio fero scudo e lance. -Ora si va con motti e con iscede -a predicare, e pur che ben si rida, -gonfia il cappuccio e più non si richiede. -Ma tale uccel nel becchetto s’annida, -che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe -la perdonanza di ch’el si confida: -per cui tanta stoltezza in terra crebbe, -che, sanza prova d’alcun testimonio, -ad ogne promession si correrebbe. -Di questo ingrassa il porco sant’ Antonio, -e altri assai che sono ancor più porci, -pagando di moneta sanza conio. -Ma perché siam digressi assai, ritorci -li occhi oramai verso la dritta strada, -sì che la via col tempo si raccorci. -Questa natura sì oltre s’ingrada -in numero, che mai non fu loquela -né concetto mortal che tanto vada; -e se tu guardi quel che si revela -per Danïel, vedrai che ’n sue migliaia -determinato numero si cela. -La prima luce, che tutta la raia, -per tanti modi in essa si recepe, -quanti son li splendori a chi s’appaia. -Onde, però che a l’atto che concepe -segue l’affetto, d’amar la dolcezza -diversamente in essa ferve e tepe. -Vedi l’eccelso omai e la larghezza -de l’etterno valor, poscia che tanti -speculi fatti s’ha in che si spezza, -uno manendo in sé come davanti». diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-3 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-3 deleted file mode 100644 index 680c281..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-3 +++ /dev/null @@ -1,130 +0,0 @@ -Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto, -di bella verità m’avea scoverto, -provando e riprovando, il dolce aspetto; -e io, per confessar corretto e certo -me stesso, tanto quanto si convenne -leva’ il capo a proferer più erto; -ma visïone apparve che ritenne -a sé me tanto stretto, per vedersi, -che di mia confession non mi sovvenne. -Quali per vetri trasparenti e tersi, -o ver per acque nitide e tranquille, -non sì profonde che i fondi sien persi, -tornan d’i nostri visi le postille -debili sì, che perla in bianca fronte -non vien men forte a le nostre pupille; -tali vid’ io più facce a parlar pronte; -per ch’io dentro a l’error contrario corsi -a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte. -Sùbito sì com’ io di lor m’accorsi, -quelle stimando specchiati sembianti, -per veder di cui fosser, li occhi torsi; -e nulla vidi, e ritorsili avanti -dritti nel lume de la dolce guida, -che, sorridendo, ardea ne li occhi santi. -«Non ti maravigliar perch’ io sorrida», -mi disse, «appresso il tuo püeril coto, -poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida, -ma te rivolve, come suole, a vòto: -vere sustanze son ciò che tu vedi, -qui rilegate per manco di voto. -Però parla con esse e odi e credi; -ché la verace luce che le appaga -da sé non lascia lor torcer li piedi». -E io a l’ombra che parea più vaga -di ragionar, drizza’mi, e cominciai, -quasi com’ uom cui troppa voglia smaga: -«O ben creato spirito, che a’ rai -di vita etterna la dolcezza senti -che, non gustata, non s’intende mai, -grazïoso mi fia se mi contenti -del nome tuo e de la vostra sorte». -Ond’ ella, pronta e con occhi ridenti: -«La nostra carità non serra porte -a giusta voglia, se non come quella -che vuol simile a sé tutta sua corte. -I’ fui nel mondo vergine sorella; -e se la mente tua ben sé riguarda, -non mi ti celerà l’esser più bella, -ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda, -che, posta qui con questi altri beati, -beata sono in la spera più tarda. -Li nostri affetti, che solo infiammati -son nel piacer de lo Spirito Santo, -letizian del suo ordine formati. -E questa sorte che par giù cotanto, -però n’è data, perché fuor negletti -li nostri voti, e vòti in alcun canto». -Ond’ io a lei: «Ne’ mirabili aspetti -vostri risplende non so che divino -che vi trasmuta da’ primi concetti: -però non fui a rimembrar festino; -ma or m’aiuta ciò che tu mi dici, -sì che raffigurar m’è più latino. -Ma dimmi: voi che siete qui felici, -disiderate voi più alto loco -per più vedere e per più farvi amici?». -Con quelle altr’ ombre pria sorrise un poco; -da indi mi rispuose tanto lieta, -ch’arder parea d’amor nel primo foco: -«Frate, la nostra volontà quïeta -virtù di carità, che fa volerne -sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta. -Se disïassimo esser più superne, -foran discordi li nostri disiri -dal voler di colui che qui ne cerne; -che vedrai non capere in questi giri, -s’essere in carità è qui necesse, -e se la sua natura ben rimiri. -Anzi è formale ad esto beato esse -tenersi dentro a la divina voglia, -per ch’una fansi nostre voglie stesse; -sì che, come noi sem di soglia in soglia -per questo regno, a tutto il regno piace -com’ a lo re che ’n suo voler ne ’nvoglia. -E ’n la sua volontade è nostra pace: -ell’ è quel mare al qual tutto si move -ciò ch’ella crïa o che natura face». -Chiaro mi fu allor come ogne dove -in cielo è paradiso, etsi la grazia -del sommo ben d’un modo non vi piove. -Ma sì com’ elli avvien, s’un cibo sazia -e d’un altro rimane ancor la gola, -che quel si chere e di quel si ringrazia, -così fec’ io con atto e con parola, -per apprender da lei qual fu la tela -onde non trasse infino a co la spuola. -«Perfetta vita e alto merto inciela -donna più sù», mi disse, «a la cui norma -nel vostro mondo giù si veste e vela, -perché fino al morir si vegghi e dorma -con quello sposo ch’ogne voto accetta -che caritate a suo piacer conforma. -Dal mondo, per seguirla, giovinetta -fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi -e promisi la via de la sua setta. -Uomini poi, a mal più ch’a bene usi, -fuor mi rapiron de la dolce chiostra: -Iddio si sa qual poi mia vita fusi. -E quest’ altro splendor che ti si mostra -da la mia destra parte e che s’accende -di tutto il lume de la spera nostra, -ciò ch’io dico di me, di sé intende; -sorella fu, e così le fu tolta -di capo l’ombra de le sacre bende. -Ma poi che pur al mondo fu rivolta -contra suo grado e contra buona usanza, -non fu dal vel del cor già mai disciolta. -Quest’ è la luce de la gran Costanza -che del secondo vento di Soave -generò ’l terzo e l’ultima possanza». -Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave, -Maria’ cantando, e cantando vanio -come per acqua cupa cosa grave. -La vista mia, che tanto lei seguio -quanto possibil fu, poi che la perse, -volsesi al segno di maggior disio, -e a Beatrice tutta si converse; -ma quella folgorò nel mïo sguardo -sì che da prima il viso non sofferse; -e ciò mi fece a dimandar più tardo. diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-30 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-30 deleted file mode 100644 index 7df833e..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-30 +++ /dev/null @@ -1,148 +0,0 @@ -Forse semilia miglia di lontano -ci ferve l’ora sesta, e questo mondo -china già l’ombra quasi al letto piano, -quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo, -comincia a farsi tal, ch’alcuna stella -perde il parere infino a questo fondo; -e come vien la chiarissima ancella -del sol più oltre, così ’l ciel si chiude -di vista in vista infino a la più bella. -Non altrimenti il trïunfo che lude -sempre dintorno al punto che mi vinse, -parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude, -a poco a poco al mio veder si stinse: -per che tornar con li occhi a Bëatrice -nulla vedere e amor mi costrinse. -Se quanto infino a qui di lei si dice -fosse conchiuso tutto in una loda, -poca sarebbe a fornir questa vice. -La bellezza ch’io vidi si trasmoda -non pur di là da noi, ma certo io credo -che solo il suo fattor tutta la goda. -Da questo passo vinto mi concedo -più che già mai da punto di suo tema -soprato fosse comico o tragedo: -ché, come sole in viso che più trema, -così lo rimembrar del dolce riso -la mente mia da me medesmo scema. -Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso -in questa vita, infino a questa vista, -non m’è il seguire al mio cantar preciso; -ma or convien che mio seguir desista -più dietro a sua bellezza, poetando, -come a l’ultimo suo ciascuno artista. -Cotal qual io lascio a maggior bando -che quel de la mia tuba, che deduce -l’ardüa sua matera terminando, -con atto e voce di spedito duce -ricominciò: «Noi siamo usciti fore -del maggior corpo al ciel ch’è pura luce: -luce intellettüal, piena d’amore; -amor di vero ben, pien di letizia; -letizia che trascende ogne dolzore. -Qui vederai l’una e l’altra milizia -di paradiso, e l’una in quelli aspetti -che tu vedrai a l’ultima giustizia». -Come sùbito lampo che discetti -li spiriti visivi, sì che priva -da l’atto l’occhio di più forti obietti, -così mi circunfulse luce viva, -e lasciommi fasciato di tal velo -del suo fulgor, che nulla m’appariva. -«Sempre l’amor che queta questo cielo -accoglie in sé con sì fatta salute, -per far disposto a sua fiamma il candelo». -Non fur più tosto dentro a me venute -queste parole brievi, ch’io compresi -me sormontar di sopr’ a mia virtute; -e di novella vista mi raccesi -tale, che nulla luce è tanto mera, -che li occhi miei non si fosser difesi; -e vidi lume in forma di rivera -fulvido di fulgore, intra due rive -dipinte di mirabil primavera. -Di tal fiumana uscian faville vive, -e d’ogne parte si mettien ne’ fiori, -quasi rubin che oro circunscrive; -poi, come inebrïate da li odori, -riprofondavan sé nel miro gurge, -e s’una intrava, un’altra n’uscia fori. -«L’alto disio che mo t’infiamma e urge, -d’aver notizia di ciò che tu vei, -tanto mi piace più quanto più turge; -ma di quest’ acqua convien che tu bei -prima che tanta sete in te si sazi»: -così mi disse il sol de li occhi miei. -Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi -ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe -son di lor vero umbriferi prefazi. -Non che da sé sian queste cose acerbe; -ma è difetto da la parte tua, -che non hai viste ancor tanto superbe». -Non è fantin che sì sùbito rua -col volto verso il latte, se si svegli -molto tardato da l’usanza sua, -come fec’ io, per far migliori spegli -ancor de li occhi, chinandomi a l’onda -che si deriva perché vi s’immegli; -e sì come di lei bevve la gronda -de le palpebre mie, così mi parve -di sua lunghezza divenuta tonda. -Poi, come gente stata sotto larve, -che pare altro che prima, se si sveste -la sembianza non süa in che disparve, -così mi si cambiaro in maggior feste -li fiori e le faville, sì ch’io vidi -ambo le corti del ciel manifeste. -O isplendor di Dio, per cu’ io vidi -l’alto trïunfo del regno verace, -dammi virtù a dir com’ ïo il vidi! -Lume è là sù che visibile face -lo creatore a quella creatura -che solo in lui vedere ha la sua pace. -E’ si distende in circular figura, -in tanto che la sua circunferenza -sarebbe al sol troppo larga cintura. -Fassi di raggio tutta sua parvenza -reflesso al sommo del mobile primo, -che prende quindi vivere e potenza. -E come clivo in acqua di suo imo -si specchia, quasi per vedersi addorno, -quando è nel verde e ne’ fioretti opimo, -sì, soprastando al lume intorno intorno, -vidi specchiarsi in più di mille soglie -quanto di noi là sù fatto ha ritorno. -E se l’infimo grado in sé raccoglie -sì grande lume, quanta è la larghezza -di questa rosa ne l’estreme foglie! -La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza -non si smarriva, ma tutto prendeva -il quanto e ’l quale di quella allegrezza. -Presso e lontano, lì, né pon né leva: -ché dove Dio sanza mezzo governa, -la legge natural nulla rileva. -Nel giallo de la rosa sempiterna, -che si digrada e dilata e redole -odor di lode al sol che sempre verna, -qual è colui che tace e dicer vole, -mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira -quanto è ’l convento de le bianche stole! -Vedi nostra città quant’ ella gira; -vedi li nostri scanni sì ripieni, -che poca gente più ci si disira. -E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni -per la corona che già v’è sù posta, -prima che tu a queste nozze ceni, -sederà l’alma, che fia giù agosta, -de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia -verrà in prima ch’ella sia disposta. -La cieca cupidigia che v’ammalia -simili fatti v’ha al fantolino -che muor per fame e caccia via la balia. -E fia prefetto nel foro divino -allora tal, che palese e coverto -non anderà con lui per un cammino. -Ma poco poi sarà da Dio sofferto -nel santo officio; ch’el sarà detruso -là dove Simon mago è per suo merto, -e farà quel d’Alagna intrar più giuso». diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-31 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-31 deleted file mode 100644 index 68fda55..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-31 +++ /dev/null @@ -1,142 +0,0 @@ -In forma dunque di candida rosa -mi si mostrava la milizia santa -che nel suo sangue Cristo fece sposa; -ma l’altra, che volando vede e canta -la gloria di colui che la ’nnamora -e la bontà che la fece cotanta, -sì come schiera d’ape che s’infiora -una fïata e una si ritorna -là dove suo laboro s’insapora, -nel gran fior discendeva che s’addorna -di tante foglie, e quindi risaliva -là dove ’l süo amor sempre soggiorna. -Le facce tutte avean di fiamma viva -e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco, -che nulla neve a quel termine arriva. -Quando scendean nel fior, di banco in banco -porgevan de la pace e de l’ardore -ch’elli acquistavan ventilando il fianco. -Né l’interporsi tra ’l disopra e ’l fiore -di tanta moltitudine volante -impediva la vista e lo splendore: -ché la luce divina è penetrante -per l’universo secondo ch’è degno, -sì che nulla le puote essere ostante. -Questo sicuro e gaudïoso regno, -frequente in gente antica e in novella, -viso e amore avea tutto ad un segno. -O trina luce che ’n unica stella -scintillando a lor vista, sì li appaga! -guarda qua giuso a la nostra procella! -Se i barbari, venendo da tal plaga -che ciascun giorno d’Elice si cuopra, -rotante col suo figlio ond’ ella è vaga, -veggendo Roma e l’ardüa sua opra, -stupefaciensi, quando Laterano -a le cose mortali andò di sopra; -ïo, che al divino da l’umano, -a l’etterno dal tempo era venuto, -e di Fiorenza in popol giusto e sano, -di che stupor dovea esser compiuto! -Certo tra esso e ’l gaudio mi facea -libito non udire e starmi muto. -E quasi peregrin che si ricrea -nel tempio del suo voto riguardando, -e spera già ridir com’ ello stea, -su per la viva luce passeggiando, -menava ïo li occhi per li gradi, -mo sù, mo giù e mo recirculando. -Vedëa visi a carità süadi, -d’altrui lume fregiati e di suo riso, -e atti ornati di tutte onestadi. -La forma general di paradiso -già tutta mïo sguardo avea compresa, -in nulla parte ancor fermato fiso; -e volgeami con voglia rïaccesa -per domandar la mia donna di cose -di che la mente mia era sospesa. -Uno intendëa, e altro mi rispuose: -credea veder Beatrice e vidi un sene -vestito con le genti glorïose. -Diffuso era per li occhi e per le gene -di benigna letizia, in atto pio -quale a tenero padre si convene. -E «Ov’ è ella?», sùbito diss’ io. -Ond’ elli: «A terminar lo tuo disiro -mosse Beatrice me del loco mio; -e se riguardi sù nel terzo giro -dal sommo grado, tu la rivedrai -nel trono che suoi merti le sortiro». -Sanza risponder, li occhi sù levai, -e vidi lei che si facea corona -reflettendo da sé li etterni rai. -Da quella regïon che più sù tona -occhio mortale alcun tanto non dista, -qualunque in mare più giù s’abbandona, -quanto lì da Beatrice la mia vista; -ma nulla mi facea, ché süa effige -non discendëa a me per mezzo mista. -«O donna in cui la mia speranza vige, -e che soffristi per la mia salute -in inferno lasciar le tue vestige, -di tante cose quant’ i’ ho vedute, -dal tuo podere e da la tua bontate -riconosco la grazia e la virtute. -Tu m’hai di servo tratto a libertate -per tutte quelle vie, per tutt’ i modi -che di ciò fare avei la potestate. -La tua magnificenza in me custodi, -sì che l’anima mia, che fatt’ hai sana, -piacente a te dal corpo si disnodi». -Così orai; e quella, sì lontana -come parea, sorrise e riguardommi; -poi si tornò a l’etterna fontana. -E ’l santo sene: «Acciò che tu assommi -perfettamente», disse, «il tuo cammino, -a che priego e amor santo mandommi, -vola con li occhi per questo giardino; -ché veder lui t’acconcerà lo sguardo -più al montar per lo raggio divino. -E la regina del cielo, ond’ ïo ardo -tutto d’amor, ne farà ogne grazia, -però ch’i’ sono il suo fedel Bernardo». -Qual è colui che forse di Croazia -viene a veder la Veronica nostra, -che per l’antica fame non sen sazia, -ma dice nel pensier, fin che si mostra: -‘Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace, -or fu sì fatta la sembianza vostra?’; -tal era io mirando la vivace -carità di colui che ’n questo mondo, -contemplando, gustò di quella pace. -«Figliuol di grazia, quest’ esser giocondo», -cominciò elli, «non ti sarà noto, -tenendo li occhi pur qua giù al fondo; -ma guarda i cerchi infino al più remoto, -tanto che veggi seder la regina -cui questo regno è suddito e devoto». -Io levai li occhi; e come da mattina -la parte orïental de l’orizzonte -soverchia quella dove ’l sol declina, -così, quasi di valle andando a monte -con li occhi, vidi parte ne lo stremo -vincer di lume tutta l’altra fronte. -E come quivi ove s’aspetta il temo -che mal guidò Fetonte, più s’infiamma, -e quinci e quindi il lume si fa scemo, -così quella pacifica oriafiamma -nel mezzo s’avvivava, e d’ogne parte -per igual modo allentava la fiamma; -e a quel mezzo, con le penne sparte, -vid’ io più di mille angeli festanti, -ciascun distinto di fulgore e d’arte. -Vidi a lor giochi quivi e a lor canti -ridere una bellezza, che letizia -era ne li occhi a tutti li altri santi; -e s’io avessi in dir tanta divizia -quanta ad imaginar, non ardirei -lo minimo tentar di sua delizia. -Bernardo, come vide li occhi miei -nel caldo suo caler fissi e attenti, -li suoi con tanto affetto volse a lei, -che ’ miei di rimirar fé più ardenti. diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-32 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-32 deleted file mode 100644 index 43c28e6..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-32 +++ /dev/null @@ -1,151 +0,0 @@ -Affetto al suo piacer, quel contemplante -libero officio di dottore assunse, -e cominciò queste parole sante: -«La piaga che Maria richiuse e unse, -quella ch’è tanto bella da’ suoi piedi -è colei che l’aperse e che la punse. -Ne l’ordine che fanno i terzi sedi, -siede Rachel di sotto da costei -con Bëatrice, sì come tu vedi. -Sarra e Rebecca, Iudìt e colei -che fu bisava al cantor che per doglia -del fallo disse ‘Miserere mei’, -puoi tu veder così di soglia in soglia -giù digradar, com’ io ch’a proprio nome -vo per la rosa giù di foglia in foglia. -E dal settimo grado in giù, sì come -infino ad esso, succedono Ebree, -dirimendo del fior tutte le chiome; -perché, secondo lo sguardo che fée -la fede in Cristo, queste sono il muro -a che si parton le sacre scalee. -Da questa parte onde ’l fiore è maturo -di tutte le sue foglie, sono assisi -quei che credettero in Cristo venturo; -da l’altra parte onde sono intercisi -di vòti i semicirculi, si stanno -quei ch’a Cristo venuto ebber li visi. -E come quinci il glorïoso scanno -de la donna del cielo e li altri scanni -di sotto lui cotanta cerna fanno, -così di contra quel del gran Giovanni, -che sempre santo ’l diserto e ’l martiro -sofferse, e poi l’inferno da due anni; -e sotto lui così cerner sortiro -Francesco, Benedetto e Augustino -e altri fin qua giù di giro in giro. -Or mira l’alto proveder divino: -ché l’uno e l’altro aspetto de la fede -igualmente empierà questo giardino. -E sappi che dal grado in giù che fiede -a mezzo il tratto le due discrezioni, -per nullo proprio merito si siede, -ma per l’altrui, con certe condizioni: -ché tutti questi son spiriti asciolti -prima ch’avesser vere elezïoni. -Ben te ne puoi accorger per li volti -e anche per le voci püerili, -se tu li guardi bene e se li ascolti. -Or dubbi tu e dubitando sili; -ma io discioglierò ’l forte legame -in che ti stringon li pensier sottili. -Dentro a l’ampiezza di questo reame -casüal punto non puote aver sito, -se non come tristizia o sete o fame: -ché per etterna legge è stabilito -quantunque vedi, sì che giustamente -ci si risponde da l’anello al dito; -e però questa festinata gente -a vera vita non è sine causa -intra sé qui più e meno eccellente. -Lo rege per cui questo regno pausa -in tanto amore e in tanto diletto, -che nulla volontà è di più ausa, -le menti tutte nel suo lieto aspetto -creando, a suo piacer di grazia dota -diversamente; e qui basti l’effetto. -E ciò espresso e chiaro vi si nota -ne la Scrittura santa in quei gemelli -che ne la madre ebber l’ira commota. -Però, secondo il color d’i capelli, -di cotal grazia l’altissimo lume -degnamente convien che s’incappelli. -Dunque, sanza mercé di lor costume, -locati son per gradi differenti, -sol differendo nel primiero acume. -Bastavasi ne’ secoli recenti -con l’innocenza, per aver salute, -solamente la fede d’i parenti; -poi che le prime etadi fuor compiute, -convenne ai maschi a l’innocenti penne -per circuncidere acquistar virtute; -ma poi che ’l tempo de la grazia venne, -sanza battesmo perfetto di Cristo -tale innocenza là giù si ritenne. -Riguarda omai ne la faccia che a Cristo -più si somiglia, ché la sua chiarezza -sola ti può disporre a veder Cristo». -Io vidi sopra lei tanta allegrezza -piover, portata ne le menti sante -create a trasvolar per quella altezza, -che quantunque io avea visto davante, -di tanta ammirazion non mi sospese, -né mi mostrò di Dio tanto sembiante; -e quello amor che primo lì discese, -cantando ‘Ave, Maria, gratïa plena’, -dinanzi a lei le sue ali distese. -Rispuose a la divina cantilena -da tutte parti la beata corte, -sì ch’ogne vista sen fé più serena. -«O santo padre, che per me comporte -l’esser qua giù, lasciando il dolce loco -nel qual tu siedi per etterna sorte, -qual è quell’ angel che con tanto gioco -guarda ne li occhi la nostra regina, -innamorato sì che par di foco?». -Così ricorsi ancora a la dottrina -di colui ch’abbelliva di Maria, -come del sole stella mattutina. -Ed elli a me: «Baldezza e leggiadria -quant’ esser puote in angelo e in alma, -tutta è in lui; e sì volem che sia, -perch’ elli è quelli che portò la palma -giuso a Maria, quando ’l Figliuol di Dio -carcar si volse de la nostra salma. -Ma vieni omai con li occhi sì com’ io -andrò parlando, e nota i gran patrici -di questo imperio giustissimo e pio. -Quei due che seggon là sù più felici -per esser propinquissimi ad Agusta, -son d’esta rosa quasi due radici: -colui che da sinistra le s’aggiusta -è il padre per lo cui ardito gusto -l’umana specie tanto amaro gusta; -dal destro vedi quel padre vetusto -di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi -raccomandò di questo fior venusto. -E quei che vide tutti i tempi gravi, -pria che morisse, de la bella sposa -che s’acquistò con la lancia e coi clavi, -siede lungh’ esso, e lungo l’altro posa -quel duca sotto cui visse di manna -la gente ingrata, mobile e retrosa. -Di contr’ a Pietro vedi sedere Anna, -tanto contenta di mirar sua figlia, -che non move occhio per cantare osanna; -e contro al maggior padre di famiglia -siede Lucia, che mosse la tua donna -quando chinavi, a rovinar, le ciglia. -Ma perché ’l tempo fugge che t’assonna, -qui farem punto, come buon sartore -che com’ elli ha del panno fa la gonna; -e drizzeremo li occhi al primo amore, -sì che, guardando verso lui, penètri -quant’ è possibil per lo suo fulgore. -Veramente, ne forse tu t’arretri -movendo l’ali tue, credendo oltrarti, -orando grazia conven che s’impetri -grazia da quella che puote aiutarti; -e tu mi seguirai con l’affezione, -sì che dal dicer mio lo cor non parti». -E cominciò questa santa orazione: diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-33 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-33 deleted file mode 100644 index b407de1..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-33 +++ /dev/null @@ -1,145 +0,0 @@ -«Vergine Madre, figlia del tuo figlio, -umile e alta più che creatura, -termine fisso d’etterno consiglio, -tu se’ colei che l’umana natura -nobilitasti sì, che ’l suo fattore -non disdegnò di farsi sua fattura. -Nel ventre tuo si raccese l’amore, -per lo cui caldo ne l’etterna pace -così è germinato questo fiore. -Qui se’ a noi meridïana face -di caritate, e giuso, intra ’ mortali, -se’ di speranza fontana vivace. -Donna, se’ tanto grande e tanto vali, -che qual vuol grazia e a te non ricorre, -sua disïanza vuol volar sanz’ ali. -La tua benignità non pur soccorre -a chi domanda, ma molte fïate -liberamente al dimandar precorre. -In te misericordia, in te pietate, -in te magnificenza, in te s’aduna -quantunque in creatura è di bontate. -Or questi, che da l’infima lacuna -de l’universo infin qui ha vedute -le vite spiritali ad una ad una, -supplica a te, per grazia, di virtute -tanto, che possa con li occhi levarsi -più alto verso l’ultima salute. -E io, che mai per mio veder non arsi -più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi -ti porgo, e priego che non sieno scarsi, -perché tu ogne nube li disleghi -di sua mortalità co’ prieghi tuoi, -sì che ’l sommo piacer li si dispieghi. -Ancor ti priego, regina, che puoi -ciò che tu vuoli, che conservi sani, -dopo tanto veder, li affetti suoi. -Vinca tua guardia i movimenti umani: -vedi Beatrice con quanti beati -per li miei prieghi ti chiudon le mani!». -Li occhi da Dio diletti e venerati, -fissi ne l’orator, ne dimostraro -quanto i devoti prieghi le son grati; -indi a l’etterno lume s’addrizzaro, -nel qual non si dee creder che s’invii -per creatura l’occhio tanto chiaro. -E io ch’al fine di tutt’ i disii -appropinquava, sì com’ io dovea, -l’ardor del desiderio in me finii. -Bernardo m’accennava, e sorridea, -perch’ io guardassi suso; ma io era -già per me stesso tal qual ei volea: -ché la mia vista, venendo sincera, -e più e più intrava per lo raggio -de l’alta luce che da sé è vera. -Da quinci innanzi il mio veder fu maggio -che ’l parlar mostra, ch’a tal vista cede, -e cede la memoria a tanto oltraggio. -Qual è colüi che sognando vede, -che dopo ’l sogno la passione impressa -rimane, e l’altro a la mente non riede, -cotal son io, ché quasi tutta cessa -mia visïone, e ancor mi distilla -nel core il dolce che nacque da essa. -Così la neve al sol si disigilla; -così al vento ne le foglie levi -si perdea la sentenza di Sibilla. -O somma luce che tanto ti levi -da’ concetti mortali, a la mia mente -ripresta un poco di quel che parevi, -e fa la lingua mia tanto possente, -ch’una favilla sol de la tua gloria -possa lasciare a la futura gente; -ché, per tornare alquanto a mia memoria -e per sonare un poco in questi versi, -più si conceperà di tua vittoria. -Io credo, per l’acume ch’io soffersi -del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito, -se li occhi miei da lui fossero aversi. -E’ mi ricorda ch’io fui più ardito -per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi -l’aspetto mio col valore infinito. -Oh abbondante grazia ond’ io presunsi -ficcar lo viso per la luce etterna, -tanto che la veduta vi consunsi! -Nel suo profondo vidi che s’interna, -legato con amore in un volume, -ciò che per l’universo si squaderna: -sustanze e accidenti e lor costume -quasi conflati insieme, per tal modo -che ciò ch’i’ dico è un semplice lume. -La forma universal di questo nodo -credo ch’i’ vidi, perché più di largo, -dicendo questo, mi sento ch’i’ godo. -Un punto solo m’è maggior letargo -che venticinque secoli a la ’mpresa -che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo. -Così la mente mia, tutta sospesa, -mirava fissa, immobile e attenta, -e sempre di mirar faceasi accesa. -A quella luce cotal si diventa, -che volgersi da lei per altro aspetto -è impossibil che mai si consenta; -però che ’l ben, ch’è del volere obietto, -tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella -è defettivo ciò ch’è lì perfetto. -Omai sarà più corta mia favella, -pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante -che bagni ancor la lingua a la mammella. -Non perché più ch’un semplice sembiante -fosse nel vivo lume ch’io mirava, -che tal è sempre qual s’era davante; -ma per la vista che s’avvalorava -in me guardando, una sola parvenza, -mutandom’ io, a me si travagliava. -Ne la profonda e chiara sussistenza -de l’alto lume parvermi tre giri -di tre colori e d’una contenenza; -e l’un da l’altro come iri da iri -parea reflesso, e ’l terzo parea foco -che quinci e quindi igualmente si spiri. -Oh quanto è corto il dire e come fioco -al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi, -è tanto, che non basta a dicer ‘poco’. -O luce etterna che sola in te sidi, -sola t’intendi, e da te intelletta -e intendente te ami e arridi! -Quella circulazion che sì concetta -pareva in te come lume reflesso, -da li occhi miei alquanto circunspetta, -dentro da sé, del suo colore stesso, -mi parve pinta de la nostra effige: -per che ’l mio viso in lei tutto era messo. -Qual è ’l geomètra che tutto s’affige -per misurar lo cerchio, e non ritrova, -pensando, quel principio ond’ elli indige, -tal era io a quella vista nova: -veder voleva come si convenne -l’imago al cerchio e come vi s’indova; -ma non eran da ciò le proprie penne: -se non che la mia mente fu percossa -da un fulgore in che sua voglia venne. -A l’alta fantasia qui mancò possa; -ma già volgeva il mio disio e ’l velle, -sì come rota ch’igualmente è mossa, -l’amor che move il sole e l’altre stelle. diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-4 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-4 deleted file mode 100644 index cf70574..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-4 +++ /dev/null @@ -1,142 +0,0 @@ -Intra due cibi, distanti e moventi -d’un modo, prima si morria di fame, -che liber’ omo l’un recasse ai denti; -sì si starebbe un agno intra due brame -di fieri lupi, igualmente temendo; -sì si starebbe un cane intra due dame: -per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo, -da li miei dubbi d’un modo sospinto, -poi ch’era necessario, né commendo. -Io mi tacea, ma ’l mio disir dipinto -m’era nel viso, e ’l dimandar con ello, -più caldo assai che per parlar distinto. -Fé sì Beatrice qual fé Danïello, -Nabuccodonosor levando d’ira, -che l’avea fatto ingiustamente fello; -e disse: «Io veggio ben come ti tira -uno e altro disio, sì che tua cura -sé stessa lega sì che fuor non spira. -Tu argomenti: “Se ’l buon voler dura, -la vïolenza altrui per qual ragione -di meritar mi scema la misura?”. -Ancor di dubitar ti dà cagione -parer tornarsi l’anime a le stelle, -secondo la sentenza di Platone. -Queste son le question che nel tuo velle -pontano igualmente; e però pria -tratterò quella che più ha di felle. -D’i Serafin colui che più s’india, -Moïsè, Samuel, e quel Giovanni -che prender vuoli, io dico, non Maria, -non hanno in altro cielo i loro scanni -che questi spirti che mo t’appariro, -né hanno a l’esser lor più o meno anni; -ma tutti fanno bello il primo giro, -e differentemente han dolce vita -per sentir più e men l’etterno spiro. -Qui si mostraro, non perché sortita -sia questa spera lor, ma per far segno -de la celestïal c’ha men salita. -Così parlar conviensi al vostro ingegno, -però che solo da sensato apprende -ciò che fa poscia d’intelletto degno. -Per questo la Scrittura condescende -a vostra facultate, e piedi e mano -attribuisce a Dio e altro intende; -e Santa Chiesa con aspetto umano -Gabrïel e Michel vi rappresenta, -e l’altro che Tobia rifece sano. -Quel che Timeo de l’anime argomenta -non è simile a ciò che qui si vede, -però che, come dice, par che senta. -Dice che l’alma a la sua stella riede, -credendo quella quindi esser decisa -quando natura per forma la diede; -e forse sua sentenza è d’altra guisa -che la voce non suona, ed esser puote -con intenzion da non esser derisa. -S’elli intende tornare a queste ruote -l’onor de la influenza e ’l biasmo, forse -in alcun vero suo arco percuote. -Questo principio, male inteso, torse -già tutto il mondo quasi, sì che Giove, -Mercurio e Marte a nominar trascorse. -L’altra dubitazion che ti commove -ha men velen, però che sua malizia -non ti poria menar da me altrove. -Parere ingiusta la nostra giustizia -ne li occhi d’i mortali, è argomento -di fede e non d’eretica nequizia. -Ma perché puote vostro accorgimento -ben penetrare a questa veritate, -come disiri, ti farò contento. -Se vïolenza è quando quel che pate -nïente conferisce a quel che sforza, -non fuor quest’ alme per essa scusate: -ché volontà, se non vuol, non s’ammorza, -ma fa come natura face in foco, -se mille volte vïolenza il torza. -Per che, s’ella si piega assai o poco, -segue la forza; e così queste fero -possendo rifuggir nel santo loco. -Se fosse stato lor volere intero, -come tenne Lorenzo in su la grada, -e fece Muzio a la sua man severo, -così l’avria ripinte per la strada -ond’ eran tratte, come fuoro sciolte; -ma così salda voglia è troppo rada. -E per queste parole, se ricolte -l’hai come dei, è l’argomento casso -che t’avria fatto noia ancor più volte. -Ma or ti s’attraversa un altro passo -dinanzi a li occhi, tal che per te stesso -non usciresti: pria saresti lasso. -Io t’ho per certo ne la mente messo -ch’alma beata non poria mentire, -però ch’è sempre al primo vero appresso; -e poi potesti da Piccarda udire -che l’affezion del vel Costanza tenne; -sì ch’ella par qui meco contradire. -Molte fïate già, frate, addivenne -che, per fuggir periglio, contra grato -si fé di quel che far non si convenne; -come Almeone, che, di ciò pregato -dal padre suo, la propria madre spense, -per non perder pietà si fé spietato. -A questo punto voglio che tu pense -che la forza al voler si mischia, e fanno -sì che scusar non si posson l’offense. -Voglia assoluta non consente al danno; -ma consentevi in tanto in quanto teme, -se si ritrae, cadere in più affanno. -Però, quando Piccarda quello spreme, -de la voglia assoluta intende, e io -de l’altra; sì che ver diciamo insieme». -Cotal fu l’ondeggiar del santo rio -ch’uscì del fonte ond’ ogne ver deriva; -tal puose in pace uno e altro disio. -«O amanza del primo amante, o diva», -diss’ io appresso, «il cui parlar m’inonda -e scalda sì, che più e più m’avviva, -non è l’affezion mia tanto profonda, -che basti a render voi grazia per grazia; -ma quei che vede e puote a ciò risponda. -Io veggio ben che già mai non si sazia -nostro intelletto, se ’l ver non lo illustra -di fuor dal qual nessun vero si spazia. -Posasi in esso, come fera in lustra, -tosto che giunto l’ha; e giugner puollo: -se non, ciascun disio sarebbe frustra. -Nasce per quello, a guisa di rampollo, -a piè del vero il dubbio; ed è natura -ch’al sommo pinge noi di collo in collo. -Questo m’invita, questo m’assicura -con reverenza, donna, a dimandarvi -d’un’altra verità che m’è oscura. -Io vo’ saper se l’uom può sodisfarvi -ai voti manchi sì con altri beni, -ch’a la vostra statera non sien parvi». -Beatrice mi guardò con li occhi pieni -di faville d’amor così divini, -che, vinta, mia virtute diè le reni, -e quasi mi perdei con li occhi chini. diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-5 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-5 deleted file mode 100644 index 092af8d..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-5 +++ /dev/null @@ -1,139 +0,0 @@ -«S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore -di là dal modo che ’n terra si vede, -sì che del viso tuo vinco il valore, -non ti maravigliar, ché ciò procede -da perfetto veder, che, come apprende, -così nel bene appreso move il piede. -Io veggio ben sì come già resplende -ne l’intelletto tuo l’etterna luce, -che, vista, sola e sempre amore accende; -e s’altra cosa vostro amor seduce, -non è se non di quella alcun vestigio, -mal conosciuto, che quivi traluce. -Tu vuo’ saper se con altro servigio, -per manco voto, si può render tanto -che l’anima sicuri di letigio». -Sì cominciò Beatrice questo canto; -e sì com’ uom che suo parlar non spezza, -continüò così ’l processo santo: -«Lo maggior don che Dio per sua larghezza -fesse creando, e a la sua bontate -più conformato, e quel ch’e’ più apprezza, -fu de la volontà la libertate; -di che le creature intelligenti, -e tutte e sole, fuoro e son dotate. -Or ti parrà, se tu quinci argomenti, -l’alto valor del voto, s’è sì fatto -che Dio consenta quando tu consenti; -ché, nel fermar tra Dio e l’omo il patto, -vittima fassi di questo tesoro, -tal quale io dico; e fassi col suo atto. -Dunque che render puossi per ristoro? -Se credi bene usar quel c’hai offerto, -di maltolletto vuo’ far buon lavoro. -Tu se’ omai del maggior punto certo; -ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa, -che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto, -convienti ancor sedere un poco a mensa, -però che ’l cibo rigido c’hai preso, -richiede ancora aiuto a tua dispensa. -Apri la mente a quel ch’io ti paleso -e fermalvi entro; ché non fa scïenza, -sanza lo ritenere, avere inteso. -Due cose si convegnono a l’essenza -di questo sacrificio: l’una è quella -di che si fa; l’altr’ è la convenenza. -Quest’ ultima già mai non si cancella -se non servata; e intorno di lei -sì preciso di sopra si favella: -però necessitato fu a li Ebrei -pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta -sì permutasse, come saver dei. -L’altra, che per materia t’è aperta, -puote ben esser tal, che non si falla -se con altra materia si converta. -Ma non trasmuti carco a la sua spalla -per suo arbitrio alcun, sanza la volta -e de la chiave bianca e de la gialla; -e ogne permutanza credi stolta, -se la cosa dimessa in la sorpresa -come ’l quattro nel sei non è raccolta. -Però qualunque cosa tanto pesa -per suo valor che tragga ogne bilancia, -sodisfar non si può con altra spesa. -Non prendan li mortali il voto a ciancia; -siate fedeli, e a ciò far non bieci, -come Ieptè a la sua prima mancia; -cui più si convenia dicer ‘Mal feci’, -che, servando, far peggio; e così stolto -ritrovar puoi il gran duca de’ Greci, -onde pianse Efigènia il suo bel volto, -e fé pianger di sé i folli e i savi -ch’udir parlar di così fatto cólto. -Siate, Cristiani, a muovervi più gravi: -non siate come penna ad ogne vento, -e non crediate ch’ogne acqua vi lavi. -Avete il novo e ’l vecchio Testamento, -e ’l pastor de la Chiesa che vi guida; -questo vi basti a vostro salvamento. -Se mala cupidigia altro vi grida, -uomini siate, e non pecore matte, -sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida! -Non fate com’ agnel che lascia il latte -de la sua madre, e semplice e lascivo -seco medesmo a suo piacer combatte!». -Così Beatrice a me com’ ïo scrivo; -poi si rivolse tutta disïante -a quella parte ove ’l mondo è più vivo. -Lo suo tacere e ’l trasmutar sembiante -puoser silenzio al mio cupido ingegno, -che già nuove questioni avea davante; -e sì come saetta che nel segno -percuote pria che sia la corda queta, -così corremmo nel secondo regno. -Quivi la donna mia vid’ io sì lieta, -come nel lume di quel ciel si mise, -che più lucente se ne fé ’l pianeta. -E se la stella si cambiò e rise, -qual mi fec’ io che pur da mia natura -trasmutabile son per tutte guise! -Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura -traggonsi i pesci a ciò che vien di fori -per modo che lo stimin lor pastura, -sì vid’ io ben più di mille splendori -trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia: -«Ecco chi crescerà li nostri amori». -E sì come ciascuno a noi venìa, -vedeasi l’ombra piena di letizia -nel folgór chiaro che di lei uscia. -Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia -non procedesse, come tu avresti -di più savere angosciosa carizia; -e per te vederai come da questi -m’era in disio d’udir lor condizioni, -sì come a li occhi mi fur manifesti. -«O bene nato a cui veder li troni -del trïunfo etternal concede grazia -prima che la milizia s’abbandoni, -del lume che per tutto il ciel si spazia -noi semo accesi; e però, se disii -di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia». -Così da un di quelli spirti pii -detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì -sicuramente, e credi come a dii». -«Io veggio ben sì come tu t’annidi -nel proprio lume, e che de li occhi il traggi, -perch’ e’ corusca sì come tu ridi; -ma non so chi tu se’, né perché aggi, -anima degna, il grado de la spera -che si vela a’ mortai con altrui raggi». -Questo diss’ io diritto a la lumera -che pria m’avea parlato; ond’ ella fessi -lucente più assai di quel ch’ell’ era. -Sì come il sol che si cela elli stessi -per troppa luce, come ’l caldo ha róse -le temperanze d’i vapori spessi, -per più letizia sì mi si nascose -dentro al suo raggio la figura santa; -e così chiusa chiusa mi rispuose -nel modo che ’l seguente canto canta. diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-6 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-6 deleted file mode 100644 index fe153ee..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-6 +++ /dev/null @@ -1,142 +0,0 @@ -«Poscia che Costantin l’aquila volse -contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio -dietro a l’antico che Lavina tolse, -cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio -ne lo stremo d’Europa si ritenne, -vicino a’ monti de’ quai prima uscìo; -e sotto l’ombra de le sacre penne -governò ’l mondo lì di mano in mano, -e, sì cangiando, in su la mia pervenne. -Cesare fui e son Iustinïano, -che, per voler del primo amor ch’i’ sento, -d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano. -E prima ch’io a l’ovra fossi attento, -una natura in Cristo esser, non piùe, -credea, e di tal fede era contento; -ma ’l benedetto Agapito, che fue -sommo pastore, a la fede sincera -mi dirizzò con le parole sue. -Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era, -vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi -ogni contradizione e falsa e vera. -Tosto che con la Chiesa mossi i piedi, -a Dio per grazia piacque di spirarmi -l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi; -e al mio Belisar commendai l’armi, -cui la destra del ciel fu sì congiunta, -che segno fu ch’i’ dovessi posarmi. -Or qui a la question prima s’appunta -la mia risposta; ma sua condizione -mi stringe a seguitare alcuna giunta, -perché tu veggi con quanta ragione -si move contr’ al sacrosanto segno -e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone. -Vedi quanta virtù l’ha fatto degno -di reverenza; e cominciò da l’ora -che Pallante morì per darli regno. -Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora -per trecento anni e oltre, infino al fine -che i tre a’ tre pugnar per lui ancora. -E sai ch’el fé dal mal de le Sabine -al dolor di Lucrezia in sette regi, -vincendo intorno le genti vicine. -Sai quel ch’el fé portato da li egregi -Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro, -incontro a li altri principi e collegi; -onde Torquato e Quinzio, che dal cirro -negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi -ebber la fama che volontier mirro. -Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi -che di retro ad Anibale passaro -l’alpestre rocce, Po, di che tu labi. -Sott’ esso giovanetti trïunfaro -Scipïone e Pompeo; e a quel colle -sotto ’l qual tu nascesti parve amaro. -Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle -redur lo mondo a suo modo sereno, -Cesare per voler di Roma il tolle. -E quel che fé da Varo infino a Reno, -Isara vide ed Era e vide Senna -e ogne valle onde Rodano è pieno. -Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna -e saltò Rubicon, fu di tal volo, -che nol seguiteria lingua né penna. -Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo, -poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse -sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo. -Antandro e Simeonta, onde si mosse, -rivide e là dov’ Ettore si cuba; -e mal per Tolomeo poscia si scosse. -Da indi scese folgorando a Iuba; -onde si volse nel vostro occidente, -ove sentia la pompeana tuba. -Di quel che fé col baiulo seguente, -Bruto con Cassio ne l’inferno latra, -e Modena e Perugia fu dolente. -Piangene ancor la trista Cleopatra, -che, fuggendoli innanzi, dal colubro -la morte prese subitana e atra. -Con costui corse infino al lito rubro; -con costui puose il mondo in tanta pace, -che fu serrato a Giano il suo delubro. -Ma ciò che ’l segno che parlar mi face -fatto avea prima e poi era fatturo -per lo regno mortal ch’a lui soggiace, -diventa in apparenza poco e scuro, -se in mano al terzo Cesare si mira -con occhio chiaro e con affetto puro; -ché la viva giustizia che mi spira, -li concedette, in mano a quel ch’i’ dico, -gloria di far vendetta a la sua ira. -Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco: -poscia con Tito a far vendetta corse -de la vendetta del peccato antico. -E quando il dente longobardo morse -la Santa Chiesa, sotto le sue ali -Carlo Magno, vincendo, la soccorse. -Omai puoi giudicar di quei cotali -ch’io accusai di sopra e di lor falli, -che son cagion di tutti vostri mali. -L’uno al pubblico segno i gigli gialli -oppone, e l’altro appropria quello a parte, -sì ch’è forte a veder chi più si falli. -Faccian li Ghibellin, faccian lor arte -sott’ altro segno, ché mal segue quello -sempre chi la giustizia e lui diparte; -e non l’abbatta esto Carlo novello -coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli -ch’a più alto leon trasser lo vello. -Molte fïate già pianser li figli -per la colpa del padre, e non si creda -che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli! -Questa picciola stella si correda -d’i buoni spirti che son stati attivi -perché onore e fama li succeda: -e quando li disiri poggian quivi, -sì disvïando, pur convien che i raggi -del vero amore in sù poggin men vivi. -Ma nel commensurar d’i nostri gaggi -col merto è parte di nostra letizia, -perché non li vedem minor né maggi. -Quindi addolcisce la viva giustizia -in noi l’affetto sì, che non si puote -torcer già mai ad alcuna nequizia. -Diverse voci fanno dolci note; -così diversi scanni in nostra vita -rendon dolce armonia tra queste rote. -E dentro a la presente margarita -luce la luce di Romeo, di cui -fu l’ovra grande e bella mal gradita. -Ma i Provenzai che fecer contra lui -non hanno riso; e però mal cammina -qual si fa danno del ben fare altrui. -Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina, -Ramondo Beringhiere, e ciò li fece -Romeo, persona umìle e peregrina. -E poi il mosser le parole biece -a dimandar ragione a questo giusto, -che li assegnò sette e cinque per diece, -indi partissi povero e vetusto; -e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe -mendicando sua vita a frusto a frusto, -assai lo loda, e più lo loderebbe». diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-7 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-7 deleted file mode 100644 index f28777e..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-7 +++ /dev/null @@ -1,148 +0,0 @@ -«Osanna, sanctus Deus sabaòth, -superillustrans claritate tua -felices ignes horum malacòth!». -Così, volgendosi a la nota sua, -fu viso a me cantare essa sustanza, -sopra la qual doppio lume s’addua; -ed essa e l’altre mossero a sua danza, -e quasi velocissime faville -mi si velar di sùbita distanza. -Io dubitava e dicea ‘Dille, dille!’ -fra me, ‘dille’ dicea, ‘a la mia donna -che mi diseta con le dolci stille’. -Ma quella reverenza che s’indonna -di tutto me, pur per Be e per ice, -mi richinava come l’uom ch’assonna. -Poco sofferse me cotal Beatrice -e cominciò, raggiandomi d’un riso -tal, che nel foco faria l’uom felice: -«Secondo mio infallibile avviso, -come giusta vendetta giustamente -punita fosse, t’ha in pensier miso; -ma io ti solverò tosto la mente; -e tu ascolta, ché le mie parole -di gran sentenza ti faran presente. -Per non soffrire a la virtù che vole -freno a suo prode, quell’ uom che non nacque, -dannando sé, dannò tutta sua prole; -onde l’umana specie inferma giacque -giù per secoli molti in grande errore, -fin ch’al Verbo di Dio discender piacque -u’ la natura, che dal suo fattore -s’era allungata, unì a sé in persona -con l’atto sol del suo etterno amore. -Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona: -questa natura al suo fattore unita, -qual fu creata, fu sincera e buona; -ma per sé stessa pur fu ella sbandita -di paradiso, però che si torse -da via di verità e da sua vita. -La pena dunque che la croce porse -s’a la natura assunta si misura, -nulla già mai sì giustamente morse; -e così nulla fu di tanta ingiura, -guardando a la persona che sofferse, -in che era contratta tal natura. -Però d’un atto uscir cose diverse: -ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte; -per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse. -Non ti dee oramai parer più forte, -quando si dice che giusta vendetta -poscia vengiata fu da giusta corte. -Ma io veggi’ or la tua mente ristretta -di pensiero in pensier dentro ad un nodo, -del qual con gran disio solver s’aspetta. -Tu dici: “Ben discerno ciò ch’i’ odo; -ma perché Dio volesse, m’è occulto, -a nostra redenzion pur questo modo”. -Questo decreto, frate, sta sepulto -a li occhi di ciascuno il cui ingegno -ne la fiamma d’amor non è adulto. -Veramente, però ch’a questo segno -molto si mira e poco si discerne, -dirò perché tal modo fu più degno. -La divina bontà, che da sé sperne -ogne livore, ardendo in sé, sfavilla -sì che dispiega le bellezze etterne. -Ciò che da lei sanza mezzo distilla -non ha poi fine, perché non si move -la sua imprenta quand’ ella sigilla. -Ciò che da essa sanza mezzo piove -libero è tutto, perché non soggiace -a la virtute de le cose nove. -Più l’è conforme, e però più le piace; -ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia, -ne la più somigliante è più vivace. -Di tutte queste dote s’avvantaggia -l’umana creatura, e s’una manca, -di sua nobilità convien che caggia. -Solo il peccato è quel che la disfranca -e falla dissimìle al sommo bene, -per che del lume suo poco s’imbianca; -e in sua dignità mai non rivene, -se non rïempie, dove colpa vòta, -contra mal dilettar con giuste pene. -Vostra natura, quando peccò tota -nel seme suo, da queste dignitadi, -come di paradiso, fu remota; -né ricovrar potiensi, se tu badi -ben sottilmente, per alcuna via, -sanza passar per un di questi guadi: -o che Dio solo per sua cortesia -dimesso avesse, o che l’uom per sé isso -avesse sodisfatto a sua follia. -Ficca mo l’occhio per entro l’abisso -de l’etterno consiglio, quanto puoi -al mio parlar distrettamente fisso. -Non potea l’uomo ne’ termini suoi -mai sodisfar, per non potere ir giuso -con umiltate obedïendo poi, -quanto disobediendo intese ir suso; -e questa è la cagion per che l’uom fue -da poter sodisfar per sé dischiuso. -Dunque a Dio convenia con le vie sue -riparar l’omo a sua intera vita, -dico con l’una, o ver con amendue. -Ma perché l’ovra tanto è più gradita -da l’operante, quanto più appresenta -de la bontà del core ond’ ell’ è uscita, -la divina bontà che ’l mondo imprenta, -di proceder per tutte le sue vie, -a rilevarvi suso, fu contenta. -Né tra l’ultima notte e ’l primo die -sì alto o sì magnifico processo, -o per l’una o per l’altra, fu o fie: -ché più largo fu Dio a dar sé stesso -per far l’uom sufficiente a rilevarsi, -che s’elli avesse sol da sé dimesso; -e tutti li altri modi erano scarsi -a la giustizia, se ’l Figliuol di Dio -non fosse umilïato ad incarnarsi. -Or per empierti bene ogne disio, -ritorno a dichiararti in alcun loco, -perché tu veggi lì così com’ io. -Tu dici: “Io veggio l’acqua, io veggio il foco, -l’aere e la terra e tutte lor misture -venire a corruzione, e durar poco; -e queste cose pur furon creature; -per che, se ciò ch’è detto è stato vero, -esser dovrien da corruzion sicure”. -Li angeli, frate, e ’l paese sincero -nel qual tu se’, dir si posson creati, -sì come sono, in loro essere intero; -ma li alimenti che tu hai nomati -e quelle cose che di lor si fanno -da creata virtù sono informati. -Creata fu la materia ch’elli hanno; -creata fu la virtù informante -in queste stelle che ’ntorno a lor vanno. -L’anima d’ogne bruto e de le piante -di complession potenzïata tira -lo raggio e ’l moto de le luci sante; -ma vostra vita sanza mezzo spira -la somma beninanza, e la innamora -di sé sì che poi sempre la disira. -E quinci puoi argomentare ancora -vostra resurrezion, se tu ripensi -come l’umana carne fessi allora -che li primi parenti intrambo fensi». diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-8 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-8 deleted file mode 100644 index 4cf611f..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-8 +++ /dev/null @@ -1,148 +0,0 @@ -Solea creder lo mondo in suo periclo -che la bella Ciprigna il folle amore -raggiasse, volta nel terzo epiciclo; -per che non pur a lei faceano onore -di sacrificio e di votivo grido -le genti antiche ne l’antico errore; -ma Dïone onoravano e Cupido, -quella per madre sua, questo per figlio, -e dicean ch’el sedette in grembo a Dido; -e da costei ond’ io principio piglio -pigliavano il vocabol de la stella -che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio. -Io non m’accorsi del salire in ella; -ma d’esservi entro mi fé assai fede -la donna mia ch’i’ vidi far più bella. -E come in fiamma favilla si vede, -e come in voce voce si discerne, -quand’ una è ferma e altra va e riede, -vid’ io in essa luce altre lucerne -muoversi in giro più e men correnti, -al modo, credo, di lor viste interne. -Di fredda nube non disceser venti, -o visibili o no, tanto festini, -che non paressero impediti e lenti -a chi avesse quei lumi divini -veduti a noi venir, lasciando il giro -pria cominciato in li alti Serafini; -e dentro a quei che più innanzi appariro -sonava ‘Osanna’ sì, che unque poi -di rïudir non fui sanza disiro. -Indi si fece l’un più presso a noi -e solo incominciò: «Tutti sem presti -al tuo piacer, perché di noi ti gioi. -Noi ci volgiam coi principi celesti -d’un giro e d’un girare e d’una sete, -ai quali tu del mondo già dicesti: -‘Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’; -e sem sì pien d’amor, che, per piacerti, -non fia men dolce un poco di quïete». -Poscia che li occhi miei si fuoro offerti -a la mia donna reverenti, ed essa -fatti li avea di sé contenti e certi, -rivolsersi a la luce che promessa -tanto s’avea, e «Deh, chi siete?» fue -la voce mia di grande affetto impressa. -E quanta e quale vid’ io lei far piùe -per allegrezza nova che s’accrebbe, -quando parlai, a l’allegrezze sue! -Così fatta, mi disse: «Il mondo m’ebbe -giù poco tempo; e se più fosse stato, -molto sarà di mal, che non sarebbe. -La mia letizia mi ti tien celato -che mi raggia dintorno e mi nasconde -quasi animal di sua seta fasciato. -Assai m’amasti, e avesti ben onde; -che s’io fossi giù stato, io ti mostrava -di mio amor più oltre che le fronde. -Quella sinistra riva che si lava -di Rodano poi ch’è misto con Sorga, -per suo segnore a tempo m’aspettava, -e quel corno d’Ausonia che s’imborga -di Bari e di Gaeta e di Catona, -da ove Tronto e Verde in mare sgorga. -Fulgeami già in fronte la corona -di quella terra che ’l Danubio riga -poi che le ripe tedesche abbandona. -E la bella Trinacria, che caliga -tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo -che riceve da Euro maggior briga, -non per Tifeo ma per nascente solfo, -attesi avrebbe li suoi regi ancora, -nati per me di Carlo e di Ridolfo, -se mala segnoria, che sempre accora -li popoli suggetti, non avesse -mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”. -E se mio frate questo antivedesse, -l’avara povertà di Catalogna -già fuggeria, perché non li offendesse; -ché veramente proveder bisogna -per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca -carcata più d’incarco non si pogna. -La sua natura, che di larga parca -discese, avria mestier di tal milizia -che non curasse di mettere in arca». -«Però ch’i’ credo che l’alta letizia -che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio, -là ’ve ogne ben si termina e s’inizia, -per te si veggia come la vegg’ io, -grata m’è più; e anco quest’ ho caro -perché ’l discerni rimirando in Dio. -Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro, -poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso -com’ esser può, di dolce seme, amaro». -Questo io a lui; ed elli a me: «S’io posso -mostrarti un vero, a quel che tu dimandi -terrai lo viso come tien lo dosso. -Lo ben che tutto il regno che tu scandi -volge e contenta, fa esser virtute -sua provedenza in questi corpi grandi. -E non pur le nature provedute -sono in la mente ch’è da sé perfetta, -ma esse insieme con la lor salute: -per che quantunque quest’ arco saetta -disposto cade a proveduto fine, -sì come cosa in suo segno diretta. -Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine -producerebbe sì li suoi effetti, -che non sarebbero arti, ma ruine; -e ciò esser non può, se li ’ntelletti -che muovon queste stelle non son manchi, -e manco il primo, che non li ha perfetti. -Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?». -E io: «Non già; ché impossibil veggio -che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi». -Ond’ elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio -per l’omo in terra, se non fosse cive?». -«Sì», rispuos’ io; «e qui ragion non cheggio». -«E puot’ elli esser, se giù non si vive -diversamente per diversi offici? -Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive». -Sì venne deducendo infino a quici; -poscia conchiuse: «Dunque esser diverse -convien di vostri effetti le radici: -per ch’un nasce Solone e altro Serse, -altro Melchisedèch e altro quello -che, volando per l’aere, il figlio perse. -La circular natura, ch’è suggello -a la cera mortal, fa ben sua arte, -ma non distingue l’un da l’altro ostello. -Quinci addivien ch’Esaù si diparte -per seme da Iacòb; e vien Quirino -da sì vil padre, che si rende a Marte. -Natura generata il suo cammino -simil farebbe sempre a’ generanti, -se non vincesse il proveder divino. -Or quel che t’era dietro t’è davanti: -ma perché sappi che di te mi giova, -un corollario voglio che t’ammanti. -Sempre natura, se fortuna trova -discorde a sé, com’ ogne altra semente -fuor di sua regïon, fa mala prova. -E se ’l mondo là giù ponesse mente -al fondamento che natura pone, -seguendo lui, avria buona la gente. -Ma voi torcete a la religïone -tal che fia nato a cignersi la spada, -e fate re di tal ch’è da sermone; -onde la traccia vostra è fuor di strada». diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-9 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-9 deleted file mode 100644 index bd7ca35..0000000 --- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-9 +++ /dev/null @@ -1,142 +0,0 @@ -Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza, -m’ebbe chiarito, mi narrò li ’nganni -che ricever dovea la sua semenza; -ma disse: «Taci e lascia muover li anni»; -sì ch’io non posso dir se non che pianto -giusto verrà di retro ai vostri danni. -E già la vita di quel lume santo -rivolta s’era al Sol che la rïempie -come quel ben ch’a ogne cosa è tanto. -Ahi anime ingannate e fatture empie, -che da sì fatto ben torcete i cuori, -drizzando in vanità le vostre tempie! -Ed ecco un altro di quelli splendori -ver’ me si fece, e ’l suo voler piacermi -significava nel chiarir di fori. -Li occhi di Bëatrice, ch’eran fermi -sovra me, come pria, di caro assenso -al mio disio certificato fermi. -«Deh, metti al mio voler tosto compenso, -beato spirto», dissi, «e fammi prova -ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!». -Onde la luce che m’era ancor nova, -del suo profondo, ond’ ella pria cantava, -seguette come a cui di ben far giova: -«In quella parte de la terra prava -italica che siede tra Rïalto -e le fontane di Brenta e di Piava, -si leva un colle, e non surge molt’ alto, -là onde scese già una facella -che fece a la contrada un grande assalto. -D’una radice nacqui e io ed ella: -Cunizza fui chiamata, e qui refulgo -perché mi vinse il lume d’esta stella; -ma lietamente a me medesma indulgo -la cagion di mia sorte, e non mi noia; -che parria forse forte al vostro vulgo. -Di questa luculenta e cara gioia -del nostro cielo che più m’è propinqua, -grande fama rimase; e pria che moia, -questo centesimo anno ancor s’incinqua: -vedi se far si dee l’omo eccellente, -sì ch’altra vita la prima relinqua. -E ciò non pensa la turba presente -che Tagliamento e Adice richiude, -né per esser battuta ancor si pente; -ma tosto fia che Padova al palude -cangerà l’acqua che Vincenza bagna, -per essere al dover le genti crude; -e dove Sile e Cagnan s’accompagna, -tal signoreggia e va con la testa alta, -che già per lui carpir si fa la ragna. -Piangerà Feltro ancora la difalta -de l’empio suo pastor, che sarà sconcia -sì, che per simil non s’entrò in malta. -Troppo sarebbe larga la bigoncia -che ricevesse il sangue ferrarese, -e stanco chi ’l pesasse a oncia a oncia, -che donerà questo prete cortese -per mostrarsi di parte; e cotai doni -conformi fieno al viver del paese. -Sù sono specchi, voi dicete Troni, -onde refulge a noi Dio giudicante; -sì che questi parlar ne paion buoni». -Qui si tacette; e fecemi sembiante -che fosse ad altro volta, per la rota -in che si mise com’ era davante. -L’altra letizia, che m’era già nota -per cara cosa, mi si fece in vista -qual fin balasso in che lo sol percuota. -Per letiziar là sù fulgor s’acquista, -sì come riso qui; ma giù s’abbuia -l’ombra di fuor, come la mente è trista. -«Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia», -diss’ io, «beato spirto, sì che nulla -voglia di sé a te puot’ esser fuia. -Dunque la voce tua, che ’l ciel trastulla -sempre col canto di quei fuochi pii -che di sei ali facen la coculla, -perché non satisface a’ miei disii? -Già non attendere’ io tua dimanda, -s’io m’intuassi, come tu t’inmii». -«La maggior valle in che l’acqua si spanda», -incominciaro allor le sue parole, -«fuor di quel mar che la terra inghirlanda, -tra ’ discordanti liti contra ’l sole -tanto sen va, che fa meridïano -là dove l’orizzonte pria far suole. -Di quella valle fu’ io litorano -tra Ebro e Macra, che per cammin corto -parte lo Genovese dal Toscano. -Ad un occaso quasi e ad un orto -Buggea siede e la terra ond’ io fui, -che fé del sangue suo già caldo il porto. -Folco mi disse quella gente a cui -fu noto il nome mio; e questo cielo -di me s’imprenta, com’ io fe’ di lui; -ché più non arse la figlia di Belo, -noiando e a Sicheo e a Creusa, -di me, infin che si convenne al pelo; -né quella Rodopëa che delusa -fu da Demofoonte, né Alcide -quando Iole nel core ebbe rinchiusa. -Non però qui si pente, ma si ride, -non de la colpa, ch’a mente non torna, -ma del valor ch’ordinò e provide. -Qui si rimira ne l’arte ch’addorna -cotanto affetto, e discernesi ’l bene -per che ’l mondo di sù quel di giù torna. -Ma perché tutte le tue voglie piene -ten porti che son nate in questa spera, -proceder ancor oltre mi convene. -Tu vuo’ saper chi è in questa lumera -che qui appresso me così scintilla -come raggio di sole in acqua mera. -Or sappi che là entro si tranquilla -Raab; e a nostr’ ordine congiunta, -di lei nel sommo grado si sigilla. -Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta -che ’l vostro mondo face, pria ch’altr’ alma -del trïunfo di Cristo fu assunta. -Ben si convenne lei lasciar per palma -in alcun cielo de l’alta vittoria -che s’acquistò con l’una e l’altra palma, -perch’ ella favorò la prima gloria -di Iosüè in su la Terra Santa, -che poco tocca al papa la memoria. -La tua città, che di colui è pianta -che pria volse le spalle al suo fattore -e di cui è la ’nvidia tanto pianta, -produce e spande il maladetto fiore -c’ha disvïate le pecore e li agni, -però che fatto ha lupo del pastore. -Per questo l’Evangelio e i dottor magni -son derelitti, e solo ai Decretali -si studia, sì che pare a’ lor vivagni. -A questo intende il papa e ’ cardinali; -non vanno i lor pensieri a Nazarette, -là dove Gabrïello aperse l’ali. -Ma Vaticano e l’altre parti elette -di Roma che son state cimitero -a la milizia che Pietro seguette, -tosto libere fien de l’avoltero». diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-1 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-1 deleted file mode 100644 index e24fa64..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-1 +++ /dev/null @@ -1,136 +0,0 @@ -Per correr miglior acque alza le vele -omai la navicella del mio ingegno, -che lascia dietro a sé mar sì crudele; -e canterò di quel secondo regno -dove l’umano spirito si purga -e di salire al ciel diventa degno. -Ma qui la morta poesì resurga, -o sante Muse, poi che vostro sono; -e qui Calïopè alquanto surga, -seguitando il mio canto con quel suono -di cui le Piche misere sentiro -lo colpo tal, che disperar perdono. -Dolce color d’orïental zaffiro, -che s’accoglieva nel sereno aspetto -del mezzo, puro infino al primo giro, -a li occhi miei ricominciò diletto, -tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta -che m’avea contristati li occhi e ’l petto. -Lo bel pianeto che d’amar conforta -faceva tutto rider l’orïente, -velando i Pesci ch’erano in sua scorta. -I’ mi volsi a man destra, e puosi mente -a l’altro polo, e vidi quattro stelle -non viste mai fuor ch’a la prima gente. -Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle: -oh settentrïonal vedovo sito, -poi che privato se’ di mirar quelle! -Com’ io da loro sguardo fui partito, -un poco me volgendo a l’altro polo, -là onde ’l Carro già era sparito, -vidi presso di me un veglio solo, -degno di tanta reverenza in vista, -che più non dee a padre alcun figliuolo. -Lunga la barba e di pel bianco mista -portava, a’ suoi capelli simigliante, -de’ quai cadeva al petto doppia lista. -Li raggi de le quattro luci sante -fregiavan sì la sua faccia di lume, -ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante. -«Chi siete voi che contro al cieco fiume -fuggita avete la pregione etterna?», -diss’ el, movendo quelle oneste piume. -«Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna, -uscendo fuor de la profonda notte -che sempre nera fa la valle inferna? -Son le leggi d’abisso così rotte? -o è mutato in ciel novo consiglio, -che, dannati, venite a le mie grotte?». -Lo duca mio allor mi diè di piglio, -e con parole e con mani e con cenni -reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio. -Poscia rispuose lui: «Da me non venni: -donna scese del ciel, per li cui prieghi -de la mia compagnia costui sovvenni. -Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi -di nostra condizion com’ ell’ è vera, -esser non puote il mio che a te si nieghi. -Questi non vide mai l’ultima sera; -ma per la sua follia le fu sì presso, -che molto poco tempo a volger era. -Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso -per lui campare; e non lì era altra via -che questa per la quale i’ mi son messo. -Mostrata ho lui tutta la gente ria; -e ora intendo mostrar quelli spirti -che purgan sé sotto la tua balìa. -Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti; -de l’alto scende virtù che m’aiuta -conducerlo a vederti e a udirti. -Or ti piaccia gradir la sua venuta: -libertà va cercando, ch’è sì cara, -come sa chi per lei vita rifiuta. -Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara -in Utica la morte, ove lasciasti -la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara. -Non son li editti etterni per noi guasti, -ché questi vive e Minòs me non lega; -ma son del cerchio ove son li occhi casti -di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega, -o santo petto, che per tua la tegni: -per lo suo amore adunque a noi ti piega. -Lasciane andar per li tuoi sette regni; -grazie riporterò di te a lei, -se d’ esser mentovato là giù degni». -«Marzïa piacque tanto a li occhi miei -mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora, -«che quante grazie volse da me, fei. -Or che di là dal mal fiume dimora, -più muover non mi può, per quella legge -che fatta fu quando me n’usci’ fora. -Ma se donna del ciel ti muove e regge, -come tu di’ , non c’è mestier lusinghe: -bastisi ben che per lei mi richegge. -Va dunque, e fa che tu costui ricinghe -d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso, -sì ch’ogne sucidume quindi stinghe; -ché non si converria, l’occhio sorpriso -d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo -ministro, ch’è di quei di paradiso. -Questa isoletta intorno ad imo ad imo, -là giù colà dove la batte l’onda, -porta di giunchi sovra ’l molle limo; -null’ altra pianta che facesse fronda -o indurasse, vi puote aver vita, -però ch’a le percosse non seconda. -Poscia non sia di qua vostra reddita; -lo sol vi mosterrà, che surge omai, -prendere il monte a più lieve salita». -Così sparì; e io sù mi levai -sanza parlare, e tutto mi ritrassi -al duca mio, e li occhi a lui drizzai. -El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi: -volgianci in dietro, ché di qua dichina -questa pianura a’ suoi termini bassi». -L’alba vinceva l’ora mattutina -che fuggia innanzi, sì che di lontano -conobbi il tremolar de la marina. -Noi andavam per lo solingo piano -com’ om che torna a la perduta strada, -che ’nfino ad essa li pare ire in vano. -Quando noi fummo là ’ve la rugiada -pugna col sole, per essere in parte -dove, ad orezza, poco si dirada, -ambo le mani in su l’erbetta sparte -soavemente ’l mio maestro pose: -ond’ io, che fui accorto di sua arte, -porsi ver’ lui le guance lacrimose; -ivi mi fece tutto discoverto -quel color che l’ inferno mi nascose. -Venimmo poi in sul lito diserto, -che mai non vide navicar sue acque -omo, che di tornar sia poscia esperto. -Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque: -oh maraviglia! ché qual elli scelse -l’umile pianta, cotal si rinacque -subitamente là onde l’avelse. diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-10 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-10 deleted file mode 100644 index 1947f4e..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-10 +++ /dev/null @@ -1,139 +0,0 @@ -Poi fummo dentro al soglio de la porta -che ’l mal amor de l’anime disusa, -perché fa parer dritta la via torta, -sonando la senti’ esser richiusa; -e s’io avesse li occhi vòlti ad essa, -qual fora stata al fallo degna scusa? -Noi salavam per una pietra fessa, -che si moveva e d’una e d’altra parte, -sì come l’onda che fugge e s’appressa. -«Qui si conviene usare un poco d’arte», -cominciò ’l duca mio, «in accostarsi -or quinci, or quindi al lato che si parte». -E questo fece i nostri passi scarsi, -tanto che pria lo scemo de la luna -rigiunse al letto suo per ricorcarsi, -che noi fossimo fuor di quella cruna; -ma quando fummo liberi e aperti -sù dove il monte in dietro si rauna, -io stancato e amendue incerti -di nostra via, restammo in su un piano -solingo più che strade per diserti. -Da la sua sponda, ove confina il vano, -al piè de l’alta ripa che pur sale, -misurrebbe in tre volte un corpo umano; -e quanto l’occhio mio potea trar d’ale, -or dal sinistro e or dal destro fianco, -questa cornice mi parea cotale. -Là sù non eran mossi i piè nostri anco, -quand’ io conobbi quella ripa intorno -che dritto di salita aveva manco, -esser di marmo candido e addorno -d’intagli sì, che non pur Policleto, -ma la natura lì avrebbe scorno. -L’angel che venne in terra col decreto -de la molt’ anni lagrimata pace, -ch’aperse il ciel del suo lungo divieto, -dinanzi a noi pareva sì verace -quivi intagliato in un atto soave, -che non sembiava imagine che tace. -Giurato si saria ch’el dicesse ‘ Ave!’ ; -perché iv’ era imaginata quella -ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave; -e avea in atto impressa esta favella -‘Ecce ancilla Deï’ , propriamente -come figura in cera si suggella. -«Non tener pur ad un loco la mente», -disse ’l dolce maestro, che m’avea -da quella parte onde ’l cuore ha la gente. -Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea -di retro da Maria, da quella costa -onde m’era colui che mi movea, -un’altra storia ne la roccia imposta; -per ch’ io varcai Virgilio, e fe’mi presso, -acciò che fosse a li occhi miei disposta. -Era intagliato lì nel marmo stesso -lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa, -per che si teme officio non commesso. -Dinanzi parea gente; e tutta quanta, -partita in sette cori, a’ due mie’ sensi -faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’. -Similemente al fummo de li ’ncensi -che v’era imaginato, li occhi e ’l naso -e al sì e al no discordi fensi. -Lì precedeva al benedetto vaso, -trescando alzato, l’umile salmista, -e più e men che re era in quel caso. -Di contra, effigïata ad una vista -d’un gran palazzo, Micòl ammirava -sì come donna dispettosa e trista. -I’ mossi i piè del loco dov’ io stava, -per avvisar da presso un’altra istoria, -che di dietro a Micòl mi biancheggiava. -Quiv’ era storïata l’alta gloria -del roman principato, il cui valore -mosse Gregorio a la sua gran vittoria; -i’ dico di Traiano imperadore; -e una vedovella li era al freno, -di lagrime atteggiata e di dolore. -Intorno a lui parea calcato e pieno -di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro -sovr’ essi in vista al vento si movieno. -La miserella intra tutti costoro -pareva dir: «Segnor, fammi vendetta -di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»; -ed elli a lei rispondere: «Or aspetta -tanto ch’ i’ torni»; e quella: «Segnor mio», -come persona in cui dolor s’affretta, -«se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io, -la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene -a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»; -ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene -ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova: -giustizia vuole e pietà mi ritene». -Colui che mai non vide cosa nova -produsse esto visibile parlare, -novello a noi perché qui non si trova. -Mentr’ io mi dilettava di guardare -l’imagini di tante umilitadi, -e per lo fabbro loro a veder care, -«Ecco di qua, ma fanno i passi radi», -mormorava il poeta, «molte genti: -questi ne ’nvïeranno a li alti gradi». -Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti -per veder novitadi ond’ e’ son vaghi, -volgendosi ver’ lui non furon lenti. -Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi -di buon proponimento per udire -come Dio vuol che ’l debito si paghi. -Non attender la forma del martìre: -pensa la succession; pensa ch’al peggio -oltre la gran sentenza non può ire. -Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio -muovere a noi, non mi sembian persone, -e non so che, sì nel veder vaneggio». -Ed elli a me: «La grave condizione -di lor tormento a terra li rannicchia, -sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione. -Ma guarda fiso là, e disviticchia -col viso quel che vien sotto a quei sassi: -già scorger puoi come ciascun si picchia». -O superbi cristian, miseri lassi, -che, de la vista de la mente infermi, -fidanza avete ne’ retrosi passi, -non v’accorgete voi che noi siam vermi -nati a formar l’angelica farfalla, -che vola a la giustizia sanza schermi? -Di che l’animo vostro in alto galla, -poi siete quasi antomata in difetto, -sì come vermo in cui formazion falla? -Come per sostentar solaio o tetto, -per mensola talvolta una figura -si vede giugner le ginocchia al petto, -la qual fa del non ver vera rancura -nascere ’n chi la vede; così fatti -vid’ io color, quando puosi ben cura. -Vero è che più e meno eran contratti -secondo ch’avien più e meno a dosso; -e qual più pazïenza avea ne li atti, -piangendo parea dicer: ‘Più non posso’ . diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-11 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-11 deleted file mode 100644 index fba56b9..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-11 +++ /dev/null @@ -1,142 +0,0 @@ -«O Padre nostro, che ne’ cieli stai, -non circunscritto, ma per più amore -ch’ai primi effetti di là sù tu hai, -laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore -da ogni creatura, com’ è degno -di render grazie al tuo dolce vapore. -Vegna ver’ noi la pace del tuo regno, -ché noi ad essa non potem da noi, -s’ella non vien, con tutto nostro ingegno. -Come del suo voler li angeli tuoi -fan sacrificio a te, cantando osanna, -così facciano li uomini de’ suoi. -Dà oggi a noi la cotidiana manna, -sanza la qual per questo aspro diserto -a retro va chi più di gir s’affanna. -E come noi lo mal ch’avem sofferto -perdoniamo a ciascuno, e tu perdona -benigno, e non guardar lo nostro merto. -Nostra virtù che di legger s’adona, -non spermentar con l’antico avversaro, -ma libera da lui che sì la sprona. -Quest’ ultima preghiera, segnor caro, -già non si fa per noi, ché non bisogna, -ma per color che dietro a noi restaro». -Così a sé e noi buona ramogna -quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo, -simile a quel che tal volta si sogna, -disparmente angosciate tutte a tondo -e lasse su per la prima cornice, -purgando la caligine del mondo. -Se di là sempre ben per noi si dice, -di qua che dire e far per lor si puote -da quei c’hanno al voler buona radice? -Ben si de’ loro atar lavar le note -che portar quinci, sì che, mondi e lievi, -possano uscire a le stellate ruote. -«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi -tosto, sì che possiate muover l’ala, -che secondo il disio vostro vi lievi, -mostrate da qual mano inver’ la scala -si va più corto; e se c’è più d’un varco, -quel ne ’nsegnate che men erto cala; -ché questi che vien meco, per lo ’ncarco -de la carne d’Adamo onde si veste, -al montar sù, contra sua voglia, è parco». -Le lor parole, che rendero a queste -che dette avea colui cu’ io seguiva, -non fur da cui venisser manifeste; -ma fu detto: «A man destra per la riva -con noi venite, e troverete il passo -possibile a salir persona viva. -E s’io non fossi impedito dal sasso -che la cervice mia superba doma, -onde portar convienmi il viso basso, -cotesti, ch’ancor vive e non si noma, -guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco, -e per farlo pietoso a questa soma. -Io fui latino e nato d’un gran Tosco: -Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; -non so se ’l nome suo già mai fu vosco. -L’antico sangue e l’opere leggiadre -d’i miei maggior mi fer sì arrogante, -che, non pensando a la comune madre, -ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante, -ch’io ne mori’ , come i Sanesi sanno -e sallo in Campagnatico ogne fante. -Io sono Omberto; e non pur a me danno -superbia fa, ché tutti miei consorti -ha ella tratti seco nel malanno. -E qui convien ch’io questo peso porti -per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia, -poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti». -Ascoltando chinai in giù la faccia; -e un di lor, non questi che parlava, -si torse sotto il peso che li ’ mpaccia, -e videmi e conobbemi e chiamava, -tenendo li occhi con fatica fisi -a me che tutto chin con loro andava. -«Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi, -l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte -ch’alluminar chiamata è in Parisi?». -«Frate», diss’ elli, «più ridon le carte -che pennelleggia Franco Bolognese; -l’onore è tutto or suo, e mio in parte. -Ben non sare’ io stato sì cortese -mentre ch’io vissi, per lo gran disio -de l’eccellenza ove mio core intese. -Di tal superbia qui si paga il fio; -e ancor non sarei qui, se non fosse -che, possendo peccar, mi volsi a Dio. -Oh vana gloria de l’umane posse! -com’ poco verde in su la cima dura, -se non è giunta da l’etati grosse! -Credette Cimabue ne la pittura -tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, -sì che la fama di colui è scura: -così ha tolto l’uno a l’altro Guido -la gloria de la lingua; e forse è nato -chi l’uno e l’altro caccerà del nido. -Non è il mondan romore altro ch’un fiato -di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi, -e muta nome perché muta lato. -Che voce avrai tu più, se vecchia scindi -da te la carne, che se fossi morto -anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ’dindi’ , -pria che passin mill’ anni? ch’ è più corto -spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia -al cerchio che più tardi in cielo è torto. -Colui che del cammin sì poco piglia -dinanzi a me, Toscana sonò tutta; -e ora a pena in Siena sen pispiglia, -ond’ era sire quando fu distrutta -la rabbia fiorentina, che superba -fu a quel tempo sì com’ ora è putta. -La vostra nominanza è color d’erba, -che viene e va, e quei la discolora -per cui ella esce de la terra acerba». -E io a lui: «Tuo vero dir m’incora -bona umiltà, e gran tumor m’appiani; -ma chi è quei di cui tu parlavi ora?». -«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani; -ed è qui perché fu presuntüoso -a recar Siena tutta a le sue mani. -Ito è così e va, sanza riposo, -poi che morì; cotal moneta rende -a sodisfar chi è di là troppo oso». -E io: «Se quello spirito ch’attende, -pria che si penta, l’orlo de la vita, -qua giù dimora e qua sù non ascende, -se buona orazïon lui non aita, -prima che passi tempo quanto visse, -come fu la venuta lui largita?». -«Quando vivea più glorïoso», disse, -«liberamente nel Campo di Siena, -ogne vergogna diposta, s’affisse; -e lì, per trar l’amico suo di pena -ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo, -si condusse a tremar per ogne vena. -Più non dirò, e scuro so che parlo; -ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini -faranno sì che tu potrai chiosarlo. -Quest’ opera li tolse quei confini». diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-12 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-12 deleted file mode 100644 index bc25ee2..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-12 +++ /dev/null @@ -1,136 +0,0 @@ -Di pari, come buoi che vanno a giogo, -m’andava io con quell’ anima carca, -fin che ’l sofferse il dolce pedagogo. -Ma quando disse: «Lascia lui e varca; -ché qui è buono con l’ali e coi remi, -quantunque può, ciascun pinger sua barca»; -dritto sì come andar vuolsi rife’mi -con la persona, avvegna che i pensieri -mi rimanessero e chinati e scemi. -Io m’era mosso, e seguia volontieri -del mio maestro i passi, e amendue -già mostravam com’ eravam leggeri; -ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe: -buon ti sarà, per tranquillar la via, -veder lo letto de le piante tue». -Come, perché di lor memoria sia, -sovra i sepolti le tombe terragne -portan segnato quel ch’elli eran pria, -onde lì molte volte si ripiagne -per la puntura de la rimembranza, -che solo a’ pïi dà de le calcagne; -sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza -secondo l’artificio, figurato -quanto per via di fuor del monte avanza. -Vedea colui che fu nobil creato -più ch’altra creatura, giù dal cielo -folgoreggiando scender, da l’un lato. -Vedëa Brïareo, fitto dal telo -celestïal giacer, da l’altra parte, -grave a la terra per lo mortal gelo. -Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, -armati ancora, intorno al padre loro, -mirar le membra d’i Giganti sparte. -Vedea Nembròt a piè del gran lavoro -quasi smarrito, e riguardar le genti -che ‘n Sennaàr con lui superbi fuoro. -O Nïobè, con che occhi dolenti -vedea io te segnata in su la strada, -tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! -O Saùl, come in su la propria spada -quivi parevi morto in Gelboè, -che poi non sentì pioggia né rugiada! -O folle Aragne, sì vedea io te -già mezza ragna, trista in su li stracci -de l’opera che mal per te si fé. -O Roboàm, già non par che minacci -quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento -nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci. -Mostrava ancor lo duro pavimento -come Almeon a sua madre fé caro -parer lo sventurato addornamento. -Mostrava come i figli si gittaro -sovra Sennacherìb dentro dal tempio, -e come, morto lui, quivi il lasciaro. -Mostrava la ruina e ’l crudo scempio -che fé Tamiri, quando disse a Ciro: -«Sangue sitisti, e io di sangue t’empio». -Mostrava come in rotta si fuggiro -li Assiri, poi che fu morto Oloferne, -e anche le reliquie del martiro. -Vedeva Troia in cenere e in caverne; -o Ilión, come te basso e vile -mostrava il segno che lì si discerne! -Qual di pennel fu maestro o di stile -che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi -mirar farieno uno ingegno sottile? -Morti li morti e i vivi parean vivi: -non vide mei di me chi vide il vero, -quant’ io calcai, fin che chinato givi. -Or superbite, e via col viso altero, -figliuoli d’Eva, e non chinate il volto -sì che veggiate il vostro mal sentero! -Più era già per noi del monte vòlto -e del cammin del sole assai più speso -che non stimava l’animo non sciolto, -quando colui che sempre innanzi atteso -andava, cominciò: «Drizza la testa; -non è più tempo di gir sì sospeso. -Vedi colà un angel che s’appresta -per venir verso noi; vedi che torna -dal servigio del dì l’ancella sesta. -Di reverenza il viso e li atti addorna, -sì che i diletti lo ’nvïarci in suso; -pensa che questo dì mai non raggiorna!». -Io era ben del suo ammonir uso -pur di non perder tempo, sì che ’n quella -materia non potea parlarmi chiuso. -A noi venìa la creatura bella, -biancovestito e ne la faccia quale -par tremolando mattutina stella. -Le braccia aperse, e indi aperse l’ale; -disse: «Venite: qui son presso i gradi, -e agevolemente omai si sale. -A questo invito vegnon molto radi: -o gente umana, per volar sù nata, -perché a poco vento così cadi?». -Menocci ove la roccia era tagliata; -quivi mi batté l’ali per la fronte; -poi mi promise sicura l’andata. -Come a man destra, per salire al monte -dove siede la chiesa che soggioga -la ben guidata sopra Rubaconte, -si rompe del montar l’ardita foga -per le scalee che si fero ad etade -ch’era sicuro il quaderno e la doga; -così s’allenta la ripa che cade -quivi ben ratta da l’ altro girone; -ma quinci e quindi l’alta pietra rade. -Noi volgendo ivi le nostre persone, -‘Beati pauperes spiritu!‘ voci -cantaron sì, che nol diria sermone. -Ahi quanto son diverse quelle foci -da l’infernali! ché quivi per canti -s’entra, e là giù per lamenti feroci. -Già montavam su per li scaglion santi, -ed esser mi parea troppo più lieve -che per lo pian non mi parea davanti. -Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve -levata s’è da me, che nulla quasi -per me fatica, andando, si riceve?». -Rispuose: «Quando i P che son rimasi -ancor nel volto tuo presso che stinti, -saranno, com’ è l’un, del tutto rasi, -fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti, -che non pur non fatica sentiranno, -ma fia diletto loro esser sù pinti». -Allor fec’ io come color che vanno -con cosa in capo non da lor saputa, -se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno; -per che la mano ad accertar s’aiuta, -e cerca e truova e quello officio adempie -che non si può fornir per la veduta; -e con le dita de la destra scempie -trovai pur sei le lettere che ’ncise -quel da le chiavi a me sovra le tempie: -a che guardando, il mio duca sorrise. diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-13 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-13 deleted file mode 100644 index 74018be..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-13 +++ /dev/null @@ -1,154 +0,0 @@ -Noi eravamo al sommo de la scala, -dove secondamente si risega -lo monte che salendo altrui dismala. -Ivi così una cornice lega -dintorno il poggio, come la primaia; -se non che l’arco suo più tosto piega. -Ombra non lì è né segno che si paia: -parsi la ripa e parsi la via schietta -col livido color de la petraia. -«Se qui per dimandar gente s’aspetta», -ragionava il poeta, «io temo forse -che troppo avrà d’indugio nostra eletta». -Poi fisamente al sole li occhi porse; -fece del destro lato a muover centro, -e la sinistra parte di sé torse. -«O dolce lume a cui fidanza i’ entro -per lo novo cammin, tu ne conduci», -dicea, «come condur si vuol quinc’ entro. -Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci; -s’altra ragione in contrario non ponta, -esser dien sempre li tuoi raggi duci». -Quanto di qua per un migliaio si conta, -tanto di là eravam noi già iti, -con poco tempo, per la voglia pronta; -e verso noi volar furon sentiti, -non però visti, spiriti parlando -a la mensa d’amor cortesi inviti. -La prima voce che passò volando -‘Vinum non habent’ altamente disse, -e dietro a noi l’andò reïterando. -E prima che del tutto non si udisse -per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’ -passò gridando, e anco non s’affisse. -«Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?». -E com’ io domandai, ecco la terza -dicendo: ‘Amate da cui male aveste’. -E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza -la colpa de la invidia, e però sono -tratte d’amor le corde de la ferza. -Lo fren vuol esser del contrario suono; -credo che l’udirai, per mio avviso, -prima che giunghi al passo del perdono. -Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso, -e vedrai gente innanzi a noi sedersi, -e ciascun è lungo la grotta assiso». -Allora più che prima li occhi apersi; -guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti -al color de la pietra non diversi. -E poi che fummo un poco più avanti, -udia gridar: ‘Maria, òra per noi’: -gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’. -Non credo che per terra vada ancoi -omo sì duro, che non fosse punto -per compassion di quel ch’i’ vidi poi; -ché, quando fui sì presso di lor giunto, -che li atti loro a me venivan certi, -per li occhi fui di grave dolor munto. -Di vil ciliccio mi parean coperti, -e l’un sofferia l’altro con la spalla, -e tutti da la ripa eran sofferti. -Così li ciechi a cui la roba falla, -stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna, -e l’uno il capo sopra l’altro avvalla, -perché ’n altrui pietà tosto si pogna, -non pur per lo sonar de le parole, -ma per la vista che non meno agogna. -E come a li orbi non approda il sole, -così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora, -luce del ciel di sé largir non vole; -ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra -e cusce sì, come a sparvier selvaggio -si fa però che queto non dimora. -A me pareva, andando, fare oltraggio, -veggendo altrui, non essendo veduto: -per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio. -Ben sapev’ ei che volea dir lo muto; -e però non attese mia dimanda, -ma disse: «Parla, e sie breve e arguto». -Virgilio mi venìa da quella banda -de la cornice onde cader si puote, -perché da nulla sponda s’inghirlanda; -da l’altra parte m’eran le divote -ombre, che per l’orribile costura -premevan sì, che bagnavan le gote. -Volsimi a loro e: «O gente sicura», -incominciai, «di veder l’alto lume -che ’l disio vostro solo ha in sua cura, -se tosto grazia resolva le schiume -di vostra coscïenza sì che chiaro -per essa scenda de la mente il fiume, -ditemi, ché mi fia grazioso e caro, -s’anima è qui tra voi che sia latina; -e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo». -«O frate mio, ciascuna è cittadina -d’una vera città; ma tu vuo’ dire -che vivesse in Italia peregrina». -Questo mi parve per risposta udire -più innanzi alquanto che là dov’ io stava, -ond’ io mi feci ancor più là sentire. -Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava -in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’, -lo mento a guisa d’orbo in sù levava. -«Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome, -se tu se’ quelli che mi rispondesti, -fammiti conto o per luogo o per nome». -«Io fui sanese», rispuose, «e con questi -altri rimendo qui la vita ria, -lagrimando a colui che sé ne presti. -Savia non fui, avvegna che Sapìa -fossi chiamata, e fui de li altrui danni -più lieta assai che di ventura mia. -E perché tu non creda ch’io t’inganni, -odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle, -già discendendo l’arco d’i miei anni. -Eran li cittadin miei presso a Colle -in campo giunti co’ loro avversari, -e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle. -Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari -passi di fuga; e veggendo la caccia, -letizia presi a tutte altre dispari, -tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia, -gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”, -come fé ’l merlo per poca bonaccia. -Pace volli con Dio in su lo stremo -de la mia vita; e ancor non sarebbe -lo mio dover per penitenza scemo, -se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe -Pier Pettinaio in sue sante orazioni, -a cui di me per caritate increbbe. -Ma tu chi se’, che nostre condizioni -vai dimandando, e porti li occhi sciolti, -sì com’ io credo, e spirando ragioni?». -«Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti, -ma picciol tempo, ché poca è l’offesa -fatta per esser con invidia vòlti. -Troppa è più la paura ond’ è sospesa -l’anima mia del tormento di sotto, -che già lo ’ncarco di là giù mi pesa». -Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto -qua sù tra noi, se giù ritornar credi?». -E io: «Costui ch’è meco e non fa motto. -E vivo sono; e però mi richiedi, -spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova -di là per te ancor li mortai piedi». -«Oh, questa è a udir sì cosa nuova», -rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami; -però col priego tuo talor mi giova. -E cheggioti, per quel che tu più brami, -se mai calchi la terra di Toscana, -che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami. -Tu li vedrai tra quella gente vana -che spera in Talamone, e perderagli -più di speranza ch’a trovar la Diana; -ma più vi perderanno li ammiragli». diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-14 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-14 deleted file mode 100644 index 910d4af..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-14 +++ /dev/null @@ -1,151 +0,0 @@ -«Chi è costui che ’l nostro monte cerchia -prima che morte li abbia dato il volo, -e apre li occhi a sua voglia e coverchia?». -«Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo; -domandal tu che più li t’avvicini, -e dolcemente, sì che parli, acco’lo». -Così due spirti, l’uno a l’altro chini, -ragionavan di me ivi a man dritta; -poi fer li visi, per dirmi, supini; -e disse l’uno: «O anima che fitta -nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai, -per carità ne consola e ne ditta -onde vieni e chi se’; ché tu ne fai -tanto maravigliar de la tua grazia, -quanto vuol cosa che non fu più mai». -E io: «Per mezza Toscana si spazia -un fiumicel che nasce in Falterona, -e cento miglia di corso nol sazia. -Di sovr’ esso rech’ io questa persona: -dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno, -ché ’l nome mio ancor molto non suona». -«Se ben lo ’ntendimento tuo accarno -con lo ’ntelletto», allora mi rispuose -quei che diceva pria, «tu parli d’Arno». -E l’altro disse lui: «Perché nascose -questi il vocabol di quella riviera, -pur com’ om fa de l’orribili cose?». -E l’ombra che di ciò domandata era, -si sdebitò così: «Non so; ma degno -ben è che ’l nome di tal valle pèra; -ché dal principio suo, ov’ è sì pregno -l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro, -che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno, -infin là ’ve si rende per ristoro -di quel che ’l ciel de la marina asciuga, -ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro, -vertù così per nimica si fuga -da tutti come biscia, o per sventura -del luogo, o per mal uso che li fruga: -ond’ hanno sì mutata lor natura -li abitator de la misera valle, -che par che Circe li avesse in pastura. -Tra brutti porci, più degni di galle -che d’altro cibo fatto in uman uso, -dirizza prima il suo povero calle. -Botoli trova poi, venendo giuso, -ringhiosi più che non chiede lor possa, -e da lor disdegnosa torce il muso. -Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa, -tanto più trova di can farsi lupi -la maladetta e sventurata fossa. -Discesa poi per più pelaghi cupi, -trova le volpi sì piene di froda, -che non temono ingegno che le occùpi. -Né lascerò di dir perch’ altri m’oda; -e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta -di ciò che vero spirto mi disnoda. -Io veggio tuo nepote che diventa -cacciator di quei lupi in su la riva -del fiero fiume, e tutti li sgomenta. -Vende la carne loro essendo viva; -poscia li ancide come antica belva; -molti di vita e sé di pregio priva. -Sanguinoso esce de la trista selva; -lasciala tal, che di qui a mille anni -ne lo stato primaio non si rinselva». -Com’ a l’annunzio di dogliosi danni -si turba il viso di colui ch’ascolta, -da qual che parte il periglio l’assanni, -così vid’ io l’altr’ anima, che volta -stava a udir, turbarsi e farsi trista, -poi ch’ebbe la parola a sé raccolta. -Lo dir de l’una e de l’altra la vista -mi fer voglioso di saper lor nomi, -e dimanda ne fei con prieghi mista; -per che lo spirto che di pria parlòmi -ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca -nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi. -Ma da che Dio in te vuol che traluca -tanto sua grazia, non ti sarò scarso; -però sappi ch’io fui Guido del Duca. -Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso, -che se veduto avesse uom farsi lieto, -visto m’avresti di livore sparso. -Di mia semente cotal paglia mieto; -o gente umana, perché poni ’l core -là ’v’ è mestier di consorte divieto? -Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore -de la casa da Calboli, ove nullo -fatto s’è reda poi del suo valore. -E non pur lo suo sangue è fatto brullo, -tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno, -del ben richesto al vero e al trastullo; -ché dentro a questi termini è ripieno -di venenosi sterpi, sì che tardi -per coltivare omai verrebber meno. -Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi? -Pier Traversaro e Guido di Carpigna? -Oh Romagnuoli tornati in bastardi! -Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? -quando in Faenza un Bernardin di Fosco, -verga gentil di picciola gramigna? -Non ti maravigliar s’io piango, Tosco, -quando rimembro, con Guido da Prata, -Ugolin d’Azzo che vivette nosco, -Federigo Tignoso e sua brigata, -la casa Traversara e li Anastagi -(e l’una gente e l’altra è diretata), -le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi -che ne ’nvogliava amore e cortesia -là dove i cuor son fatti sì malvagi. -O Bretinoro, ché non fuggi via, -poi che gita se n’è la tua famiglia -e molta gente per non esser ria? -Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; -e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, -che di figliar tai conti più s’impiglia. -Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio -lor sen girà; ma non però che puro -già mai rimagna d’essi testimonio. -O Ugolin de’ Fantolin, sicuro -è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta -chi far lo possa, tralignando, scuro. -Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta -troppo di pianger più che di parlare, -sì m’ha nostra ragion la mente stretta». -Noi sapavam che quell’ anime care -ci sentivano andar; però, tacendo, -facëan noi del cammin confidare. -Poi fummo fatti soli procedendo, -folgore parve quando l’aere fende, -voce che giunse di contra dicendo: -‘Anciderammi qualunque m’apprende’; -e fuggì come tuon che si dilegua, -se sùbito la nuvola scoscende. -Come da lei l’udir nostro ebbe triegua, -ed ecco l’altra con sì gran fracasso, -che somigliò tonar che tosto segua: -«Io sono Aglauro che divenni sasso»; -e allor, per ristrignermi al poeta, -in destro feci, e non innanzi, il passo. -Già era l’aura d’ogne parte queta; -ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo -che dovria l’uom tener dentro a sua meta. -Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo -de l’antico avversaro a sé vi tira; -e però poco val freno o richiamo. -Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira, -mostrandovi le sue bellezze etterne, -e l’occhio vostro pur a terra mira; -onde vi batte chi tutto discerne». diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-15 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-15 deleted file mode 100644 index 41596b5..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-15 +++ /dev/null @@ -1,145 +0,0 @@ -Quanto tra l’ultimar de l’ora terza -e ’l principio del dì par de la spera -che sempre a guisa di fanciullo scherza, -tanto pareva già inver’ la sera -essere al sol del suo corso rimaso; -vespero là, e qui mezza notte era. -E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso, -perché per noi girato era sì ’l monte, -che già dritti andavamo inver’ l’occaso, -quand’ io senti’ a me gravar la fronte -a lo splendore assai più che di prima, -e stupor m’eran le cose non conte; -ond’ io levai le mani inver’ la cima -de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio, -che del soverchio visibile lima. -Come quando da l’acqua o da lo specchio -salta lo raggio a l’opposita parte, -salendo su per lo modo parecchio -a quel che scende, e tanto si diparte -dal cader de la pietra in igual tratta, -sì come mostra esperïenza e arte; -così mi parve da luce rifratta -quivi dinanzi a me esser percosso; -per che a fuggir la mia vista fu ratta. -«Che è quel, dolce padre, a che non posso -schermar lo viso tanto che mi vaglia», -diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?». -«Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia -la famiglia del cielo», a me rispuose: -«messo è che viene ad invitar ch’om saglia. -Tosto sarà ch’a veder queste cose -non ti fia grave, ma fieti diletto -quanto natura a sentir ti dispuose». -Poi giunti fummo a l’angel benedetto, -con lieta voce disse: «Intrate quinci -ad un scaleo vie men che li altri eretto». -Noi montavam, già partiti di linci, -e ‘Beati misericordes!’ fue -cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’. -Lo mio maestro e io soli amendue -suso andavamo; e io pensai, andando, -prode acquistar ne le parole sue; -e dirizza’mi a lui sì dimandando: -«Che volse dir lo spirto di Romagna, -e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?». -Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna -conosce il danno; e però non s’ammiri -se ne riprende perché men si piagna. -Perché s’appuntano i vostri disiri -dove per compagnia parte si scema, -invidia move il mantaco a’ sospiri. -Ma se l’amor de la spera supprema -torcesse in suso il disiderio vostro, -non vi sarebbe al petto quella tema; -ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’, -tanto possiede più di ben ciascuno, -e più di caritate arde in quel chiostro». -«Io son d’esser contento più digiuno», -diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto, -e più di dubbio ne la mente aduno. -Com’ esser puote ch’un ben, distributo -in più posseditor, faccia più ricchi -di sé che se da pochi è posseduto?». -Ed elli a me: «Però che tu rificchi -la mente pur a le cose terrene, -di vera luce tenebre dispicchi. -Quello infinito e ineffabil bene -che là sù è, così corre ad amore -com’ a lucido corpo raggio vene. -Tanto si dà quanto trova d’ardore; -sì che, quantunque carità si stende, -cresce sovr’ essa l’etterno valore. -E quanta gente più là sù s’intende, -più v’è da bene amare, e più vi s’ama, -e come specchio l’uno a l’altro rende. -E se la mia ragion non ti disfama, -vedrai Beatrice, ed ella pienamente -ti torrà questa e ciascun’ altra brama. -Procaccia pur che tosto sieno spente, -come son già le due, le cinque piaghe, -che si richiudon per esser dolente». -Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’, -vidimi giunto in su l’altro girone, -sì che tacer mi fer le luci vaghe. -Ivi mi parve in una visïone -estatica di sùbito esser tratto, -e vedere in un tempio più persone; -e una donna, in su l’entrar, con atto -dolce di madre dicer: «Figliuol mio, -perché hai tu così verso noi fatto? -Ecco, dolenti, lo tuo padre e io -ti cercavamo». E come qui si tacque, -ciò che pareva prima, dispario. -Indi m’apparve un’altra con quell’ acque -giù per le gote che ’l dolor distilla -quando di gran dispetto in altrui nacque, -e dir: «Se tu se’ sire de la villa -del cui nome ne’ dèi fu tanta lite, -e onde ogne scïenza disfavilla, -vendica te di quelle braccia ardite -ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto». -E ’l segnor mi parea, benigno e mite, -risponder lei con viso temperato: -«Che farem noi a chi mal ne disira, -se quei che ci ama è per noi condannato?», -Poi vidi genti accese in foco d’ira -con pietre un giovinetto ancider, forte -gridando a sé pur: «Martira, martira!». -E lui vedea chinarsi, per la morte -che l’aggravava già, inver’ la terra, -ma de li occhi facea sempre al ciel porte, -orando a l’alto Sire, in tanta guerra, -che perdonasse a’ suoi persecutori, -con quello aspetto che pietà diserra. -Quando l’anima mia tornò di fori -a le cose che son fuor di lei vere, -io riconobbi i miei non falsi errori. -Lo duca mio, che mi potea vedere -far sì com’ om che dal sonno si slega, -disse: «Che hai che non ti puoi tenere, -ma se’ venuto più che mezza lega -velando li occhi e con le gambe avvolte, -a guisa di cui vino o sonno piega?». -«O dolce padre mio, se tu m’ascolte, -io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve -quando le gambe mi furon sì tolte». -Ed ei: «Se tu avessi cento larve -sovra la faccia, non mi sarian chiuse -le tue cogitazion, quantunque parve. -Ciò che vedesti fu perché non scuse -d’aprir lo core a l’acque de la pace -che da l’etterno fonte son diffuse. -Non dimandai “Che hai?” per quel che face -chi guarda pur con l’occhio che non vede, -quando disanimato il corpo giace; -ma dimandai per darti forza al piede: -così frugar conviensi i pigri, lenti -ad usar lor vigilia quando riede». -Noi andavam per lo vespero, attenti -oltre quanto potean li occhi allungarsi -contra i raggi serotini e lucenti. -Ed ecco a poco a poco un fummo farsi -verso di noi come la notte oscuro; -né da quello era loco da cansarsi. -Questo ne tolse li occhi e l’aere puro. diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-16 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-16 deleted file mode 100644 index 7e2e9ba..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-16 +++ /dev/null @@ -1,145 +0,0 @@ -Buio d’inferno e di notte privata -d’ogne pianeto, sotto pover cielo, -quant’ esser può di nuvol tenebrata, -non fece al viso mio sì grosso velo -come quel fummo ch’ivi ci coperse, -né a sentir di così aspro pelo, -che l’occhio stare aperto non sofferse; -onde la scorta mia saputa e fida -mi s’accostò e l’omero m’offerse. -Sì come cieco va dietro a sua guida -per non smarrirsi e per non dar di cozzo -in cosa che ’l molesti, o forse ancida, -m’andava io per l’aere amaro e sozzo, -ascoltando il mio duca che diceva -pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo». -Io sentia voci, e ciascuna pareva -pregar per pace e per misericordia -l’Agnel di Dio che le peccata leva. -Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia; -una parola in tutte era e un modo, -sì che parea tra esse ogne concordia. -«Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?», -diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi, -e d’iracundia van solvendo il nodo». -«Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi, -e di noi parli pur come se tue -partissi ancor lo tempo per calendi?». -Così per una voce detto fue; -onde ’l maestro mio disse: «Rispondi, -e domanda se quinci si va sùe». -E io: «O creatura che ti mondi -per tornar bella a colui che ti fece, -maraviglia udirai, se mi secondi». -«Io ti seguiterò quanto mi lece», -rispuose; «e se veder fummo non lascia, -l’udir ci terrà giunti in quella vece». -Allora incominciai: «Con quella fascia -che la morte dissolve men vo suso, -e venni qui per l’infernale ambascia. -E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso, -tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte -per modo tutto fuor del moderno uso, -non mi celar chi fosti anzi la morte, -ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco; -e tue parole fier le nostre scorte». -«Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco; -del mondo seppi, e quel valore amai -al quale ha or ciascun disteso l’arco. -Per montar sù dirittamente vai». -Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego -che per me prieghi quando sù sarai». -E io a lui: «Per fede mi ti lego -di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio -dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego. -Prima era scempio, e ora è fatto doppio -ne la sentenza tua, che mi fa certo -qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio. -Lo mondo è ben così tutto diserto -d’ogne virtute, come tu mi sone, -e di malizia gravido e coverto; -ma priego che m’addite la cagione, -sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui; -ché nel cielo uno, e un qua giù la pone». -Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!», -mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate, -lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui. -Voi che vivete ogne cagion recate -pur suso al cielo, pur come se tutto -movesse seco di necessitate. -Se così fosse, in voi fora distrutto -libero arbitrio, e non fora giustizia -per ben letizia, e per male aver lutto. -Lo cielo i vostri movimenti inizia; -non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica, -lume v’è dato a bene e a malizia, -e libero voler; che, se fatica -ne le prime battaglie col ciel dura, -poi vince tutto, se ben si notrica. -A maggior forza e a miglior natura -liberi soggiacete; e quella cria -la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura. -Però, se ’l mondo presente disvia, -in voi è la cagione, in voi si cheggia; -e io te ne sarò or vera spia. -Esce di mano a lui che la vagheggia -prima che sia, a guisa di fanciulla -che piangendo e ridendo pargoleggia, -l’anima semplicetta che sa nulla, -salvo che, mossa da lieto fattore, -volontier torna a ciò che la trastulla. -Di picciol bene in pria sente sapore; -quivi s’inganna, e dietro ad esso corre, -se guida o fren non torce suo amore. -Onde convenne legge per fren porre; -convenne rege aver, che discernesse -de la vera cittade almen la torre. -Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? -Nullo, però che ’l pastor che procede, -rugumar può, ma non ha l’unghie fesse; -per che la gente, che sua guida vede -pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta, -di quel si pasce, e più oltre non chiede. -Ben puoi veder che la mala condotta -è la cagion che ’l mondo ha fatto reo, -e non natura che ’n voi sia corrotta. -Soleva Roma, che ’l buon mondo feo, -due soli aver, che l’una e l’altra strada -facean vedere, e del mondo e di Deo. -L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada -col pasturale, e l’un con l’altro insieme -per viva forza mal convien che vada; -però che, giunti, l’un l’altro non teme: -se non mi credi, pon mente a la spiga, -ch’ogn’ erba si conosce per lo seme. -In sul paese ch’Adice e Po riga, -solea valore e cortesia trovarsi, -prima che Federigo avesse briga; -or può sicuramente indi passarsi -per qualunque lasciasse, per vergogna -di ragionar coi buoni o d’appressarsi. -Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna -l’antica età la nova, e par lor tardo -che Dio a miglior vita li ripogna: -Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo -e Guido da Castel, che mei si noma, -francescamente, il semplice Lombardo. -Dì oggimai che la Chiesa di Roma, -per confondere in sé due reggimenti, -cade nel fango, e sé brutta e la soma». -«O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti; -e or discerno perché dal retaggio -li figli di Levì furono essenti. -Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio -di’ ch’è rimaso de la gente spenta, -in rimprovèro del secol selvaggio?». -«O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta», -rispuose a me; «ché, parlandomi tosco, -par che del buon Gherardo nulla senta. -Per altro sopranome io nol conosco, -s’io nol togliessi da sua figlia Gaia. -Dio sia con voi, ché più non vegno vosco. -Vedi l’albor che per lo fummo raia -già biancheggiare, e me convien partirmi -(l’angelo è ivi) prima ch’io li paia». -Così tornò, e più non volle udirmi. diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-17 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-17 deleted file mode 100644 index ca3f2fa..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-17 +++ /dev/null @@ -1,139 +0,0 @@ -Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe -ti colse nebbia per la qual vedessi -non altrimenti che per pelle talpe, -come, quando i vapori umidi e spessi -a diradar cominciansi, la spera -del sol debilemente entra per essi; -e fia la tua imagine leggera -in giugnere a veder com’ io rividi -lo sole in pria, che già nel corcar era. -Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi -del mio maestro, usci’ fuor di tal nube -ai raggi morti già ne’ bassi lidi. -O imaginativa che ne rube -talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge -perché dintorno suonin mille tube, -chi move te, se ’l senso non ti porge? -Moveti lume che nel ciel s’informa, -per sé o per voler che giù lo scorge. -De l’empiezza di lei che mutò forma -ne l’uccel ch’a cantar più si diletta, -ne l’imagine mia apparve l’orma; -e qui fu la mia mente sì ristretta -dentro da sé, che di fuor non venìa -cosa che fosse allor da lei ricetta. -Poi piovve dentro a l’alta fantasia -un crucifisso, dispettoso e fero -ne la sua vista, e cotal si moria; -intorno ad esso era il grande Assüero, -Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo, -che fu al dire e al far così intero. -E come questa imagine rompeo -sé per sé stessa, a guisa d’una bulla -cui manca l’acqua sotto qual si feo, -surse in mia visïone una fanciulla -piangendo forte, e dicea: «O regina, -perché per ira hai voluto esser nulla? -Ancisa t’hai per non perder Lavina; -or m’hai perduta! Io son essa che lutto, -madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina». -Come si frange il sonno ove di butto -nova luce percuote il viso chiuso, -che fratto guizza pria che muoia tutto; -così l’imaginar mio cadde giuso -tosto che lume il volto mi percosse, -maggior assai che quel ch’è in nostro uso. -I’ mi volgea per veder ov’ io fosse, -quando una voce disse «Qui si monta», -che da ogne altro intento mi rimosse; -e fece la mia voglia tanto pronta -di riguardar chi era che parlava, -che mai non posa, se non si raffronta. -Ma come al sol che nostra vista grava -e per soverchio sua figura vela, -così la mia virtù quivi mancava. -«Questo è divino spirito, che ne la -via da ir sù ne drizza sanza prego, -e col suo lume sé medesmo cela. -Sì fa con noi, come l’uom si fa sego; -ché quale aspetta prego e l’uopo vede, -malignamente già si mette al nego. -Or accordiamo a tanto invito il piede; -procacciam di salir pria che s’abbui, -ché poi non si poria, se ’l dì non riede». -Così disse il mio duca, e io con lui -volgemmo i nostri passi ad una scala; -e tosto ch’io al primo grado fui, -senti’mi presso quasi un muover d’ala -e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati -pacifici, che son sanz’ ira mala!’. -Già eran sovra noi tanto levati -li ultimi raggi che la notte segue, -che le stelle apparivan da più lati. -‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’, -fra me stesso dicea, ché mi sentiva -la possa de le gambe posta in triegue. -Noi eravam dove più non saliva -la scala sù, ed eravamo affissi, -pur come nave ch’a la piaggia arriva. -E io attesi un poco, s’io udissi -alcuna cosa nel novo girone; -poi mi volsi al maestro mio, e dissi: -«Dolce mio padre, dì, quale offensione -si purga qui nel giro dove semo? -Se i piè si stanno, non stea tuo sermone». -Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo -del suo dover, quiritta si ristora; -qui si ribatte il mal tardato remo. -Ma perché più aperto intendi ancora, -volgi la mente a me, e prenderai -alcun buon frutto di nostra dimora». -«Né creator né creatura mai», -cominciò el, «figliuol, fu sanza amore, -o naturale o d’animo; e tu ’l sai. -Lo naturale è sempre sanza errore, -ma l’altro puote errar per malo obietto -o per troppo o per poco di vigore. -Mentre ch’elli è nel primo ben diretto, -e ne’ secondi sé stesso misura, -esser non può cagion di mal diletto; -ma quando al mal si torce, o con più cura -o con men che non dee corre nel bene, -contra ’l fattore adovra sua fattura. -Quinci comprender puoi ch’esser convene -amor sementa in voi d’ogne virtute -e d’ogne operazion che merta pene. -Or, perché mai non può da la salute -amor del suo subietto volger viso, -da l’odio proprio son le cose tute; -e perché intender non si può diviso, -e per sé stante, alcuno esser dal primo, -da quello odiare ogne effetto è deciso. -Resta, se dividendo bene stimo, -che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso -amor nasce in tre modi in vostro limo. -È chi, per esser suo vicin soppresso, -spera eccellenza, e sol per questo brama -ch’el sia di sua grandezza in basso messo; -è chi podere, grazia, onore e fama -teme di perder perch’ altri sormonti, -onde s’attrista sì che ’l contrario ama; -ed è chi per ingiuria par ch’aonti, -sì che si fa de la vendetta ghiotto, -e tal convien che ’l male altrui impronti. -Questo triforme amor qua giù di sotto -si piange: or vo’ che tu de l’altro intende, -che corre al ben con ordine corrotto. -Ciascun confusamente un bene apprende -nel qual si queti l’animo, e disira; -per che di giugner lui ciascun contende. -Se lento amore a lui veder vi tira -o a lui acquistar, questa cornice, -dopo giusto penter, ve ne martira. -Altro ben è che non fa l’uom felice; -non è felicità, non è la buona -essenza, d’ogne ben frutto e radice. -L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona, -di sovr’ a noi si piange per tre cerchi; -ma come tripartito si ragiona, -tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi». diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-18 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-18 deleted file mode 100644 index 469ad92..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-18 +++ /dev/null @@ -1,145 +0,0 @@ -Posto avea fine al suo ragionamento -l’alto dottore, e attento guardava -ne la mia vista s’io parea contento; -e io, cui nova sete ancor frugava, -di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse -lo troppo dimandar ch’io fo li grava’. -Ma quel padre verace, che s’accorse -del timido voler che non s’apriva, -parlando, di parlare ardir mi porse. -Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva -sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro -quanto la tua ragion parta o descriva. -Però ti prego, dolce padre caro, -che mi dimostri amore, a cui reduci -ogne buono operare e ’l suo contraro». -«Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci -de lo ’ntelletto, e fieti manifesto -l’error de’ ciechi che si fanno duci. -L’animo, ch’è creato ad amar presto, -ad ogne cosa è mobile che piace, -tosto che dal piacere in atto è desto. -Vostra apprensiva da esser verace -tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, -sì che l’animo ad essa volger face; -e se, rivolto, inver’ di lei si piega, -quel piegare è amor, quell’ è natura -che per piacer di novo in voi si lega. -Poi, come ’l foco movesi in altura -per la sua forma ch’è nata a salire -là dove più in sua matera dura, -così l’animo preso entra in disire, -ch’è moto spiritale, e mai non posa -fin che la cosa amata il fa gioire. -Or ti puote apparer quant’ è nascosa -la veritate a la gente ch’avvera -ciascun amore in sé laudabil cosa; -però che forse appar la sua matera -sempre esser buona, ma non ciascun segno -è buono, ancor che buona sia la cera». -«Le tue parole e ’l mio seguace ingegno», -rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto, -ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno; -ché, s’amore è di fuori a noi offerto -e l’anima non va con altro piede, -se dritta o torta va, non è suo merto». -Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede, -dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta -pur a Beatrice, ch’è opra di fede. -Ogne forma sustanzïal, che setta -è da matera ed è con lei unita, -specifica vertute ha in sé colletta, -la qual sanza operar non è sentita, -né si dimostra mai che per effetto, -come per verdi fronde in pianta vita. -Però, là onde vegna lo ’ntelletto -de le prime notizie, omo non sape, -e de’ primi appetibili l’affetto, -che sono in voi sì come studio in ape -di far lo mele; e questa prima voglia -merto di lode o di biasmo non cape. -Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia, -innata v’è la virtù che consiglia, -e de l’assenso de’ tener la soglia. -Quest’ è ’l principio là onde si piglia -ragion di meritare in voi, secondo -che buoni e rei amori accoglie e viglia. -Color che ragionando andaro al fondo, -s’accorser d’esta innata libertate; -però moralità lasciaro al mondo. -Onde, poniam che di necessitate -surga ogne amor che dentro a voi s’accende, -di ritenerlo è in voi la podestate. -La nobile virtù Beatrice intende -per lo libero arbitrio, e però guarda -che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende». -La luna, quasi a mezza notte tarda, -facea le stelle a noi parer più rade, -fatta com’ un secchion che tuttor arda; -e correa contro ’l ciel per quelle strade -che ’l sole infiamma allor che quel da Roma -tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade. -E quell’ ombra gentil per cui si noma -Pietola più che villa mantoana, -del mio carcar diposta avea la soma; -per ch’io, che la ragione aperta e piana -sovra le mie quistioni avea ricolta, -stava com’ om che sonnolento vana. -Ma questa sonnolenza mi fu tolta -subitamente da gente che dopo -le nostre spalle a noi era già volta. -E quale Ismeno già vide e Asopo -lungo di sè di notte furia e calca, -pur che i Teban di Bacco avesser uopo, -cotal per quel giron suo passo falca, -per quel ch’io vidi di color, venendo, -cui buon volere e giusto amor cavalca. -Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo -si movea tutta quella turba magna; -e due dinanzi gridavan piangendo: -«Maria corse con fretta a la montagna; -e Cesare, per soggiogare Ilerda, -punse Marsilia e poi corse in Ispagna». -«Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda -per poco amor», gridavan li altri appresso, -«che studio di ben far grazia rinverda». -«O gente in cui fervore aguto adesso -ricompie forse negligenza e indugio -da voi per tepidezza in ben far messo, -questi che vive, e certo i’ non vi bugio, -vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca; -però ne dite ond’ è presso il pertugio». -Parole furon queste del mio duca; -e un di quelli spirti disse: «Vieni -di retro a noi, e troverai la buca. -Noi siam di voglia a muoverci sì pieni, -che restar non potem; però perdona, -se villania nostra giustizia tieni. -Io fui abate in San Zeno a Verona -sotto lo ’mperio del buon Barbarossa, -di cui dolente ancor Milan ragiona. -E tale ha già l’un piè dentro la fossa, -che tosto piangerà quel monastero, -e tristo fia d’avere avuta possa; -perché suo figlio, mal del corpo intero, -e de la mente peggio, e che mal nacque, -ha posto in loco di suo pastor vero». -Io non so se più disse o s’ei si tacque, -tant’ era già di là da noi trascorso; -ma questo intesi, e ritener mi piacque. -E quei che m’era ad ogne uopo soccorso -disse: «Volgiti qua: vedine due -venir dando a l’accidïa di morso». -Di retro a tutti dicean: «Prima fue -morta la gente a cui il mar s’aperse, -che vedesse Iordan le rede sue. -E quella che l’affanno non sofferse -fino a la fine col figlio d’Anchise, -sé stessa a vita sanza gloria offerse». -Poi quando fuor da noi tanto divise -quell’ ombre, che veder più non potiersi, -novo pensiero dentro a me si mise, -del qual più altri nacquero e diversi; -e tanto d’uno in altro vaneggiai, -che li occhi per vaghezza ricopersi, -e ’l pensamento in sogno trasmutai. diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-19 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-19 deleted file mode 100644 index bba5739..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-19 +++ /dev/null @@ -1,145 +0,0 @@ -Ne l’ora che non può ’l calor dïurno -intepidar più ’l freddo de la luna, -vinto da terra, e talor da Saturno -—quando i geomanti lor Maggior Fortuna -veggiono in orïente, innanzi a l’alba, -surger per via che poco le sta bruna—, -mi venne in sogno una femmina balba, -ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta, -con le man monche, e di colore scialba. -Io la mirava; e come ’l sol conforta -le fredde membra che la notte aggrava, -così lo sguardo mio le facea scorta -la lingua, e poscia tutta la drizzava -in poco d’ora, e lo smarrito volto, -com’ amor vuol, così le colorava. -Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto, -cominciava a cantar sì, che con pena -da lei avrei mio intento rivolto. -«Io son», cantava, «io son dolce serena, -che ’ marinari in mezzo mar dismago; -tanto son di piacere a sentir piena! -Io volsi Ulisse del suo cammin vago -al canto mio; e qual meco s’ausa, -rado sen parte; sì tutto l’appago!». -Ancor non era sua bocca richiusa, -quand’ una donna apparve santa e presta -lunghesso me per far colei confusa. -«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?», -fieramente dicea; ed el venìa -con li occhi fitti pur in quella onesta. -L’altra prendea, e dinanzi l’apria -fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre; -quel mi svegliò col puzzo che n’uscia. -Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre -voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni; -troviam l’aperta per la qual tu entre». -Sù mi levai, e tutti eran già pieni -de l’alto dì i giron del sacro monte, -e andavam col sol novo a le reni. -Seguendo lui, portava la mia fronte -come colui che l’ha di pensier carca, -che fa di sé un mezzo arco di ponte; -quand’ io udi’ «Venite; qui si varca» -parlare in modo soave e benigno, -qual non si sente in questa mortal marca. -Con l’ali aperte, che parean di cigno, -volseci in sù colui che sì parlonne -tra due pareti del duro macigno. -Mosse le penne poi e ventilonne, -‘Qui lugent’ affermando esser beati, -ch’avran di consolar l’anime donne. -«Che hai che pur inver’ la terra guati?», -la guida mia incominciò a dirmi, -poco amendue da l’angel sormontati. -E io: «Con tanta sospeccion fa irmi -novella visïon ch’a sé mi piega, -sì ch’io non posso dal pensar partirmi». -«Vedesti», disse, «quell’antica strega -che sola sovr’ a noi omai si piagne; -vedesti come l’uom da lei si slega. -Bastiti, e batti a terra le calcagne; -li occhi rivolgi al logoro che gira -lo rege etterno con le rote magne». -Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira, -indi si volge al grido e si protende -per lo disio del pasto che là il tira, -tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende -la roccia per dar via a chi va suso, -n’andai infin dove ’l cerchiar si prende. -Com’ io nel quinto giro fui dischiuso, -vidi gente per esso che piangea, -giacendo a terra tutta volta in giuso. -‘Adhaesit pavimento anima mea’ -sentia dir lor con sì alti sospiri, -che la parola a pena s’intendea. -«O eletti di Dio, li cui soffriri -e giustizia e speranza fa men duri, -drizzate noi verso li alti saliri». -«Se voi venite dal giacer sicuri, -e volete trovar la via più tosto, -le vostre destre sien sempre di fori». -Così pregò ’l poeta, e sì risposto -poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io -nel parlare avvisai l’altro nascosto, -e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: -ond’ elli m’assentì con lieto cenno -ciò che chiedea la vista del disio. -Poi ch’io potei di me fare a mio senno, -trassimi sovra quella creatura -le cui parole pria notar mi fenno, -dicendo: «Spirto in cui pianger matura -quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi, -sosta un poco per me tua maggior cura. -Chi fosti e perché vòlti avete i dossi -al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri -cosa di là ond’ io vivendo mossi». -Ed elli a me: «Perché i nostri diretri -rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima -scias quod ego fui successor Petri. -Intra Sïestri e Chiaveri s’adima -una fiumana bella, e del suo nome -lo titol del mio sangue fa sua cima. -Un mese e poco più prova’ io come -pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, -che piuma sembran tutte l’altre some. -La mia conversïone, omè!, fu tarda; -ma, come fatto fui roman pastore, -così scopersi la vita bugiarda. -Vidi che lì non s’acquetava il core, -né più salir potiesi in quella vita; -per che di questa in me s’accese amore. -Fino a quel punto misera e partita -da Dio anima fui, del tutto avara; -or, come vedi, qui ne son punita. -Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara -in purgazion de l’anime converse; -e nulla pena il monte ha più amara. -Sì come l’occhio nostro non s’aderse -in alto, fisso a le cose terrene, -così giustizia qui a terra il merse. -Come avarizia spense a ciascun bene -lo nostro amore, onde operar perdési, -così giustizia qui stretti ne tene, -ne’ piedi e ne le man legati e presi; -e quanto fia piacer del giusto Sire, -tanto staremo immobili e distesi». -Io m’era inginocchiato e volea dire; -ma com’ io cominciai ed el s’accorse, -solo ascoltando, del mio reverire, -«Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?». -E io a lui: «Per vostra dignitate -mia coscïenza dritto mi rimorse». -«Drizza le gambe, lèvati sù, frate!», -rispuose; «non errar: conservo sono -teco e con li altri ad una podestate. -Se mai quel santo evangelico suono -che dice ‘Neque nubent’ intendesti, -ben puoi veder perch’ io così ragiono. -Vattene omai: non vo’ che più t’arresti; -ché la tua stanza mio pianger disagia, -col qual maturo ciò che tu dicesti. -Nepote ho io di là c’ha nome Alagia, -buona da sé, pur che la nostra casa -non faccia lei per essempro malvagia; -e questa sola di là m’è rimasa». diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-2 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-2 deleted file mode 100644 index d0c2431..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-2 +++ /dev/null @@ -1,133 +0,0 @@ -Già era ’l sole a l’orizzonte giunto -lo cui meridïan cerchio coverchia -Ierusalèm col suo più alto punto; -e la notte, che opposita a lui cerchia, -uscia di Gange fuor con le Bilance, -che le caggion di man quando soverchia; -sì che le bianche e le vermiglie guance, -là dov’ i’ era, de la bella Aurora -per troppa etate divenivan rance. - Noi eravam lunghesso mare ancora, - come gente che pensa a suo cammino, - che va col cuore e col corpo dimora. - Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino, - per li grossi vapor Marte rosseggia - giù nel ponente sovra ’l suol marino, - cotal m’apparve, s’ io ancor lo veggia, - un lume per lo mar venir sì ratto, - che ’l muover suo nessun volar pareggia. - Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto - l’occhio per domandar lo duca mio, - rividil più lucente e maggior fatto. - Poi d’ogne lato ad esso m’appario - un non sapeva che bianco, e di sotto - a poco a poco un altro a lui uscìo. - Lo mio maestro ancor non facea motto, - mentre che i primi bianchi apparver ali; - allor che ben conobbe il galeotto, - gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali. - Ecco l’angel di Dio: piega le mani; - omai vedrai di sì fatti officiali. - Vedi che sdegna li argomenti umani, - sì che remo non vuol, né altro velo - che l’ali sue, tra liti sì lontani. - Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo, - trattando l’aere con l’etterne penne, - che non si mutan come mortal pelo». - Poi, come più e più verso noi venne - l’uccel divino, più chiaro appariva: - per che l’occhio da presso nol sostenne, - ma chinail giuso; e quei sen venne a riva - - tanto che l’acqua nulla ne ‘nghiottiva. - Da poppa stava il celestial nocchiero, - tal che faria beato pur descripto; - e più di cento spirti entro sediero. - ‘In exitu Isräel de Aegypto’ - cantavan tutti insieme ad una voce - con quanto di quel salmo è poscia scripto. - Poi fece il segno lor di santa croce; - ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia: - ed el sen gì, come venne, veloce. - La turba che rimase lì, selvaggia - parea del loco, rimirando intorno - come colui che nove cose assaggia. - Da tutte parti saettava il giorno - lo sol, ch’avea con le saette conte - di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno, - quando la nova gente alzò la fronte - ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete, - mostratene la via di gire al monte». - E Virgilio rispuose: «Voi credete - forse che siamo esperti d’esto loco; - ma noi siam peregrin come voi siete. - Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco, - per altra via, che fu sì aspra e forte, - che lo salire omai ne parrà gioco». - L’anime, che si fuor di me accorte, - per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo, - maravigliando diventaro smorte. - E come a messagger che porta ulivo - tragge la gente per udir novelle, - e di calcar nessun si mostra schivo, - così al viso mio s’affisar quelle - anime fortunate tutte quante, - quasi oblïando d’ire a farsi belle. - Io vidi una di lor trarresi avante - per abbracciarmi con sì grande affetto, - che mosse me a far lo somigliante. - Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto! - tre volte dietro a lei le mani avvinsi, - e tante mi tornai con esse al petto. - Di maraviglia, credo, mi dipinsi; - per che l’ombra sorrise e si ritrasse, - e io, seguendo lei, oltre mi pinsi. - Soavemente disse ch’io posasse; - allor conobbi chi era, e pregai - che, per parlarmi, un poco s’arrestasse. - Rispuosemi: «Così com’ io t’amai - nel mortal corpo, così t’amo sciolta: - però m’arresto; ma tu perché vai?». - «Casella mio, per tornar altra volta - là dov’ io son, fo io questo vïaggio», - diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?». - Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio, - se quei che leva quando e cui li piace, - più volte m’ ha negato esto passaggio; - ché di giusto voler lo suo si face: - veramente da tre mesi elli ha tolto - chi ha voluto intrar, con tutta pace. - Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto - dove l’acqua di Tevero s’insala, - benignamente fu’ da lui ricolto. - A quella foce ha elli or dritta l’ala, - però che sempre quivi si ricoglie - qual verso Acheronte non si cala». - E io: «Se nuova legge non ti toglie - memoria o uso a l’amoroso canto - che mi solea quetar tutte mie doglie, - di ciò ti piaccia consolare alquanto - l’anima mia, che, con la sua persona - venendo qui, è affannata tanto!». - ‘Amor che ne la mente mi ragiona’ - cominciò elli allor sì dolcemente, - che la dolcezza ancor dentro mi suona. - Lo mio maestro e io e quella gente - ch’eran con lui parevan sì contenti, - come a nessun toccasse altro la mente. - Noi eravam tutti fissi e attenti - a le sue note; ed ecco il veglio onesto - gridando: «Che è ciò, spiriti lenti? - qual negligenza, quale stare è questo? - Correte al monte a spogliarvi lo scoglio - ch’esser non lascia a voi Dio manifesto». - Come quando, cogliendo biado o loglio, - li colombi adunati a la pastura, - queti, sanza mostrar l’usato orgoglio, - se cosa appare ond’ elli abbian paura, - subitamente lasciano star l’esca, - perch’ assaliti son da maggior cura; - così vid’ io quella masnada fresca - lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa, - com’ om che va, né sa dove rïesca; - né la nostra partita fu men tosta. diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-20 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-20 deleted file mode 100644 index 9d37781..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-20 +++ /dev/null @@ -1,151 +0,0 @@ -Contra miglior voler voler mal pugna; -onde contra ’l piacer mio, per piacerli, -trassi de l’acqua non sazia la spugna. -Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li -luoghi spediti pur lungo la roccia, -come si va per muro stretto a’ merli; -ché la gente che fonde a goccia a goccia -per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa, -da l’altra parte in fuor troppo s’approccia. -Maladetta sie tu, antica lupa, -che più che tutte l’altre bestie hai preda -per la tua fame sanza fine cupa! -O ciel, nel cui girar par che si creda -le condizion di qua giù trasmutarsi, -quando verrà per cui questa disceda? -Noi andavam con passi lenti e scarsi, -e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia -pietosamente piangere e lagnarsi; -e per ventura udi’ «Dolce Maria!» -dinanzi a noi chiamar così nel pianto -come fa donna che in parturir sia; -e seguitar: «Povera fosti tanto, -quanto veder si può per quello ospizio -dove sponesti il tuo portato santo». -Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio, -con povertà volesti anzi virtute -che gran ricchezza posseder con vizio». -Queste parole m’eran sì piaciute, -ch’io mi trassi oltre per aver contezza -di quello spirto onde parean venute. -Esso parlava ancor de la larghezza -che fece Niccolò a le pulcelle, -per condurre ad onor lor giovinezza. -«O anima che tanto ben favelle, -dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola -tu queste degne lode rinovelle. -Non fia sanza mercé la tua parola, -s’io ritorno a compiér lo cammin corto -di quella vita ch’al termine vola». -Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto -ch’io attenda di là, ma perché tanta -grazia in te luce prima che sie morto. -Io fui radice de la mala pianta -che la terra cristiana tutta aduggia, -sì che buon frutto rado se ne schianta. -Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia -potesser, tosto ne saria vendetta; -e io la cheggio a lui che tutto giuggia. -Chiamato fui di là Ugo Ciappetta; -di me son nati i Filippi e i Luigi -per cui novellamente è Francia retta. -Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi: -quando li regi antichi venner meno -tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi, -trova’mi stretto ne le mani il freno -del governo del regno, e tanta possa -di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno, -ch’a la corona vedova promossa -la testa di mio figlio fu, dal quale -cominciar di costor le sacrate ossa. -Mentre che la gran dota provenzale -al sangue mio non tolse la vergogna, -poco valea, ma pur non facea male. -Lì cominciò con forza e con menzogna -la sua rapina; e poscia, per ammenda, -Pontì e Normandia prese e Guascogna. -Carlo venne in Italia e, per ammenda, -vittima fé di Curradino; e poi -ripinse al ciel Tommaso, per ammenda. -Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi, -che tragge un altro Carlo fuor di Francia, -per far conoscer meglio e sé e ’ suoi. -Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia -con la qual giostrò Giuda, e quella ponta -sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia. -Quindi non terra, ma peccato e onta -guadagnerà, per sé tanto più grave, -quanto più lieve simil danno conta. -L’altro, che già uscì preso di nave, -veggio vender sua figlia e patteggiarne -come fanno i corsar de l’altre schiave. -O avarizia, che puoi tu più farne, -poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto, -che non si cura de la propria carne? -Perché men paia il mal futuro e ’l fatto, -veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, -e nel vicario suo Cristo esser catto. -Veggiolo un’altra volta esser deriso; -veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele, -e tra vivi ladroni esser anciso. -Veggio il novo Pilato sì crudele, -che ciò nol sazia, ma sanza decreto -portar nel Tempio le cupide vele. -O Segnor mio, quando sarò io lieto -a veder la vendetta che, nascosa, -fa dolce l’ira tua nel tuo secreto? -Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa -de lo Spirito Santo e che ti fece -verso me volger per alcuna chiosa, -tanto è risposto a tutte nostre prece -quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta, -contrario suon prendemo in quella vece. -Noi repetiam Pigmalïon allotta, -cui traditore e ladro e paricida -fece la voglia sua de l’oro ghiotta; -e la miseria de l’avaro Mida, -che seguì a la sua dimanda gorda, -per la qual sempre convien che si rida. -Del folle Acàn ciascun poi si ricorda, -come furò le spoglie, sì che l’ira -di Iosüè qui par ch’ancor lo morda. -Indi accusiam col marito Saffira; -lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro; -e in infamia tutto ’l monte gira -Polinestòr ch’ancise Polidoro; -ultimamente ci si grida: “Crasso, -dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”. -Talor parla l’uno alto e l’altro basso, -secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona -ora a maggiore e ora a minor passo: -però al ben che ’l dì ci si ragiona, -dianzi non era io sol; ma qui da presso -non alzava la voce altra persona». -Noi eravam partiti già da esso, -e brigavam di soverchiar la strada -tanto quanto al poder n’era permesso, -quand’ io senti’, come cosa che cada, -tremar lo monte; onde mi prese un gelo -qual prender suol colui ch’a morte vada. -Certo non si scoteo sì forte Delo, -pria che Latona in lei facesse ’l nido -a parturir li due occhi del cielo. -Poi cominciò da tutte parti un grido -tal, che ’l maestro inverso me si feo, -dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido». -‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’ -dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi, -onde intender lo grido si poteo. -No’ istavamo immobili e sospesi -come i pastor che prima udir quel canto, -fin che ’l tremar cessò ed el compiési. -Poi ripigliammo nostro cammin santo, -guardando l’ombre che giacean per terra, -tornate già in su l’usato pianto. -Nulla ignoranza mai con tanta guerra -mi fé desideroso di sapere, -se la memoria mia in ciò non erra, -quanta pareami allor, pensando, avere; -né per la fretta dimandare er’ oso, -né per me lì potea cosa vedere: -così m’andava timido e pensoso. diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-21 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-21 deleted file mode 100644 index c90fde2..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-21 +++ /dev/null @@ -1,136 +0,0 @@ -La sete natural che mai non sazia -se non con l’acqua onde la femminetta -samaritana domandò la grazia, -mi travagliava, e pungeami la fretta -per la ’mpacciata via dietro al mio duca, -e condoleami a la giusta vendetta. -Ed ecco, sì come ne scrive Luca -che Cristo apparve a’ due ch’erano in via, -già surto fuor de la sepulcral buca, -ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa, -dal piè guardando la turba che giace; -né ci addemmo di lei, sì parlò pria, -dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace». -Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio -rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface. -Poi cominciò: «Nel beato concilio -ti ponga in pace la verace corte -che me rilega ne l’etterno essilio». -«Come!», diss’ elli, e parte andavam forte: -«se voi siete ombre che Dio sù non degni, -chi v’ha per la sua scala tanto scorte?». -E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni -che questi porta e che l’angel profila, -ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni. -Ma perché lei che dì e notte fila -non li avea tratta ancora la conocchia -che Cloto impone a ciascuno e compila, -l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia, -venendo sù, non potea venir sola, -però ch’al nostro modo non adocchia. -Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola -d’inferno per mostrarli, e mosterrolli -oltre, quanto ’l potrà menar mia scola. -Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli -diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una -parve gridare infino a’ suoi piè molli». -Sì mi diè, dimandando, per la cruna -del mio disio, che pur con la speranza -si fece la mia sete men digiuna. -Quei cominciò: «Cosa non è che sanza -ordine senta la religïone -de la montagna, o che sia fuor d’usanza. -Libero è qui da ogne alterazione: -di quel che ’l ciel da sé in sé riceve -esser ci puote, e non d’altro, cagione. -Per che non pioggia, non grando, non neve, -non rugiada, non brina più sù cade -che la scaletta di tre gradi breve; -nuvole spesse non paion né rade, -né coruscar, né figlia di Taumante, -che di là cangia sovente contrade; -secco vapor non surge più avante -ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai, -dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante. -Trema forse più giù poco o assai; -ma per vento che ’n terra si nasconda, -non so come, qua sù non tremò mai. -Tremaci quando alcuna anima monda -sentesi, sì che surga o che si mova -per salir sù; e tal grido seconda. -De la mondizia sol voler fa prova, -che, tutto libero a mutar convento, -l’alma sorprende, e di voler le giova. -Prima vuol ben, ma non lascia il talento -che divina giustizia, contra voglia, -come fu al peccar, pone al tormento. -E io, che son giaciuto a questa doglia -cinquecent’ anni e più, pur mo sentii -libera volontà di miglior soglia: -però sentisti il tremoto e li pii -spiriti per lo monte render lode -a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii». -Così ne disse; e però ch’el si gode -tanto del ber quant’ è grande la sete, -non saprei dir quant’ el mi fece prode. -E ’l savio duca: «Omai veggio la rete -che qui vi ’mpiglia e come si scalappia, -perché ci trema e di che congaudete. -Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia, -e perché tanti secoli giaciuto -qui se’, ne le parole tue mi cappia». -«Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto -del sommo rege, vendicò le fóra -ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto, -col nome che più dura e più onora -era io di là», rispuose quello spirto, -«famoso assai, ma non con fede ancora. -Tanto fu dolce mio vocale spirto, -che, tolosano, a sé mi trasse Roma, -dove mertai le tempie ornar di mirto. -Stazio la gente ancor di là mi noma: -cantai di Tebe, e poi del grande Achille; -ma caddi in via con la seconda soma. -Al mio ardor fuor seme le faville, -che mi scaldar, de la divina fiamma -onde sono allumati più di mille; -de l’Eneïda dico, la qual mamma -fummi, e fummi nutrice, poetando: -sanz’ essa non fermai peso di dramma. -E per esser vivuto di là quando -visse Virgilio, assentirei un sole -più che non deggio al mio uscir di bando». -Volser Virgilio a me queste parole -con viso che, tacendo, disse ‘Taci’; -ma non può tutto la virtù che vuole; -ché riso e pianto son tanto seguaci -a la passion di che ciascun si spicca, -che men seguon voler ne’ più veraci. -Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca; -per che l’ombra si tacque, e riguardommi -ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca; -e «Se tanto labore in bene assommi», -disse, «perché la tua faccia testeso -un lampeggiar di riso dimostrommi?». -Or son io d’una parte e d’altra preso: -l’una mi fa tacer, l’altra scongiura -ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso -dal mio maestro, e «Non aver paura», -mi dice, «di parlar; ma parla e digli -quel ch’e’ dimanda con cotanta cura». -Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli, -antico spirto, del rider ch’io fei; -ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli. -Questi che guida in alto li occhi miei, -è quel Virgilio dal qual tu togliesti -forte a cantar de li uomini e d’i dèi. -Se cagion altra al mio rider credesti, -lasciala per non vera, ed esser credi -quelle parole che di lui dicesti». -Già s’inchinava ad abbracciar li piedi -al mio dottor, ma el li disse: «Frate, -non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi». -Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate -comprender de l’amor ch’a te mi scalda, -quand’ io dismento nostra vanitate, -trattando l’ombre come cosa salda». diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-22 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-22 deleted file mode 100644 index 5d740b7..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-22 +++ /dev/null @@ -1,154 +0,0 @@ -Già era l’angel dietro a noi rimaso, -l’angel che n’avea vòlti al sesto giro, -avendomi dal viso un colpo raso; -e quei c’hanno a giustizia lor disiro -detto n’avea beati, e le sue voci -con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro. -E io più lieve che per l’altre foci -m’andava, sì che sanz’ alcun labore -seguiva in sù li spiriti veloci; -quando Virgilio incominciò: «Amore, -acceso di virtù, sempre altro accese, -pur che la fiamma sua paresse fore; -onde da l’ora che tra noi discese -nel limbo de lo ’nferno Giovenale, -che la tua affezion mi fé palese, -mia benvoglienza inverso te fu quale -più strinse mai di non vista persona, -sì ch’or mi parran corte queste scale. -Ma dimmi, e come amico mi perdona -se troppa sicurtà m’allarga il freno, -e come amico omai meco ragiona: -come poté trovar dentro al tuo seno -loco avarizia, tra cotanto senno -di quanto per tua cura fosti pieno?». -Queste parole Stazio mover fenno -un poco a riso pria; poscia rispuose: -«Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno. -Veramente più volte appaion cose -che danno a dubitar falsa matera -per le vere ragion che son nascose. -La tua dimanda tuo creder m’avvera -esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita, -forse per quella cerchia dov’ io era. -Or sappi ch’avarizia fu partita -troppo da me, e questa dismisura -migliaia di lunari hanno punita. -E se non fosse ch’io drizzai mia cura, -quand’ io intesi là dove tu chiame, -crucciato quasi a l’umana natura: -‘Per che non reggi tu, o sacra fame -de l’oro, l’appetito de’ mortali?’, -voltando sentirei le giostre grame. -Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali -potean le mani a spendere, e pente’mi -così di quel come de li altri mali. -Quanti risurgeran coi crini scemi -per ignoranza, che di questa pecca -toglie ’l penter vivendo e ne li stremi! -E sappie che la colpa che rimbecca -per dritta opposizione alcun peccato, -con esso insieme qui suo verde secca; -però, s’io son tra quella gente stato -che piange l’avarizia, per purgarmi, -per lo contrario suo m’è incontrato». -«Or quando tu cantasti le crude armi -de la doppia trestizia di Giocasta», -disse ’l cantor de’ buccolici carmi, -«per quello che Clïò teco lì tasta, -non par che ti facesse ancor fedele -la fede, sanza qual ben far non basta. -Se così è, qual sole o quai candele -ti stenebraron sì, che tu drizzasti -poscia di retro al pescator le vele?». -Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti -verso Parnaso a ber ne le sue grotte, -e prima appresso Dio m’alluminasti. -Facesti come quei che va di notte, -che porta il lume dietro e sé non giova, -ma dopo sé fa le persone dotte, -quando dicesti: ‘Secol si rinova; -torna giustizia e primo tempo umano, -e progenïe scende da ciel nova’. -Per te poeta fui, per te cristiano: -ma perché veggi mei ciò ch’io disegno, -a colorare stenderò la mano. -Già era ’l mondo tutto quanto pregno -de la vera credenza, seminata -per li messaggi de l’etterno regno; -e la parola tua sopra toccata -si consonava a’ nuovi predicanti; -ond’ io a visitarli presi usata. -Vennermi poi parendo tanto santi, -che, quando Domizian li perseguette, -sanza mio lagrimar non fur lor pianti; -e mentre che di là per me si stette, -io li sovvenni, e i lor dritti costumi -fer dispregiare a me tutte altre sette. -E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi -di Tebe poetando, ebb’ io battesmo; -ma per paura chiuso cristian fu’mi, -lungamente mostrando paganesmo; -e questa tepidezza il quarto cerchio -cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo. -Tu dunque, che levato hai il coperchio -che m’ascondeva quanto bene io dico, -mentre che del salire avem soverchio, -dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico, -Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai: -dimmi se son dannati, e in qual vico». -«Costoro e Persio e io e altri assai», -rispuose il duca mio, «siam con quel Greco -che le Muse lattar più ch’altri mai, -nel primo cinghio del carcere cieco; -spesse fïate ragioniam del monte -che sempre ha le nutrice nostre seco. -Euripide v’è nosco e Antifonte, -Simonide, Agatone e altri piùe -Greci che già di lauro ornar la fronte. -Quivi si veggion de le genti tue -Antigone, Deïfile e Argia, -e Ismene sì trista come fue. -Védeisi quella che mostrò Langia; -èvvi la figlia di Tiresia, e Teti, -e con le suore sue Deïdamia». -Tacevansi ambedue già li poeti, -di novo attenti a riguardar dintorno, -liberi da saliri e da pareti; -e già le quattro ancelle eran del giorno -rimase a dietro, e la quinta era al temo, -drizzando pur in sù l’ardente corno, -quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo -le destre spalle volger ne convegna, -girando il monte come far solemo». -Così l’usanza fu lì nostra insegna, -e prendemmo la via con men sospetto -per l’assentir di quell’ anima degna. -Elli givan dinanzi, e io soletto -di retro, e ascoltava i lor sermoni, -ch’a poetar mi davano intelletto. -Ma tosto ruppe le dolci ragioni -un alber che trovammo in mezza strada, -con pomi a odorar soavi e buoni; -e come abete in alto si digrada -di ramo in ramo, così quello in giuso, -cred’ io, perché persona sù non vada. -Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso, -cadea de l’alta roccia un liquor chiaro -e si spandeva per le foglie suso. -Li due poeti a l’alber s’appressaro; -e una voce per entro le fronde -gridò: «Di questo cibo avrete caro». -Poi disse: «Più pensava Maria onde -fosser le nozze orrevoli e intere, -ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde. -E le Romane antiche, per lor bere, -contente furon d’acqua; e Danïello -dispregiò cibo e acquistò savere. -Lo secol primo, quant’ oro fu bello, -fé savorose con fame le ghiande, -e nettare con sete ogne ruscello. -Mele e locuste furon le vivande -che nodriro il Batista nel diserto; -per ch’elli è glorïoso e tanto grande -quanto per lo Vangelio v’è aperto». diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-23 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-23 deleted file mode 100644 index fd263fc..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-23 +++ /dev/null @@ -1,133 +0,0 @@ -Mentre che li occhi per la fronda verde -ficcava ïo sì come far suole -chi dietro a li uccellin sua vita perde, -lo più che padre mi dicea: «Figliuole, -vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto -più utilmente compartir si vuole». -Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto, -appresso i savi, che parlavan sìe, -che l’andar mi facean di nullo costo. -Ed ecco piangere e cantar s’udìe -‘Labïa mëa, Domine’ per modo -tal, che diletto e doglia parturìe. -«O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?», -comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno -forse di lor dover solvendo il nodo». -Sì come i peregrin pensosi fanno, -giugnendo per cammin gente non nota, -che si volgono ad essa e non restanno, -così di retro a noi, più tosto mota, -venendo e trapassando ci ammirava -d’anime turba tacita e devota. -Ne li occhi era ciascuna oscura e cava, -palida ne la faccia, e tanto scema -che da l’ossa la pelle s’informava. -Non credo che così a buccia strema -Erisittone fosse fatto secco, -per digiunar, quando più n’ebbe tema. -Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco -la gente che perdé Ierusalemme, -quando Maria nel figlio diè di becco!’ -Parean l’occhiaie anella sanza gemme: -chi nel viso de li uomini legge ‘omo’ -ben avria quivi conosciuta l’emme. -Chi crederebbe che l’odor d’un pomo -sì governasse, generando brama, -e quel d’un’acqua, non sappiendo como? -Già era in ammirar che sì li affama, -per la cagione ancor non manifesta -di lor magrezza e di lor trista squama, -ed ecco del profondo de la testa -volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso; -poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?». -Mai non l’avrei riconosciuto al viso; -ma ne la voce sua mi fu palese -ciò che l’aspetto in sé avea conquiso. -Questa favilla tutta mi raccese -mia conoscenza a la cangiata labbia, -e ravvisai la faccia di Forese. -«Deh, non contendere a l’asciutta scabbia -che mi scolora», pregava, «la pelle, -né a difetto di carne ch’io abbia; -ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle -due anime che là ti fanno scorta; -non rimaner che tu non mi favelle!». -«La faccia tua, ch’io lagrimai già morta, -mi dà di pianger mo non minor doglia», -rispuos’ io lui, «veggendola sì torta. -Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia; -non mi far dir mentr’ io mi maraviglio, -ché mal può dir chi è pien d’altra voglia». -Ed elli a me: «De l’etterno consiglio -cade vertù ne l’acqua e ne la pianta -rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio. -Tutta esta gente che piangendo canta -per seguitar la gola oltra misura, -in fame e ’n sete qui si rifà santa. -Di bere e di mangiar n’accende cura -l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo -che si distende su per sua verdura. -E non pur una volta, questo spazzo -girando, si rinfresca nostra pena: -io dico pena, e dovria dir sollazzo, -ché quella voglia a li alberi ci mena -che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’, -quando ne liberò con la sua vena». -E io a lui: «Forese, da quel dì -nel qual mutasti mondo a miglior vita, -cinqu’ anni non son vòlti infino a qui. -Se prima fu la possa in te finita -di peccar più, che sovvenisse l’ora -del buon dolor ch’a Dio ne rimarita, -come se’ tu qua sù venuto ancora? -Io ti credea trovar là giù di sotto, -dove tempo per tempo si ristora». -Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto -a ber lo dolce assenzo d’i martìri -la Nella mia con suo pianger dirotto. -Con suoi prieghi devoti e con sospiri -tratto m’ha de la costa ove s’aspetta, -e liberato m’ha de li altri giri. -Tanto è a Dio più cara e più diletta -la vedovella mia, che molto amai, -quanto in bene operare è più soletta; -ché la Barbagia di Sardigna assai -ne le femmine sue più è pudica -che la Barbagia dov’ io la lasciai. -O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica? -Tempo futuro m’è già nel cospetto, -cui non sarà quest’ ora molto antica, -nel qual sarà in pergamo interdetto -a le sfacciate donne fiorentine -l’andar mostrando con le poppe il petto. -Quai barbare fuor mai, quai saracine, -cui bisognasse, per farle ir coperte, -o spiritali o altre discipline? -Ma se le svergognate fosser certe -di quel che ’l ciel veloce loro ammanna, -già per urlare avrian le bocche aperte; -ché, se l’antiveder qui non m’inganna, -prima fien triste che le guance impeli -colui che mo si consola con nanna. -Deh, frate, or fa che più non mi ti celi! -vedi che non pur io, ma questa gente -tutta rimira là dove ’l sol veli». -Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente -qual fosti meco, e qual io teco fui, -ancor fia grave il memorar presente. -Di quella vita mi volse costui -che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda -vi si mostrò la suora di colui», -e ’l sol mostrai; «costui per la profonda -notte menato m’ha d’i veri morti -con questa vera carne che ’l seconda. -Indi m’han tratto sù li suoi conforti, -salendo e rigirando la montagna -che drizza voi che ’l mondo fece torti. -Tanto dice di farmi sua compagna -che io sarò là dove fia Beatrice; -quivi convien che sanza lui rimagna. -Virgilio è questi che così mi dice», -e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra -per cuï scosse dianzi ogne pendice -lo vostro regno, che da sé lo sgombra». diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-24 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-24 deleted file mode 100644 index 7a278d5..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-24 +++ /dev/null @@ -1,154 +0,0 @@ -Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento -facea, ma ragionando andavam forte, -sì come nave pinta da buon vento; -e l’ombre, che parean cose rimorte, -per le fosse de li occhi ammirazione -traean di me, di mio vivere accorte. -E io, continüando al mio sermone, -dissi: «Ella sen va sù forse più tarda -che non farebbe, per altrui cagione. -Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda; -dimmi s’io veggio da notar persona -tra questa gente che sì mi riguarda». -«La mia sorella, che tra bella e buona -non so qual fosse più, trïunfa lieta -ne l’alto Olimpo già di sua corona». -Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta -di nominar ciascun, da ch’è sì munta -nostra sembianza via per la dïeta. -Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta, -Bonagiunta da Lucca; e quella faccia -di là da lui più che l’altre trapunta -ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: -dal Torso fu, e purga per digiuno -l’anguille di Bolsena e la vernaccia». -Molti altri mi nomò ad uno ad uno; -e del nomar parean tutti contenti, -sì ch’io però non vidi un atto bruno. -Vidi per fame a vòto usar li denti -Ubaldin da la Pila e Bonifazio -che pasturò col rocco molte genti. -Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio -già di bere a Forlì con men secchezza, -e sì fu tal, che non si sentì sazio. -Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza -più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca, -che più parea di me aver contezza. -El mormorava; e non so che «Gentucca» -sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga -de la giustizia che sì li pilucca. -«O anima», diss’ io, «che par sì vaga -di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda, -e te e me col tuo parlare appaga». -«Femmina è nata, e non porta ancor benda», -cominciò el, «che ti farà piacere -la mia città, come ch’om la riprenda. -Tu te n’andrai con questo antivedere: -se nel mio mormorar prendesti errore, -dichiareranti ancor le cose vere. -Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore -trasse le nove rime, cominciando -‘Donne ch’avete intelletto d’amore’». -E io a lui: «I’ mi son un che, quando -Amor mi spira, noto, e a quel modo -ch’e’ ditta dentro vo significando». -«O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo -che ’l Notaro e Guittone e me ritenne -di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo! -Io veggio ben come le vostre penne -di retro al dittator sen vanno strette, -che de le nostre certo non avvenne; -e qual più a gradire oltre si mette, -non vede più da l’uno a l’altro stilo»; -e, quasi contentato, si tacette. -Come li augei che vernan lungo ’l Nilo, -alcuna volta in aere fanno schiera, -poi volan più a fretta e vanno in filo, -così tutta la gente che lì era, -volgendo ’l viso, raffrettò suo passo, -e per magrezza e per voler leggera. -E come l’uom che di trottare è lasso, -lascia andar li compagni, e sì passeggia -fin che si sfoghi l’affollar del casso, -sì lasciò trapassar la santa greggia -Forese, e dietro meco sen veniva, -dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?». -«Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva; -ma già non fïa il tornar mio tantosto, -ch’io non sia col voler prima a la riva; -però che ’l loco u’ fui a viver posto, -di giorno in giorno più di ben si spolpa, -e a trista ruina par disposto». -«Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa, -vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto -inver’ la valle ove mai non si scolpa. -La bestia ad ogne passo va più ratto, -crescendo sempre, fin ch’ella il percuote, -e lascia il corpo vilmente disfatto. -Non hanno molto a volger quelle ruote», -e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro -ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote. -Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro -in questo regno, sì ch’io perdo troppo -venendo teco sì a paro a paro». -Qual esce alcuna volta di gualoppo -lo cavalier di schiera che cavalchi, -e va per farsi onor del primo intoppo, -tal si partì da noi con maggior valchi; -e io rimasi in via con esso i due -che fuor del mondo sì gran marescalchi. -E quando innanzi a noi intrato fue, -che li occhi miei si fero a lui seguaci, -come la mente a le parole sue, -parvermi i rami gravidi e vivaci -d’un altro pomo, e non molto lontani -per esser pur allora vòlto in laci. -Vidi gente sott’ esso alzar le mani -e gridar non so che verso le fronde, -quasi bramosi fantolini e vani -che pregano, e ’l pregato non risponde, -ma, per fare esser ben la voglia acuta, -tien alto lor disio e nol nasconde. -Poi si partì sì come ricreduta; -e noi venimmo al grande arbore adesso, -che tanti prieghi e lagrime rifiuta. -«Trapassate oltre sanza farvi presso: -legno è più sù che fu morso da Eva, -e questa pianta si levò da esso». -Sì tra le frasche non so chi diceva; -per che Virgilio e Stazio e io, ristretti, -oltre andavam dal lato che si leva. -«Ricordivi», dicea, «d’i maladetti -nei nuvoli formati, che, satolli, -Tesëo combatter co’ doppi petti; -e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli, -per che no i volle Gedeon compagni, -quando inver’ Madïan discese i colli». -Sì accostati a l’un d’i due vivagni -passammo, udendo colpe de la gola -seguite già da miseri guadagni. -Poi, rallargati per la strada sola, -ben mille passi e più ci portar oltre, -contemplando ciascun sanza parola. -«Che andate pensando sì voi sol tre?». -sùbita voce disse; ond’ io mi scossi -come fan bestie spaventate e poltre. -Drizzai la testa per veder chi fossi; -e già mai non si videro in fornace -vetri o metalli sì lucenti e rossi, -com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace -montare in sù, qui si convien dar volta; -quinci si va chi vuole andar per pace». -L’aspetto suo m’avea la vista tolta; -per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori, -com’ om che va secondo ch’elli ascolta. -E quale, annunziatrice de li albori, -l’aura di maggio movesi e olezza, -tutta impregnata da l’erba e da’ fiori; -tal mi senti’ un vento dar per mezza -la fronte, e ben senti’ mover la piuma, -che fé sentir d’ambrosïa l’orezza. -E senti’ dir: «Beati cui alluma -tanto di grazia, che l’amor del gusto -nel petto lor troppo disir non fuma, -esurïendo sempre quanto è giusto!». diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-25 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-25 deleted file mode 100644 index 9c1fdc6..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-25 +++ /dev/null @@ -1,139 +0,0 @@ -Ora era onde ’l salir non volea storpio; -ché ’l sole avëa il cerchio di merigge -lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: -per che, come fa l’uom che non s’affigge -ma vassi a la via sua, che che li appaia, -se di bisogno stimolo il trafigge, -così intrammo noi per la callaia, -uno innanzi altro prendendo la scala -che per artezza i salitor dispaia. -E quale il cicognin che leva l’ala -per voglia di volare, e non s’attenta -d’abbandonar lo nido, e giù la cala; -tal era io con voglia accesa e spenta -di dimandar, venendo infino a l’atto -che fa colui ch’a dicer s’argomenta. -Non lasciò, per l’andar che fosse ratto, -lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca -l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto». -Allor sicuramente apri’ la bocca -e cominciai: «Come si può far magro -là dove l’uopo di nodrir non tocca?». -«Se t’ammentassi come Meleagro -si consumò al consumar d’un stizzo, -non fora», disse, «a te questo sì agro; -e se pensassi come, al vostro guizzo, -guizza dentro a lo specchio vostra image, -ciò che par duro ti parrebbe vizzo. -Ma perché dentro a tuo voler t’adage, -ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego -che sia or sanator de le tue piage». -«Se la veduta etterna li dislego», -rispuose Stazio, «là dove tu sie, -discolpi me non potert’ io far nego». -Poi cominciò: «Se le parole mie, -figlio, la mente tua guarda e riceve, -lume ti fiero al come che tu die. -Sangue perfetto, che poi non si beve -da l’assetate vene, e si rimane -quasi alimento che di mensa leve, -prende nel core a tutte membra umane -virtute informativa, come quello -ch’a farsi quelle per le vene vane. -Ancor digesto, scende ov’ è più bello -tacer che dire; e quindi poscia geme -sovr’ altrui sangue in natural vasello. -Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme, -l’un disposto a patire, e l’altro a fare -per lo perfetto loco onde si preme; -e, giunto lui, comincia ad operare -coagulando prima, e poi avviva -ciò che per sua matera fé constare. -Anima fatta la virtute attiva -qual d’una pianta, in tanto differente, -che questa è in via e quella è già a riva, -tanto ovra poi, che già si move e sente, -come spungo marino; e indi imprende -ad organar le posse ond’ è semente. -Or si spiega, figliuolo, or si distende -la virtù ch’è dal cor del generante, -dove natura a tutte membra intende. -Ma come d’animal divegna fante, -non vedi tu ancor: quest’ è tal punto, -che più savio di te fé già errante, -sì che per sua dottrina fé disgiunto -da l’anima il possibile intelletto, -perché da lui non vide organo assunto. -Apri a la verità che viene il petto; -e sappi che, sì tosto come al feto -l’articular del cerebro è perfetto, -lo motor primo a lui si volge lieto -sovra tant’ arte di natura, e spira -spirito novo, di vertù repleto, -che ciò che trova attivo quivi, tira -in sua sustanzia, e fassi un’alma sola, -che vive e sente e sé in sé rigira. -E perché meno ammiri la parola, -guarda il calor del sole che si fa vino, -giunto a l’omor che de la vite cola. -Quando Làchesis non ha più del lino, -solvesi da la carne, e in virtute -ne porta seco e l’umano e ’l divino: -l’altre potenze tutte quante mute; -memoria, intelligenza e volontade -in atto molto più che prima agute. -Sanza restarsi, per sé stessa cade -mirabilmente a l’una de le rive; -quivi conosce prima le sue strade. -Tosto che loco lì la circunscrive, -la virtù formativa raggia intorno -così e quanto ne le membra vive. -E come l’aere, quand’ è ben pïorno, -per l’altrui raggio che ’n sé si reflette, -di diversi color diventa addorno; -così l’aere vicin quivi si mette -e in quella forma ch’è in lui suggella -virtüalmente l’alma che ristette; -e simigliante poi a la fiammella -che segue il foco là ’vunque si muta, -segue lo spirto sua forma novella. -Però che quindi ha poscia sua paruta, -è chiamata ombra; e quindi organa poi -ciascun sentire infino a la veduta. -Quindi parliamo e quindi ridiam noi; -quindi facciam le lagrime e ’ sospiri -che per lo monte aver sentiti puoi. -Secondo che ci affliggono i disiri -e li altri affetti, l’ombra si figura; -e quest’ è la cagion di che tu miri». -E già venuto a l’ultima tortura -s’era per noi, e vòlto a la man destra, -ed eravamo attenti ad altra cura. -Quivi la ripa fiamma in fuor balestra, -e la cornice spira fiato in suso -che la reflette e via da lei sequestra; -ond’ ir ne convenia dal lato schiuso -ad uno ad uno; e io temëa ’l foco -quinci, e quindi temeva cader giuso. -Lo duca mio dicea: «Per questo loco -si vuol tenere a li occhi stretto il freno, -però ch’errar potrebbesi per poco». -‘Summae Deus clementïae’ nel seno -al grande ardore allora udi’ cantando, -che di volger mi fé caler non meno; -e vidi spirti per la fiamma andando; -per ch’io guardava a loro e a’ miei passi -compartendo la vista a quando a quando. -Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi, -gridavano alto: ‘Virum non cognosco’; -indi ricominciavan l’inno bassi. -Finitolo, anco gridavano: «Al bosco -si tenne Diana, ed Elice caccionne -che di Venere avea sentito il tòsco». -Indi al cantar tornavano; indi donne -gridavano e mariti che fuor casti -come virtute e matrimonio imponne. -E questo modo credo che lor basti -per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia: -con tal cura conviene e con tai pasti -che la piaga da sezzo si ricuscia. diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-26 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-26 deleted file mode 100644 index cd66f85..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-26 +++ /dev/null @@ -1,148 +0,0 @@ -Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro, -ce n’andavamo, e spesso il buon maestro -diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»; -feriami il sole in su l’omero destro, -che già, raggiando, tutto l’occidente -mutava in bianco aspetto di cilestro; -e io facea con l’ombra più rovente -parer la fiamma; e pur a tanto indizio -vidi molt’ ombre, andando, poner mente. -Questa fu la cagion che diede inizio -loro a parlar di me; e cominciarsi -a dir: «Colui non par corpo fittizio»; -poi verso me, quanto potëan farsi, -certi si fero, sempre con riguardo -di non uscir dove non fosser arsi. -«O tu che vai, non per esser più tardo, -ma forse reverente, a li altri dopo, -rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo. -Né solo a me la tua risposta è uopo; -ché tutti questi n’hanno maggior sete -che d’acqua fredda Indo o Etïopo. -Dinne com’ è che fai di te parete -al sol, pur come tu non fossi ancora -di morte intrato dentro da la rete». -Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora -già manifesto, s’io non fossi atteso -ad altra novità ch’apparve allora; -ché per lo mezzo del cammino acceso -venne gente col viso incontro a questa, -la qual mi fece a rimirar sospeso. -Lì veggio d’ogne parte farsi presta -ciascun’ ombra e basciarsi una con una -sanza restar, contente a brieve festa; -così per entro loro schiera bruna -s’ammusa l’una con l’altra formica, -forse a spiar lor via e lor fortuna. -Tosto che parton l’accoglienza amica, -prima che ’l primo passo lì trascorra, -sopragridar ciascuna s’affatica: -la nova gente: «Soddoma e Gomorra»; -e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife, -perché ’l torello a sua lussuria corra». -Poi, come grue ch’a le montagne Rife -volasser parte, e parte inver’ l’arene, -queste del gel, quelle del sole schife, -l’una gente sen va, l’altra sen vene; -e tornan, lagrimando, a’ primi canti -e al gridar che più lor si convene; -e raccostansi a me, come davanti, -essi medesmi che m’avean pregato, -attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti. -Io, che due volte avea visto lor grato, -incominciai: «O anime sicure -d’aver, quando che sia, di pace stato, -non son rimase acerbe né mature -le membra mie di là, ma son qui meco -col sangue suo e con le sue giunture. -Quinci sù vo per non esser più cieco; -donna è di sopra che m’acquista grazia, -per che ‘l mortal per vostro mondo reco. -Ma se la vostra maggior voglia sazia -tosto divegna, sì che ‘l ciel v’alberghi -ch’è pien d’amore e più ampio si spazia, -ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi, -chi siete voi, e chi è quella turba -che se ne va di retro a’ vostri terghi». -Non altrimenti stupido si turba -lo montanaro, e rimirando ammuta, -quando rozzo e salvatico s’inurba, -che ciascun’ ombra fece in sua paruta; -ma poi che furon di stupore scarche, -lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta, -«Beato te, che de le nostre marche», -ricominciò colei che pria m’inchiese, -«per morir meglio, esperïenza imbarche! -La gente che non vien con noi, offese -di ciò per che già Cesar, trïunfando, -“Regina” contra sé chiamar s’intese: -però si parton “Soddoma” gridando, -rimproverando a sé, com’ hai udito, -e aiutan l’arsura vergognando. -Nostro peccato fu ermafrodito; -ma perché non servammo umana legge, -seguendo come bestie l’appetito, -in obbrobrio di noi, per noi si legge, -quando partinci, il nome di colei -che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge. -Or sai nostri atti e di che fummo rei: -se forse a nome vuo’ saper chi semo, -tempo non è di dire, e non saprei. -Farotti ben di me volere scemo: -son Guido Guinizzelli, e già mi purgo -per ben dolermi prima ch’a lo stremo». -Quali ne la tristizia di Ligurgo -si fer due figli a riveder la madre, -tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo, -quand’ io odo nomar sé stesso il padre -mio e de li altri miei miglior che mai -rime d’amor usar dolci e leggiadre; -e sanza udire e dir pensoso andai -lunga fïata rimirando lui, -né, per lo foco, in là più m’appressai. -Poi che di riguardar pasciuto fui, -tutto m’offersi pronto al suo servigio -con l’affermar che fa credere altrui. -Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio, -per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro, -che Letè nol può tòrre né far bigio. -Ma se le tue parole or ver giuraro, -dimmi che è cagion per che dimostri -nel dire e nel guardar d’avermi caro». -E io a lui: «Li dolci detti vostri, -che, quanto durerà l’uso moderno, -faranno cari ancora i loro incostri». -«O frate», disse, «questi ch’io ti cerno -col dito», e additò un spirto innanzi, -«fu miglior fabbro del parlar materno. -Versi d’amore e prose di romanzi -soverchiò tutti; e lascia dir li stolti -che quel di Lemosì credon ch’avanzi. -A voce più ch’al ver drizzan li volti, -e così ferman sua oppinïone -prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti. -Così fer molti antichi di Guittone, -di grido in grido pur lui dando pregio, -fin che l’ha vinto il ver con più persone. -Or se tu hai sì ampio privilegio, -che licito ti sia l’andare al chiostro -nel quale è Cristo abate del collegio, -falli per me un dir d’un paternostro, -quanto bisogna a noi di questo mondo, -dove poter peccar non è più nostro». -Poi, forse per dar luogo altrui secondo -che presso avea, disparve per lo foco, -come per l’acqua il pesce andando al fondo. -Io mi fei al mostrato innanzi un poco, -e dissi ch’al suo nome il mio disire -apparecchiava grazïoso loco. -El cominciò liberamente a dire: -«Tan m’abellis vostre cortes deman, -qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire. -Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan; -consiros vei la passada folor, -e vei jausen lo joi qu’ esper, denan. -Ara vos prec, per aquella valor -que vos guida al som de l’escalina, -sovenha vos a temps de ma dolor!». -Poi s’ascose nel foco che li affina. diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-27 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-27 deleted file mode 100644 index 7012b05..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-27 +++ /dev/null @@ -1,142 +0,0 @@ -Sì come quando i primi raggi vibra -là dove il suo fattor lo sangue sparse, -cadendo Ibero sotto l’alta Libra, -e l’onde in Gange da nona rïarse, -sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva, -come l’angel di Dio lieto ci apparse. -Fuor de la fiamma stava in su la riva, -e cantava ‘Beati mundo corde!’ -in voce assai più che la nostra viva. -Poscia «Più non si va, se pria non morde, -anime sante, il foco: intrate in esso, -e al cantar di là non siate sorde», -ci disse come noi li fummo presso; -per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi, -qual è colui che ne la fossa è messo. -In su le man commesse mi protesi, -guardando il foco e imaginando forte -umani corpi già veduti accesi. -Volsersi verso me le buone scorte; -e Virgilio mi disse: «Figliuol mio, -qui può esser tormento, ma non morte. -Ricorditi, ricorditi! E se io -sovresso Gerïon ti guidai salvo, -che farò ora presso più a Dio? -Credi per certo che se dentro a l’alvo -di questa fiamma stessi ben mille anni, -non ti potrebbe far d’un capel calvo. -E se tu forse credi ch’io t’inganni, -fatti ver’ lei, e fatti far credenza -con le tue mani al lembo d’i tuoi panni. -Pon giù omai, pon giù ogne temenza; -volgiti in qua e vieni: entra sicuro!». -E io pur fermo e contra coscïenza. -Quando mi vide star pur fermo e duro, -turbato un poco disse: «Or vedi, figlio: -tra Bëatrice e te è questo muro». -Come al nome di Tisbe aperse il ciglio -Piramo in su la morte, e riguardolla, -allor che ’l gelso diventò vermiglio; -così, la mia durezza fatta solla, -mi volsi al savio duca, udendo il nome -che ne la mente sempre mi rampolla. -Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come! -volenci star di qua?»; indi sorrise -come al fanciul si fa ch’è vinto al pome. -Poi dentro al foco innanzi mi si mise, -pregando Stazio che venisse retro, -che pria per lunga strada ci divise. -Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro -gittato mi sarei per rinfrescarmi, -tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro. -Lo dolce padre mio, per confortarmi, -pur di Beatrice ragionando andava, -dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi». -Guidavaci una voce che cantava -di là; e noi, attenti pur a lei, -venimmo fuor là ove si montava. -‘Venite, benedicti Patris mei’, -sonò dentro a un lume che lì era, -tal che mi vinse e guardar nol potei. -«Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera; -non v’arrestate, ma studiate il passo, -mentre che l’occidente non si annera». -Dritta salia la via per entro ’l sasso -verso tal parte ch’io toglieva i raggi -dinanzi a me del sol ch’era già basso. -E di pochi scaglion levammo i saggi, -che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense, -sentimmo dietro e io e li miei saggi. -E pria che ’n tutte le sue parti immense -fosse orizzonte fatto d’uno aspetto, -e notte avesse tutte sue dispense, -ciascun di noi d’un grado fece letto; -ché la natura del monte ci affranse -la possa del salir più e ’l diletto. -Quali si stanno ruminando manse -le capre, state rapide e proterve -sovra le cime avante che sien pranse, -tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve, -guardate dal pastor, che ’n su la verga -poggiato s’è e lor di posa serve; -e quale il mandrïan che fori alberga, -lungo il pecuglio suo queto pernotta, -guardando perché fiera non lo sperga; -tali eravamo tutti e tre allotta, -io come capra, ed ei come pastori, -fasciati quinci e quindi d’alta grotta. -Poco parer potea lì del di fori; -ma, per quel poco, vedea io le stelle -di lor solere e più chiare e maggiori. -Sì ruminando e sì mirando in quelle, -mi prese il sonno; il sonno che sovente, -anzi che ’l fatto sia, sa le novelle. -Ne l’ora, credo, che de l’orïente -prima raggiò nel monte Citerea, -che di foco d’amor par sempre ardente, -giovane e bella in sogno mi parea -donna vedere andar per una landa -cogliendo fiori; e cantando dicea: -«Sappia qualunque il mio nome dimanda -ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno -le belle mani a farmi una ghirlanda. -Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno; -ma mia suora Rachel mai non si smaga -dal suo miraglio, e siede tutto giorno. -Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga -com’ io de l’addornarmi con le mani; -lei lo vedere, e me l’ovrare appaga». -E già per li splendori antelucani, -che tanto a’ pellegrin surgon più grati, -quanto, tornando, albergan men lontani, -le tenebre fuggian da tutti lati, -e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi, -veggendo i gran maestri già levati. -«Quel dolce pome che per tanti rami -cercando va la cura de’ mortali, -oggi porrà in pace le tue fami». -Virgilio inverso me queste cotali -parole usò; e mai non furo strenne -che fosser di piacere a queste iguali. -Tanto voler sopra voler mi venne -de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi -al volo mi sentia crescer le penne. -Come la scala tutta sotto noi -fu corsa e fummo in su ’l grado superno, -in me ficcò Virgilio li occhi suoi, -e disse: «Il temporal foco e l’etterno -veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte -dov’ io per me più oltre non discerno. -Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; -lo tuo piacere omai prendi per duce; -fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte. -Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce; -vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli -che qui la terra sol da sé produce. -Mentre che vegnan lieti li occhi belli -che, lagrimando, a te venir mi fenno, -seder ti puoi e puoi andar tra elli. -Non aspettar mio dir più né mio cenno; -libero, dritto e sano è tuo arbitrio, -e fallo fora non fare a suo senno: -per ch’io te sovra te corono e mitrio». diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-28 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-28 deleted file mode 100644 index dc92417..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-28 +++ /dev/null @@ -1,148 +0,0 @@ -Vago già di cercar dentro e dintorno -la divina foresta spessa e viva, -ch’a li occhi temperava il novo giorno, -sanza più aspettar, lasciai la riva, -prendendo la campagna lento lento -su per lo suol che d’ogne parte auliva. -Un’aura dolce, sanza mutamento -avere in sé, mi feria per la fronte -non di più colpo che soave vento; -per cui le fronde, tremolando, pronte -tutte quante piegavano a la parte -u’ la prim’ ombra gitta il santo monte; -non però dal loro esser dritto sparte -tanto, che li augelletti per le cime -lasciasser d’operare ogne lor arte; -ma con piena letizia l’ore prime, -cantando, ricevieno intra le foglie, -che tenevan bordone a le sue rime, -tal qual di ramo in ramo si raccoglie -per la pineta in su ’l lito di Chiassi, -quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie. -Già m’avean trasportato i lenti passi -dentro a la selva antica tanto, ch’io -non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi; -ed ecco più andar mi tolse un rio, -che ’nver’ sinistra con sue picciole onde -piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo. -Tutte l’acque che son di qua più monde, -parrieno avere in sé mistura alcuna -verso di quella, che nulla nasconde, -avvegna che si mova bruna bruna -sotto l’ombra perpetüa, che mai -raggiar non lascia sole ivi né luna. -Coi piè ristetti e con li occhi passai -di là dal fiumicello, per mirare -la gran varïazion d’i freschi mai; -e là m’apparve, sì com’ elli appare -subitamente cosa che disvia -per maraviglia tutto altro pensare, -una donna soletta che si gia -e cantando e scegliendo fior da fiore -ond’ era pinta tutta la sua via. -«Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore -ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti -che soglion esser testimon del core, -vegnati in voglia di trarreti avanti», -diss’ io a lei, «verso questa rivera, -tanto ch’io possa intender che tu canti. -Tu mi fai rimembrar dove e qual era -Proserpina nel tempo che perdette -la madre lei, ed ella primavera». -Come si volge, con le piante strette -a terra e intra sé, donna che balli, -e piede innanzi piede a pena mette, -volsesi in su i vermigli e in su i gialli -fioretti verso me, non altrimenti -che vergine che li occhi onesti avvalli; -e fece i prieghi miei esser contenti, -sì appressando sé, che ’l dolce suono -veniva a me co’ suoi intendimenti. -Tosto che fu là dove l’erbe sono -bagnate già da l’onde del bel fiume, -di levar li occhi suoi mi fece dono. -Non credo che splendesse tanto lume -sotto le ciglia a Venere, trafitta -dal figlio fuor di tutto suo costume. -Ella ridea da l’altra riva dritta, -trattando più color con le sue mani, -che l’alta terra sanza seme gitta. -Tre passi ci facea il fiume lontani; -ma Elesponto, là ’ve passò Serse, -ancora freno a tutti orgogli umani, -più odio da Leandro non sofferse -per mareggiare intra Sesto e Abido, -che quel da me perch’ allor non s’aperse. -«Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido», -cominciò ella, «in questo luogo eletto -a l’umana natura per suo nido, -maravigliando tienvi alcun sospetto; -ma luce rende il salmo Delectasti, -che puote disnebbiar vostro intelletto. -E tu che se’ dinanzi e mi pregasti, -dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta -ad ogne tua question tanto che basti». -«L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta -impugnan dentro a me novella fede -di cosa ch’io udi’ contraria a questa». -Ond’ ella: «Io dicerò come procede -per sua cagion ciò ch’ammirar ti face, -e purgherò la nebbia che ti fiede. -Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace, -fé l’uom buono e a bene, e questo loco -diede per arr’ a lui d’etterna pace. -Per sua difalta qui dimorò poco; -per sua difalta in pianto e in affanno -cambiò onesto riso e dolce gioco. -Perché ’l turbar che sotto da sé fanno -l’essalazion de l’acqua e de la terra, -che quanto posson dietro al calor vanno, -a l’uomo non facesse alcuna guerra, -questo monte salìo verso ’l ciel tanto, -e libero n’è d’indi ove si serra. -Or perché in circuito tutto quanto -l’aere si volge con la prima volta, -se non li è rotto il cerchio d’alcun canto, -in questa altezza ch’è tutta disciolta -ne l’aere vivo, tal moto percuote, -e fa sonar la selva perch’ è folta; -e la percossa pianta tanto puote, -che de la sua virtute l’aura impregna -e quella poi, girando, intorno scuote; -e l’altra terra, secondo ch’è degna -per sé e per suo ciel, concepe e figlia -di diverse virtù diverse legna. -Non parrebbe di là poi maraviglia, -udito questo, quando alcuna pianta -sanza seme palese vi s’appiglia. -E saper dei che la campagna santa -dove tu se’, d’ogne semenza è piena, -e frutto ha in sé che di là non si schianta. -L’acqua che vedi non surge di vena -che ristori vapor che gel converta, -come fiume ch’acquista e perde lena; -ma esce di fontana salda e certa, -che tanto dal voler di Dio riprende, -quant’ ella versa da due parti aperta. -Da questa parte con virtù discende -che toglie altrui memoria del peccato; -da l’altra d’ogne ben fatto la rende. -Quinci Letè; così da l’altro lato -Eünoè si chiama, e non adopra -se quinci e quindi pria non è gustato: -a tutti altri sapori esto è di sopra. -E avvegna ch’assai possa esser sazia -la sete tua perch’ io più non ti scuopra, -darotti un corollario ancor per grazia; -né credo che ’l mio dir ti sia men caro, -se oltre promession teco si spazia. -Quelli ch’anticamente poetaro -l’età de l’oro e suo stato felice, -forse in Parnaso esto loco sognaro. -Qui fu innocente l’umana radice; -qui primavera sempre e ogne frutto; -nettare è questo di che ciascun dice». -Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto -a’ miei poeti, e vidi che con riso -udito avëan l’ultimo costrutto; -poi a la bella donna torna’ il viso. diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-29 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-29 deleted file mode 100644 index 4ca485a..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-29 +++ /dev/null @@ -1,154 +0,0 @@ -Cantando come donna innamorata, -continüò col fin di sue parole: -‘Beati quorum tecta sunt peccata!’. -E come ninfe che si givan sole -per le salvatiche ombre, disïando -qual di veder, qual di fuggir lo sole, -allor si mosse contra ’l fiume, andando -su per la riva; e io pari di lei, -picciol passo con picciol seguitando. -Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei, -quando le ripe igualmente dier volta, -per modo ch’a levante mi rendei. -Né ancor fu così nostra via molta, -quando la donna tutta a me si torse, -dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta». -Ed ecco un lustro sùbito trascorse -da tutte parti per la gran foresta, -tal che di balenar mi mise in forse. -Ma perché ’l balenar, come vien, resta, -e quel, durando, più e più splendeva, -nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’. -E una melodia dolce correva -per l’aere luminoso; onde buon zelo -mi fé riprender l’ardimento d’Eva, -che là dove ubidia la terra e ’l cielo, -femmina, sola e pur testé formata, -non sofferse di star sotto alcun velo; -sotto ’l qual se divota fosse stata, -avrei quelle ineffabili delizie -sentite prima e più lunga fïata. -Mentr’ io m’andava tra tante primizie -de l’etterno piacer tutto sospeso, -e disïoso ancora a più letizie, -dinanzi a noi, tal quale un foco acceso, -ci si fé l’aere sotto i verdi rami; -e ’l dolce suon per canti era già inteso. -O sacrosante Vergini, se fami, -freddi o vigilie mai per voi soffersi, -cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami. -Or convien che Elicona per me versi, -e Uranìe m’aiuti col suo coro -forti cose a pensar mettere in versi. -Poco più oltre, sette alberi d’oro -falsava nel parere il lungo tratto -del mezzo ch’era ancor tra noi e loro; -ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto, -che l’obietto comun, che ’l senso inganna, -non perdea per distanza alcun suo atto, -la virtù ch’a ragion discorso ammanna, -sì com’ elli eran candelabri apprese, -e ne le voci del cantare ‘Osanna’. -Di sopra fiammeggiava il bello arnese -più chiaro assai che luna per sereno -di mezza notte nel suo mezzo mese. -Io mi rivolsi d’ammirazion pieno -al buon Virgilio, ed esso mi rispuose -con vista carca di stupor non meno. -Indi rendei l’aspetto a l’alte cose -che si movieno incontr’ a noi sì tardi, -che foran vinte da novelle spose. -La donna mi sgridò: «Perché pur ardi -sì ne l’affetto de le vive luci, -e ciò che vien di retro a lor non guardi?». -Genti vid’ io allor, come a lor duci, -venire appresso, vestite di bianco; -e tal candor di qua già mai non fuci. -L’acqua imprendëa dal sinistro fianco, -e rendea me la mia sinistra costa, -s’io riguardava in lei, come specchio anco. -Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta, -che solo il fiume mi facea distante, -per veder meglio ai passi diedi sosta, -e vidi le fiammelle andar davante, -lasciando dietro a sé l’aere dipinto, -e di tratti pennelli avean sembiante; -sì che lì sopra rimanea distinto -di sette liste, tutte in quei colori -onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto. -Questi ostendali in dietro eran maggiori -che la mia vista; e, quanto a mio avviso, -diece passi distavan quei di fori. -Sotto così bel ciel com’ io diviso, -ventiquattro seniori, a due a due, -coronati venien di fiordaliso. -Tutti cantavan: «Benedicta tue -ne le figlie d’Adamo, e benedette -sieno in etterno le bellezze tue!». -Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette -a rimpetto di me da l’altra sponda -libere fuor da quelle genti elette, -sì come luce luce in ciel seconda, -vennero appresso lor quattro animali, -coronati ciascun di verde fronda. -Ognuno era pennuto di sei ali; -le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo, -se fosser vivi, sarebber cotali. -A descriver lor forme più non spargo -rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne, -tanto ch’a questa non posso esser largo; -ma leggi Ezechïel, che li dipigne -come li vide da la fredda parte -venir con vento e con nube e con igne; -e quali i troverai ne le sue carte, -tali eran quivi, salvo ch’a le penne -Giovanni è meco e da lui si diparte. -Lo spazio dentro a lor quattro contenne -un carro, in su due rote, trïunfale, -ch’al collo d’un grifon tirato venne. -Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale -tra la mezzana e le tre e tre liste, -sì ch’a nulla, fendendo, facea male. -Tanto salivan che non eran viste; -le membra d’oro avea quant’ era uccello, -e bianche l’altre, di vermiglio miste. -Non che Roma di carro così bello -rallegrasse Affricano, o vero Augusto, -ma quel del Sol saria pover con ello; -quel del Sol che, svïando, fu combusto -per l’orazion de la Terra devota, -quando fu Giove arcanamente giusto. -Tre donne in giro da la destra rota -venian danzando; l’una tanto rossa -ch’a pena fora dentro al foco nota; -l’altr’ era come se le carni e l’ossa -fossero state di smeraldo fatte; -la terza parea neve testé mossa; -e or parëan da la bianca tratte, -or da la rossa; e dal canto di questa -l’altre toglien l’andare e tarde e ratte. -Da la sinistra quattro facean festa, -in porpore vestite, dietro al modo -d’una di lor ch’avea tre occhi in testa. -Appresso tutto il pertrattato nodo -vidi due vecchi in abito dispari, -ma pari in atto e onesto e sodo. -L’un si mostrava alcun de’ famigliari -di quel sommo Ipocràte che natura -a li animali fé ch’ell’ ha più cari; -mostrava l’altro la contraria cura -con una spada lucida e aguta, -tal che di qua dal rio mi fé paura. -Poi vidi quattro in umile paruta; -e di retro da tutti un vecchio solo -venir, dormendo, con la faccia arguta. -E questi sette col primaio stuolo -erano abitüati, ma di gigli -dintorno al capo non facëan brolo, -anzi di rose e d’altri fior vermigli; -giurato avria poco lontano aspetto -che tutti ardesser di sopra da’ cigli. -E quando il carro a me fu a rimpetto, -un tuon s’udì, e quelle genti degne -parvero aver l’andar più interdetto, -fermandosi ivi con le prime insegne. diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-3 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-3 deleted file mode 100644 index 69b6088..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-3 +++ /dev/null @@ -1,145 +0,0 @@ -Avvegna che la subitana fuga -dispergesse color per la campagna, -rivolti al monte ove ragion ne fruga, -i’ mi ristrinsi a la fida compagna: -e come sare’ io sanza lui corso? -chi m’avria tratto su per la montagna? -El mi parea da sé stesso rimorso: -o dignitosa coscïenza e netta, -come t’è picciol fallo amaro morso! -Quando li piedi suoi lasciar la fretta, -che l’onestade ad ogn’ atto dismaga, -la mente mia, che prima era ristretta, -lo ’ntento rallargò, sì come vaga, -e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio -che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga. -Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio, -rotto m’era dinanzi a la figura, -ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio. -Io mi volsi dallato con paura -d’ essere abbandonato, quand’ io vidi -solo dinanzi a me la terra oscura; -e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?», -a dir mi cominciò tutto rivolto; -«non credi tu me teco e ch’io ti guidi? -Vespero è già colà dov’ è sepolto -lo corpo dentro al quale io facea ombra: -Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto. -Ora, se innanzi a me nulla s’aombra, -non ti maravigliar più che d’i cieli -che l’uno a l’altro raggio non ingombra. -A sofferir tormenti, caldi e geli -simili corpi la Virtù dispone -che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli. -Matto è chi spera che nostra ragione -possa trascorrer la infinita via -che tiene una sustanza in tre persone. -State contenti, umana gente, al quia; -ché, se potuto aveste veder tutto, -mestier non era parturir Maria; -e disïar vedeste sanza frutto -tai che sarebbe lor disio quetato, -ch’etternalmente è dato lor per lutto: -io dico d’Aristotile e di Plato -e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte, -e più non disse, e rimase turbato. -Noi divenimmo intanto a piè del monte; -quivi trovammo la roccia sì erta, -che ’ndarno vi sarien le gambe pronte. -Tra Lerice e Turbìa la più diserta, -la più rotta ruina è una scala, -verso di quella, agevole e aperta. -«Or chi sa da qual man la costa cala», -disse ’l maestro mio fermando ’l passo, -«sì che possa salir chi va sanz’ala?». -E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso -essaminava del cammin la mente, -e io mirava suso intorno al sasso, -da man sinistra m’apparì una gente -d’anime, che movieno i piè ver’ noi, -e non pareva, sì venïan lente. -«Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi: -ecco di qua chi ne darà consiglio, -se tu da te medesmo aver nol puoi». -Guardò allora, e con libero piglio -rispuose: «Andiamo in là, ch’ ei vegnon piano; -e tu ferma la spene, dolce figlio». -Ancora era quel popol di lontano, -i’ dico dopo i nostri mille passi, -quanto un buon gittator trarria con mano, -quando si strinser tutti ai duri massi -de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti -com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi. -«O ben finiti, o già spiriti eletti», -Virgilio incominciò, «per quella pace -ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti, -ditene dove la montagna giace, -sì che possibil sia l’andare in suso; -ché perder tempo a chi più sa più spiace». -Come le pecorelle escon del chiuso -a una, a due, a tre, e l’altre stanno -timidette atterrando l’occhio e ’l muso; -e ciò che fa la prima, e l’altre fanno, -addossandosi a lei, s’ella s’arresta, -semplici e quete, e lo ’mperché non sanno; -sì vid’ io muovere a venir la testa -di quella mandra fortunata allotta, -pudica in faccia e ne l’andare onesta. -Come color dinanzi vider rotta -la luce in terra dal mio destro canto, -sì che l’ombra era da me a la grotta, -restaro, e trasser sé in dietro alquanto, -e tutti li altri che venieno appresso, -non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto. -«Sanza vostra domanda io vi confesso -che questo è corpo uman che voi vedete; -per che ’l lume del sole in terra è fesso. -Non vi maravigliate, ma credete -che non sanza virtù che da ciel vegna -cerchi di soverchiar questa parete». -Così ’l maestro; e quella gente degna -«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque», -coi dossi de le man faccendo insegna. -E un di loro incominciò: «Chiunque -tu se’ ,così andando, volgi ’l viso: -pon mente se di là mi vedesti unque». -Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso: -biondo era e bello e di gentile aspetto, -ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso. -Quand’ io mi fui umilmente disdetto -d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»; -e mostrommi una piaga a sommo ’l petto. -Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi, -nepote di Costanza imperadrice; -ond’ io ti priego che, quando tu riedi, -vadi a mia bella figlia, genitrice -de l’onor di Cicilia e d’Aragona, -e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice. -Poscia ch’io ebbi rotta la persona -di due punte mortali, io mi rendei, -piangendo, a quei che volontier perdona. -Orribil furon li peccati miei; -ma la bontà infinita ha sì gran braccia, -che prende ciò che si rivolge a lei. -Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia -di me fu messo per Clemente allora, -avesse in Dio ben letta questa faccia, -l’ossa del corpo mio sarieno ancora -in co del ponte presso a Benevento, -sotto la guardia de la grave mora. -Or le bagna la pioggia e move il vento -di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde, -dov’ e’ le trasmutò a lume spento. -Per lor maladizion sì non si perde, -che non possa tornar, l’etterno amore, -mentre che la speranza ha fior del verde. -Vero è che quale in contumacia more -di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta, -star li convien da questa ripa in fore, -per ognun tempo ch’elli è stato, trenta, -in sua presunzion, se tal decreto -più corto per buon prieghi non diventa. -Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto, -revelando a la mia buona Costanza -come m’hai visto, e anco esto divieto; -ché qui per quei di là molto s’ avanza». diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-30 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-30 deleted file mode 100644 index 90e68a2..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-30 +++ /dev/null @@ -1,145 +0,0 @@ -Quando il settentrïon del primo cielo, -che né occaso mai seppe né orto -né d’altra nebbia che di colpa velo, -e che faceva lì ciascun accorto -di suo dover, come ’l più basso face -qual temon gira per venire a porto, -fermo s’affisse: la gente verace, -venuta prima tra ’l grifone ed esso, -al carro volse sé come a sua pace; -e un di loro, quasi da ciel messo, -‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando -gridò tre volte, e tutti li altri appresso. -Quali i beati al novissimo bando -surgeran presti ognun di sua caverna, -la revestita voce alleluiando, -cotali in su la divina basterna -si levar cento, ad vocem tanti senis, -ministri e messaggier di vita etterna. -Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’, -e fior gittando e di sopra e dintorno, -‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’. -Io vidi già nel cominciar del giorno -la parte orïental tutta rosata, -e l’altro ciel di bel sereno addorno; -e la faccia del sol nascere ombrata, -sì che per temperanza di vapori -l’occhio la sostenea lunga fïata: -così dentro una nuvola di fiori -che da le mani angeliche saliva -e ricadeva in giù dentro e di fori, -sovra candido vel cinta d’uliva -donna m’apparve, sotto verde manto -vestita di color di fiamma viva. -E lo spirito mio, che già cotanto -tempo era stato ch’a la sua presenza -non era di stupor, tremando, affranto, -sanza de li occhi aver più conoscenza, -per occulta virtù che da lei mosse, -d’antico amor sentì la gran potenza. -Tosto che ne la vista mi percosse -l’alta virtù che già m’avea trafitto -prima ch’io fuor di püerizia fosse, -volsimi a la sinistra col respitto -col quale il fantolin corre a la mamma -quando ha paura o quando elli è afflitto, -per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma -di sangue m’è rimaso che non tremi: -conosco i segni de l’antica fiamma’. -Ma Virgilio n’avea lasciati scemi -di sé, Virgilio dolcissimo patre, -Virgilio a cui per mia salute die’mi; -né quantunque perdeo l’antica matre, -valse a le guance nette di rugiada, -che, lagrimando, non tornasser atre. -«Dante, perché Virgilio se ne vada, -non pianger anco, non piangere ancora; -ché pianger ti conven per altra spada». -Quasi ammiraglio che in poppa e in prora -viene a veder la gente che ministra -per li altri legni, e a ben far l’incora; -in su la sponda del carro sinistra, -quando mi volsi al suon del nome mio, -che di necessità qui si registra, -vidi la donna che pria m’appario -velata sotto l’angelica festa, -drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio. -Tutto che ’l vel che le scendea di testa, -cerchiato de le fronde di Minerva, -non la lasciasse parer manifesta, -regalmente ne l’atto ancor proterva -continüò come colui che dice -e ’l più caldo parlar dietro reserva: -«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice. -Come degnasti d’accedere al monte? -non sapei tu che qui è l’uom felice?». -Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte; -ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba, -tanta vergogna mi gravò la fronte. -Così la madre al figlio par superba, -com’ ella parve a me; perché d’amaro -sente il sapor de la pietade acerba. -Ella si tacque; e li angeli cantaro -di sùbito ‘In te, Domine, speravi’; -ma oltre ‘pedes meos’ non passaro. -Sì come neve tra le vive travi -per lo dosso d’Italia si congela, -soffiata e stretta da li venti schiavi, -poi, liquefatta, in sé stessa trapela, -pur che la terra che perde ombra spiri, -sì che par foco fonder la candela; -così fui sanza lagrime e sospiri -anzi ’l cantar di quei che notan sempre -dietro a le note de li etterni giri; -ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre -lor compatire a me, par che se detto -avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’, -lo gel che m’era intorno al cor ristretto, -spirito e acqua fessi, e con angoscia -de la bocca e de li occhi uscì del petto. -Ella, pur ferma in su la detta coscia -del carro stando, a le sustanze pie -volse le sue parole così poscia: -«Voi vigilate ne l’etterno die, -sì che notte né sonno a voi non fura -passo che faccia il secol per sue vie; -onde la mia risposta è con più cura -che m’intenda colui che di là piagne, -perché sia colpa e duol d’una misura. -Non pur per ovra de le rote magne, -che drizzan ciascun seme ad alcun fine -secondo che le stelle son compagne, -ma per larghezza di grazie divine, -che sì alti vapori hanno a lor piova, -che nostre viste là non van vicine, -questi fu tal ne la sua vita nova -virtüalmente, ch’ogne abito destro -fatto averebbe in lui mirabil prova. -Ma tanto più maligno e più silvestro -si fa ’l terren col mal seme e non cólto, -quant’ elli ha più di buon vigor terrestro. -Alcun tempo il sostenni col mio volto: -mostrando li occhi giovanetti a lui, -meco il menava in dritta parte vòlto. -Sì tosto come in su la soglia fui -di mia seconda etade e mutai vita, -questi si tolse a me, e diessi altrui. -Quando di carne a spirto era salita, -e bellezza e virtù cresciuta m’era, -fu’ io a lui men cara e men gradita; -e volse i passi suoi per via non vera, -imagini di ben seguendo false, -che nulla promession rendono intera. -Né l’impetrare ispirazion mi valse, -con le quali e in sogno e altrimenti -lo rivocai: sì poco a lui ne calse! -Tanto giù cadde, che tutti argomenti -a la salute sua eran già corti, -fuor che mostrarli le perdute genti. -Per questo visitai l’uscio d’i morti, -e a colui che l’ha qua sù condotto, -li prieghi miei, piangendo, furon porti. -Alto fato di Dio sarebbe rotto, -se Letè si passasse e tal vivanda -fosse gustata sanza alcuno scotto -di pentimento che lagrime spanda». diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-31 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-31 deleted file mode 100644 index 3e976c2..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-31 +++ /dev/null @@ -1,145 +0,0 @@ -«O tu che se’ di là dal fiume sacro», -volgendo suo parlare a me per punta, -che pur per taglio m’era paruto acro, -ricominciò, seguendo sanza cunta, -«dì, dì se questo è vero: a tanta accusa -tua confession conviene esser congiunta». -Era la mia virtù tanto confusa, -che la voce si mosse, e pria si spense -che da li organi suoi fosse dischiusa. -Poco sofferse; poi disse: «Che pense? -Rispondi a me; ché le memorie triste -in te non sono ancor da l’acqua offense». -Confusione e paura insieme miste -mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca, -al quale intender fuor mestier le viste. -Come balestro frange, quando scocca -da troppa tesa, la sua corda e l’arco, -e con men foga l’asta il segno tocca, -sì scoppia’ io sottesso grave carco, -fuori sgorgando lagrime e sospiri, -e la voce allentò per lo suo varco. -Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri, -che ti menavano ad amar lo bene -di là dal qual non è a che s’aspiri, -quai fossi attraversati o quai catene -trovasti, per che del passare innanzi -dovessiti così spogliar la spene? -E quali agevolezze o quali avanzi -ne la fronte de li altri si mostraro, -per che dovessi lor passeggiare anzi?». -Dopo la tratta d’un sospiro amaro, -a pena ebbi la voce che rispuose, -e le labbra a fatica la formaro. -Piangendo dissi: «Le presenti cose -col falso lor piacer volser miei passi, -tosto che ’l vostro viso si nascose». -Ed ella: «Se tacessi o se negassi -ciò che confessi, non fora men nota -la colpa tua: da tal giudice sassi! -Ma quando scoppia de la propria gota -l’accusa del peccato, in nostra corte -rivolge sé contra ’l taglio la rota. -Tuttavia, perché mo vergogna porte -del tuo errore, e perché altra volta, -udendo le serene, sie più forte, -pon giù il seme del piangere e ascolta: -sì udirai come in contraria parte -mover dovieti mia carne sepolta. -Mai non t’appresentò natura o arte -piacer, quanto le belle membra in ch’io -rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte; -e se ’l sommo piacer sì ti fallio -per la mia morte, qual cosa mortale -dovea poi trarre te nel suo disio? -Ben ti dovevi, per lo primo strale -de le cose fallaci, levar suso -di retro a me che non era più tale. -Non ti dovea gravar le penne in giuso, -ad aspettar più colpo, o pargoletta -o altra novità con sì breve uso. -Novo augelletto due o tre aspetta; -ma dinanzi da li occhi d’i pennuti -rete si spiega indarno o si saetta». -Quali fanciulli, vergognando, muti -con li occhi a terra stannosi, ascoltando -e sé riconoscendo e ripentuti, -tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando -per udir se’ dolente, alza la barba, -e prenderai più doglia riguardando». -Con men di resistenza si dibarba -robusto cerro, o vero al nostral vento -o vero a quel de la terra di Iarba, -ch’io non levai al suo comando il mento; -e quando per la barba il viso chiese, -ben conobbi il velen de l’argomento. -E come la mia faccia si distese, -posarsi quelle prime creature -da loro aspersïon l’occhio comprese; -e le mie luci, ancor poco sicure, -vider Beatrice volta in su la fiera -ch’è sola una persona in due nature. -Sotto ’l suo velo e oltre la rivera -vincer pariemi più sé stessa antica, -vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era. -Di penter sì mi punse ivi l’ortica, -che di tutte altre cose qual mi torse -più nel suo amor, più mi si fé nemica. -Tanta riconoscenza il cor mi morse, -ch’io caddi vinto; e quale allora femmi, -salsi colei che la cagion mi porse. -Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi, -la donna ch’io avea trovata sola -sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!». -Tratto m’avea nel fiume infin la gola, -e tirandosi me dietro sen giva -sovresso l’acqua lieve come scola. -Quando fui presso a la beata riva, -‘Asperges me’ sì dolcemente udissi, -che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva. -La bella donna ne le braccia aprissi; -abbracciommi la testa e mi sommerse -ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi. -Indi mi tolse, e bagnato m’offerse -dentro a la danza de le quattro belle; -e ciascuna del braccio mi coperse. -«Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle; -pria che Beatrice discendesse al mondo, -fummo ordinate a lei per sue ancelle. -Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo -lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi -le tre di là, che miran più profondo». -Così cantando cominciaro; e poi -al petto del grifon seco menarmi, -ove Beatrice stava volta a noi. -Disser: «Fa che le viste non risparmi; -posto t’avem dinanzi a li smeraldi -ond’ Amor già ti trasse le sue armi». -Mille disiri più che fiamma caldi -strinsermi li occhi a li occhi rilucenti, -che pur sopra ’l grifone stavan saldi. -Come in lo specchio il sol, non altrimenti -la doppia fiera dentro vi raggiava, -or con altri, or con altri reggimenti. -Pensa, lettor, s’io mi maravigliava, -quando vedea la cosa in sé star queta, -e ne l’idolo suo si trasmutava. -Mentre che piena di stupore e lieta -l’anima mia gustava di quel cibo -che, saziando di sé, di sé asseta, -sé dimostrando di più alto tribo -ne li atti, l’altre tre si fero avanti, -danzando al loro angelico caribo. -«Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi», -era la sua canzone, «al tuo fedele -che, per vederti, ha mossi passi tanti! -Per grazia fa noi grazia che disvele -a lui la bocca tua, sì che discerna -la seconda bellezza che tu cele». -O isplendor di viva luce etterna, -chi palido si fece sotto l’ombra -sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna, -che non paresse aver la mente ingombra, -tentando a render te qual tu paresti -là dove armonizzando il ciel t’adombra, -quando ne l’aere aperto ti solvesti? diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-32 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-32 deleted file mode 100644 index 9a2ad2e..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-32 +++ /dev/null @@ -1,160 +0,0 @@ -Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti -a disbramarsi la decenne sete, -che li altri sensi m’eran tutti spenti. -Ed essi quinci e quindi avien parete -di non caler—così lo santo riso -a sé traéli con l’antica rete!—; -quando per forza mi fu vòlto il viso -ver’ la sinistra mia da quelle dee, -perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»; -e la disposizion ch’a veder èe -ne li occhi pur testé dal sol percossi, -sanza la vista alquanto esser mi fée. -Ma poi ch’al poco il viso riformossi -(e dico ‘al poco’ per rispetto al molto -sensibile onde a forza mi rimossi), -vidi ’n sul braccio destro esser rivolto -lo glorïoso essercito, e tornarsi -col sole e con le sette fiamme al volto. -Come sotto li scudi per salvarsi -volgesi schiera, e sé gira col segno, -prima che possa tutta in sé mutarsi; -quella milizia del celeste regno -che procedeva, tutta trapassonne -pria che piegasse il carro il primo legno. -Indi a le rote si tornar le donne, -e ’l grifon mosse il benedetto carco -sì, che però nulla penna crollonne. -La bella donna che mi trasse al varco -e Stazio e io seguitavam la rota -che fé l’orbita sua con minore arco. -Sì passeggiando l’alta selva vòta, -colpa di quella ch’al serpente crese, -temprava i passi un’angelica nota. -Forse in tre voli tanto spazio prese -disfrenata saetta, quanto eramo -rimossi, quando Bëatrice scese. -Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»; -poi cerchiaro una pianta dispogliata -di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo. -La coma sua, che tanto si dilata -più quanto più è sù, fora da l’Indi -ne’ boschi lor per altezza ammirata. -«Beato se’, grifon, che non discindi -col becco d’esto legno dolce al gusto, -poscia che mal si torce il ventre quindi». -Così dintorno a l’albero robusto -gridaron li altri; e l’animal binato: -«Sì si conserva il seme d’ogne giusto». -E vòlto al temo ch’elli avea tirato, -trasselo al piè de la vedova frasca, -e quel di lei a lei lasciò legato. -Come le nostre piante, quando casca -giù la gran luce mischiata con quella -che raggia dietro a la celeste lasca, -turgide fansi, e poi si rinovella -di suo color ciascuna, pria che ’l sole -giunga li suoi corsier sotto altra stella; -men che di rose e più che di vïole -colore aprendo, s’innovò la pianta, -che prima avea le ramora sì sole. -Io non lo ’ntesi, né qui non si canta -l’inno che quella gente allor cantaro, -né la nota soffersi tutta quanta. -S’io potessi ritrar come assonnaro -li occhi spietati udendo di Siringa, -li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro; -come pintor che con essempro pinga, -disegnerei com’ io m’addormentai; -ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga. -Però trascorro a quando mi svegliai, -e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo -del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?». -Quali a veder de’ fioretti del melo -che del suo pome li angeli fa ghiotti -e perpetüe nozze fa nel cielo, -Pietro e Giovanni e Iacopo condotti -e vinti, ritornaro a la parola -da la qual furon maggior sonni rotti, -e videro scemata loro scuola -così di Moïsè come d’Elia, -e al maestro suo cangiata stola; -tal torna’ io, e vidi quella pia -sovra me starsi che conducitrice -fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria. -E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?». -Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda -nova sedere in su la sua radice. -Vedi la compagnia che la circonda: -li altri dopo ’l grifon sen vanno suso -con più dolce canzone e più profonda». -E se più fu lo suo parlar diffuso, -non so, però che già ne li occhi m’era -quella ch’ad altro intender m’avea chiuso. -Sola sedeasi in su la terra vera, -come guardia lasciata lì del plaustro -che legar vidi a la biforme fera. -In cerchio le facevan di sé claustro -le sette ninfe, con quei lumi in mano -che son sicuri d’Aquilone e d’Austro. -«Qui sarai tu poco tempo silvano; -e sarai meco sanza fine cive -di quella Roma onde Cristo è romano. -Però, in pro del mondo che mal vive, -al carro tieni or li occhi, e quel che vedi, -ritornato di là, fa che tu scrive». -Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi -d’i suoi comandamenti era divoto, -la mente e li occhi ov’ ella volle diedi. -Non scese mai con sì veloce moto -foco di spessa nube, quando piove -da quel confine che più va remoto, -com’ io vidi calar l’uccel di Giove -per l’alber giù, rompendo de la scorza, -non che d’i fiori e de le foglie nove; -e ferì ’l carro di tutta sua forza; -ond’ el piegò come nave in fortuna, -vinta da l’onda, or da poggia, or da orza. -Poscia vidi avventarsi ne la cuna -del trïunfal veiculo una volpe -che d’ogne pasto buon parea digiuna; -ma, riprendendo lei di laide colpe, -la donna mia la volse in tanta futa -quanto sofferser l’ossa sanza polpe. -Poscia per indi ond’ era pria venuta, -l’aguglia vidi scender giù ne l’arca -del carro e lasciar lei di sé pennuta; -e qual esce di cuor che si rammarca, -tal voce uscì del cielo e cotal disse: -«O navicella mia, com’ mal se’ carca!». -Poi parve a me che la terra s’aprisse -tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago -che per lo carro sù la coda fisse; -e come vespa che ritragge l’ago, -a sé traendo la coda maligna, -trasse del fondo, e gissen vago vago. -Quel che rimase, come da gramigna -vivace terra, da la piuma, offerta -forse con intenzion sana e benigna, -si ricoperse, e funne ricoperta -e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto -che più tiene un sospir la bocca aperta. -Trasformato così ’l dificio santo -mise fuor teste per le parti sue, -tre sovra ’l temo e una in ciascun canto. -Le prime eran cornute come bue, -ma le quattro un sol corno avean per fronte: -simile mostro visto ancor non fue. -Sicura, quasi rocca in alto monte, -seder sovresso una puttana sciolta -m’apparve con le ciglia intorno pronte; -e come perché non li fosse tolta, -vidi di costa a lei dritto un gigante; -e basciavansi insieme alcuna volta. -Ma perché l’occhio cupido e vagante -a me rivolse, quel feroce drudo -la flagellò dal capo infin le piante; -poi, di sospetto pieno e d’ira crudo, -disciolse il mostro, e trassel per la selva, -tanto che sol di lei mi fece scudo -a la puttana e a la nova belva. diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-33 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-33 deleted file mode 100644 index c53d4e6..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-33 +++ /dev/null @@ -1,145 +0,0 @@ -‘Deus, venerunt gentes’, alternando -or tre or quattro dolce salmodia, -le donne incominciaro, e lagrimando; -e Bëatrice, sospirosa e pia, -quelle ascoltava sì fatta, che poco -più a la croce si cambiò Maria. -Ma poi che l’altre vergini dier loco -a lei di dir, levata dritta in pè, -rispuose, colorata come foco: -‘Modicum, et non videbitis me; -et iterum, sorelle mie dilette, -modicum, et vos videbitis me’. -Poi le si mise innanzi tutte e sette, -e dopo sé, solo accennando, mosse -me e la donna e ’l savio che ristette. -Così sen giva; e non credo che fosse -lo decimo suo passo in terra posto, -quando con li occhi li occhi mi percosse; -e con tranquillo aspetto «Vien più tosto», -mi disse, «tanto che, s’io parlo teco, -ad ascoltarmi tu sie ben disposto». -Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco, -dissemi: «Frate, perché non t’attenti -a domandarmi omai venendo meco?». -Come a color che troppo reverenti -dinanzi a suo maggior parlando sono, -che non traggon la voce viva ai denti, -avvenne a me, che sanza intero suono -incominciai: «Madonna, mia bisogna -voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono». -Ed ella a me: «Da tema e da vergogna -voglio che tu omai ti disviluppe, -sì che non parli più com’ om che sogna. -Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe, -fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda -che vendetta di Dio non teme suppe. -Non sarà tutto tempo sanza reda -l’aguglia che lasciò le penne al carro, -per che divenne mostro e poscia preda; -ch’io veggio certamente, e però il narro, -a darne tempo già stelle propinque, -secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro, -nel quale un cinquecento diece e cinque, -messo di Dio, anciderà la fuia -con quel gigante che con lei delinque. -E forse che la mia narrazion buia, -qual Temi e Sfinge, men ti persuade, -perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia; -ma tosto fier li fatti le Naiade, -che solveranno questo enigma forte -sanza danno di pecore o di biade. -Tu nota; e sì come da me son porte, -così queste parole segna a’ vivi -del viver ch’è un correre a la morte. -E aggi a mente, quando tu le scrivi, -di non celar qual hai vista la pianta -ch’è or due volte dirubata quivi. -Qualunque ruba quella o quella schianta, -con bestemmia di fatto offende a Dio, -che solo a l’uso suo la creò santa. -Per morder quella, in pena e in disio -cinquemilia anni e più l’anima prima -bramò colui che ’l morso in sé punio. -Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima -per singular cagione esser eccelsa -lei tanto e sì travolta ne la cima. -E se stati non fossero acqua d’Elsa -li pensier vani intorno a la tua mente, -e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa, -per tante circostanze solamente -la giustizia di Dio, ne l’interdetto, -conosceresti a l’arbor moralmente. -Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto -fatto di pietra e, impetrato, tinto, -sì che t’abbaglia il lume del mio detto, -voglio anco, e se non scritto, almen dipinto, -che ’l te ne porti dentro a te per quello -che si reca il bordon di palma cinto». -E io: «Sì come cera da suggello, -che la figura impressa non trasmuta, -segnato è or da voi lo mio cervello. -Ma perché tanto sovra mia veduta -vostra parola disïata vola, -che più la perde quanto più s’aiuta?». -«Perché conoschi», disse, «quella scuola -c’hai seguitata, e veggi sua dottrina -come può seguitar la mia parola; -e veggi vostra via da la divina -distar cotanto, quanto si discorda -da terra il ciel che più alto festina». -Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda -ch’i’ stranïasse me già mai da voi, -né honne coscïenza che rimorda». -«E se tu ricordar non te ne puoi», -sorridendo rispuose, «or ti rammenta -come bevesti di Letè ancoi; -e se dal fummo foco s’argomenta, -cotesta oblivïon chiaro conchiude -colpa ne la tua voglia altrove attenta. -Veramente oramai saranno nude -le mie parole, quanto converrassi -quelle scovrire a la tua vista rude». -E più corusco e con più lenti passi -teneva il sole il cerchio di merigge, -che qua e là, come li aspetti, fassi, -quando s’affisser, sì come s’affigge -chi va dinanzi a gente per iscorta -se trova novitate o sue vestigge, -le sette donne al fin d’un’ombra smorta, -qual sotto foglie verdi e rami nigri -sovra suoi freddi rivi l’alpe porta. -Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri -veder mi parve uscir d’una fontana, -e, quasi amici, dipartirsi pigri. -«O luce, o gloria de la gente umana, -che acqua è questa che qui si dispiega -da un principio e sé da sé lontana?». -Per cotal priego detto mi fu: «Priega -Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose, -come fa chi da colpa si dislega, -la bella donna: «Questo e altre cose -dette li son per me; e son sicura -che l’acqua di Letè non gliel nascose». -E Bëatrice: «Forse maggior cura, -che spesse volte la memoria priva, -fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura. -Ma vedi Eünoè che là diriva: -menalo ad esso, e come tu se’ usa, -la tramortita sua virtù ravviva». -Come anima gentil, che non fa scusa, -ma fa sua voglia de la voglia altrui -tosto che è per segno fuor dischiusa; -così, poi che da essa preso fui, -la bella donna mossesi, e a Stazio -donnescamente disse: «Vien con lui». -S’io avessi, lettor, più lungo spazio -da scrivere, i’ pur cantere’ in parte -lo dolce ber che mai non m’avria sazio; -ma perché piene son tutte le carte -ordite a questa cantica seconda, -non mi lascia più ir lo fren de l’arte. -Io ritornai da la santissima onda -rifatto sì come piante novelle -rinovellate di novella fronda, -puro e disposto a salire a le stelle. diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-4 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-4 deleted file mode 100644 index ac6408e..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-4 +++ /dev/null @@ -1,139 +0,0 @@ -Quando per dilettanze o ver per doglie, -che alcuna virtù nostra comprenda, -l’anima bene ad essa si raccoglie, -par ch’a nulla potenza più intenda; -e questo è contra quello error che crede -ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda. -E però, quando s’ode cosa o vede -che tegna forte a sé l’anima volta, -vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede; -ch’altra potenza è quella che l’ascolta, -e altra è quella c’ha l’anima intera: -questa è quasi legata e quella è sciolta. -Di ciò ebb’ io esperïenza vera, -udendo quello spirto e ammirando; -ché ben cinquanta gradi salito era -lo sole, e io non m’era accorto, quando -venimmo ove quell’anime ad una -gridaro a noi: «Qui è vostro dimando». -Maggiore aperta molte volte impruna -con una forcatella di sue spine -l’uom de la villa quando l’uva imbruna, -che non era la calla onde salìne -lo duca mio, e io appresso, soli, -come da noi la schiera si partìne. -Vassi in Sanleo e discendesi in Noli, -montasi su in Bismantova e ’n Cacume -con esso i piè; ma qui convien ch’ om voli; -dico con l’ale snelle e con le piume -del gran disio, di retro a quel condotto -che speranza mi dava e facea lume. -Noi salavam per entro ’l sasso rotto, -e d’ogne lato ne stringea lo stremo, -e piedi e man volea il suol di sotto. -Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo -de l’alta ripa, a la scoperta piaggia, -«Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?». -Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia; -pur su al monte dietro a me acquista, -fin che n’appaia alcuna scorta saggia». -Lo sommo er’ alto che vincea la vista, -e la costa superba più assai -che da mezzo quadrante a centro lista. -Io era lasso, quando cominciai: -«O dolce padre, volgiti, e rimira -com’ io rimango sol, se non restai». -«Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira», -additandomi un balzo poco in sùe -che da quel lato il poggio tutto gira. -Sì mi spronaron le parole sue, -ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui, -tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue. -A seder ci ponemmo ivi ambedui -vòlti a levante ond’ eravam saliti, -che suole a riguardar giovare altrui. -Li occhi prima drizzai ai bassi liti; -poscia li alzai al sole, e ammirava -che da sinistra n’eravam feriti. -Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava -stupido tutto al carro de la luce, -ove tra noi e Aquilone intrava. -Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce -fossero in compagnia di quello specchio -che sù e giù del suo lume conduce, -tu vedresti il Zodïaco rubecchio -ancora a l’Orse più stretto rotare, -se non uscisse fuor del cammin vecchio. -Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare, -dentro raccolto, imagina Sïòn -con questo monte in su la terra stare -sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn -e diversi emisperi; onde la strada -che mal non seppe carreggiar Fetòn, -vedrai come a costui convien che vada -da l’un, quando a colui da l’altro fianco, -se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada». -«Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco -non vid’ io chiaro sì com’ io discerno -là dove mio ingegno parea manco, -che ’l mezzo cerchio del moto superno, -che si chiama Equatore in alcun’ arte, -e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno, -per la ragion che di’, quinci si parte -verso settentrïon, quanto li Ebrei -vedevan lui verso la calda parte. -Ma se a te piace, volontier saprei -quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale -più che salir non posson li occhi miei». -Ed elli a me: «Questa montagna è tale, -che sempre al cominciar di sotto è grave; -e quant’ om più va sù, e men fa male. -Però, quand’ ella ti parrà soave -tanto, che sù andar ti fia leggero -com’ a seconda giù andar per nave, -allor sarai al fin d’esto sentiero; -quivi di riposar l’affanno aspetta. -Più non rispondo, e questo so per vero». -E com’ elli ebbe sua parola detta, -una voce di presso sonò: «Forse -che di sedere in pria avrai distretta!». -Al suon di lei ciascun di noi si torse, -e vedemmo a mancina un gran petrone, -del qual né io né ei prima s’accorse. -Là ci traemmo; e ivi eran persone -che si stavano a l’ombra dietro al sasso -come l’uom per negghienza a star si pone. -E un di lor, che mi sembiava lasso, -sedeva e abbracciava le ginocchia, -tenendo ’l viso giù tra esse basso. -«O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia -colui che mostra sé più negligente -che se pigrizia fosse sua serocchia». -Allor si volse a noi e puose mente, -movendo ’l viso pur su per la coscia, -e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!». -Conobbi allor chi era, e quella angoscia -che m’avacciava un poco ancor la lena, -non m’impedì l’andare a lui; e poscia -ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena, -dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole -da l’omero sinistro il carro mena?». -Li atti suoi pigri e le corte parole -mosser le labbra mie un poco a riso; -poi cominciai: «Belacqua, a me non dole -di te omai; ma dimmi: perché assiso -quiritto se’? attendi tu iscorta, -o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?». -Ed elli: «O frate, andar in sù che porta? -ché non mi lascerebbe ire a’ martìri -l’angel di Dio che siede in su la porta. -Prima convien che tanto il ciel m’ aggiri -di fuor da essa, quanto fece in vita, -perch’ io ’ndugiai al fine i buon sospiri, -se orazïone in prima non m’aita -che surga sù di cuor che in grazia viva; -l’altra che val, che ’n ciel non è udita?». -E già il poeta innanzi mi saliva, -e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco -meridïan dal sole e a la riva -cuopre la notte già col piè Morrocco». diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-5 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-5 deleted file mode 100644 index 3e099c3..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-5 +++ /dev/null @@ -1,136 +0,0 @@ -Io era già da quell’ ombre partito, -e seguitava l’orme del mio duca, -quando di retro a me, drizzando ’l dito, -una gridò: «Ve’ che non par che luca -lo raggio da sinistra a quel di sotto, -e come vivo par che si conduca!». -Li occhi rivolsi al suon di questo motto, -e vidile guardar per maraviglia -pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto. -«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia», -disse ’l maestro, «che l’andare allenti? -che ti fa ciò che quivi si pispiglia? -Vien dietro a me, e lascia dir le genti: -sta come torre ferma, che non crolla -già mai la cima per soffiar di venti; -ché sempre l’omo in cui pensier rampolla -sovra pensier, da sé dilunga il segno, -perché la foga l’un de l’altro insolla». -Che potea io ridir, se non «Io vegno»? -Dissilo, alquanto del color consperso -che fa l’uom di perdon talvolta degno. -E ’ntanto per la costa di traverso -venivan genti innanzi a noi un poco, -cantando ‘Miserere’ a verso a verso. -Quando s’accorser ch’i’ non dava loco -per lo mio corpo al trapassar d’i raggi, -mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco; -e due di loro, in forma di messaggi, -corsero incontr’ a noi e dimandarne: -«Di vostra condizion fatene saggi». -E ’l mio maestro: «Voi potete andarne -e ritrarre a color che vi mandaro -che ’l corpo di costui è vera carne. -Se per veder la sua ombra restaro, -com’ io avviso, assai è lor risposto: -fàccianli onore, ed essere può lor caro». -Vapori accesi non vid’ io sì tosto -di prima notte mai fender sereno, -né, sol calando, nuvole d’agosto, -che color non tornasser suso in meno; -e, giunti là, con li altri a noi dire volta, -come schiera che scorre sanza freno. -«Questa gente che preme a noi è molta, -e vegnonti a pregar», disse ’l poeta: -«però pur va, e in andando ascolta». -«O anima che vai per esser lieta -con quelle membra con le quai nascesti», -venian gridando, «un poco il passo queta. -Guarda s’alcun di noi unqua vedesti, -sì che di lui di là novella porti: -deh, perché vai? deh, perché non t’arresti? -Noi fummo tutti già per forza morti, -e peccatori infino a l’ultima ora; -quivi lume del ciel ne fece accorti, -sì che, pentendo e perdonando, fora -di vita uscimmo a Dio pacificati, -che del disio di sé veder n’accora». -E io: «Perché ne’ vostri visi guati, -non riconosco alcun; ma s’a voi piace -cosa ch’io possa, spiriti ben nati, -voi dite, e io farò per quella pace -che, dietro a’ piedi di sì fatta guida, -di mondo in mondo cercar mi si face». -E uno incominciò: «Ciascun si fida -del beneficio tuo sanza giurarlo, -pur che ’l voler nonpossa non ricida. -Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo, -ti priego, se mai vedi quel paese -che siede tra Romagna e quel di Carlo, -che tu mi sie di tuoi prieghi cortese -in Fano, sì che ben per me s’adori -pur ch’i’ possa purgar le gravi offese. -Quindi fu’ io; ma li profondi fóri -ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea, -fatti mi fuoro in grembo a li Antenori, -là dov’ io più sicuro esser credea: -quel da Esti il fé far, che m’avea in ira -assai più là che dritto non volea. -Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira, -quando fu’ sovragiunto ad Orïaco, -ancor sarei di là dove si spira. -Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco -m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io -de le mie vene farsi in terra laco». -Poi disse un altro: «Deh, se quel disio -si compia che ti tragge a l’alto monte, -con buona pïetate aiuta il mio! -Io fui di Montefeltro, io son Bonconte; -Giovanna o altri non ha di me cura; -per ch’io vo tra costor con bassa fronte». -E io a lui: «Qual forza o qual ventura -ti travïò sì fuor di Campaldino, -che non si seppe mai tua sepultura?». -«Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino -traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano, -che sovra l’Ermo nasce in Apennino. -Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano, -arriva’ io forato ne la gola, -fuggendo a piede e sanguinando il piano. -Quivi perdei la vista e la parola; -nel nome di Maria fini’, e quivi -caddi, e rimase la mia carne sola. -Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi: -l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno -gridava: “O tu del ciel, perché mi privi? -Tu te ne porti di costui l’etterno -per una lagrimetta che ’l mi toglie; -ma io farò de l’altro altro governo!”. -Ben sai come ne l’aere si raccoglie -quell’ umido vapor che in acqua riede, -tosto che sale dove ’l freddo il coglie. -Giunse quel mal voler che pur mal chiede -con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento -per la virtù che sua natura diede. -Indi la valle, come ’l dì fu spento, -da Pratomagno al gran giogo coperse -di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento, -sì che ’l pregno aere in acqua si converse; -la pioggia cadde, e a’ fossati venne -di lei ciò che la terra non sofferse; -e come ai rivi grandi si convenne, -ver’ lo fiume real tanto veloce -si ruinò, che nulla la ritenne. -Lo corpo mio gelato in su la foce -trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse -ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce -ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse; -voltòmmi per le ripe e per lo fondo, -poi di sua preda mi coperse e cinse». -«Deh, quando tu sarai tornato al mondo, -e riposato de la lunga via», -seguitò ’l terzo spirito al secondo, -«ricorditi di me, che son la Pia; -Siena mi fé, disfecemi Maremma: -salsi colui che ’nnanellata pria -disposando m’avea con la sua gemma». diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-6 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-6 deleted file mode 100644 index 33dcfdb..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-6 +++ /dev/null @@ -1,151 +0,0 @@ -Quando si parte il gioco de la zara, -colui che perde si riman dolente, -repetendo le volte, e tristo impara; -con l’altro se ne va tutta la gente; -qual va dinanzi, e qual di dietro il prende, -e qual dallato li si reca a mente; -el non s’arresta, e questo e quello intende; -a cui porge la man, più non fa pressa; -e così da la calca si difende. -Tal era io in quella turba spessa, -volgendo a loro, e qua e là, la faccia, -e promettendo mi sciogliea da essa. -Quiv’ era l’Aretin che da le braccia -fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte, -e l’altro ch’annegò correndo in caccia. -Quivi pregava con le mani sporte -Federigo Novello, e quel da Pisa -che fé parer lo buon Marzucco forte. -Vidi conte Orso e l’anima divisa -dal corpo suo per astio e per inveggia, -com’ e’ dicea, non per colpa commisa; -Pier da la Broccia dico; e qui proveggia, -mentr’ è di qua, la donna di Brabante, -sì che però non sia di peggior greggia. -Come libero fui da tutte quante -quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi, -sì che s’avacci lor divenir sante, -io cominciai: «El par che tu mi nieghi, -o luce mia, espresso in alcun testo -che decreto del cielo orazion pieghi; -e questa gente prega pur di questo: -sarebbe dunque loro speme vana, -o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?». -Ed elli a me: «La mia scrittura è piana; -e la speranza di costor non falla, -se ben si guarda con la mente sana; -ché cima di giudicio non s’avvalla -perché foco d’amor compia in un punto -ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla; -e là dov’ io fermai cotesto punto, -non s’ammendava, per pregar, difetto, -perché ’l priego da Dio era disgiunto. -Veramente a così alto sospetto -non ti fermar, se quella nol ti dice -che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto. -Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice; -tu la vedrai di sopra, in su la vetta -di questo monte, ridere e felice». -E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta, -ché già non m’affatico come dianzi, -e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta». -«Noi anderem con questo giorno innanzi», -rispuose, «quanto più potremo omai; -ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi. -Prima che sie là sù, tornar vedrai -colui che già si cuopre de la costa, -sì che ’ suoi raggi tu romper non fai. -Ma vedi là un’anima che, posta -sola soletta, inverso noi riguarda: -quella ne ’nsegnerà la via più tosta». -Venimmo a lei: o anima lombarda, -come ti stavi altera e disdegnosa -e nel mover de li occhi onesta e tarda! -Ella non ci dicëa alcuna cosa, -ma lasciavane gir, solo sguardando -a guisa di leon quando si posa. -Pur Virgilio si trasse a lei, pregando -che ne mostrasse la miglior salita; -e quella non rispuose al suo dimando, -ma di nostro paese e de la vita -ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava -«Mantüa…», e l’ombra, tutta in sé romita, -surse ver’ lui del loco ove pria stava, -dicendo: «O Mantoano, io son Sordello -de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava. -Ahi serva Italia, di dolore ostello, -nave sanza nocchiere in gran tempesta, -non donna di province, ma bordello! -Quell’ anima gentil fu così presta, -sol per lo dolce suon de la sua terra, -di fare al cittadin suo quivi festa; -e ora in te non stanno sanza guerra -li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode -di quei ch’un muro e una fossa serra. -Cerca, misera, intorno da le prode -le tue marine, e poi ti guarda in seno, -s’alcuna parte in te di pace gode. -Che val perché ti racconciasse il freno -Iustinïano, se la sella è vòta? -Sanz’ esso fora la vergogna meno. -Ahi gente che dovresti esser devota, -e lasciar seder Cesare in la sella, -se bene intendi ciò che Dio ti nota, -guarda come esta fiera è fatta fella -per non esser corretta da li sproni, -poi che ponesti mano a la predella. -O Alberto tedesco ch’abbandoni -costei ch’è fatta indomita e selvaggia, -e dovresti inforcar li suoi arcioni, -giusto giudicio da le stelle caggia -sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto, -tal che ’l tuo successor temenza n’aggia! -Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto, -per cupidigia di costà distretti, -che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto. -Vieni a veder Montecchi e Cappelletti, -Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura: -color già tristi, e questi con sospetti! -Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura -d’i tuoi gentili, e cura lor magagne; -e vedrai Santafior com’ è oscura! -Vieni a veder la tua Roma che piagne -vedova e sola, e dì e notte chiama: -«Cesare mio, perché non m’accompagne?». -Vieni a veder la gente quanto s’ama! -e se nulla di noi pietà ti move, -a vergognar ti vien de la tua fama. -E se licito m’è, o sommo Giove -che fosti in terra per noi crucifisso, -son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? -O è preparazion che ne l’abisso -del tuo consiglio fai per alcun bene -in tutto de l’accorger nostro scisso? -Ché le città d’ Italia tutte piene -son di tiranni, e un Marcel diventa -ogne villan che parteggiando viene. -Fiorenza mia, ben puoi esser contenta -di questa digression che non ti tocca, -mercé del popol tuo che si argomenta. -Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca -per non venir sanza consiglio a l’arco; -ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca. -Molti rifiutan lo comune incarco; -ma il popol tuo solicito risponde -sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!». -Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde: -tu ricca, tu con pace, e tu con senno! -S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde. -Atene e Lacedemona, che fenno -l’antiche leggi e furon sì civili, -fecero al viver bene un picciol cenno -verso di te, che fai tanto sottili -provedimenti, ch’a mezzo novembre -non giugne quel che tu d’ottobre fili. -Quante volte, del tempo che rimembre, -legge, moneta, officio e costume -hai tu mutato e rinovate membre! -E se ben ti ricordi e vedi lume, -vedrai te somigliante a quella inferma -che non può trovar posa in su le piume, -ma con dar volta suo dolore scherma. diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-7 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-7 deleted file mode 100644 index 0b88a5f..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-7 +++ /dev/null @@ -1,136 +0,0 @@ -Poscia che l’accoglienze oneste e liete -furo iterate tre e quattro volte, -Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?». -«Anzi che a questo monte fosser volte -l’anime degne di salire a Dio, -fur l’ossa mie per Ottavian sepolte. -Io son Virgilio; e per null’ altro rio -lo ciel perdei che per non aver fé». -Così rispuose allora il duca mio. -Qual è colui che cosa innanzi sé -sùbita vede ond’ e’ si maraviglia, -che crede e non, dicendo «Ella è… non è…», -tal parve quelli; e poi chinò le ciglia, -e umilmente ritornò ver’ lui, -e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia. -«O gloria di Latin», disse, «per cui -mostrò ciò che potea la lingua nostra, -o pregio etterno del loco ond’ io fui, -qual merito o qual grazia mi ti mostra? -S’io son d’udir le tue parole degno, -dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra». -«Per tutt’ i cerchi del dolente regno», -rispuose lui, «son io di qua venuto; -virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno. -Non per far, ma per non fare ho perduto -a veder l’alto Sol che tu disiri -e che fu tardi per me conosciuto. -Luogo è là giù non tristo di martìri, -ma di tenebre solo, ove i lamenti -non suonan come guai, ma son sospiri. -Quivi sto io coi pargoli innocenti -dai denti morsi de la morte avante -che fosser da l’umana colpa essenti; -quivi sto io con quei che le tre sante -virtù non si vestiro, e sanza vizio -conobber l’altre e seguir tutte quante. -Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio -dà noi per che venir possiam più tosto -là dove purgatorio ha dritto inizio». -Rispuose: «Loco certo non c’è posto; -licito m’è andar suso e intorno; -per quanto ir posso, a guida mi t’accosto. -Ma vedi già come dichina il giorno, -e andar sù di notte non si puote; -però è buon pensar di bel soggiorno. -Anime sono a destra qua remote; -se mi consenti, io ti merrò ad esse, -e non sanza diletto ti fier note». -«Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse -salir di notte, fora elli impedito -d’altrui, o non sarria ché non potesse?». -E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito, -dicendo: «Vedi? sola questa riga -non varcheresti dopo ’l sol partito: -non però ch’altra cosa desse briga, -che la notturna tenebra, ad ir suso; -quella col nonpoder la voglia intriga. -Ben si poria con lei tornare in giuso -e passeggiar la costa intorno errando, -mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso». -Allora il mio segnor, quasi ammirando, -«Menane», disse, «dunque là ’ve dici -ch’aver si può diletto dimorando». -Poco allungati c’eravam di lici, -quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo, -a guisa che i vallon li sceman quici. -«Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo -dove la costa face di sé grembo; -e là il novo giorno attenderemo». -Tra erto e piano era un sentiero schembo, -che ne condusse in fianco de la lacca, -là dove più ch’a mezzo muore il lembo. -Oro e argento fine, cocco e biacca, -indaco, legno lucido e sereno, -fresco smeraldo in l’ora che si fiacca, -da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno -posti, ciascun saria di color vinto, -come dal suo maggiore è vinto il meno. -Non avea pur natura ivi dipinto, -ma di soavità di mille odori -vi facea uno incognito e indistinto. -‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori -quindi seder cantando anime vidi, -che per la valle non parean di fuori. -«Prima che ’l poco sole omai s’annidi», -cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti, -«tra color non vogliate ch’io vi guidi. -Di questo balzo meglio li atti e ’ volti -conoscerete voi di tutti quanti, -che ne la lama giù tra essi accolti. -Colui che più siede alto e fa sembianti -d’ aver negletto ciò che far dovea, -e che non move bocca a li altrui canti, -Rodolfo imperador fu, che potea -sanar le piaghe c’hanno Italia morta, -sì che tardi per altri si ricrea. -L’altro che ne la vista lui conforta, -resse la terra dove l’acqua nasce -che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta: -Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce -fu meglio assai che Vincislao suo figlio -barbuto, cui lussuria e ozio pasce. -E quel nasetto che stretto a consiglio -par con colui c’ha sì benigno aspetto, -morì fuggendo e disfiorando il giglio: -guardate là come si batte il petto! -L’altro vedete c’ha fatto a la guancia -de la sua palma, sospirando, letto. -Padre e suocero son del mal di Francia: -sanno la vita sua viziata e lorda, -e quindi viene il duol che sì li lancia. -Quel che par sì membruto e che s’accorda, -cantando, con colui dal maschio naso, -d’ogne valor portò cinta la corda; -e se re dopo lui fosse rimaso -lo giovanetto che retro a lui siede, -ben andava il valor di vaso in vaso, -che non si puote dir de l’altre rede; -Iacomo e Federigo hanno i reami; -del retaggio miglior nessun possiede. -Rade volte risurge per li rami -l’umana probitate; e questo vole -quei che la dà, perché da lui si chiami. -Anche al nasuto vanno mie parole -non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta, -onde Puglia e Proenza già si dole. -Tant’ è del seme suo minor la pianta, -quanto più che Beatrice e Margherita, -Costanza di marito ancor si vanta. -Vedete il re de la semplice vita -seder là solo, Arrigo d’ Inghilterra: -questi ha ne’ rami suoi migliore uscita. -Quel che più basso tra costor s’atterra, -guardando in suso, è Guiglielmo marchese, -per cui e Alessandria e la sua guerra -fa pianger Monferrato e Canavese». diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-8 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-8 deleted file mode 100644 index 155b563..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-8 +++ /dev/null @@ -1,139 +0,0 @@ -Era già l’ora che volge il disio -ai navicanti e ’ntenerisce il core -lo dì c’han detto ai dolci amici addio; -e che lo novo peregrin d’amore -punge, se ode squilla di lontano -che paia il giorno pianger che si more; -quand’ io incominciai a render vano -l’udire e a mirare una de l’alme -surta, che l’ascoltar chiedea con mano. -Ella giunse e levò ambo le palme, -ficcando li occhi verso l’orïente, -come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’ . -‘Te lucis ante’ sì devotamente -le uscìo di bocca e con sì dolci note, -che fece me a me uscir di mente; -e l’altre poi dolcemente e devote -seguitar lei per tutto l’inno intero, -avendo li occhi a le superne rote. -Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, -ché ’l velo è ora ben tanto sottile, -certo che ’l trapassar dentro è leggero. -Io vidi quello essercito gentile -tacito poscia riguardare in sùe, -quasi aspettando, palido e umìle; -e vidi uscir de l’alto e scender giùe -due angeli con due spade affocate, -tronche e private de le punte sue. -Verdi come fogliette pur mo nate -erano in veste, che da verdi penne -percosse traean dietro e ventilate. -L’un poco sovra noi a star si venne, -e l’altro scese in l’opposita sponda, -sì che la gente in mezzo si contenne. -Ben discernëa in lor la testa bionda; -ma ne la faccia l’occhio si smarria, -come virtù ch’a troppo si confonda. -«Ambo vegnon del grembo di Maria», -disse Sordello, «a guardia de la valle, -per lo serpente che verrà vie via». -Ond’ io, che non sapeva per qual calle, -mi volsi intorno, e stretto m’accostai, -tutto gelato, a le fidate spalle. -E Sordello anco: «Or avvalliamo omai -tra le grandi ombre, e parleremo ad esse; -grazïoso fia lor vedervi assai». -Solo tre passi credo ch’i’ scendesse, -e fui di sotto, e vidi un che mirava -pur me, come conoscer mi volesse. -Temp’ era già che l’aere s’annerava, -ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei -non dichiarisse ciò che pria serrava. -Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei: -giudice Nin gentil, quanto mi piacque -quando ti vidi non esser tra ’ rei! -Nullo bel salutar tra noi si tacque; -poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti -a piè del monte per le lontane acque?». -«Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi -venni stamane, e sono in prima vita, -ancor che l’altra, sì andando, acquisti». -E come fu la mia risposta udita, -Sordello ed elli in dietro si raccolse -come gente di sùbito smarrita. -L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse -che sedea lì, gridando:«Sù, Currado! -vieni a veder che Dio per grazia volse». -Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado -che tu dei a colui che sì nasconde -lo suo primo perché, che non lì è guado, -quando sarai di là da le larghe onde, -dì a Giovanna mia che per me chiami -là dove a li ’nnocenti si risponde. -Non credo che la sua madre più m’ami, -poscia che trasmutò le bianche bende, -le quai convien che, misera!, ancor brami. -Per lei assai di lieve si comprende -quanto in femmina foco d’amor dura, -se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende. -Non le farà sì bella sepultura -la vipera che Melanesi accampa, -com’ avria fatto il gallo di Gallura». -Così dicea, segnato de la stampa, -nel suo aspetto, di quel dritto zelo -che misuratamente in core avvampa. -Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, -pur là dove le stelle son più tarde, -sì come rota più presso a lo stelo. -E ‘l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?». -E io a lui: «A quelle tre facelle -di che ’l polo di qua tutto quanto arde». -Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle -che vedevi staman, son di là basse, -e queste son salite ov’ eran quelle». -Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse -dicendo:«Vedi là ’l nostro avversaro»; -e drizzò il dito perché ’n là guardasse. -Da quella parte onde non ha riparo -la picciola vallea, era una biscia, -forse qual diede ad Eva il cibo amaro. -Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia, -volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso -leccando come bestia che si liscia. -Io non vidi, e però dicer non posso, -come mosser li astor celestïali; -ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso. -Sentendo fender l’aere a le verdi ali, -fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta, -suso a le poste rivolando iguali. -L’ombra che s’era al giudice raccolta -quando chiamò, per tutto quello assalto -punto non fu da me guardare sciolta. -«Se la lucerna che ti mena in alto -truovi nel tuo arbitrio tanta cera -quant’ è mestiere infino al sommo smalto», -cominciò ella, «se novella vera -di Val di Magra o di parte vicina -sai, dillo a me, che già grande là era. -Fui chiamato Currado Malaspina; -non son l’antico, ma di lui discesi; -a’ miei portai l’amor che qui raffina». -«Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi -già mai non fui; ma dove si dimora -per tutta Europa ch’ ei non sien palesi? -La fama che la vostra casa onora, -grida i segnori e grida la contrada, -sì che ne sa chi non vi fu ancora; -e io vi giuro, s’io di sopra vada, -che vostra gente onrata non si sfregia -del pregio de la borsa e de la spada. -Uso e natura sì la privilegia, -che, perché il capo reo il mondo torca, -sola va dritta e ’l mal cammin dispregia». -Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca -sette volte nel letto che ’l Montone -con tutti e quattro i piè cuopre e inforca, -che cotesta cortese oppinïone -ti fia chiavata in mezzo de la testa -con maggior chiovi che d’altrui sermone, -se corso di giudicio non s’arresta». diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-9 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-9 deleted file mode 100644 index c59b9f2..0000000 --- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-9 +++ /dev/null @@ -1,145 +0,0 @@ -La concubina di Titone antico -già s’imbiancava al balco d’orïente, -fuor de le braccia del suo dolce amico; -di gemme la sua fronte era lucente, -poste in figura del freddo animale -che con la coda percuote la gente; -e la notte, de’ passi con che sale, -fatti avea due nel loco ov’ eravamo, -e ’l terzo già chinava in giuso l’ale; -quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo, -vinto dal sonno, in su l’erba inchinai -là ’ve già tutti e cinque sedavamo. -Ne l’ora che comincia i tristi lai -la rondinella presso a la mattina, -forse a memoria de’ suo’ primi guai, -e che la mente nostra, peregrina -più da la carne e men da’ pensier presa, -a le sue visïon quasi è divina, -in sogno mi parea veder sospesa -un’aguglia nel ciel con penne d’ oro, -con l’ali aperte e a calare intesa; -ed esser mi parea là dove fuoro -abbandonati i suoi da Ganimede, -quando fu ratto al sommo consistoro. -Fra me pensava: ‘Forse questa fiede -pur qui per uso, e forse d’altro loco -disdegna di portarne suso in piede’ . -Poi mi parea che, poi rotata un poco, -terribil come folgor discendesse, -e me rapisse suso infino al foco. -Ivi parea che ella e io ardesse; -e sì lo ’ncendio imaginato cosse, -che convenne che ’l sonno si rompesse. -Non altrimenti Achille si riscosse, -li occhi svegliati rivolgendo in giro -e non sappiendo là dove si fosse, -quando la madre da Chirón a Schiro -trafuggò lui dormendo in le sue braccia, -là onde poi li Greci il dipartiro; -che mi scoss’ io, sì come da la faccia -mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto, -come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia. -Dallato m’era solo il mio conforto, -e ’l sole er’ alto già più che due ore, -e ’l viso m’era a la marina torto. -«Non aver tema», disse il mio segnore; -«fatti sicur, ché noi semo a buon punto; -non stringer, ma rallarga ogne vigore. -Tu se’ omai al purgatorio giunto: -vedi là il balzo che ’l chiude dintorno; -vedi l’entrata là ’ve par digiunto. -Dianzi, ne l’alba che procede al giorno, -quando l’anima tua dentro dormia, -sovra li fiori ond’ è là giù addorno -venne una donna, e disse: “I’ son Lucia; -lasciatemi pigliar costui che dorme; -sì l’agevolerò per la sua via”. -Sordel rimase e l’altre genti forme; -ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro, -sen venne suso; e io per le sue orme. -Qui ti posò, ma pria mi dimostraro -li occhi suoi belli quella intrata aperta; -poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro». -A guisa d’ uom che ’n dubbio si raccerta -e che muta in conforto sua paura, -poi che la verità li è discoperta, -mi cambia’ io; e come sanza cura -vide me ’l duca mio, su per lo balzo -si mosse, e io di rietro inver’ l’altura. -Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo -la mia matera, e però con più arte -non ti maravigliar s’io la rincalzo. -Noi ci appressammo, ed eravamo in parte, -che là dove pareami prima rotto, -pur come un fesso che muro diparte, -vidi una porta, e tre gradi di sotto -per gire ad essa, di color diversi, -e un portier ch’ancor non facea motto. -E come l’occhio più e più v’apersi, -vidil seder sovra ’l grado sovrano, -tal ne la faccia ch’io non lo soffersi; -e una spada nuda avëa in mano, -che reflettëa i raggi sì ver’ noi, -ch’io drizzava spesso il viso in vano. -«Dite costinci: che volete voi?», -cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta? -Guardate che ’l venir sù non vi nòi». -«Donna del ciel, di queste cose accorta», -rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi -ne disse: “Andate là: quivi è la porta”». -«Ed ella i passi vostri in bene avanzi», -ricominciò il cortese portinaio: -«Venite dunque a’ nostri gradi innanzi». -Là ne venimmo; e lo scaglion primaio -bianco marmo era sì pulito e terso, -ch’io mi specchiai in esso qual io paio. -Era il secondo tinto più che perso, -d’una petrina ruvida e arsiccia, -crepata per lo lungo e per traverso. -Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia, -porfido mi parea, sì fiammeggiante -come sangue che fuor di vena spiccia. -Sovra questo tenëa ambo le piante -l’angel di Dio, sedendo in su la soglia -che mi sembiava pietra di diamante. -Per li tre gradi sù di buona voglia -mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi -umilemente che ’l serrame scioglia». -Divoto mi gittai a’ santi piedi; -misericordia chiesi e ch’el m’aprisse, -ma tre volte nel petto pria mi diedi. -Sette P ne la fronte mi descrisse -col punton de la spada, e «Fa che lavi, -quando se’ dentro, queste piaghe» disse. -Cenere, o terra che secca si cavi, -d’ un color fora col suo vestimento; -e di sotto da quel trasse due chiavi. -L’una era d’oro e l’altra era d’argento; -pria con la bianca e poscia con la gialla -fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento. -«Quandunque l’una d’este chiavi falla, -che non si volga dritta per la toppa», -diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla. -Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa -d’arte e d’ingegno avanti che diserri, -perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa. -Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri -anzi ad aprir ch’a tenerla serrata, -pur che la gente a’ piedi mi s’atterri». -Poi pinse l’uscio a la porta sacrata, -dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti -che di fuor torna chi ’n dietro si guata». -E quando fuor ne’ cardini distorti -li spigoli di quella regge sacra, -che di metallo son sonanti e forti, -non rugghiò sì né si mostrò sì acra -Tarpëa, come tolto le fu il buono -Metello, per che poi rimase macra. -Io mi rivolsi attento al primo tuono, -e ‘Te Deum laudamus‘ mi parea -udire in voce mista al dolce suono. -Tale imagine a punto mi rendea -ciò ch’io udiva, qual prender si suole -quando a cantar con organi si stea; -ch’or sì or no s’intendon le parole. diff --git a/inferno-xml.d/.gitignore b/inferno-xml.d/.gitignore new file mode 100644 index 0000000..bcf67a3 --- /dev/null +++ b/inferno-xml.d/.gitignore @@ -0,0 +1 @@ +xpath.sh diff --git a/paradiso-xml.d/.gitignore b/paradiso-xml.d/.gitignore new file mode 100644 index 0000000..bcf67a3 --- /dev/null +++ b/paradiso-xml.d/.gitignore @@ -0,0 +1 @@ +xpath.sh diff --git a/purgatorio-xml.d/.gitignore b/purgatorio-xml.d/.gitignore new file mode 100644 index 0000000..bcf67a3 --- /dev/null +++ b/purgatorio-xml.d/.gitignore @@ -0,0 +1 @@ +xpath.sh diff --git a/terzina-tags.sh b/terzina-tags.sh deleted file mode 100755 index b025485..0000000 --- a/terzina-tags.sh +++ /dev/null @@ -1,33 +0,0 @@ -#!/bin/bash - -# Add terzina tags to each canto.xml file in a directory -# Also add canto number attribute. - -echo -e "\nAdding terzina tags and numbers." - -for file in *; -do - if [[ "$file" != 'terzina-tags.sh' ]]; then # exclude this script - if [[ "$file" != sed* ]]; then # exclude sed file made later - echo -e "Modifying $file" - # Every third line (mod 3) add a closing tag, newline, and opening tag. - awk -i inplace '{print}; NR % 3 == 0 {print "\t\t\n\t\t"}' "$file" - # Add an opening tag at the beginning and a closing tag at the end because the above awk doesn't. - sed -i '1s/^/\t\t\n/' "$file" - echo -e "\t\t" >> "$file" - # Add the canto number attribute (at most 160/3 ~ 54 terzine) - for i in $(seq 1 54); - do - # Substitute in the actual number with sed. I couldn't figure out - # how to include the $i variable with the surrounding attribute - # quotes in the awk statement, so I just used sed here separately. - - # We start at i=2 because the awk command above - # doesn't add a terzina tag to the first terzina. - TERZ_NUM=$((i + 1)) - # Replace only first occurence of ~NUM~. - sed -i -e "0,/~NUM~/ s/~NUM~/\"$TERZ_NUM\"/" "$file" - done - fi - fi -done diff --git a/top-level-tags.sh b/top-level-tags.sh deleted file mode 100755 index ec24e42..0000000 --- a/top-level-tags.sh +++ /dev/null @@ -1,31 +0,0 @@ -#!/bin/bash - -# This script adds top-level tags to your XML files. -# - XML header -# - and tags with attributes - -echo -e "\nAdding top-level tags." - -for file in *; -do - if [[ "$file" != 'top-level-tags.sh' ]]; then - CANTO_NUM="$(echo "'$file'" | tr -d -c 0-9)" # get canto number - if [[ "$file" == inferno* ]]; then - COMM_NUM="$CANTO_NUM" # same as inferno canto number - elif [[ "$file" == purgatorio* ]]; then - COMM_NUM="$((CANTO_NUM + 34))" # add 34 if in purgatory - else - COMM_NUM="$((CANTO_NUM + 67))" # add 68 if in paradise - fi - # Add tags to first line of file - sed -i '1s/^/\n\n\n\t\n/' "$file" - # Replace canto number and comedy number - sed -i "s/~CANTO_NUM~/\"$CANTO_NUM\"/" "$file" - sed -i "s/~COMM_NUM~/\"$COMM_NUM\"/" "$file" - # Add tags to end of file - echo -e "\t" >> "$file" - echo -e "" >> "$file" - # Add a `.xml` extension - mv "$file" "$file.xml" - fi -done diff --git a/word-tags.sh b/word-tags.sh deleted file mode 100755 index 97f0186..0000000 --- a/word-tags.sh +++ /dev/null @@ -1,19 +0,0 @@ -#!/bin/bash - -# For all files in directory: -# - replace all spaces with ` ` -# - add `` to the start of each line -# - add `` to the end of each line -# Also add proper indentation. -# This script treats punctuation as words. - -echo -e "\nAdding word tags." - -for file in *; -do - if [[ "$file" != 'word-tags.sh' ]]; then - sed -i 's/\ /<\/word>\ /g' "$file" - sed -i 's/^/\t\t\t/' "$file" - sed -i 's/$/<\/word>/' "$file" - fi -done