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@@ -1,17 +0,0 @@
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--- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-1
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@@ -1,136 +0,0 @@
-Nel mezzo del cammin di nostra vita
-mi ritrovai per una selva oscura
-ché la diritta via era smarrita.
-Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
-esta selva selvaggia e aspra e forte
-che nel pensier rinova la paura!
-Tant’ è amara che poco è più morte;
-ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
-dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
-Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,
-tant’ era pien di sonno a quel punto
-che la verace via abbandonai.
-Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
-là dove terminava quella valle
-che m’avea di paura il cor compunto,
-guardai in alto, e vidi le sue spalle
-vestite già de’ raggi del pianeta
-che mena dritto altrui per ogne calle.
-Allor fu la paura un poco queta
-che nel lago del cor m’era durata
-la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
-E come quei che con lena affannata
-uscito fuor del pelago a la riva
-si volge a l’acqua perigliosa e guata,
-così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
-si volse a retro a rimirar lo passo
-che non lasciò già mai persona viva.
-Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
-ripresi via per la piaggia diserta,
-sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.
-Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
-una lonza leggera e presta molto,
-che di pel macolato era coverta;
-e non mi si partia dinanzi al volto,
-anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
-ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
-Temp’ era dal principio del mattino,
-e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
-ch’eran con lui quando l’amor divino
-mosse di prima quelle cose belle;
-sì ch’a bene sperar m’era cagione
-di quella fiera a la gaetta pelle
-l’ora del tempo e la dolce stagione;
-ma non sì che paura non mi desse
-la vista che m’apparve d’un leone.
-Questi parea che contra me venisse
-con la test’ alta e con rabbiosa fame,
-sì che parea che l’aere ne tremesse.
-Ed una lupa, che di tutte brame
-sembiava carca ne la sua magrezza,
-e molte genti fé già viver grame,
-questa mi porse tanto di gravezza
-con la paura ch’uscia di sua vista,
-ch’io perdei la speranza de l’altezza.
-E qual è quei che volontieri acquista,
-e giugne ’l tempo che perder lo face,
-che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;
-tal mi fece la bestia sanza pace,
-che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
-mi ripigneva là dove ’l sol tace.
-Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
-dinanzi a li occhi mi si fu offerto
-chi per lungo silenzio parea fioco.
-Quando vidi costui nel gran diserto,
-«Miserere di me», gridai a lui,
-«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».
-Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
-e li parenti miei furon lombardi,
-mantoani per patrïa ambedui.
-Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
-e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
-nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
-Poeta fui, e cantai di quel giusto
-figliuol d’Anchise che venne di Troia,
-poi che ’l superbo Ilión fu combusto.
-Ma tu perché ritorni a tanta noia?
-perché non sali il dilettoso monte
-ch’è principio e cagion di tutta gioia?».
-«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
-che spandi di parlar sì largo fiume?»,
-rispuos’ io lui con vergognosa fronte.
-«O de li altri poeti onore e lume
-vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
-che m’ha fatto cercar lo tuo volume.
-Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore;
-tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
-lo bello stilo che m’ha fatto onore.
-Vedi la bestia per cu’ io mi volsi:
-aiutami da lei, famoso saggio,
-ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».
-«A te convien tenere altro vïaggio»,
-rispuose poi che lagrimar mi vide,
-«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;
-ché questa bestia, per la qual tu gride,
-non lascia altrui passar per la sua via,
-ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;
-e ha natura sì malvagia e ria,
-che mai non empie la bramosa voglia,
-e dopo ’l pasto ha più fame che pria.
-Molti son li animali a cui s’ammoglia,
-e più saranno ancora, infin che ’l veltro
-verrà, che la farà morir con doglia.
-Questi non ciberà terra né peltro,
-ma sapïenza, amore e virtute,
-e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
-Di quella umile Italia fia salute
-per cui morì la vergine Cammilla,
-Eurialo e Turno e Niso di ferute.
-Questi la caccerà per ogne villa,
-fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
-là onde ’nvidia prima dipartilla.
-Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno
-che tu mi segui, e io sarò tua guida,
-e trarrotti di qui per loco etterno,
-ove udirai le disperate strida,
-vedrai li antichi spiriti dolenti,
-ch’a la seconda morte ciascun grida;
-e vederai color che son contenti
-nel foco, perché speran di venire
-quando che sia a le beate genti.
-A le quai poi se tu vorrai salire,
-anima fia a ciò più di me degna:
-con lei ti lascerò nel mio partire;
-ché quello imperador che là sù regna,
-perch’ i’ fu’ ribellante a la sua legge,
-non vuol che ’n sua città per me si vegna.
-In tutte parti impera e quivi regge;
-quivi è la sua città e l’alto seggio:
-oh felice colui cu’ ivi elegge!».
-E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
-per quello Dio che tu non conoscesti,
-acciò ch’io fugga questo male e peggio,
-che tu mi meni là dov’or dicesti,
-sì ch’io veggia la porta di san Pietro
-e color cui tu fai cotanto mesti».
-Allor si mosse, e io li tenni dietro.
diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-10 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-10
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index 56e848c..0000000
--- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-10
+++ /dev/null
@@ -1,136 +0,0 @@
-Ora sen va per un secreto calle,
-tra ’l muro de la terra e li martìri,
-lo mio maestro, e io dopo le spalle.
-«O virtù somma, che per li empi giri
-mi volvi», cominciai, «com’ a te piace,
-parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.
-La gente che per li sepolcri giace
-potrebbesi veder? già son levati
-tutt’ i coperchi, e nessun guardia face».
-E quelli a me: «Tutti saran serrati
-quando di Iosafàt qui torneranno
-coi corpi che là sù hanno lasciati.
-Suo cimitero da questa parte hanno
-con Epicuro tutti suoi seguaci,
-che l’anima col corpo morta fanno.
-Però a la dimanda che mi faci
-quinc’ entro satisfatto sarà tosto,
-e al disio ancor che tu mi taci».
-E io: «Buon duca, non tegno riposto
-a te mio cuor se non per dicer poco,
-e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».
-«O Tosco che per la città del foco
-vivo ten vai così parlando onesto,
-piacciati di restare in questo loco.
-La tua loquela ti fa manifesto
-di quella nobil patrïa natio
-a la qual forse fui troppo molesto».
-Subitamente questo suono uscìo
-d’una de l’arche; però m’accostai,
-temendo, un poco più al duca mio.
-Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
-Vedi là Farinata che s’è dritto:
-da la cintola in sù tutto ’l vedrai».
-Io avea già il mio viso nel suo fitto;
-ed el s’ergea col petto e con la fronte
-com’ avesse l’inferno a gran dispitto.
-E l’animose man del duca e pronte
-mi pinser tra le sepulture a lui,
-dicendo: «Le parole tue sien conte».
-Com’ io al piè de la sua tomba fui,
-guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
-mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».
-Io ch’era d’ubidir disideroso,
-non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi;
-ond’ ei levò le ciglia un poco in suso;
-poi disse: «Fieramente furo avversi
-a me e a miei primi e a mia parte,
-sì che per due fïate li dispersi».
-«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,
-rispuos’ io lui, «l’una e l’altra fïata;
-ma i vostri non appreser ben quell’arte».
-Allor surse a la vista scoperchiata
-un’ombra, lungo questa, infino al mento:
-credo che s’era in ginocchie levata.
-Dintorno mi guardò, come talento
-avesse di veder s’altri era meco;
-e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,
-piangendo disse: «Se per questo cieco
-carcere vai per altezza d’ ingegno,
-mio figlio ov’ è? e perché non è teco?».
-E io a lui: «Da me stesso non vegno:
-colui ch’attende là, per qui mi mena
-forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».
-Le sue parole e ’l modo de la pena
-m’avean di costui già letto il nome;
-però fu la risposta così piena.
-Di sùbito drizzato gridò: «Come
-dicesti “elli ebbe”? non viv’ elli ancora?
-non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».
-Quando s’accorse d’alcuna dimora
-ch’io facëa dinanzi a la risposta,
-supin ricadde e più non parve fora.
-Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta
-restato m’era, non mutò aspetto,
-né mosse collo, né piegò sua costa;
-e sé continüando al primo detto,
-«S’elli han quell’ arte», disse, «male appresa,
-ciò mi tormenta più che questo letto.
-Ma non cinquanta volte fia raccesa
-la faccia de la donna che qui regge,
-che tu saprai quanto quell’ arte pesa.
-E se tu mai nel dolce mondo regge,
-dimmi: perché quel popolo è sì empio
-incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?».
-Ond’ io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio
-che fece l’Arbia colorata in rosso,
-tal orazion fa far nel nostro tempio».
-Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
-«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo
-sanza cagion con li altri sarei mosso.
-Ma fu’ io solo, là dove sofferto
-fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
-colui che la difesi a viso aperto».
-«Deh, se riposi mai vostra semenza»,
-prega’ io lui, «solvetemi quel nodo
-che qui ha ’nviluppata mia sentenza.
-El par che voi veggiate, se ben odo,
-dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
-e nel presente tenete altro modo».
-«Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,
-le cose», disse, «che ne son lontano;
-cotanto ancor ne splende il sommo duce.
-Quando s’appressano o son, tutto è vano
-nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
-nulla sapem di vostro stato umano.
-Però comprender puoi che tutta morta
-fia nostra conoscenza da quel punto
-che del futuro fia chiusa la porta».
-Allor, come di mia colpa compunto,
-dissi: «Or direte dunque a quel caduto
-che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;
-e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
-fate i saper che ’l fei perché pensava
-già ne l’error che m’avete soluto».
-E già ’l maestro mio mi richiamava;
-per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
-che mi dicesse chi con lu’ istava.
-Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:
-qua dentro è ’l secondo Federico,
-e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio».
-Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
-poeta volsi i passi, ripensando
-a quel parlar che mi parea nemico.
-Elli si mosse; e poi, così andando,
-mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».
-E io li sodisfeci al suo dimando.
-«La mente tua conservi quel ch’udito
-hai contra te», mi comandò quel saggio;
-«e ora attendi qui», e drizzò ’l dito:
-«quando sarai dinanzi al dolce raggio
-di quella il cui bell’ occhio tutto vede,
-da lei saprai di tua vita il vïaggio».
-Appresso mosse a man sinistra il piede:
-lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
-per un sentier ch’a una valle fiede,
-che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.
diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-11 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-11
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--- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-11
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@@ -1,115 +0,0 @@
-In su l’estremità d’un’alta ripa
-che facevan gran pietre rotte in cerchio,
-venimmo sopra più crudele stipa;
-e quivi, per l’orribile soperchio
-del puzzo che ’l profondo abisso gitta,
-ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio
-d’un grand’ avello, ov’ io vidi una scritta
-che dicea: ‘Anastasio papa guardo,
-lo qual trasse Fotin de la via dritta’.
-«Lo nostro scender conviene esser tardo,
-sì che s’ausi un poco in prima il senso
-al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».
-Così ’l maestro; e io «Alcun compenso»,
-dissi lui, «trova che ’l tempo non passi
-perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso».
-«Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,
-cominciò poi a dir, «son tre cerchietti
-di grado in grado, come que’ che lassi.
-Tutti son pien di spirti maladetti;
-ma perché poi ti basti pur la vista,
-intendi come e perché son costretti.
-D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,
-ingiuria è ’l fine, ed ogne fin cotale
-o con forza o con frode altrui contrista.
-Ma perché frode è de l’uom proprio male,
-più spiace a Dio; e però stan di sotto
-li frodolenti, e più dolor li assale.
-Di vïolenti il primo cerchio è tutto;
-ma perché si fa forza a tre persone,
-in tre gironi è distinto e costrutto.
-A Dio, a sé, al prossimo si pòne
-far forza, dico in loro e in lor cose,
-come udirai con aperta ragione.
-Morte per forza e ferute dogliose
-nel prossimo si danno, e nel suo avere
-ruine, incendi e tollette dannose;
-onde omicide e ciascun che mal fiere,
-guastatori e predon, tutti tormenta
-lo giron primo per diverse schiere.
-Puote omo avere in sé man vïolenta
-e ne’ suoi beni; e però nel secondo
-giron convien che sanza pro si penta
-qualunque priva sé del vostro mondo,
-biscazza e fonde la sua facultade,
-e piange là dov’ esser de’ giocondo.
-Puossi far forza nella deïtade,
-col cor negando e bestemmiando quella,
-e spregiando natura e sua bontade;
-e però lo minor giron suggella
-del segno suo e Soddoma e Caorsa
-e chi, spregiando Dio col cor, favella.
-La frode, ond’ ogne coscïenza è morsa,
-può l’omo usare in colui che ’n lui fida
-e in quel che fidanza non imborsa.
-Questo modo di retro par ch’incida
-pur lo vinco d’amor che fa natura;
-onde nel cerchio secondo s’annida
-ipocresia, lusinghe e chi affattura,
-falsità, ladroneccio e simonia,
-ruffian, baratti e simile lordura.
-Per l’altro modo quell’ amor s’oblia
-che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,
-di che la fede spezïal si cria;
-onde nel cerchio minore, ov’ è ’l punto
-de l’universo in su che Dite siede,
-qualunque trade in etterno è consunto».
-E io: «Maestro, assai chiara procede
-la tua ragione, e assai ben distingue
-questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede.
-Ma dimmi: quei de la palude pingue,
-che mena il vento, e che batte la pioggia,
-e che s’incontran con sì aspre lingue,
-perché non dentro da la città roggia
-sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
-e se non li ha, perché sono a tal foggia?».
-Ed elli a me «Perché tanto delira»,
-disse, «lo ’ngegno tuo da quel che sòle?
-o ver la mente dove altrove mira?
-Non ti rimembra di quelle parole
-con le quai la tua Etica pertratta
-le tre disposizion che ’l ciel non vole,
-incontenenza, malizia e la matta
-bestialitade? e come incontenenza
-men Dio offende e men biasimo accatta?
-Se tu riguardi ben questa sentenza,
-e rechiti a la mente chi son quelli
-che sù di fuor sostegnon penitenza,
-tu vedrai ben perché da questi felli
-sien dipartiti, e perché men crucciata
-la divina vendetta li martelli».
-«O sol che sani ogni vista turbata,
-tu mi contenti sì quando tu solvi,
-che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.
-Ancora in dietro un poco ti rivolvi»,
-diss’ io, «là dove di’ ch’usura offende
-la divina bontade, e ’l groppo solvi».
-«Filosofia», mi disse, «a chi la ’ntende,
-nota, non pure in una sola parte,
-come natura lo suo corso prende
-dal divino ’ntelletto e da sua arte;
-e se tu ben la tua Fisica note,
-tu troverai, non dopo molte carte,
-che l’arte vostra quella, quanto pote,
-segue, come ’l maestro fa ’l discente;
-sì che vostr’ arte a Dio quasi è nepote.
-Da queste due, se tu ti rechi a mente
-lo Genesì dal principio, convene
-prender sua vita e avanzar la gente;
-e perché l’usuriere altra via tene,
-per sé natura e per la sua seguace
-dispregia, poi ch’in altro pon la spene.
-Ma seguimi oramai, che ’l gir mi piace;
-ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,
-e ’l Carro tutto sovra ’l Coro giace,
-e ’l balzo via là oltra si dismonta».
diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-12 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-12
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--- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-12
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@@ -1,139 +0,0 @@
-Era lo loco ov’ a scender la riva
-venimmo, alpestro e, per quel che v’er’ anco,
-tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.
-Qual è quella ruina che nel fianco
-di qua da Trento l’Adice percosse,
-o per tremoto o per sostegno manco,
-che da cima del monte, onde si mosse,
-al piano è sì la roccia discoscesa,
-ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:
-cotal di quel burrato era la scesa;
-e ’n su la punta de la rotta lacca
-l’infamïa di Creti era distesa
-che fu concetta ne la falsa vacca;
-e quando vide noi, sé stesso morse,
-sì come quei cui l’ira dentro fiacca.
-Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse
-tu credi che qui sia ’l duca d’Atene,
-che sù nel mondo la morte ti porse?
-Pàrtiti, bestia, ché questi non vene
-ammaestrato da la tua sorella,
-ma vassi per veder le vostre pene».
-Qual è quel toro che si slaccia in quella
-c’ha ricevuto già ’l colpo mortale,
-che gir non sa, ma qua e là saltella,
-vid’io lo Minotauro far cotale;
-e quello accorto gridò; «Corri al varco:
-mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale».
-Così prendemmo via giù per lo scarco
-di quelle pietre, che spesso moviensi
-sotto i miei piedi per lo novo carco.
-Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi
-forse a questa ruina, ch’è guardata
-da quell’ ira bestial ch’i’ ora spensi.
-Or vo’ che sappi che l’altra fïata
-ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,
-questa roccia non era ancor cascata.
-Ma certo poco pria, se ben discerno,
-che venisse colui che la gran preda
-levò a Dite del cerchio superno,
-da tutte parti l’alta valle feda
-tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo
-sentisse amor, per lo qual è chi creda
-più volte il mondo in caòsso converso;
-e in quel punto questa vecchia roccia
-qui e altrove, tal fece riverso.
-Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia
-la riviera del sangue in la qual bolle
-qual che per vïolenza in altrui noccia».
-Oh cieca cupidigia e ira folle,
-che sì ci sproni ne la vita corta,
-e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!
-Io vidi un’ampia fossa in arco torta,
-come quella che tutto ’l piano abbraccia,
-secondo ch’avea detto la mia scorta;
-e tra ’l piè de la ripa ed essa, in traccia
-corrien centauri, armati di saette,
-come solien nel mondo andare a caccia.
-Veggendoci calar, ciascun ristette,
-e de la schiera tre si dipartiro
-con archi e asticciuole prima elette;
-e l’un gridò da lungi: «A qual martiro
-venite voi che scendete la costa?
-Ditel costinci; se non, l’arco tiro».
-Lo mio maestro disse: «La risposta
-farem noi a Chirón costà di presso:
-mal fu la voglia tua sempre sì tosta».
-Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,
-che morì per la bella Deianira
-e fé di sé la vendetta elli stesso.
-E quel di mezzo, ch’al petto si mira,
-è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
-quell’ altro è Folo, che fu sì pien d’ira.
-Dintorno al fosso vanno a mille a mille,
-saettando qual anima si svelle
-del sangue più che sua colpa sortille».
-Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:
-Chirón prese uno strale, e con la cocca
-fece la barba in dietro a le mascelle.
-Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,
-disse a’ compagni: «Siete voi accorti
-che quel di retro move ciò ch’el tocca?
-Così non soglion far li piè d’i morti».
-E ’l mio buon duca, che già li er’ al petto,
-dove le due nature son consorti,
-rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto
-mostrar li mi convien la valle buia;
-necessità ’l ci ’nduce, e non diletto.
-Tal si partì da cantare alleluia
-che mi commise quest’ officio novo:
-non è ladron, né io anima fuia.
-Ma per quella virtù per cu’ io movo
-li passi miei per sì selvaggia strada,
-danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,
-e che ne mostri là dove si guada
-e che porti costui in su la groppa,
-ché non è spirto che per l’aere vada».
-Chirón si volse in su la destra poppa,
-e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,
-e fa cansar s’altra schiera v’intoppa».
-Or ci movemmo con la scorta fida
-lungo la proda del bollor vermiglio,
-dove i bolliti facieno alte strida.
-Io vidi gente sotto infino al ciglio;
-e ’l gran centauro disse: «E’ son tiranni
-che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.
-Quivi si piangon li spietati danni;
-quivi è Alessandro, e Dionisio fero,
-che fé Cicilia aver dolorosi anni.
-E quella fronte c’ha ’l pel così nero,
-è Azzolino; e quell’ altro ch’è biondo,
-è Opizzo da Esti, il qual per vero
-fu spento dal figliastro sù nel mondo».
-Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
-«Questi ti sia or primo, e io secondo».
-Poco più oltre il centauro s’affisse
-sovr’ una gente che ’nfino a la gola
-parea che di quel bulicame uscisse.
-Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,
-dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio
-lo cor che ’n su Tamisi ancor si cola».
-Poi vidi gente che di fuor del rio
-tenean la testa e ancor tutto ’l casso;
-e di costoro assai riconobb’ io.
-Così a più a più si facea basso
-quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
-e quindi fu del fosso il nostro passo.
-«Sì come tu da questa parte vedi
-lo bulicame che sempre si scema»,
-disse ’l centauro, «voglio che tu credi
-che da quest’ altra a più a più giù prema
-lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge
-ove la tirannia convien che gema.
-La divina giustizia di qua punge
-quell’ Attila che fu flagello in terra,
-e Pirro e Sesto; e in etterno munge
-le lagrime, che col bollor diserra,
-a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
-che fecero a le strade tanta guerra».
-Poi si rivolse e ripassossi ’l guazzo.
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-Non era ancor di là Nesso arrivato,
-quando noi ci mettemmo per un bosco
-che da neun sentiero era segnato.
-Non fronda verde, ma di color fosco;
-non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
-non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.
-Non han sì aspri sterpi né sì folti
-quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
-tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.
-Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
-che cacciar de le Strofade i Troiani
-con tristo annunzio di futuro danno.
-Ali hanno late, e colli e visi umani,
-piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
-fanno lamenti in su li alberi strani.
-E ’l buon maestro «Prima che più entre,
-sappi che se’ nel secondo girone»,
-mi cominciò a dire, «e sarai mentre
-che tu verrai ne l’orribil sabbione.
-Però riguarda ben; sì vederai
-cose che torrien fede al mio sermone».
-Io sentia d’ogne parte trarre guai
-e non vedea persona che ’l facesse;
-per ch’io tutto smarrito m’arrestai.
-Cred’ ïo ch’ei credette ch’io credesse
-che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
-da gente che per noi si nascondesse.
-Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi
-qualche fraschetta d’una d’este piante,
-li pensier c’hai si faran tutti monchi».
-Allor porsi la mano un poco avante
-e colsi un ramicel da un gran pruno;
-e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».
-Da che fatto fu poi di sangue bruno,
-ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
-non hai tu spirto di pietade alcuno?
-Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
-ben dovrebb’ esser la tua man più pia,
-se state fossimo anime di serpi».
-Come d’un stizzo verde ch’arso sia
-da l’un de’ capi, che da l’altro geme
-e cigola per vento che va via,
-sì de la scheggia rotta usciva insieme
-parole e sangue; ond’ io lasciai la cima
-cadere, e stetti come l’uom che teme.
-«S’elli avesse potuto creder prima»,
-rispuose ’l savio mio, «anima lesa,
-ciò c’ha veduto pur con la mia rima,
-non averebbe in te la man distesa;
-ma la cosa incredibile mi fece
-indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.
-Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece
-d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi
-nel mondo sù, dove tornar li lece».
-E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,
-ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
-perch’ ïo un poco a ragionar m’inveschi.
-Io son colui che tenni ambo le chiavi
-del cor di Federigo, e che le volsi,
-serrando e diserrando, sì soavi,
-che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi;
-fede portai al glorïoso offizio,
-tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.
-La meretrice che mai da l’ospizio
-di Cesare non torse li occhi putti,
-morte comune e de le corti vizio,
-infiammò contra me li animi tutti;
-e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
-che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.
-L’animo mio, per disdegnoso gusto,
-credendo col morir fuggir disdegno,
-ingiusto fece me contra me giusto.
-Per le nove radici d’esto legno
-vi giuro che già mai non ruppi fede
-al mio segnor, che fu d’onor sì degno.
-E se di voi alcun nel mondo riede,
-conforti la memoria mia, che giace
-ancor del colpo che ’nvidia le diede».
-Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,
-disse ’l poeta a me, «non perder l’ora;
-ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».
-Ond’ ïo a lui: «Domandal tu ancora
-di quel che credi ch’a me satisfaccia;
-ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».
-Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia
-liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
-spirito incarcerato, ancor ti piaccia
-di dirne come l’anima si lega
-in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
-s’alcuna mai di tai membra si spiega».
-Allor soffiò il tronco forte, e poi
-si convertì quel vento in cotal voce:
-«Brievemente sarà risposto a voi.
-Quando si parte l’anima feroce
-dal corpo ond’ ella stessa s’è disvelta,
-Minòs la manda a la settima foce.
-Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
-ma là dove fortuna la balestra,
-quivi germoglia come gran di spelta.
-Surge in vermena e in pianta silvestra:
-l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
-fanno dolore, e al dolor fenestra.
-Come l’altre verrem per nostre spoglie,
-ma non però ch’alcuna sen rivesta,
-ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.
-Qui le strascineremo, e per la mesta
-selva saranno i nostri corpi appesi,
-ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».
-Noi eravamo ancora al tronco attesi,
-credendo ch’altro ne volesse dire,
-quando noi fummo d’un romor sorpresi,
-similemente a colui che venire
-sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
-ch’ode le bestie, e le frasche stormire.
-Ed ecco due da la sinistra costa,
-nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
-che de la selva rompieno ogne rosta.
-Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
-E l’altro, cui pareva tardar troppo,
-gridava: «Lano, sì non furo accorte
-le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
-E poi che forse li fallia la lena,
-di sé e d’un cespuglio fece un groppo.
-Di rietro a loro era la selva piena
-di nere cagne, bramose e correnti
-come veltri ch’uscisser di catena.
-In quel che s’appiattò miser li denti,
-e quel dilaceraro a brano a brano;
-poi sen portar quelle membra dolenti.
-Presemi allor la mia scorta per mano,
-e menommi al cespuglio che piangea
-per le rotture sanguinenti in vano.
-«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,
-che t’è giovato di me fare schermo?
-che colpa ho io de la tua vita rea?».
-Quando ’l maestro fu sovr’ esso fermo,
-disse: «Chi fosti, che per tante punte
-soffi con sangue doloroso sermo?».
-Ed elli a noi: «O anime che giunte
-siete a veder lo strazio disonesto
-c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,
-raccoglietele al piè del tristo cesto.
-I’ fui de la città che nel Batista
-mutò ’l primo padrone; ond’ ei per questo
-sempre con l’arte sua la farà trista;
-e se non fosse che ’n sul passo d’Arno
-rimane ancor di lui alcuna vista,
-que’ cittadin che poi la rifondarno
-sovra ’l cener che d’Attila rimase,
-avrebber fatto lavorare indarno.
-Io fei gibetto a me de le mie case».
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-Poi che la carità del natio loco
-mi strinse, raunai le fronde sparte
-e rende’le a colui, ch’era già fioco.
-Indi venimmo al fine ove si parte
-lo secondo giron dal terzo, e dove
-si vede di giustizia orribil arte.
-A ben manifestar le cose nove,
-dico che arrivammo ad una landa
-che dal suo letto ogne pianta rimove.
-La dolorosa selva l’è ghirlanda
-intorno, come ’l fosso tristo ad essa;
-quivi fermammo i passi a randa a randa.
-Lo spazzo era una rena arida e spessa,
-non d’altra foggia fatta che colei
-che fu da’ piè di Caton già soppressa.
-O vendetta di Dio, quanto tu dei
-esser temuta da ciascun che legge
-ciò che fu manifesto a li occhi mei!
-D’anime nude vidi molte gregge
-che piangean tutte assai miseramente,
-e parea posta lor diversa legge.
-Supin giacea in terra alcuna gente,
-alcuna si sedea tutta raccolta,
-e altra andava continüamente.
-Quella che giva ’ntorno era più molta,
-e quella men che giacëa al tormento,
-ma più al duolo avea la lingua sciolta.
-Sovra tutto ’l sabbion, d’un cader lento,
-piovean di foco dilatate falde,
-come di neve in alpe sanza vento.
-Quali Alessandro in quelle parti calde
-d’Indïa vide sopra ’l süo stuolo
-fiamme cadere infino a terra salde,
-per ch’ei provide a scalpitar lo suolo
-con le sue schiere, acciò che lo vapore
-mei si stingueva mentre ch’era solo:
-tale scendeva l’etternale ardore;
-onde la rena s’accendea, com’ esca
-sotto focile, a doppiar lo dolore.
-Sanza riposo mai era la tresca
-de le misere mani, or quindi or quinci
-escotendo da sé l’arsura fresca.
-I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci
-tutte le cose, fuor che ’ demon duri
-ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci,
-chi è quel grande che non par che curi
-lo ’ncendio e giace dispettoso e torto,
-sì che la pioggia non par che ’l marturi?».
-E quel medesmo, che si fu accorto
-ch’io domandava il mio duca di lui,
-gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.
-Se Giove stanchi ’l suo fabbro da cui
-crucciato prese la folgore aguta
-onde l’ultimo dì percosso fui;
-o s’elli stanchi li altri a muta a muta
-in Mongibello a la focina negra,
-chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,
-sì com’ el fece a la pugna di Flegra,
-e me saetti con tutta sua forza:
-non ne potrebbe aver vendetta allegra».
-Allora il duca mio parlò di forza
-tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:
-«O Capaneo, in ciò che non s’ammorza
-la tua superbia, se’ tu più punito;
-nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
-sarebbe al tuo furor dolor compito».
-Poi si rivolse a me con miglior labbia,
-dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi
-ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia
-Dio in disdegno, e poco par che ’l pregi;
-ma, com’ io dissi lui, li suoi dispetti
-sono al suo petto assai debiti fregi.
-Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
-ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
-ma sempre al bosco tien li piedi stretti».
-Tacendo divenimmo là ’ve spiccia
-fuor de la selva un picciol fiumicello,
-lo cui rossore ancor mi raccapriccia.
-Quale del Bulicame esce ruscello
-che parton poi tra lor le peccatrici,
-tal per la rena giù sen giva quello.
-Lo fondo suo e ambo le pendici
-fatt’ era ’n pietra, e ’ margini dallato;
-per ch’io m’accorsi che ’l passo era lici.
-«Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato,
-poscia che noi intrammo per la porta
-lo cui sogliare a nessuno è negato,
-cosa non fu da li tuoi occhi scorta
-notabile com’ è ’l presente rio,
-che sovra sé tutte fiammelle ammorta».
-Queste parole fuor del duca mio;
-per ch’io ’l pregai che mi largisse ’l pasto
-di cui largito m’avëa il disio.
-«In mezzo mar siede un paese guasto»,
-diss’ elli allora, «che s’appella Creta,
-sotto ’l cui rege fu già ’l mondo casto.
-Una montagna v’è che già fu lieta
-d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
-or è diserta come cosa vieta.
-Rëa la scelse già per cuna fida
-del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
-quando piangea, vi facea far le grida.
-Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
-che tien volte le spalle inver’ Dammiata
-e Roma guarda come süo speglio.
-La sua testa è di fin oro formata,
-e puro argento son le braccia e ’l petto,
-poi è di rame infino a la forcata;
-da indi in giuso è tutto ferro eletto,
-salvo che ’l destro piede è terra cotta;
-e sta ’n su quel, più che ’n su l’altro, eretto.
-Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta
-d’una fessura che lagrime goccia,
-le quali, accolte, fóran quella grotta.
-Lor corso in questa valle si diroccia;
-fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
-poi sen van giù per questa stretta doccia,
-infin, là ove più non si dismonta,
-fanno Cocito; e qual sia quello stagno
-tu lo vedrai, però qui non si conta».
-E io a lui: «Se ’l presente rigagno
-si diriva così dal nostro mondo,
-perché ci appar pur a questo vivagno?».
-Ed elli a me: «Tu sai che ’l loco è tondo;
-e tutto che tu sie venuto molto,
-pur a sinistra, giù calando al fondo,
-non se’ ancor per tutto ’l cerchio vòlto;
-per che, se cosa n’apparisce nova,
-non de’ addur maraviglia al tuo volto».
-E io ancor: «Maestro, ove si trova
-Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,
-e l’altro di’ che si fa d’esta piova».
-«In tutte tue question certo mi piaci»,
-rispuose, «ma ’l bollor de l’acqua rossa
-dovea ben solver l’una che tu faci.
-Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,
-là dove vanno l’anime a lavarsi
-quando la colpa pentuta è rimossa».
-Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi
-dal bosco; fa che di retro a me vegne:
-li margini fan via, che non son arsi,
-e sopra loro ogne vapor si spegne».
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@@ -1,124 +0,0 @@
-Ora cen porta l’un de’ duri margini;
-e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,
-sì che dal foco salva l’acqua e li argini.
-Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
-temendo ’l fiotto che ’nver lor s’avventa,
-fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;
-e quali Padoan lungo la Brenta,
-per difender lor ville e lor castelli,
-anzi che Carentana il caldo senta:
-a tale imagine eran fatti quelli,
-tutto che né sì alti né sì grossi,
-qual che si fosse, lo maestro félli.
-Già eravam da la selva rimossi
-tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era,
-perch’ io in dietro rivolto mi fossi,
-quando incontrammo d’anime una schiera
-che venian lungo l’argine, e ciascuna
-ci riguardava come suol da sera
-guardare uno altro sotto nuova luna;
-e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
-come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.
-Così adocchiato da cotal famiglia,
-fui conosciuto da un, che mi prese
-per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».
-E io, quando ’l suo braccio a me distese,
-ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,
-sì che ’l viso abbrusciato non difese
-la conoscenza süa al mio ’ntelletto;
-e chinando la mano a la sua faccia,
-rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».
-E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia
-se Brunetto Latino un poco teco
-ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia».
-I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco;
-e se volete che con voi m’asseggia,
-faròl, se piace a costui che vo seco».
-«O figliuol», disse, «qual di questa greggia
-s’arresta punto, giace poi cent’ anni
-sanz’ arrostarsi quando ’l foco il feggia.
-Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;
-e poi rigiugnerò la mia masnada,
-che va piangendo i suoi etterni danni».
-Io non osava scender de la strada
-per andar par di lui; ma ’l capo chino
-tenea com’ uom che reverente vada.
-El cominciò: «Qual fortuna o destino
-anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
-e chi è questi che mostra ’l cammino?».
-«Là sù di sopra, in la vita serena»,
-rispuos’ io lui, «mi smarri’ in una valle,
-avanti che l’età mia fosse piena.
-Pur ier mattina le volsi le spalle:
-questi m’apparve, tornand’ ïo in quella,
-e reducemi a ca per questo calle».
-Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,
-non puoi fallire a glorïoso porto,
-se ben m’accorsi ne la vita bella;
-e s’io non fossi sì per tempo morto,
-veggendo il cielo a te così benigno,
-dato t’avrei a l’opera conforto.
-Ma quello ingrato popolo maligno
-che discese di Fiesole ab antico,
-e tiene ancor del monte e del macigno,
-ti si farà, per tuo ben far, nimico;
-ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
-si disconvien fruttare al dolce fico.
-Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
-gent’ è avara, invidiosa e superba:
-dai lor costumi fa che tu ti forbi.
-La tua fortuna tanto onor ti serba,
-che l’una parte e l’altra avranno fame
-di te; ma lungi fia dal becco l’erba.
-Faccian le bestie fiesolane strame
-di lor medesme, e non tocchin la pianta,
-s’alcuna surge ancora in lor letame,
-in cui riviva la sementa santa
-di que’ Roman che vi rimaser quando
-fu fatto il nido di malizia tanta».
-«Se fosse tutto pieno il mio dimando»,
-rispuos’ io lui, «voi non sareste ancora
-de l’umana natura posto in bando;
-ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
-la cara e buona imagine paterna
-di voi quando nel mondo ad ora ad ora
-m’insegnavate come l’uom s’etterna:
-e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo
-convien che ne la mia lingua si scerna.
-Ciò che narrate di mio corso scrivo,
-e serbolo a chiosar con altro testo
-a donna che saprà, s’a lei arrivo.
-Tanto vogl’ io che vi sia manifesto,
-pur che mia coscïenza non mi garra,
-ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.
-Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
-però giri Fortuna la sua rota
-come le piace, e ’l villan la sua marra».
-Lo mio maestro allora in su la gota
-destra si volse in dietro, e riguardommi;
-poi disse: «Bene ascolta chi la nota».
-Né per tanto di men parlando vommi
-con ser Brunetto, e dimando chi sono
-li suoi compagni più noti e più sommi.
-Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono;
-de li altri fia laudabile tacerci,
-ché ’l tempo saria corto a tanto suono.
-In somma sappi che tutti fur cherci
-e litterati grandi e di gran fama,
-d’un peccato medesmo al mondo lerci.
-Priscian sen va con quella turba grama,
-e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,
-s’avessi avuto di tal tigna brama,
-colui potei che dal servo de’ servi
-fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
-dove lasciò li mal protesi nervi.
-Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone
-più lungo esser non può, però ch’i’ veggio
-là surger nuovo fummo del sabbione.
-Gente vien con la quale esser non deggio.
-Sieti raccomandato il mio Tesoro
-nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».
-Poi si rivolse, e parve di coloro
-che corrono a Verona il drappo verde
-per la campagna; e parve di costoro
-quelli che vince, non colui che perde.
diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-16 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-16
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@@ -1,136 +0,0 @@
-Già era in loco onde s’udìa ’l rimbombo
-de l’acqua che cadea ne l’altro giro,
-simile a quel che l’arnie fanno rombo,
-quando tre ombre insieme si partiro,
-correndo, d’una torma che passava
-sotto la pioggia de l’aspro martiro.
-Venian ver noi, e ciascuna gridava:
-«Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri
-esser alcun di nostra terra prava».
-Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri,
-ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
-Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.
-A le lor grida il mio dottor s’attese;
-volse ’l viso ver me, e: «Or aspetta»,
-disse «a costor si vuole esser cortese.
-E se non fosse il foco che saetta
-la natura del loco, i’ dicerei
-che meglio stesse a te che a lor la fretta».
-Ricominciar, come noi restammo, ei
-l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,
-fenno una rota di sé tutti e trei.
-Qual sogliono i campion far nudi e unti,
-avvisando lor presa e lor vantaggio,
-prima che sien tra lor battuti e punti,
-così rotando, ciascuno il visaggio
-drizzava a me, sì che ’n contraro il collo
-faceva ai piè continüo vïaggio.
-E «Se miseria d’esto loco sollo
-rende in dispetto noi e nostri prieghi»,
-cominciò l’uno «e ’l tinto aspetto e brollo,
-la fama nostra il tuo animo pieghi
-a dirne chi tu se’, che i vivi piedi
-così sicuro per lo ’nferno freghi.
-Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,
-tutto che nudo e dipelato vada,
-fu di grado maggior che tu non credi:
-nepote fu de la buona Gualdrada;
-Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
-fece col senno assai e con la spada.
-L’altro, ch’appresso me la rena trita,
-è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
-nel mondo sù dovrìa esser gradita.
-E io, che posto son con loro in croce,
-Iacopo Rusticucci fui, e certo
-la fiera moglie più ch’altro mi nuoce».
-S’i’ fossi stato dal foco coperto,
-gittato mi sarei tra lor di sotto,
-e credo che ’l dottor l’avrìa sofferto;
-ma perch’ io mi sarei brusciato e cotto,
-vinse paura la mia buona voglia
-che di loro abbracciar mi facea ghiotto.
-Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia
-la vostra condizion dentro mi fisse,
-tanta che tardi tutta si dispoglia,
-tosto che questo mio segnor mi disse
-parole per le quali i’ mi pensai
-che qual voi siete, tal gente venisse.
-Di vostra terra sono, e sempre mai
-l’ovra di voi e li onorati nomi
-con affezion ritrassi e ascoltai.
-Lascio lo fele e vo per dolci pomi
-promessi a me per lo verace duca;
-ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi».
-«Se lungamente l’anima conduca
-le membra tue», rispuose quelli ancora,
-«e se la fama tua dopo te luca,
-cortesia e valor dì se dimora
-ne la nostra città sì come suole,
-o se del tutto se n’è gita fora;
-ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole
-con noi per poco e va là coi compagni,
-assai ne cruccia con le sue parole».
-«La gente nuova e i sùbiti guadagni
-orgoglio e dismisura han generata,
-Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».
-Così gridai con la faccia levata;
-e i tre, che ciò inteser per risposta,
-guardar l’un l’altro com’ al ver si guata.
-«Se l’altre volte sì poco ti costa»,
-rispuoser tutti «il satisfare altrui,
-felice te se sì parli a tua posta!
-Però, se campi d’esti luoghi bui
-e torni a riveder le belle stelle,
-quando ti gioverà dicere “I’ fui”,
-fa che di noi a la gente favelle».
-Indi rupper la rota, e a fuggirsi
-ali sembiar le gambe loro isnelle.
-Un amen non saria potuto dirsi
-tosto così com’ e’ fuoro spariti;
-per ch’al maestro parve di partirsi.
-Io lo seguiva, e poco eravam iti,
-che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino,
-che per parlar saremmo a pena uditi.
-Come quel fiume c’ha proprio cammino
-prima dal Monte Viso ’nver’ levante,
-da la sinistra costa d’Apennino,
-che si chiama Acquacheta suso, avante
-che si divalli giù nel basso letto,
-e a Forlì di quel nome è vacante,
-rimbomba là sovra San Benedetto
-de l’Alpe per cadere ad una scesa
-ove dovea per mille esser recetto;
-così, giù d’una ripa discoscesa,
-trovammo risonar quell’acqua tinta,
-sì che ’n poc’ ora avria l’orecchia offesa.
-Io avea una corda intorno cinta,
-e con essa pensai alcuna volta
-prender la lonza a la pelle dipinta.
-Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,
-sì come ’l duca m’avea comandato,
-porsila a lui aggroppata e ravvolta.
-Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato,
-e alquanto di lunge da la sponda
-la gittò giuso in quell’ alto burrato.
-‘ E’ pur convien che novità risponda’,
-dicea fra me medesmo, ‘al novo cenno
-che ’l maestro con l’occhio sì seconda’ .
-Ahi quanto cauti li uomini esser dienno
-presso a color che non veggion pur l’ovra,
-ma per entro i pensier miran col senno!
-El disse a me: «Tosto verrà di sovra
-ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna:
-tosto convien ch’al tuo viso si scovra».
-Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna
-de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,
-però che sanza colpa fa vergogna;
-ma qui tacer nol posso; e per le note
-di questa comedìa, lettor, ti giuro,
-s’elle non sien di lunga grazia vòte,
-ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro
-venir notando una figura in suso,
-maravigliosa ad ogne cor sicuro,
-sì come torna colui che va giuso
-talora a solver l’àncora ch’aggrappa
-o scoglio o altro che nel mare è chiuso,
-che ’n sù si stende e da piè si rattrappa.
diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-17 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-17
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-«Ecco la fiera con la coda aguzza,
-che passa i monti, e rompe i muri e l’armi!
-Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!».
-Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
-e accennolle che venisse a proda
-vicino al fin d’ i passeggiati marmi.
-E quella sozza imagine di froda
-sen venne, e arrivò la testa e ’l busto,
-ma ’n su la riva non trasse la coda.
-La faccia sua era faccia d’ uom giusto,
-tanto benigna avea di fuor la pelle,
-e d’un serpente tutto l’altro fusto;
-due branche avea pilose insin l’ascelle;
-lo dosso e ’l petto e ambedue le coste
-dipinti avea di nodi e di rotelle.
-Con più color, sommesse e sovraposte
-non fer mai drappi Tartari né Turchi,
-né fuor tai tele per Aragne imposte.
-Come talvolta stanno a riva i burchi,
-che parte sono in acqua e parte in terra,
-e come là tra li Tedeschi lurchi
-lo bivero s’assetta a far sua guerra,
-così la fiera pessima si stava
-su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra.
-Nel vano tutta sua coda guizzava,
-torcendo in sù la venenosa forca
-ch’ a guisa di scorpion la punta armava.
-Lo duca disse: «Or convien che si torca
-la nostra via un poco insino a quella
-bestia malvagia che colà si corca».
-Però scendemmo a la destra mammella,
-e diece passi femmo in su lo stremo,
-per ben cessar la rena e la fiammella.
-E quando noi a lei venuti semo,
-poco più oltre veggio in su la rena
-gente seder propinqua al loco scemo.
-Quivi ’l maestro «Acciò che tutta piena
-esperïenza d’esto giron porti»,
-mi disse, «va, e vedi la lor mena.
-Li tuoi ragionamenti sian là corti;
-mentre che torni, parlerò con questa,
-che ne conceda i suoi omeri forti».
-Così ancor su per la strema testa
-di quel settimo cerchio tutto solo
-andai, dove sedea la gente mesta.
-Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
- di qua, di là soccorrien con le mani
-quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:
-non altrimenti fan di state i cani
-or col ceffo, or col piè, quando son morsi
-o da pulci o da mosche o da tafani.
-Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
-ne’ quali ’l doloroso foco casca,
-non ne conobbi alcun; ma io m’ accorsi
-che dal collo a ciascun pendea una tasca
-ch’avea certo colore e certo segno,
-e quindi par che ’l loro occhio si pasca.
-E com’ io riguardando tra lor vegno,
-in una borsa gialla vidi azzurro
-che d’ un leone avea faccia e contegno.
-Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
-vidine un’ altra come sangue rossa,
-mostrando un’oca bianca più che burro.
-E un che d’una scrofa azzurra e grossa
-segnato avea lo suo sacchetto bianco,
-mi disse: «Che fai tu in questa fossa?
-Or te ne va; e perché se’ vivo anco,
-sappi che ’l mio vicin Vitaliano
-sederà qui dal mio sinistro fianco.
-Con questi Fiorentin son padoano:
-spesse fïate mi ’ntronan li orecchi
-gridando: “Vegna ’l cavalier sovrano,
-che recherà la tasca con tre becchi!”».
-Qui distorse la bocca e di fuor trasse
-la lingua, come bue che ’l naso lecchi.
-E io, temendo no ’l più star crucciasse
-lui che di poco star m’ avea ’mmonito,
-torna’ mi in dietro da l’ anime lasse.
-Trova’ il duca mio ch’era salito
-già su la groppa del fiero animale,
-e disse a me: «Or sie forte e ardito.
-Omai si scende per sì fatte scale;
-monta dinanzi, ch’ i’ voglio esser mezzo,
-sì che la coda non possa far male».
-Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo
-de la quartana, c’ha già l’unghie smorte,
-e triema tutto pur guardando ’l rezzo,
-tal divenn’ io a le parole porte;
-ma vergogna mi fé le sue minacce,
-che innanzi a buon segnor fa servo forte.
-I’ m’assettai in su quelle spallacce;
-sì volli dir, ma la voce non venne
-com’ io credetti: ‘ Fa che tu m’ abbracce’ .
-Ma esso, ch’ altra volta mi sovvenne
-ad altro forse, tosto ch’ i’ montai
-con le braccia m’ avvinse e mi sostenne;
-e disse: «Gerïon, moviti omai:
-le rote larghe, e lo scender sia poco:
-pensa la nova soma che tu hai».
-Come la navicella esce di loco
-in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
-e poi ch’al tutto si sentì a gioco,
-là ’v’ era ’l petto, la coda rivolse,
-e quella tesa, come anguilla, mosse,
-e con le branche l’aere a sé raccolse.
-Maggior paura non credo che fosse
-quando Fetonte abbandonò li freni,
-per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse;
-né quando Icaro misero le reni
-sentì spennar per la scaldata cera,
-gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,
-che fu la mia, quando vidi ch’ i’ era
-ne l’aere d’ ogne parte, e vidi spenta
-ogne veduta fuor che de la fera.
-Ella sen va notando lenta lenta:
-rota e discende, ma non me n’ accorgo
-se non che al viso e di sotto mi venta.
-Io sentia già da la man destra il gorgo
-far sotto noi un orribile scroscio,
-per che con li occhi ’n giù la testa sporgo.
-Allor fu’ io più timido a lo stoscio,
-però ch’ i’ vidi fuochi e senti’ pianti;
-ond’ io tremando tutto mi raccoscio.
-E vidi poi, ché nol vedea davanti,
-lo scendere e ’l girar per li gran mali
-che s’appressavan da diversi canti.
-Come ’l falcon ch’ è stato assai su l’ ali,
-che sanza veder logoro o uccello
-fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,
-discende lasso onde si move isnello,
-per cento rote, e da lunge si pone
-dal suo maestro, disdegnoso e fello;
-così ne puose al fondo Gerione
-al piè al piè de la stagliata rocca,
-e, discarcate le nostre persone,
-si dileguò come da corda cocca.
diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-18 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-18
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--- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-18
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@@ -1,136 +0,0 @@
-Luogo è in inferno detto Malebolge,
-tutto di pietra di color ferrigno,
-come la cerchia che dintorno il volge.
-Nel dritto mezzo del campo maligno
-vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
-di cui suo loco dicerò l’ordigno.
-Quel cinghio che rimane adunque è tondo
-tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura,
-e ha distinto in dieci valli il fondo.
-Quale, dove per guardia de le mura
-più e più fossi cingon li castelli,
-la parte dove son rende figura,
-tale imagine quivi facean quelli;
-e come a tai fortezze da’ lor sogli
-a la ripa di fuor son ponticelli,
-così da imo de la roccia scogli
-movien che ricidien li argini e ’ fossi
-infino al pozzo che i tronca e raccogli.
-In questo luogo, de la schiena scossi
-di Gerïon, trovammoci; e ’l poeta
-tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.
-A la man destra vidi nova pieta,
-novo tormento e novi frustatori,
-di che la prima bolgia era repleta.
-Nel fondo erano ignudi i peccatori;
-dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto,
-di là con noi, ma con passi maggiori,
-come i Roman per l’essercito molto,
-l’anno del giubileo, su per lo ponte
-hanno a passar la gente modo colto,
-che da l’un lato tutti hanno la fronte
-verso ’l castello e vanno a Santo Pietro,
-da l’altra sponda vanno verso ’l monte.
-Di qua, di là, su per lo sasso tetro
-vidi demon cornuti con gran ferze,
-che li battien crudelmente di retro.
-Ahi come facean lor levar le berze
-a le prime percosse! già nessuno
-le seconde aspettava né le terze.
-Mentr’ io andava, li occhi miei in uno
-furo scontrati; e io sì tosto dissi:
-«Già di veder costui non son digiuno».
-Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi;
-e ’l dolce duca meco si ristette,
-e assentio ch’alquanto in dietro gissi.
-E quel frustato celar si credette
-bassando ’l viso; ma poco li valse,
-ch’io dissi: «O tu che l’occhio a terra gette,
-se le fazion che porti non son false,
-Venedico se’ tu Caccianemico.
-Ma che ti mena a sì pungenti salse?».
-Ed elli a me: «Mal volentier lo dico;
-ma sforzami la tua chiara favella,
-che mi fa sovvenir del mondo antico.
-I’ fui colui che la Ghisolabella
-condussi a far la voglia del marchese,
-come che suoni la sconcia novella.
-E non pur io qui piango bolognese;
-anzi n’è questo luogo tanto pieno,
-che tante lingue non son ora apprese
-a dicer ‘sipa’ tra Sàvena e Reno;
-e se di ciò vuoi fede o testimonio,
-rècati a mente il nostro avaro seno».
-Così parlando il percosse un demonio
-de la sua scurïada, e disse: «Via,
-ruffian! qui non son femmine da conio».
-I’ mi raggiunsi con la scorta mia;
-poscia con pochi passi divenimmo
-là ’v’ uno scoglio de la ripa uscia.
-Assai leggeramente quel salimmo;
-e vòlti a destra su per la sua scheggia,
-da quelle cerchie etterne ci partimmo.
-Quando noi fummo là dov’ el vaneggia
-di sotto per dar passo a li sferzati,
-lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia
-lo viso in te di quest’ altri mal nati,
-ai quali ancor non vedesti la faccia
-però che son con noi insieme andati».
-Del vecchio ponte guardavam la traccia
-che venìa verso noi da l’ altra banda,
-e che la ferza similmente scaccia.
-E ’l buon maestro, sanza mia dimanda,
-mi disse: «Guarda quel grande che vene,
-e per dolor non par lagrime spanda:
-quanto aspetto reale ancor ritene!
-Quelli è Iasón, che per cuore e per senno
-li Colchi del monton privati féne.
-Ello passò per l’isola di Lenno,
-poi che l’ardite femmine spietate
-tutti li maschi loro a morte dienno.
-Ivi con segni e con parole ornate
-Isifile ingannò, la giovinetta
-che prima avea tutte l’ altre ingannate.
-Lasciolla quivi, gravida, soletta;
-tal colpa a tal martiro lui condanna;
-e anche di Medea si fa vendetta.
-Con lui sen va chi da tal parte inganna:
-e questo basti de la prima valle
-sapere e di color che ’n sé assanna».
-Già eravam là ’ve lo stretto calle
-con l’ argine secondo s’incrocicchia,
-e fa di quello ad un altr’ arco spalle.
-Quindi sentimmo gente che si nicchia
-ne l’altra bolgia e che col muso scuffa,
-e sé medesma con le palme picchia.
-Le ripe eran grommate d’una muffa,
-per l’alito di giù che vi s’appasta,
-che con li occhi e col naso facea zuffa.
-Lo fondo è cupo sì, che non ci basta
-loco a veder sanza montare al dosso
-de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta.
-Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso
-vidi gente attuffata in uno sterco
-che da li uman privadi parea mosso.
-E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco,
-vidi un col capo sì di merda lordo,
-che non parëa s’era laico o cherco.
-Quei mi sgridò: «Perché se’ tu sì gordo
-di riguardar più me che li altri brutti?».
-E io a lui: «Perché, se ben ricordo,
-già t’ho veduto coi capelli asciutti,
-e se’ Alessio Interminei da Lucca:
-però t’adocchio più che li altri tutti».
-Ed elli allor, battendosi la zucca:
-«Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe
-ond’io non ebbi mai la lingua stucca».
-Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe»,
-mi disse «il viso un poco più avante,
-sì che la faccia ben con l’occhio attinghe
-di quella sozza e scapigliata fante
-che là si graffia con l’unghie merdose,
-e or s’accoscia e ora è in piedi stante.
-Taïde è, la puttana che rispuose
-al drudo suo quando disse “Ho io grazie
-grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”.
-E quinci sien le nostre viste sazie».
diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-19 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-19
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--- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-19
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@@ -1,133 +0,0 @@
-O Simon mago, o miseri seguaci
-che le cose di Dio, che di bontate
-deon essere spose, e voi rapaci
-per oro e per argento avolterate,
-or convien che per voi suoni la tromba,
-però che ne la terza bolgia state.
-Già eravamo, a la seguente tomba,
-montati de lo scoglio in quella parte
-ch’a punto sovra mezzo ’l fosso piomba.
-O somma sapïenza, quanta è l’arte
-che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,
-e quanto giusto tua virtù comparte!
-Io vidi per le coste e per lo fondo
-piena la pietra livida di fóri,
-d’un largo tutti e ciascun era tondo.
-Non mi parean men ampi né maggiori
-che que’ che son nel mio bel San Giovanni,
-fatti per loco d’i battezzatori;
-l’un de li quali, ancor non è molt’ anni,
-rupp’ io per un che dentro v’annegava:
-e questo sia suggel ch’ogn’omo sganni.
-Fuor de la bocca a ciascun soperchiava
-d’un peccator li piedi e de le gambe
-infino al grosso, e l’altro dentro stava.
-Le piante erano a tutti accese intrambe;
-per che sì forte guizzavan le giunte,
-che spezzate averien ritorte e strambe.
-Qual suole il fiammeggiar de le cose unte
-muoversi pur su per la strema buccia,
-tal era lì dai calcagni a le punte.
-«Chi è colui, maestro, che si cruccia
-guizzando più che li altri suoi consorti»,
-diss’ io, «e cui più roggia fiamma succia?».
-Ed elli a me: «Se tu vuo’ ch’i’ ti porti
-là giù per quella ripa che più giace,
-da lui saprai di sé e de’ suoi torti».
-E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace:
-tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto
-dal tuo volere, e sai quel che si tace».
-Allor venimmo in su l’argine quarto;
-volgemmo e discendemmo a mano stanca
-là giù nel fondo foracchiato e arto.
-Lo buon maestro ancor de la sua anca
-non mi dipuose, sì mi giunse al rotto
-di quel che si piangeva con la zanca.
-«O qual che se’ che ’l di sù tien di sotto,
-anima trista come pal commessa»,
-comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto».
-Io stava come ’l frate che confessa
-lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,
-richiama lui per che la morte cessa.
-Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto,
-se’ tu già costì ritto, Bonifazio?
-Di parecchi anni mi mentì lo scritto.
-Se’ tu sì tosto di quell’ aver sazio
-per lo qual non temesti tòrre a ’nganno
-la bella donna, e poi di farne strazio?».
-Tal mi fec’ io, quai son color che stanno,
-per non intender ciò ch’è lor risposto,
-quasi scornati, e risponder non sanno.
-Allor Virgilio disse: «Dilli tosto:
-“Non son colui, non son colui che credi”»;
-e io rispuosi come a me fu imposto.
-Per che lo spirto tutti storse i piedi;
-poi, sospirando e con voce di pianto,
-mi disse: «Dunque che a me richiedi?
-Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,
-che tu abbi però la ripa corsa,
-sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;
-e veramente fui figliuol de l’orsa,
-cupido sì per avanzar li orsatti,
-che sù l’avere e qui me misi in borsa.
-Di sotto al capo mio son li altri tratti
-che precedetter me simoneggiando,
-per le fessure de la pietra piatti.
-Là giù cascherò io altresì quando
-verrà colui ch’i’ credea che tu fossi,
-allor ch’i’ feci ’l sùbito dimando.
-Ma più è ’l tempo già che i piè mi cossi
-e ch’i’ son stato così sottosopra,
-ch’el non starà piantato coi piè rossi:
-ché dopo lui verrà di più laida opra,
-di ver’ ponente, un pastor sanza legge,
-tal che convien che lui e me ricuopra.
-Nuovo Iasón sarà, di cui si legge
-ne’ Maccabei; e come a quel fu molle
-suo re, così fia lui chi Francia regge».
-Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,
-ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:
-«Deh, or mi dì: quanto tesoro volle
-Nostro Segnore in prima da san Pietro
-ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?
-Certo non chiese se non “Viemmi retro”.
-Né Pier né li altri tolsero a Matia
-oro od argento, quando fu sortito
-al loco che perdé l’anima ria.
-Però ti sta, ché tu se’ ben punito;
-e guarda ben la mal tolta moneta
-ch’esser ti fece contra Carlo ardito.
-E se non fosse ch’ancor lo mi vieta
-la reverenza de le somme chiavi
-che tu tenesti ne la vita lieta,
-io userei parole ancor più gravi;
-ché la vostra avarizia il mondo attrista,
-calcando i buoni e sollevando i pravi.
-Di voi pastor s’accorse il Vangelista,
-quando colei che siede sopra l’acque
-puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
-quella che con le sette teste nacque,
-e da le diece corna ebbe argomento,
-fin che virtute al suo marito piacque.
-Fatto v’avete dio d’oro e d’argento;
-e che altro è da voi a l’idolatre,
-se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?
-Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
-non la tua conversion, ma quella dote
-che da te prese il primo ricco patre!».
-E mentr’ io li cantava cotai note,
-o ira o coscïenza che ’l mordesse,
-forte spingava con ambo le piote.
-I’ credo ben ch’al mio duca piacesse,
-con sì contenta labbia sempre attese
-lo suon de le parole vere espresse.
-Però con ambo le braccia mi prese;
-e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,
-rimontò per la via onde discese.
-Né si stancò d’avermi a sé distretto,
-sì men portò sovra ’l colmo de l’arco
-che dal quarto al quinto argine è tragetto.
-Quivi soavemente spuose il carco,
-soave per lo scoglio sconcio ed erto
-che sarebbe a le capre duro varco.
-Indi un altro vallon mi fu scoperto.
diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-2 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-2
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--- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-2
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@@ -1,142 +0,0 @@
-Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
-toglieva li animai che sono in terra
-da le fatiche loro; e io sol uno
-m’apparecchiava a sostener la guerra
-sì del cammino e sì de la pietate,
-che ritrarrà la mente che non erra.
-O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
-o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
-qui si parrà la tua nobilitate.
-Io cominciai: «Poeta che mi guidi,
-guarda la mia virtù s’ell’ è possente,
-prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.
-Tu dici che di Silvïo il parente,
-corruttibile ancora, ad immortale
-secolo andò, e fu sensibilmente.
-Però, se l’avversario d’ogne male
-cortese i fu, pensando l’alto effetto
-ch’uscir dovea di lui e ’l chi e ’l quale
-non pare indegno ad omo d’intelletto;
-ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero
-ne l’empireo ciel per padre eletto:
-la quale e ’l quale, a voler dir lo vero,
-fu stabilita per lo loco santo
-u’ siede il successor del maggior Piero.
-Per quest’ andata onde li dai tu vanto,
-intese cose che furon cagione
-di sua vittoria e del papale ammanto.
-Andovvi poi lo Vas d’elezïone,
-per recarne conforto a quella fede
-ch’è principio a la via di salvazione.
-Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede?
-Io non Enëa, io non Paulo sono;
-me degno a ciò né io né altri ’l crede.
-Per che, se del venire io m’abbandono,
-temo che la venuta non sia folle.
-Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».
-E qual è quei che disvuol ciò che volle
-e per novi pensier cangia proposta,
-sì che dal cominciar tutto si tolle,
-tal mi fec’ ïo ’n quella oscura costa,
-perché, pensando, consumai la ’mpresa
-che fu nel cominciar cotanto tosta.
-«S’i’ ho ben la parola tua intesa»,
-rispuose del magnanimo quell’ ombra;
-«l’anima tua è da viltade offesa;
-la qual molte fïate l’ omo ingombra
-sì che d’onrata impresa lo rivolve,
-come falso veder bestia quand’ ombra.
-Da questa tema acciò che tu ti solve,
-dirotti perch’ io venni e quel ch’io ’ntesi
-nel primo punto che di te mi dolve.
-Io era tra color che son sospesi,
-e donna mi chiamò beata e bella,
-tal che di comandare io la richiesi.
-Lucevan li occhi suoi più che la stella;
-e cominciommi a dir soave e piana,
-con angelica voce, in sua favella:
-“O anima cortese mantoana,
-di cui la fama ancor nel mondo dura,
-e durerà quanto ’l mondo lontana,
-l’amico mio, e non de la ventura,
-ne la diserta piaggia è impedito
-sì nel cammin, che volt’ è per paura;
-e temo che non sia già sì smarrito,
-ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
-per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.
-Or movi, e con la tua parola ornata
-e con ciò c’ha mestieri al suo campare,
-l’aiuta, sì ch’i’ ne sia consolata.
-I’ son Beatrice che ti faccio andare;
-vegno del loco ove tornar disio;
-amor mi mosse, che mi fa parlare.
-Quando sarò dinanzi al segnor mio,
-di te mi loderò sovente a lui”.
-Tacette allora, e poi comincia’ io:
-“O donna di virtù, sola per cui
-l’umana spezie eccede ogne contento
-di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,
-tanto m’aggrada il tuo comandamento,
-che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
-più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.
-Ma dimmi la cagion che non ti guardi
-de lo scender qua giuso in questo centro
-de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.
-“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,
-dirotti brievemente”, mi rispuose,
-“perch’ i’ non temo di venir qua entro.
-Temer si dee di sole quelle cose
-c’hanno potenza di fare altrui male;
-de l’altre no, ché non son paurose.
-I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
-che la vostra miseria non mi tange,
-né fiamma d’esto ’ncendio non m’assale.
-Donna è gentil nel ciel che si compiange
-di questo ’mpedimento ov’ io ti mando,
-sì che duro giudicio là sù frange.
-Questa chiese Lucia in suo dimando
-e disse: — Or ha bisogno il tuo fedele
-di te, e io a te lo raccomando -.
-Lucia, nimica di ciascun crudele,
-si mosse, e venne al loco dov’ i’ era,
-che mi sedea con l’antica Rachele.
-Disse: — Beatrice, loda di Dio vera,
-ché non soccorri quei che t’amò tanto,
-ch’uscì per te de la volgare schiera?
- Non odi tu la pieta del suo pianto,
-non vedi tu la morte che ’l combatte
-su la fiumana ove ’l mar non ha vanto? -.
-Al mondo non fur mai persone ratte
-a far lor pro o a fuggir lor danno,
-com’ io, dopo cotai parole fatte,
-venni qua giù del mio beato scanno,
-fidandomi del tuo parlare onesto,
-ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”.
-Poscia che m’ebbe ragionato questo,
-li occhi lucenti lacrimando volse,
-per che mi fece del venir più presto.
- E venni a te così com’ ella volse;
-d’inanzi a quella fiera ti levai
-che del bel monte il corto andar ti tolse.
-Dunque: che è? perché, perché restai,
-perché tanta viltà nel core allette,
-perché ardire e franchezza non hai,
-poscia che tai tre donne benedette
-curan di te ne la corte del cielo,
-e ‘l mio parlar tanto ben ti promette?».
-Quali fioretti dal notturno gelo
-chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca
-si drizzan tutti aperti in loro stelo,
-tal mi fec’ io di mia virtude stanca,
-e tanto buono ardire al cor mi corse,
-ch’i’ cominciai come persona franca:
-«Oh pietosa colei che mi soccorse!
-e te cortese ch’ubidisti tosto
-a le vere parole che ti porse!
-Tu m’hai con disiderio il cor disposto
-sì al venir con le parole tue,
-ch’i’ son tornato nel primo proposto.
-Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
-tu duca, tu segnore, e tu maestro».
-Così li dissi; e poi che mosso fue,
-intrai per lo cammino alto e silvestro.
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-Di nova pena mi conven far versi
-e dar matera al ventesimo canto
-de la prima canzon ch’è d’i sommersi.
-Io era già disposto tutto quanto
-a riguardar ne lo scoperto fondo,
-che si bagnava d’angoscioso pianto;
-e vidi gente per lo vallon tondo
-venir, tacendo e lagrimando, al passo
-che fanno le letane in questo mondo.
-Come ’l viso mi scese in lor più basso,
-mirabilmente apparve esser travolto
-ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso;
-ché da le reni era tornato ’l volto,
-e in dietro venir li convenia,
-perché ’l veder dinanzi era lor tolto.
-Forse per forza già di parlasia
-si travolse così alcun del tutto;
-ma io nol vidi, né credo che sia.
-Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
-di tua lezione, or pensa per te stesso
-com’ io potea tener lo viso asciutto,
-quando la nostra imagine di presso
-vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi
-le natiche bagnava per lo fesso.
-Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi
-del duro scoglio, sì che la mia scorta
-mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi?
-Qui vive la pietà quand’ è ben morta;
-chi è più scellerato che colui
-che al giudicio divin passion comporta?
-Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
-s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;
-per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,
-Anfïarao? perché lasci la guerra?”.
-E non restò di ruinare a valle
-fino a Minòs che ciascheduno afferra.
-Mira c’ha fatto petto de le spalle:
-perché volle veder troppo davante,
-di retro guarda e fa retroso calle.
-Vedi Tiresia, che mutò sembiante
-quando di maschio femmina divenne
-cangiandosi le membra tutte quante;
-e prima, poi, ribatter li convenne
-li duo serpenti avvolti, con la verga,
-che riavesse le maschili penne.
-Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga,
-che ne’ monti di Luni, dove ronca
-lo Carrarese che di sotto alberga,
-ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca
-per sua dimora; onde a guardar le stelle
-e ’l mar no li era la veduta tronca.
-E quella che ricuopre le mammelle,
-che tu non vedi, con le trecce sciolte,
-e ha di là ogne pilosa pelle,
-Manto fu, che cercò per terre molte;
-poscia si puose là dove nacqu’ io;
-onde un poco mi piace che m’ascolte.
-Poscia che ’l padre suo di vita uscìo
-e venne serva la città di Baco,
-questa gran tempo per lo mondo gio.
-Suso in Italia bella giace un laco,
-a piè de l’Alpe che serra Lamagna
-sovra Tiralli, c’ha nome Benaco.
-Per mille fonti, credo, e più si bagna
-tra Garda e Val Camonica e Pennino
-de l’acqua che nel detto laco stagna.
-Loco è nel mezzo là dove ’l trentino
-pastore e quel di Brescia e ’l veronese
-segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.
-Siede Peschiera, bello e forte arnese
-da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
-ove la riva ’ntorno più discese.
-Ivi convien che tutto quanto caschi
-ciò che ’n grembo a Benaco star non può,
-e fassi fiume giù per verdi paschi.
-Tosto che l’acqua a correr mette co,
-non più Benaco, ma Mencio si chiama
-fino a Governol, dove cade in Po.
-Non molto ha corso, ch’el trova una lama,
-ne la qual si distende e la ’mpaluda;
-e suol di state talor essere grama.
-Quindi passando la vergine cruda
-vide terra, nel mezzo del pantano,
-sanza coltura e d’abitanti nuda.
-Lì, per fuggire ogne consorzio umano,
-ristette con suoi servi a far sue arti,
-e visse, e vi lasciò suo corpo vano.
-Li uomini poi che ’ntorno erano sparti
-s’accolsero a quel loco, ch’era forte
-per lo pantan ch’avea da tutte parti.
-Fer la città sovra quell’ ossa morte;
-e per colei che ’l loco prima elesse,
-Mantüa l’appellar sanz’ altra sorte.
-Già fuor le genti sue dentro più spesse,
-prima che la mattia da Casalodi
-da Pinamonte inganno ricevesse.
-Però t’assenno che, se tu mai odi
-originar la mia terra altrimenti,
-la verità nulla menzogna frodi».
-E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti
-mi son sì certi e prendon sì mia fede,
-che li altri mi sarien carboni spenti.
-Ma dimmi, de la gente che procede,
-se tu ne vedi alcun degno di nota;
-ché solo a ciò la mia mente rifiede».
-Allor mi disse: «Quel che da la gota
-porge la barba in su le spalle brune,
-fu — quando Grecia fu di maschi vòta,
-sì ch’a pena rimaser per le cune —
-augure, e diede ’l punto con Calcanta
-in Aulide a tagliar la prima fune.
-Euripilo ebbe nome, e così ’l canta
-l’alta mia tragedìa in alcun loco:
-ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
-Quell’ altro che ne’ fianchi è così poco,
-Michele Scotto fu, che veramente
-de le magiche frode seppe ’l gioco.
-Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
-ch’avere inteso al cuoio e a lo spago
-ora vorrebbe, ma tardi si pente.
-Vedi le triste che lasciaron l’ago,
-la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine;
-fecer malie con erbe e con imago.
-Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine
-d’amendue li emisperi e tocca l’onda
-sotto Sobilia Caino e le spine;
-e già iernotte fu la luna tonda:
-ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque
-alcuna volta per la selva fonda».
-Sì mi parlava, e andavamo introcque.
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@@ -1,139 +0,0 @@
-Così di ponte in ponte, altro parlando
-che la mia comedìa cantar non cura,
-venimmo; e tenavamo ’l colmo, quando
-restammo per veder l’altra fessura
-di Malebolge e li altri pianti vani;
-e vidila mirabilmente oscura.
-Quale ne l’arzanà de’ Viniziani
-bolle l’inverno la tenace pece
-a rimpalmare i legni lor non sani,
-ché navicar non ponno — in quella vece
-chi fa suo legno novo e chi ristoppa
-le coste a quel che più vïaggi fece;
-chi ribatte da proda e chi da poppa;
-altri fa remi e altri volge sarte;
-chi terzeruolo e artimon rintoppa -:
-tal, non per foco, ma per divin’ arte,
-bollia là giuso una pegola spessa,
-che ’nviscava la ripa d’ogne parte.
-I’ vedea lei, ma non vedëa in essa
-mai che le bolle che ’l bollor levava,
-e gonfiar tutta, e riseder compressa.
-Mentr’ io là giù fisamente mirava,
-lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,
-mi trasse a sé del loco dov’ io stava.
-Allor mi volsi come l’uom cui tarda
-di veder quel che li convien fuggire
-e cui paura sùbita sgagliarda,
-che, per veder, non indugia ’l partire:
-e vidi dietro a noi un diavol nero
-correndo su per lo scoglio venire.
-Ahi quant’ elli era ne l’aspetto fero!
-e quanto mi parea ne l’atto acerbo,
-con l’ali aperte e sovra i piè leggero!
-L’omero suo, ch’era aguto e superbo,
-carcava un peccator con ambo l’anche,
-e quei tenea de’ piè ghermito ’l nerbo.
-Del nostro ponte disse: «O Malebranche,
-ecco un de li anzïan di Santa Zita!
-Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche
-a quella terra che n’è ben fornita:
-ogn’ uom v’è barattier, fuor che Bonturo;
-del no, per li denar vi si fa ita».
-Là giù ’l buttò, e per lo scoglio duro
-si volse; e mai non fu mastino sciolto
-con tanta fretta a seguitar lo furo.
-Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;
-ma i demon che del ponte avean coperchio,
-gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto:
-qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
-Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,
-non far sopra la pegola soverchio».
-Poi l’addentar con più di cento raffi,
-disser: «Coverto convien che qui balli,
-sì che, se puoi, nascosamente accaffi».
-Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli
-fanno attuffare in mezzo la caldaia
-la carne con li uncin, perché non galli.
-Lo buon maestro «Acciò che non si paia
-che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta
-dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;
-e per nulla offension che mi sia fatta,
-non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,
-perch’ altra volta fui a tal baratta».
-Poscia passò di là dal co del ponte;
-e com’ el giunse in su la ripa sesta,
-mestier li fu d’aver sicura fronte.
-Con quel furore e con quella tempesta
-ch’escono i cani a dosso al poverello
-che di sùbito chiede ove s’arresta,
-usciron quei di sotto al ponticello,
-e volser contra lui tutt’ i runcigli;
-ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!
-Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,
-traggasi avante l’un di voi che m’oda,
-e poi d’arruncigliarmi si consigli».
-Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»;
-per ch’un si mosse — e li altri stetter fermi —
-e venne a lui dicendo: «Che li approda?».
-«Credi tu, Malacoda, qui vedermi
-esser venuto», disse ’l mio maestro,
-«sicuro già da tutti vostri schermi,
-sanza voler divino e fato destro?
-Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto
-ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro».
-Allor li fu l’orgoglio sì caduto,
-ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,
-e disse a li altri: «Omai non sia feruto».
-E ’l duca mio a me: «O tu che siedi
-tra li scheggion del ponte quatto quatto,
-sicuramente omai a me ti riedi».
-Per ch’io mi mossi, e a lui venni ratto;
-e i diavoli si fecer tutti avanti,
-sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;
-così vid’ ïo già temer li fanti
-ch’uscivan patteggiati di Caprona,
-veggendo sé tra nemici cotanti.
-I’ m’accostai con tutta la persona
-lungo ’l mio duca, e non torceva li occhi
-da la sembianza lor ch’era non buona.
-Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ’l tocchi»,
-diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?».
-E rispondien: «Sì, fa che gliel’ accocchi».
-Ma quel demonio che tenea sermone
-col duca mio, si volse tutto presto
-e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».
-Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo
-iscoglio non si può, però che giace
-tutto spezzato al fondo l’arco sesto.
-E se l’andare avante pur vi piace,
-andatevene su per questa grotta;
-presso è un altro scoglio che via face.
-Ier, più oltre cinqu’ ore che quest’ otta,
-mille dugento con sessanta sei
-anni compié che qui la via fu rotta.
-Io mando verso là di questi miei
-a riguardar s’alcun se ne sciorina;
-gite con lor, che non saranno rei».
-«Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina»,
-cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;
-e Barbariccia guidi la decina.
-Libicocco vegn’ oltre e Draghignazzo,
-Cirïatto sannuto e Graffiacane
-e Farfarello e Rubicante pazzo.
-Cercate ’ntorno le boglienti pane;
-costor sian salvi infino a l’altro scheggio
-che tutto intero va sovra le tane».
-«Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?»,
-diss’ io, «deh, sanza scorta andianci soli,
-se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.
-Se tu se’ sì accorto come suoli,
-non vedi tu ch’e’ digrignan li denti,
-e con le ciglia ne minaccian duoli?».
-Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi;
-lasciali digrignar pur a lor senno,
-ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti».
-Per l’argine sinistro volta dienno;
-ma prima avea ciascun la lingua stretta
-coi denti, verso lor duca, per cenno;
-ed elli avea del cul fatto trombetta.
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@@ -1,151 +0,0 @@
-Io vidi già cavalier muover campo,
-e cominciare stormo e far lor mostra,
-e talvolta partir per loro scampo;
-corridor vidi per la terra vostra,
-o Aretini, e vidi gir gualdane,
-fedir torneamenti e correr giostra;
-quando con trombe, e quando con campane,
-con tamburi e con cenni di castella,
-e con cose nostrali e con istrane;
-né già con sì diversa cennamella
-cavalier vidi muover né pedoni,
-né nave a segno di terra o di stella.
-Noi andavam con li diece demoni.
-Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
-coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
-Pur a la pegola era la mia ’ntesa,
-per veder de la bolgia ogne contegno
-e de la gente ch’entro v’era incesa.
-Come i dalfini, quando fanno segno
-a’ marinar con l’arco de la schiena
-che s’argomentin di campar lor legno,
-talor così, ad alleggiar la pena,
-mostrav’ alcun de’ peccatori ’l dosso
-e nascondea in men che non balena.
-E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso
-stanno i ranocchi pur col muso fuori,
-sì che celano i piedi e l’altro grosso,
-sì stavan d’ogne parte i peccatori;
-ma come s’appressava Barbariccia,
-così si ritraén sotto i bollori.
-I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,
-uno aspettar così, com’ elli ’ncontra
-ch’una rana rimane e l’altra spiccia;
-e Graffiacan, che li era più di contra,
-li arruncigliò le ’mpegolate chiome
-e trassel sù, che mi parve una lontra.
-I’ sapea già di tutti quanti ’l nome,
-sì li notai quando fuorono eletti,
-e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.
-«O Rubicante, fa che tu li metti
-li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,
-gridavan tutti insieme i maladetti.
-E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi,
-che tu sappi chi è lo sciagurato
-venuto a man de li avversari suoi».
-Lo duca mio li s’accostò allato;
-domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose:
-«I’ fui del regno di Navarra nato.
-Mia madre a servo d’un segnor mi puose,
-che m’avea generato d’un ribaldo,
-distruggitor di sé e di sue cose.
-Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;
-quivi mi misi a far baratteria,
-di ch’io rendo ragione in questo caldo».
-E Cirïatto, a cui di bocca uscia
-d’ogne parte una sanna come a porco,
-li fé sentir come l’una sdruscia.
-Tra male gatte era venuto ’l sorco;
-ma Barbariccia il chiuse con le braccia
-e disse: «State in là, mentr’ io lo ’nforco».
-E al maestro mio volse la faccia;
-«Domanda», disse, «ancor, se più disii
-saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia».
-Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii
-conosci tu alcun che sia latino
-sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii,
-poco è, da un che fu di là vicino.
-Così foss’ io ancor con lui coperto,
-ch’i’ non temerei unghia né uncino!».
-E Libicocco «Troppo avem sofferto»,
-disse; e preseli ’l braccio col runciglio,
-sì che, stracciando, ne portò un lacerto.
-Draghignazzo anco i volle dar di piglio
-giuso a le gambe; onde ’l decurio loro
-si volse intorno intorno con mal piglio.
-Quand’ elli un poco rappaciati fuoro,
-a lui, ch’ancor mirava sua ferita,
-domandò ’l duca mio sanza dimoro:
-«Chi fu colui da cui mala partita
-di’ che facesti per venire a proda?».
-Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,
-quel di Gallura, vasel d’ogne froda,
-ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,
-e fé sì lor, che ciascun se ne loda.
-Danar si tolse, e lasciolli di piano,
-sì com’ e’ dice; e ne li altri offici anche
-barattier fu non picciol, ma sovrano.
-Usa con esso donno Michel Zanche
-di Logodoro; e a dir di Sardigna
-le lingue lor non si sentono stanche.
-Omè, vedete l’altro che digrigna;
-i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello
-non s’apparecchi a grattarmi la tigna».
-E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello
-che stralunava li occhi per fedire,
-disse: «Fatti ’n costà, malvagio uccello!».
-«Se voi volete vedere o udire»,
-ricominciò lo spaürato appresso
-«Toschi o Lombardi, io ne farò venire;
-ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
-sì ch’ei non teman de le lor vendette;
-e io, seggendo in questo loco stesso,
-per un ch’io son, ne farò venir sette
-quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso
-di fare allor che fori alcun si mette».
-Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso,
-crollando ’l capo, e disse: «Odi malizia
-ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!».
-Ond’ ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,
-rispuose: «Malizioso son io troppo,
-quand’ io procuro a’ mia maggior trestizia».
-Alichin non si tenne e, di rintoppo
-a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,
-io non ti verrò dietro di gualoppo,
-ma batterò sovra la pece l’ali.
-Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo,
-a veder se tu sol più di noi vali».
-O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
-ciascun da l’altra costa li occhi volse,
-quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.
-Lo Navarrese ben suo tempo colse;
-fermò le piante a terra, e in un punto
-saltò e dal proposto lor si sciolse.
-Di che ciascun di colpa fu compunto,
-ma quei più che cagion fu del difetto;
-però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!».
-Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto
-non potevo avanzar; quelli andò sotto,
-e quei drizzò volando suso il petto:
-non altrimenti l’anitra di botto,
-quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,
-ed ei ritorna sù crucciato e rotto.
-Irato Calcabrina de la buffa,
-volando dietro li tenne, invaghito
-che quei campasse per aver la zuffa;
-e come ’l barattier fu disparito,
-così volse li artigli al suo compagno,
-e fu con lui sopra ’l fosso ghermito.
-Ma l’altro fu bene sparvier grifagno
-ad artigliar ben lui, e amendue
-cadder nel mezzo del bogliente stagno.
-Lo caldo sghermitor sùbito fue;
-ma però di levarsi era neente,
-sì avieno inviscate l’ali sue.
-Barbariccia, con li altri suoi dolente,
-quattro ne fé volar da l’altra costa
-con tutt’ i raffi, e assai prestamente
-di qua, di là discesero a la posta;
-porser li uncini verso li ’mpaniati,
-ch’eran già cotti dentro da la crosta.
- E noi lasciammo lor così ’mpacciati.
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-Taciti, soli, sanza compagnia
-n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
-come frati minor vanno per via.
-Vòlt’ era in su la favola d’Isopo
-lo mio pensier per la presente rissa,
-dov’ el parlò de la rana e del topo;
-ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’
-che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia
-principio e fine con la mente fissa.
-E come l’un pensier de l’altro scoppia,
-così nacque di quello un altro poi,
-che la prima paura mi fé doppia.
-Io pensava così: ‘Questi per noi
-sono scherniti con danno e con beffa
-sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.
-Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,
-ei ne verranno dietro più crudeli
-che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’ .
-Già mi sentia tutti arricciar li peli
-de la paura e stava in dietro intento,
-quand’ io dissi: «Maestro, se non celi
-te e me tostamente, i’ ho pavento
-d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;
-io li ’magino sì, che già li sento».
-E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro,
-l’imagine di fuor tua non trarrei
-più tosto a me, che quella dentro ’mpetro.
-Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei,
-con simile atto e con simile faccia,
-sì che d’intrambi un sol consiglio fei.
-S’elli è che sì la destra costa giaccia,
-che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,
-noi fuggirem l’imaginata caccia».
-Già non compié di tal consiglio rendere,
-ch’io li vidi venir con l’ali tese
-non molto lungi, per volerne prendere.
-Lo duca mio di sùbito mi prese,
-come la madre ch’al romore è desta
-e vede presso a sé le fiamme accese,
-che prende il figlio e fugge e non s’arresta,
-avendo più di lui che di sé cura,
-tanto che solo una camiscia vesta;
-e giù dal collo de la ripa dura
-supin si diede a la pendente roccia,
-che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.
-Non corse mai sì tosto acqua per doccia
-a volger ruota di molin terragno,
-quand’ ella più verso le pale approccia,
-come ’l maestro mio per quel vivagno,
-portandosene me sovra ’l suo petto,
-come suo figlio, non come compagno.
-A pena fuoro i piè suoi giunti al letto
-del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle
-sovresso noi; ma non lì era sospetto:
-ché l’alta provedenza che lor volle
-porre ministri de la fossa quinta,
-poder di partirs’ indi a tutti tolle.
-Là giù trovammo una gente dipinta
-che giva intorno assai con lenti passi,
-piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
-Elli avean cappe con cappucci bassi
-dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
-che in Clugnì per li monaci fassi.
-Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;
-ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
-che Federigo le mettea di paglia.
-Oh in etterno faticoso manto!
-Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
-con loro insieme, intenti al tristo pianto;
-ma per lo peso quella gente stanca
-venìa sì pian, che noi eravam nuovi
-di compagnia ad ogne mover d’anca.
-Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi
-alcun ch’al fatto o al nome si conosca,
-e li occhi, sì andando, intorno movi».
-E un che ’ntese la parola tosca,
-di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,
-voi che correte sì per l’aura fosca!
-Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi».
-Onde ’l duca si volse e disse: «Aspetta,
-e poi secondo il suo passo procedi».
-Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
-de l’animo, col viso, d’esser meco;
-ma tardavali ’l carco e la via stretta.
-Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco
-mi rimiraron sanza far parola;
-poi si volsero in sé, e dicean seco:
-«Costui par vivo a l’atto de la gola;
-e s’e’ son morti, per qual privilegio
-vanno scoperti de la grave stola?».
-Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio
-de l’ipocriti tristi se’ venuto,
-dir chi tu se’ non avere in dispregio».
-E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto
-sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,
-e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.
-Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
-quant’ i’ veggio dolor giù per le guance?
-e che pena è in voi che sì sfavilla?».
-E l’un rispuose a me: «Le cappe rance
-son di piombo sì grosse, che li pesi
-fan così cigolar le lor bilance.
-Frati godenti fummo, e bolognesi;
-io Catalano e questi Loderingo
-nomati, e da tua terra insieme presi
-come suole esser tolto un uom solingo,
-per conservar sua pace; e fummo tali,
-ch’ancor si pare intorno dal Gardingo».
-Io cominciai: «O frati, i vostri mali…»;
-ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse
-un, crucifisso in terra con tre pali.
-Quando mi vide, tutto si distorse,
-soffiando ne la barba con sospiri;
-e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,
-mi disse: «Quel confitto che tu miri,
-consigliò i Farisei che convenia
-porre un uom per lo popolo a’ martìri.
-Attraversato è, nudo, ne la via,
-come tu vedi, ed è mestier ch’el senta
-qualunque passa, come pesa, pria.
-E a tal modo il socero si stenta
-in questa fossa, e li altri dal concilio
-che fu per li Giudei mala sementa».
-Allor vid’ io maravigliar Virgilio
-sovra colui ch’era disteso in croce
-tanto vilmente ne l’etterno essilio.
-Poscia drizzò al frate cotal voce:
-«Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
-s’a la man destra giace alcuna foce
-onde noi amendue possiamo uscirci,
-sanza costrigner de li angeli neri
-che vegnan d’esto fondo a dipartirci».
-Rispuose adunque: «Più che tu non speri
-s’appressa un sasso che de la gran cerchia
-si move e varca tutt’ i vallon feri,
-salvo che ’n questo è rotto e non coperchia;
-montar potrete su per la ruina,
-che giace in costa e nel fondo soperchia».
-Lo duca stette un poco a testa china;
-poi disse: «Mal contava la bisogna
-colui che i peccator di qua uncina».
-E ’l frate: «Io udi’ già dire a Bologna
-del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’
-ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna».
-Appresso il duca a gran passi sen gì,
-turbato un poco d’ira nel sembiante;
-ond’ io da li ’ncarcati mi parti’
-dietro a le poste de le care piante.
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@@ -1,151 +0,0 @@
-In quella parte del giovanetto anno
-che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra
-e già le notti al mezzo dì sen vanno,
-quando la brina in su la terra assempra
-l’imagine di sua sorella bianca,
-ma poco dura a la sua penna tempra,
-lo villanello a cui la roba manca,
-si leva, e guarda, e vede la campagna
-biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca,
-ritorna in casa, e qua e là si lagna,
-come ’l tapin che non sa che si faccia;
-poi riede, e la speranza ringavagna,
-veggendo ’l mondo aver cangiata faccia
-in poco d’ora, e prende suo vincastro,
-e fuor le pecorelle a pascer caccia.
-Così mi fece sbigottir lo mastro
-quand’ io li vidi sì turbar la fronte,
-e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro;
-ché, come noi venimmo al guasto ponte,
-lo duca a me si volse con quel piglio
-dolce ch’io vidi prima a piè del monte.
-Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
-eletto seco riguardando prima
-ben la ruina, e diedemi di piglio.
-E come quei ch’adopera ed estima,
-che sempre par che ’nnanzi si proveggia,
-così, levando me sù ver’ la cima
-d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia
-dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa;
-ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia».
-Non era via da vestito di cappa,
-ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
-potavam sù montar di chiappa in chiappa.
-E se non fosse che da quel precinto
-più che da l’altro era la costa corta,
-non so di lui, ma io sarei ben vinto.
-Ma perché Malebolge inver’ la porta
-del bassissimo pozzo tutta pende,
-lo sito di ciascuna valle porta
-che l’una costa surge e l’altra scende;
-noi pur venimmo al fine in su la punta
-onde l’ultima pietra si scoscende.
-La lena m’era del polmon sì munta
-quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre,
-anzi m’assisi ne la prima giunta.
-«Omai convien che tu così ti spoltre»,
-disse ’l maestro; «ché, seggendo in piuma,
-in fama non si vien, né sotto coltre;
-sanza la qual chi sua vita consuma,
-cotal vestigio in terra di sé lascia,
-qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
-E però leva sù; vinci l’ambascia
-con l’animo che vince ogne battaglia,
-se col suo grave corpo non s’accascia.
-Più lunga scala convien che si saglia;
-non basta da costoro esser partito.
-Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia».
-Leva’mi allor, mostrandomi fornito
-meglio di lena ch’i’ non mi senta,
-e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito».
-Su per lo scoglio prendemmo la via,
-ch’era ronchioso, stretto e malagevole,
-ed erto più assai che quel di pria.
-Parlando andava per non parer fievole;
-onde una voce uscì de l’altro fosso,
-a parole formar disconvenevole.
-Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso
-fossi de l’arco già che varca quivi;
-ma chi parlava ad ire parea mosso.
-Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi
-non poteano ire al fondo per lo scuro;
-per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi
-da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;
-ché, com’ i’ odo quinci e non intendo,
-così giù veggio e neente affiguro».
-«Altra risposta», disse, «non ti rendo
-se non lo far; ché la dimanda onesta
-si de’ seguir con l’opera tacendo».
-Noi discendemmo il ponte da la testa
-dove s’aggiugne con l’ottava ripa,
-e poi mi fu la bolgia manifesta:
-e vidivi entro terribile stipa
-di serpenti, e di sì diversa mena
-che la memoria il sangue ancor mi scipa.
-Più non si vanti Libia con sua rena;
-ché se chelidri, iaculi e faree
-produce, e cencri con anfisibena,
-né tante pestilenzie né sì ree
-mostrò già mai con tutta l’Etïopia
-né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.
-Tra questa cruda e tristissima copia
-corrëan genti nude e spaventate,
-sanza sperar pertugio o elitropia:
-con serpi le man dietro avean legate;
-quelle ficcavan per le ren la coda
-e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
-Ed ecco a un ch’era da nostra proda,
-s’avventò un serpente che ’l trafisse
-là dove ’l collo a le spalle s’annoda.
-Né O sì tosto mai né I si scrisse,
-com’ el s’accese e arse, e cener tutto
-convenne che cascando divenisse;
-e poi che fu a terra sì distrutto,
-la polver si raccolse per sé stessa
-e ’n quel medesmo ritornò di butto.
-Così per li gran savi si confessa
-che la fenice more e poi rinasce,
-quando al cinquecentesimo anno appressa;
-erba né biado in sua vita non pasce,
-ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,
-e nardo e mirra son l’ultime fasce.
-E qual è quel che cade, e non sa como,
-per forza di demon ch’a terra il tira,
-o d’altra oppilazion che lega l’omo,
-quando si leva, che ’ntorno si mira
-tutto smarrito de la grande angoscia
-ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:
-tal era ’l peccator levato poscia.
-Oh potenza di Dio, quant’ è severa,
-che cotai colpi per vendetta croscia!
-Lo duca il domandò poi chi ello era;
-per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,
-poco tempo è, in questa gola fiera.
-Vita bestial mi piacque e non umana,
-sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
-bestia, e Pistoia mi fu degna tana».
-E ïo al duca: «Dilli che non mucci,
-e domanda che colpa qua giù ’l pinse;
-ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci».
-E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,
-ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,
-e di trista vergogna si dipinse;
-poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto
-ne la miseria dove tu mi vedi,
-che quando fui de l’altra vita tolto.
-Io non posso negar quel che tu chiedi;
-in giù son messo tanto perch’ io fui
-ladro a la sagrestia d’i belli arredi,
-e falsamente già fu apposto altrui.
-Ma perché di tal vista tu non godi,
-se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,
-apri li orecchi al mio annunzio, e odi.
-Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;
-poi Fiorenza rinova gente e modi.
-Tragge Marte vapor di Val di Magra
-ch’è di torbidi nuvoli involuto;
-e con tempesta impetüosa e agra
-sovra Campo Picen fia combattuto;
-ond’ ei repente spezzerà la nebbia,
-sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.
-E detto l’ho perché doler ti debbia!».
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--- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-25
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@@ -1,151 +0,0 @@
-Al fine de le sue parole il ladro
-le mani alzò con amendue le fiche,
-gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!».
-Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
-perch’ una li s’avvolse allora al collo,
-come dicesse ‘Non vo’ che più diche’;
-e un’altra a le braccia, e rilegollo,
-ribadendo sé stessa sì dinanzi,
-che non potea con esse dare un crollo.
-Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
-d’incenerarti sì che più non duri,
-poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?
-Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri
-non vidi spirto in Dio tanto superbo,
-non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.
-El si fuggì che non parlò più verbo;
-e io vidi un centauro pien di rabbia
-venir chiamando: «Ov’ è, ov’ è l’acerbo?».
-Maremma non cred’ io che tante n’abbia,
-quante bisce elli avea su per la groppa
-infin ove comincia nostra labbia.
-Sovra le spalle, dietro da la coppa,
-con l’ali aperte li giacea un draco;
-e quello affuoca qualunque s’intoppa.
-Lo mio maestro disse: «Questi è Caco,
-che, sotto ’l sasso di monte Aventino,
-di sangue fece spesse volte laco.
-Non va co’ suoi fratei per un cammino,
-per lo furto che frodolente fece
-del grande armento ch’elli ebbe a vicino;
-onde cessar le sue opere biece
-sotto la mazza d’Ercule, che forse
-gliene diè cento, e non sentì le diece».
-Mentre che sì parlava, ed el trascorse,
-e tre spiriti venner sotto noi,
-de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse,
-se non quando gridar: «Chi siete voi?»;
-per che nostra novella si ristette,
-e intendemmo pur ad essi poi.
-Io non li conoscea; ma ei seguette,
-come suol seguitar per alcun caso,
-che l’un nomar un altro convenette,
-dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;
-per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,
-mi puosi ’l dito su dal mento al naso.
-Se tu se’ or, lettore, a creder lento
-ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,
-ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.
-Com’ io tenea levate in lor le ciglia,
-e un serpente con sei piè si lancia
-dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.
-Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia
-e con li anterïor le braccia prese;
-poi li addentò e l’una e l’altra guancia;
-li diretani a le cosce distese,
-e miseli la coda tra ’mbedue
-e dietro per le ren sù la ritese.
-Ellera abbarbicata mai non fue
-ad alber sì, come l’orribil fiera
-per l’altrui membra avviticchiò le sue.
-Poi s’appiccar, come di calda cera
-fossero stati, e mischiar lor colore,
-né l’un né l’altro già parea quel ch’era:
-come procede innanzi da l’ardore,
-per lo papiro suso, un color bruno
-che non è nero ancora e ’l bianco more.
-Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
-gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!
-Vedi che già non se’ né due né uno».
-Già eran li due capi un divenuti,
-quando n’apparver due figure miste
-in una faccia, ov’ eran due perduti.
-Fersi le braccia due di quattro liste;
-le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso
-divenner membra che non fuor mai viste.
-Ogne primaio aspetto ivi era casso:
-due e nessun l’imagine perversa
-parea; e tal sen gio con lento passo.
-Come ’l ramarro sotto la gran fersa
-dei dì canicular, cangiando sepe,
-folgore par se la via attraversa,
-sì pareva, venendo verso l’epe
-de li altri due, un serpentello acceso,
-livido e nero come gran di pepe;
-e quella parte onde prima è preso
-nostro alimento, a l’un di lor trafisse;
-poi cadde giuso innanzi lui disteso.
-Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;
-anzi, co’ piè fermati, sbadigliava
-pur come sonno o febbre l’assalisse.
-Elli ’l serpente e quei lui riguardava;
-l’un per la piaga e l’altro per la bocca
-fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.
-Taccia Lucano ormai là dov’ e’ tocca
-del misero Sabello e di Nasidio,
-e attenda a udir quel ch’or si scocca.
-Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,
-ché se quello in serpente e quella in fonte
-converte poetando, io non lo ’nvidio;
-ché due nature mai a fronte a fronte
-non trasmutò sì ch’amendue le forme
-a cambiar lor matera fosser pronte.
-Insieme si rispuosero a tai norme,
-che ’l serpente la coda in forca fesse,
-e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.
-Le gambe con le cosce seco stesse
-s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura
-non facea segno alcun che si paresse.
-Togliea la coda fessa la figura
-che si perdeva là, e la sua pelle
-si facea molle, e quella di là dura.
-Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,
-e i due piè de la fiera, ch’eran corti,
-tanto allungar quanto accorciavan quelle.
-Poscia li piè di rietro, insieme attorti,
-diventaron lo membro che l’uom cela,
-e ’l misero del suo n’avea due porti.
-Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela
-di color novo, e genera ’l pel suso
-per l’una parte e da l’altra il dipela,
-l’un si levò e l’altro cadde giuso,
-non torcendo però le lucerne empie,
-sotto le quai ciascun cambiava muso.
-Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,
-e di troppa matera ch’in là venne
-uscir li orecchi de le gote scempie;
-ciò che non corse in dietro e si ritenne
-di quel soverchio, fé naso a la faccia
-e le labbra ingrossò quanto convenne.
-Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,
-e li orecchi ritira per la testa
-come face le corna la lumaccia;
-e la lingua, ch’avëa unita e presta
-prima a parlar, si fende, e la forcuta
-ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.
-L’anima ch’era fiera divenuta,
-suffolando si fugge per la valle,
-e l’altro dietro a lui parlando sputa.
-Poscia li volse le novelle spalle,
-e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra,
-com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle».
-Così vid’ io la settima zavorra
-mutare e trasmutare; e qui mi scusi
-la novità se fior la penna abborra.
-E avvegna che li occhi miei confusi
-fossero alquanto e l’animo smagato,
-non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
-ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;
-ed era quel che sol, di tre compagni
-che venner prima, non era mutato;
-l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni.
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--- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-26
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@@ -1,142 +0,0 @@
-Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande
-che per mare e per terra batti l’ali,
-e per lo ’nferno tuo nome si spande!
-Tra li ladron trovai cinque cotali
-tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
-e tu in grande orranza non ne sali.
-Ma se presso al mattin del ver si sogna,
-tu sentirai, di qua da picciol tempo,
-di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.
-E se già fosse, non saria per tempo.
-Così foss’ ei, da che pur esser dee!
-ché più mi graverà, com’ più m’attempo.
-Noi ci partimmo, e su per le scalee
-che n’avean fatto iborni a scender pria,
-rimontò ’l duca mio e trasse mee;
-e proseguendo la solinga via,
-tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
-lo piè sanza la man non si spedia.
-Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
-quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
-e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,
-perché non corra che virtù nol guidi;
-sì che, se stella bona o miglior cosa
-m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.
-Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
-nel tempo che colui che ’l mondo schiara
-la faccia sua a noi tien meno ascosa,
-come la mosca cede a la zanzara,
-vede lucciole giù per la vallea,
-forse colà dov’ e’ vendemmia e ara:
-di tante fiamme tutta risplendea
-l’ottava bolgia, sì com’ io m’accorsi
-tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.
-E qual colui che si vengiò con li orsi
-vide ’l carro d’Elia al dipartire,
-quando i cavalli al cielo erti levorsi,
-che nol potea sì con li occhi seguire,
-ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
-sì come nuvoletta, in sù salire:
-tal si move ciascuna per la gola
-del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
-e ogne fiamma un peccatore invola.
-Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
-sì che s’io non avessi un ronchion preso,
-caduto sarei giù sanz’ esser urto.
-E ’l duca che mi vide tanto atteso,
-disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
-catun si fascia di quel ch’elli è inceso».
-«Maestro mio», rispuos’ io, «per udirti
-son io più certo; ma già m’era avviso
-che così fosse, e già voleva dirti:
-chi è ’n quel foco che vien sì diviso
-di sopra, che par surger de la pira
-dov’ Eteòcle col fratel fu miso?».
-Rispuose a me: «Là dentro si martira
-Ulisse e Dïomede, e così insieme
-a la vendetta vanno come a l’ira;
-e dentro da la lor fiamma si geme
-l’agguato del caval che fé la porta
-onde uscì de’ Romani il gentil seme.
-Piangevisi entro l’arte per che, morta,
-Deïdamìa ancor si duol d’Achille,
-e del Palladio pena vi si porta».
-«S’ei posson dentro da quelle faville
-parlar», diss’ io, «maestro, assai ten priego
-e ripriego, che ’l priego vaglia mille,
-che non mi facci de l’attender niego
-fin che la fiamma cornuta qua vegna;
-vedi che del disio ver’ lei mi piego!».
-Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
-di molta loda, e io però l’accetto;
-ma fa che la tua lingua si sostegna.
-Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
-ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
-perch’ e’ fuor greci, forse del tuo detto».
-Poi che la fiamma fu venuta quivi
-dove parve al mio duca tempo e loco,
-in questa forma lui parlare audivi:
-«O voi che siete due dentro ad un foco,
-s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
-s’io meritai di voi assai o poco
-quando nel mondo li alti versi scrissi,
-non vi movete; ma l’un di voi dica
-dove, per lui, perduto a morir gissi».
-Lo maggior corno de la fiamma antica
-cominciò a crollarsi mormorando,
-pur come quella cui vento affatica;
-indi la cima qua e là menando,
-come fosse la lingua che parlasse,
-gittò voce di fuori e disse: «Quando
-mi diparti’ da Circe, che sottrasse
-me più d’un anno là presso a Gaeta,
-prima che sì Enëa la nomasse,
-né dolcezza di figlio, né la pieta
-del vecchio padre, né ’l debito amore
-lo qual dovea Penelopè far lieta,
-vincer potero dentro a me l’ardore
-ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
-e de li vizi umani e del valore;
-ma misi me per l’alto mare aperto
-sol con un legno e con quella compagna
-picciola da la qual non fui diserto.
-L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
-fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
-e l’altre che quel mare intorno bagna.
-Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi
-quando venimmo a quella foce stretta
-dov’ Ercule segnò li suoi riguardi
-acciò che l’uom più oltre non si metta;
-da la man destra mi lasciai Sibilia,
-da l’altra già m’avea lasciata Setta.
-“O frati”, dissi, “che per cento milia
-perigli siete giunti a l’occidente,
-a questa tanto picciola vigilia
-d’i nostri sensi ch’è del rimanente
-non vogliate negar l’esperïenza,
-di retro al sol, del mondo sanza gente.
-Considerate la vostra semenza:
-fatti non foste a viver come bruti,
-ma per seguir virtute e canoscenza”.
-Li miei compagni fec’ io sì aguti,
-con questa orazion picciola, al cammino,
-che a pena poscia li avrei ritenuti;
-e volta nostra poppa nel mattino,
-de’ remi facemmo ali al folle volo,
-sempre acquistando dal lato mancino.
-Tutte le stelle già de l’altro polo
-vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
-che non surgëa fuor del marin suolo.
-Cinque volte racceso e tante casso
-lo lume era di sotto da la luna,
-poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,
-quando n’apparve una montagna, bruna
-per la distanza, e parvemi alta tanto
-quanto veduta non avëa alcuna.
-Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
-ché de la nova terra un turbo nacque
-e percosse del legno il primo canto.
-Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
-a la quarta levar la poppa in suso
-e la prora ire in giù, com’ altrui piacque,
-infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».
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@@ -1,136 +0,0 @@
-Già era dritta in sù la fiamma e queta
-per non dir più, e già da noi sen gia
-con la licenza del dolce poeta,
-quand’ un’altra, che dietro a lei venìa,
-ne fece volger li occhi a la sua cima
-per un confuso suon che fuor n’uscia.
-Come ’l bue cicilian che mugghiò prima
-col pianto di colui, e ciò fu dritto,
-che l’avea temperato con sua lima,
-mugghiava con la voce de l’afflitto,
-sì che, con tutto che fosse di rame,
-pur el pareva dal dolor trafitto;
-così, per non aver via né forame
-dal principio nel foco, in suo linguaggio
-si convertïan le parole grame.
-Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio
-su per la punta, dandole quel guizzo
-che dato avea la lingua in lor passaggio,
-udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo
-la voce e che parlavi mo lombardo,
-dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”,
-perch’ io sia giunto forse alquanto tardo,
-non t’incresca restare a parlar meco;
-vedi che non incresce a me, e ardo!
-Se tu pur mo in questo mondo cieco
-caduto se’ di quella dolce terra
-latina ond’ io mia colpa tutta reco,
-dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
-ch’io fui d’i monti là intra Orbino
-e ’l giogo di che Tever si diserra».
-Io era in giuso ancora attento e chino,
-quando il mio duca mi tentò di costa,
-dicendo: «Parla tu; questi è latino».
-E io, ch’avea già pronta la risposta,
-sanza indugio a parlare incominciai:
-«O anima che se’ là giù nascosta,
-Romagna tua non è, e non fu mai,
-sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;
-ma ’n palese nessuna or vi lasciai.
-Ravenna sta come stata è molt’ anni:
-l’aguglia da Polenta la si cova,
-sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.
-La terra che fé già la lunga prova
-e di Franceschi sanguinoso mucchio,
-sotto le branche verdi si ritrova.
-E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio,
-che fecer di Montagna il mal governo,
-là dove soglion fan d’i denti succhio.
-Le città di Lamone e di Santerno
-conduce il lïoncel dal nido bianco,
-che muta parte da la state al verno.
-E quella cu’ il Savio bagna il fianco,
-così com’ ella sie’ tra ’l piano e ’l monte
-tra tirannia si vive e stato franco.
-Ora chi se’, ti priego che ne conte;
-non esser duro più ch’altri sia stato,
-se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte».
-Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato
-al modo suo, l’aguta punta mosse
-di qua, di là, e poi diè cotal fiato:
-«S’i’ credesse che mia risposta fosse
-a persona che mai tornasse al mondo,
-questa fiamma staria sanza più scosse;
-ma però che già mai di questo fondo
-non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
-sanza tema d’infamia ti rispondo.
-Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,
-credendomi, sì cinto, fare ammenda;
-e certo il creder mio venìa intero,
-se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
-che mi rimise ne le prime colpe;
-e come e quare, voglio che m’intenda.
-Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe
-che la madre mi diè, l’opere mie
-non furon leonine, ma di volpe.
-Li accorgimenti e le coperte vie
-io seppi tutte, e sì menai lor arte,
-ch’al fine de la terra il suono uscie.
-Quando mi vidi giunto in quella parte
-di mia etade ove ciascun dovrebbe
-calar le vele e raccoglier le sarte,
-ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe,
-e pentuto e confesso mi rendei;
-ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
-Lo principe d’i novi Farisei,
-avendo guerra presso a Laterano,
-e non con Saracin né con Giudei,
-ché ciascun suo nimico era cristiano,
-e nessun era stato a vincer Acri
-né mercatante in terra di Soldano,
-né sommo officio né ordini sacri
-guardò in sé, né in me quel capestro
-che solea fare i suoi cinti più macri.
-Ma come Costantin chiese Silvestro
-d’entro Siratti a guerir de la lebbre,
-così mi chiese questi per maestro
-a guerir de la sua superba febbre;
-domandommi consiglio, e io tacetti
-perché le sue parole parver ebbre.
-E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;
-finor t’assolvo, e tu m’insegna fare
-sì come Penestrino in terra getti.
-Lo ciel poss’ io serrare e diserrare,
-come tu sai; però son due le chiavi
-che ’l mio antecessor non ebbe care”.
-Allor mi pinser li argomenti gravi
-là ’ ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio,
-e dissi: “Padre, da che tu mi lavi
-di quel peccato ov’io mo cader deggio,
-lunga promessa con l’attender corto
-ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.
-Francesco venne poi com’ io fu’ morto,
-per me; ma un d’i neri cherubini
-li disse: “Non portar: non mi far torto.
-Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini
-perché diede ’l consiglio frodolente,
-dal quale in qua stato li sono a’ crini;
-ch’assolver non si può chi non si pente,
-né pentere e volere insieme puossi
-per la contradizion che nol consente”.
-Oh me dolente! come mi riscossi
-quando mi prese dicendomi: “Forse
-tu non pensavi ch’io löico fossi!”.
-A Minòs mi portò; e quelli attorse
-otto volte la coda al dosso duro;
-e poi che per gran rabbia la si morse,
-disse: “Questi è d’i rei del foco furo”;
-per ch’io là dove vedi son perduto,
-e sì vestito, andando, mi rancuro».
-Quand’ elli ebbe ’l suo dir così compiuto,
-la fiamma dolorando si partio,
-torcendo e dibattendo ’l corno aguto.
-Noi passamm’ oltre, e io e ’l duca mio,
-su per lo scoglio infino in su l’altr’ arco
-che cuopre ’l fosso in che si paga il fio
-a quei che scommettendo acquistan carco.
diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-28 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-28
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--- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-28
+++ /dev/null
@@ -1,142 +0,0 @@
-Chi poria mai pur con parole sciolte
-dicer del sangue e de le piaghe a pieno
-ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?
-Ogne lingua per certo verria meno
-per lo nostro sermone e per la mente
-c’hanno a tanto comprender poco seno.
-S’el s’aunasse ancor tutta la gente
-che già, in su la fortunata terra
-di Puglia, fu del suo sangue dolente
-per li Troiani e per la lunga guerra
-che de l’anella fé sì alte spoglie,
-come Livïo scrive, che non erra,
-con quella che sentio di colpi doglie
-per contastare a Ruberto Guiscardo;
-e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie
-a Ceperan, là dove fu bugiardo
-ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
-dove sanz’ arme vinse il vecchio Alardo;
-e qual forato suo membro e qual mozzo
-mostrasse, d’aequar sarebbe nulla
-il modo de la nona bolgia sozzo.
-Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
-com’ io vidi un, così non si pertugia,
-rotto dal mento infin dove si trulla.
-Tra le gambe pendevan le minugia;
-la corata pareva e ’l tristo sacco
-che merda fa di quel che si trangugia.
-Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
-guardommi e con le man s’aperse il petto,
-dicendo: «Or vedi com’ io mi dilacco!
-vedi come storpiato è Mäometto!
-Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
-fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
-E tutti li altri che tu vedi qui,
-seminator di scandalo e di scisma
-fuor vivi, e però son fessi così.
-Un diavolo è qua dietro che n’accisma
-sì crudelmente, al taglio de la spada
-rimettendo ciascun di questa risma,
-quand’ avem volta la dolente strada;
-però che le ferite son richiuse
-prima ch’altri dinanzi li rivada.
-Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse,
-forse per indugiar d’ire a la pena
-ch’è giudicata in su le tue accuse?».
-«Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena»,
-rispuose ’l mio maestro, «a tormentarlo;
-ma per dar lui esperïenza piena,
-a me, che morto son, convien menarlo
-per lo ’nferno qua giù di giro in giro;
-e quest’ è ver così com’ io ti parlo».
-Più fuor di cento che, quando l’udiro,
-s’arrestaron nel fosso a riguardarmi
-per maraviglia, oblïando il martiro.
-«Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,
-tu che forse vedra’ il sole in breve,
-s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,
-sì di vivanda, che stretta di neve
-non rechi la vittoria al Noarese,
-ch’altrimenti acquistar non saria leve».
-Poi che l’un piè per girsene sospese,
-Mäometto mi disse esta parola;
-indi a partirsi in terra lo distese.
-Un altro, che forata avea la gola
-e tronco ’l naso infin sotto le ciglia,
-e non avea mai ch’una orecchia sola,
-ristato a riguardar per maraviglia
-con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,
-ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia,
-e disse: «O tu cui colpa non condanna
-e cu’ io vidi su in terra latina,
-se troppa simiglianza non m’inganna,
-rimembriti di Pier da Medicina,
-se mai torni a veder lo dolce piano
-che da Vercelli a Marcabò dichina.
-E fa saper a’ due miglior da Fano,
-a messer Guido e anco ad Angiolello,
-che, se l’antiveder qui non è vano,
-gittati saran fuor di lor vasello
-e mazzerati presso a la Cattolica
-per tradimento d’un tiranno fello.
-Tra l’isola di Cipri e di Maiolica
-non vide mai sì gran fallo Nettuno,
-non da pirate, non da gente argolica.
-Quel traditor che vede pur con l’uno,
-e tien la terra che tale qui meco
-vorrebbe di vedere esser digiuno,
-farà venirli a parlamento seco;
-poi farà sì, ch’al vento di Focara
-non sarà lor mestier voto né preco».
-E io a lui: «Dimostrami e dichiara,
-se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella,
-chi è colui da la veduta amara».
-Allor puose la mano a la mascella
-d’un suo compagno e la bocca li aperse,
-gridando: «Questi è desso, e non favella.
-Questi, scacciato, il dubitar sommerse
-in Cesare, affermando che ’l fornito
-sempre con danno l’attender sofferse».
-Oh quanto mi pareva sbigottito
-con la lingua tagliata ne la strozza
-Curïo, ch’a dir fu così ardito!
-E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,
-levando i moncherin per l’aura fosca,
-sì che ’l sangue facea la faccia sozza,
-gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca,
-che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”,
-che fu mal seme per la gente tosca».
-E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»;
-per ch’elli, accumulando duol con duolo,
-sen gio come persona trista e matta.
-Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
-e vidi cosa ch’io avrei paura,
-sanza più prova, di contarla solo;
-se non che coscïenza m’assicura,
-la buona compagnia che l’uom francheggia
-sotto l’asbergo del sentirsi pura.
-Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia,
-un busto sanza capo andar sì come
-andavan li altri de la trista greggia;
-e ’l capo tronco tenea per le chiome,
-pesol con mano a guisa di lanterna:
-e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».
-Di sé facea a sé stesso lucerna,
-ed eran due in uno e uno in due;
-com’ esser può, quei sa che sì governa.
-Quando diritto al piè del ponte fue,
-levò ’l braccio alto con tutta la testa
-per appressarne le parole sue,
-che fuoro: «Or vedi la pena molesta,
-tu che, spirando, vai veggendo i morti:
-vedi s’alcuna è grande come questa.
-E perché tu di me novella porti,
-sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli
-che diedi al re giovane i ma’ conforti.
-Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli;
-Achitofèl non fé più d’Absalone
-e di Davìd coi malvagi punzelli.
-Perch’ io parti’ così giunte persone,
-partito porto il mio cerebro, lasso!,
-dal suo principio ch’è in questo troncone.
-Così s’osserva in me lo contrapasso».
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deleted file mode 100644
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--- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-29
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@@ -1,139 +0,0 @@
-La molta gente e le diverse piaghe
-avean le luci mie sì inebrïate,
-che de lo stare a piangere eran vaghe.
-Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate?
-perché la vista tua pur si soffolge
-là giù tra l’ombre triste smozzicate?
-Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;
-pensa, se tu annoverar le credi,
-che miglia ventidue la valle volge.
-E già la luna è sotto i nostri piedi;
-lo tempo è poco omai che n’è concesso,
-e altro è da veder che tu non vedi».
-«Se tu avessi», rispuos’ io appresso,
-«atteso a la cagion per ch’io guardava,
-forse m’avresti ancor lo star dimesso».
-Parte sen giva, e io retro li andava,
-lo duca, già faccendo la risposta,
-e soggiugnendo: «Dentro a quella cava
-dov’ io tenea or li occhi sì a posta,
-credo ch’un spirto del mio sangue pianga
-la colpa che là giù cotanto costa».
-Allor disse ’l maestro: «Non si franga
-lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ ello.
-Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;
-ch’io vidi lui a piè del ponticello
-mostrarti e minacciar forte col dito,
-e udi’ ’l nominar Geri del Bello.
-Tu eri allor sì del tutto impedito
-sovra colui che già tenne Altaforte,
-che non guardasti in là, sì fu partito».
-«O duca mio, la vïolenta morte
-che non li è vendicata ancor», diss’ io,
-«per alcun che de l’onta sia consorte,
-fece lui disdegnoso; ond’ el sen gio
-sanza parlarmi, sì com’ ïo estimo:
-e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».
-Così parlammo infino al loco primo
-che de lo scoglio l’altra valle mostra,
-se più lume vi fosse, tutto ad imo.
-Quando noi fummo sor l’ultima chiostra
-di Malebolge, sì che i suoi conversi
-potean parere a la veduta nostra,
-lamenti saettaron me diversi,
-che di pietà ferrati avean li strali;
-ond’ io li orecchi con le man copersi.
-Qual dolor fora, se de li spedali
-di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre
-e di Maremma e di Sardigna i mali
-fossero in una fossa tutti ’nsembre,
-tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
-qual suol venir de le marcite membre.
-Noi discendemmo in su l’ultima riva
-del lungo scoglio, pur da man sinistra;
-e allor fu la mia vista più viva
-giù ver’ lo fondo, la ’ve la ministra
-de l’alto Sire infallibil giustizia
-punisce i falsador che qui registra.
-Non credo ch’a veder maggior tristizia
-fosse in Egina il popol tutto infermo,
-quando fu l’aere sì pien di malizia,
-che li animali, infino al picciol vermo,
-cascaron tutti, e poi le genti antiche,
-secondo che i poeti hanno per fermo,
-si ristorar di seme di formiche;
-ch’era a veder per quella oscura valle
-languir li spirti per diverse biche.
-Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle
-l’un de l’altro giacea, e qual carpone
-si trasmutava per lo tristo calle.
-Passo passo andavam sanza sermone,
-guardando e ascoltando li ammalati,
-che non potean levar le lor persone.
-Io vidi due sedere a sé poggiati,
-com’ a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
-dal capo al piè di schianze macolati;
-e non vidi già mai menare stregghia
-a ragazzo aspettato dal segnorso,
-né a colui che mal volontier vegghia,
-come ciascun menava spesso il morso
-de l’unghie sopra sé per la gran rabbia
-del pizzicor, che non ha più soccorso;
-e sì traevan giù l’unghie la scabbia,
-come coltel di scardova le scaglie
-o d’altro pesce che più larghe l’abbia.
-«O tu che con le dita ti dismaglie»,
-cominciò ’l duca mio a l’un di loro,
-«e che fai d’esse talvolta tanaglie,
-dinne s’alcun Latino è tra costoro
-che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti
-etternalmente a cotesto lavoro».
-«Latin siam noi, che tu vedi sì guasti
-qui ambedue», rispuose l’un piangendo;
-«ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».
-E ’l duca disse: «I’ son un che discendo
-con questo vivo giù di balzo in balzo,
-e di mostrar lo ’nferno a lui intendo».
-Allor si ruppe lo comun rincalzo;
-e tremando ciascuno a me si volse
-con altri che l’udiron di rimbalzo.
-Lo buon maestro a me tutto s’accolse,
-dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;
-e io incominciai, poscia ch’ei volse:
-«Se la vostra memoria non s’imboli
-nel primo mondo da l’umane menti,
-ma s’ella viva sotto molti soli,
-ditemi chi voi siete e di che genti;
-la vostra sconcia e fastidiosa pena
-di palesarvi a me non vi spaventi».
-«Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena»,
-rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;
-ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.
-Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:
-“I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;
-e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,
-volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo
-perch’ io nol feci Dedalo, mi fece
-ardere a tal che l’avea per figliuolo.
-Ma ne l’ultima bolgia de le diece
-me per l’alchìmia che nel mondo usai
-dannò Minòs, a cui fallar non lece».
-E io dissi al poeta: «Or fu già mai
-gente sì vana come la sanese?
-Certo non la francesca sì d’assai!».
-Onde l’altro lebbroso, che m’intese,
-rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca
-che seppe far le temperate spese,
-e Niccolò che la costuma ricca
-del garofano prima discoverse
-ne l’orto dove tal seme s’appicca;
-e tra’ne la brigata in che disperse
-Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,
-e l’Abbagliato suo senno proferse.
-Ma perché sappi chi sì ti seconda
-contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,
-sì che la faccia mia ben ti risponda:
-sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,
-che falsai li metalli con l’alchìmia;
-e te dee ricordar, se ben t’adocchio,
-com’ io fui di natura buona scimia».
diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-3 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-3
deleted file mode 100644
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--- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-3
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@@ -1,136 +0,0 @@
-‘Per me si va ne la città dolente,
-per me si va ne l’etterno dolore,
-per me si va tra la perduta gente.
-Giustizia mosse il mio alto fattore;
-fecemi la divina podestate,
-la somma sapïenza e ’l primo amore.
-Dinanzi a me non fuor cose create
-se non etterne, e io etterno duro.
-Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.
-Queste parole di colore oscuro
-vid’ ïo scritte al sommo d’una porta;
-per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».
-Ed elli a me, come persona accorta:
-«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
-ogne viltà convien che qui sia morta.
-Noi siam venuti al loco ov’ i’ t’ho detto
-che tu vedrai le genti dolorose
-c’hanno perduto il ben de l’intelletto».
-E poi che la sua mano a la mia puose
-con lieto volto, ond’ io mi confortai,
-mi mise dentro a le segrete cose.
-Quivi sospiri, pianti e alti guai
-risonavan per l’aere sanza stelle,
-per ch’io al cominciar ne lagrimai.
-Diverse lingue, orribili favelle,
-parole di dolore, accenti d’ira,
-voci alte e fioche, e suon di man con elle
-facevano un tumulto, il qual s’aggira
-sempre in quell’ aura sanza tempo tinta,
-come la rena quando turbo spira.
-E io ch’avea d’error la testa cinta,
-dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
-e che gent’ è che par nel duol sì vinta?».
-Ed elli a me: «Questo misero modo
-tegnon l’anime triste di coloro
-che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.
-Mischiate sono a quel cattivo coro
-de li angeli che non furon ribelli
-né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
-Caccianli i ciel per non esser men belli,
-né lo profondo inferno li riceve,
-ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».
-E io: «Maestro, che è tanto greve
-a lor che lamentar li fa sì forte?».
-Rispuose: «Dicerolti molto breve.
-Questi non hanno speranza di morte,
-e la lor cieca vita è tanto bassa,
-che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.
-Fama di loro il mondo esser non lassa;
-misericordia e giustizia li sdegna:
-non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
-E io, che riguardai, vidi una ’nsegna
-che girando correva tanto ratta,
-che d’ogne posa mi parea indegna;
-e dietro le venìa sì lunga tratta
-di gente, ch’i’ non averei creduto
-che morte tanta n’avesse disfatta.
-Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
-vidi e conobbi l’ombra di colui
-che fece per viltade il gran rifiuto.
-Incontanente intesi e certo fui
-che questa era la setta d’i cattivi,
-a Dio spiacenti e a’ nemici sui.
-Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
-erano ignudi e stimolati molto
-da mosconi e da vespe ch’eran ivi.
-Elle rigavan lor di sangue il volto,
-che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
-da fastidiosi vermi era ricolto.
-E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,
-vidi genti a la riva d’un gran fiume;
-per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi
-ch’i’ sappia quali sono, e qual costume
-le fa di trapassar parer sì pronte,
-com’ i’ discerno per lo fioco lume».
-Ed elli a me: «Le cose ti fier conte
-quando noi fermerem li nostri passi
-su la trista riviera d’Acheronte».
-Allor con li occhi vergognosi e bassi,
-temendo no ’l mio dir li fosse grave,
-infino al fiume del parlar mi trassi.
-Ed ecco verso noi venir per nave
-un vecchio, bianco per antico pelo,
-gridando: «Guai a voi, anime prave!
-Non isperate mai veder lo cielo:
-i’ vegno per menarvi a l’altra riva
-ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo.
-E tu che se’ costì, anima viva,
-pàrtiti da cotesti che son morti».
-Ma poi che vide ch’io non mi partiva,
-disse: «Per altra via, per altri porti
-verrai a piaggia, non qui, per passare:
-più lieve legno convien che ti porti».
-E ’l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
-vuolsi così colà dove si puote
-ciò che si vuole, e più non dimandare».
-Quinci fuor quete le lanose gote
-al nocchier de la livida palude,
-che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
-Ma quell’ anime, ch’eran lasse e nude,
-cangiar colore e dibattero i denti,
-ratto che ’nteser le parole crude.
-Bestemmiavano Dio e lor parenti,
-l’umana spezie e ’l loco e ’l tempo e ’l seme
-di lor semenza e di lor nascimenti.
-Poi si ritrasser tutte quante insieme,
-forte piangendo, a la riva malvagia
-ch’attende ciascun uom che Dio non teme.
-Caron dimonio, con occhi di bragia
-loro accennando, tutte le raccoglie;
-batte col remo qualunque s’adagia.
-Come d’autunno si levan le foglie
-l’una appresso de l’altra, fin che ’l ramo
-vede a la terra tutte le sue spoglie,
-similemente il mal seme d’Adamo
-gittansi di quel lito ad una ad una,
-per cenni come augel per suo richiamo.
-Così sen vanno su per l’onda bruna,
-e avanti che sien di là discese,
-anche di qua nuova schiera s’auna.
-«Figliuol mio», disse ’l maestro cortese,
-«quelli che muoion ne l’ira di Dio
-tutti convegnon qui d’ogne paese;
-e pronti sono a trapassar lo rio,
-ché la divina giustizia li sprona,
-sì che la tema si volve in disio.
-Quinci non passa mai anima buona;
-e però, se Caron di te si lagna,
-ben puoi sapere omai che ’l suo dir suona».
-Finito questo, la buia campagna
-tremò sì forte, che de lo spavento
-la mente di sudore ancor mi bagna.
-La terra lagrimosa diede vento,
-che balenò una luce vermiglia
-la qual mi vinse ciascun sentimento;
-e caddi come l’uom cui sonno piglia.
diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-30 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-30
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--- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-30
+++ /dev/null
@@ -1,148 +0,0 @@
-Nel tempo che Iunone era crucciata
-per Semelè contra ’l sangue tebano,
-come mostrò una e altra fïata,
-Atamante divenne tanto insano,
-che veggendo la moglie con due figli
-andar carcata da ciascuna mano,
-gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli
-la leonessa e ’ leoncini al varco»;
-e poi distese i dispietati artigli,
-prendendo l’un ch’avea nome Learco,
-e rotollo e percosselo ad un sasso;
-e quella s’annegò con l’altro carco.
-E quando la fortuna volse in basso
-l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,
-sì che ’nsieme col regno il re fu casso,
-Ecuba trista, misera e cattiva,
-poscia che vide Polissena morta,
-e del suo Polidoro in su la riva
-del mar si fu la dolorosa accorta,
-forsennata latrò sì come cane;
-tanto il dolor le fé la mente torta.
-Ma né di Tebe furie né troiane
-si vider mäi in alcun tanto crude,
-non punger bestie, nonché membra umane,
-quant’ io vidi in due ombre smorte e nude,
-che mordendo correvan di quel modo
-che ’l porco quando del porcil si schiude.
-L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo
-del collo l’assannò, sì che, tirando,
-grattar li fece il ventre al fondo sodo.
-E l’Aretin che rimase, tremando
-mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,
-e va rabbioso altrui così conciando».
-«Oh», diss’ io lui, «se l’altro non ti ficchi
-li denti a dosso, non ti sia fatica
-a dir chi è, pria che di qui si spicchi».
-Ed elli a me: «Quell’ è l’anima antica
-di Mirra scellerata, che divenne
-al padre, fuor del dritto amore, amica.
-Questa a peccar con esso così venne,
-falsificando sé in altrui forma,
-come l’altro che là sen va, sostenne,
-per guadagnar la donna de la torma,
-falsificare in sé Buoso Donati,
-testando e dando al testamento norma».
-E poi che i due rabbiosi fuor passati
-sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,
-rivolsilo a guardar li altri mal nati.
-Io vidi un, fatto a guisa di lëuto,
-pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia
-tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.
-La grave idropesì, che sì dispaia
-le membra con l’omor che mal converte,
-che ’l viso non risponde a la ventraia,
-faceva lui tener le labbra aperte
-come l’etico fa, che per la sete
-l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte.
-«O voi che sanz’ alcuna pena siete,
-e non so io perché, nel mondo gramo»,
-diss’ elli a noi, «guardate e attendete
-a la miseria del maestro Adamo;
-io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,
-e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.
-Li ruscelletti che d’i verdi colli
-del Casentin discendon giuso in Arno,
-faccendo i lor canali freddi e molli,
-sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
-ché l’imagine lor vie più m’asciuga
-che ’l male ond’ io nel volto mi discarno.
-La rigida giustizia che mi fruga
-tragge cagion del loco ov’ io peccai
-a metter più li miei sospiri in fuga.
-Ivi è Romena, là dov’ io falsai
-la lega suggellata del Batista;
-per ch’io il corpo sù arso lasciai.
-Ma s’io vedessi qui l’anima trista
-di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
-per Fonte Branda non darei la vista.
-Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate
-ombre che vanno intorno dicon vero;
-ma che mi val, c’ho le membra legate?
-S’io fossi pur di tanto ancor leggero
-ch’i’ potessi in cent’ anni andare un’oncia,
-io sarei messo già per lo sentiero,
-cercando lui tra questa gente sconcia,
-con tutto ch’ella volge undici miglia,
-e men d’un mezzo di traverso non ci ha.
-Io son per lor tra sì fatta famiglia;
-e’ m’indussero a batter li fiorini
-ch’avevan tre carati di mondiglia».
-E io a lui: «Chi son li due tapini
-che fumman come man bagnate ’l verno,
-giacendo stretti a’ tuoi destri confini?».
-«Qui li trovai—e poi volta non dierno—»,
-rispuose, «quando piovvi in questo greppo,
-e non credo che dieno in sempiterno.
-L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;
-l’altr’ è ’l falso Sinon greco di Troia:
-per febbre aguta gittan tanto leppo».
-E l’un di lor, che si recò a noia
-forse d’esser nomato sì oscuro,
-col pugno li percosse l’epa croia.
-Quella sonò come fosse un tamburo;
-e mastro Adamo li percosse il volto
-col braccio suo, che non parve men duro,
-dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto
-lo muover per le membra che son gravi,
-ho io il braccio a tal mestiere sciolto».
-Ond’ ei rispuose: «Quando tu andavi
-al fuoco, non l’avei tu così presto;
-ma sì e più l’avei quando coniavi».
-E l’idropico: «Tu di’ ver di questo:
-ma tu non fosti sì ver testimonio
-là ’ve del ver fosti a Troia richesto».
-«S’io dissi falso, e tu falsasti il conio»,
-disse Sinon; «e son qui per un fallo,
-e tu per più ch’alcun altro demonio!».
-«Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,
-rispuose quel ch’avëa infiata l’epa;
-«e sieti reo che tutto il mondo sallo!».
-«E te sia rea la sete onde ti crepa»,
-disse ’l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia
-che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!».
-Allora il monetier: «Così si squarcia
-la bocca tua per tuo mal come suole;
-ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,
-tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole,
-e per leccar lo specchio di Narcisso,
-non vorresti a ’nvitar molte parole».
-Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso,
-quando ’l maestro mi disse: «Or pur mira,
-che per poco che teco non mi risso!».
-Quand’ io ’l senti’ a me parlar con ira,
-volsimi verso lui con tal vergogna,
-ch’ancor per la memoria mi si gira.
-Qual è colui che suo dannaggio sogna,
-che sognando desidera sognare,
-sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,
-tal mi fec’ io, non possendo parlare,
-che disïava scusarmi, e scusava
-me tuttavia, e nol mi credea fare.
-«Maggior difetto men vergogna lava»,
-disse ’l maestro, «che ’l tuo non è stato;
-però d’ogne trestizia ti disgrava.
-E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,
-se più avvien che fortuna t’accoglia
-dove sien genti in simigliante piato:
-ché voler ciò udire è bassa voglia».
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@@ -1,145 +0,0 @@
-Una medesma lingua pria mi morse,
-sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,
-e poi la medicina mi riporse;
-così od’ io che solea far la lancia
-d’Achille e del suo padre esser cagione
-prima di trista e poi di buona mancia.
-Noi demmo il dosso al misero vallone
-su per la ripa che ’l cinge dintorno,
-attraversando sanza alcun sermone.
-Quiv’ era men che notte e men che giorno,
-sì che ’l viso m’andava innanzi poco;
-ma io senti’ sonare un alto corno,
-tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,
-che, contra sé la sua via seguitando,
-dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.
-Dopo la dolorosa rotta, quando
-Carlo Magno perdé la santa gesta,
-non sonò sì terribilmente Orlando.
-Poco portäi in là volta la testa,
-che me parve veder molte alte torri;
-ond’ io: «Maestro, dì, che terra è questa?».
-Ed elli a me: «Però che tu trascorri
-per le tenebre troppo da la lungi,
-avvien che poi nel maginare abborri.
-Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,
-quanto ’l senso s’inganna di lontano;
-però alquanto più te stesso pungi».
-Poi caramente mi prese per mano
-e disse: «Pria che noi siam più avanti,
-acciò che ’l fatto men ti paia strano,
-sappi che non son torri, ma giganti,
-e son nel pozzo intorno da la ripa
-da l’umbilico in giuso tutti quanti».
-Come quando la nebbia si dissipa,
-lo sguardo a poco a poco raffigura
-ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,
-così forando l’aura grossa e scura,
-più e più appressando ver’ la sponda,
-fuggiemi errore e cresciemi paura;
-però che, come su la cerchia tonda
-Montereggion di torri si corona,
-così la proda che ’l pozzo circonda
-torreggiavan di mezza la persona
-li orribili giganti, cui minaccia
-Giove del cielo ancora quando tuona.
-E io scorgeva già d’alcun la faccia,
-le spalle e ’l petto e del ventre gran parte,
-e per le coste giù ambo le braccia.
-Natura certo, quando lasciò l’arte
-di sì fatti animali, assai fé bene
-per tòrre tali essecutori a Marte.
-E s’ella d’elefanti e di balene
-non si pente, chi guarda sottilmente,
-più giusta e più discreta la ne tene;
-ché dove l’argomento de la mente
-s’aggiugne al mal volere e a la possa,
-nessun riparo vi può far la gente.
-La faccia sua mi parea lunga e grossa
-come la pina di San Pietro a Roma,
-e a sua proporzione eran l’altre ossa;
-sì che la ripa, ch’era perizoma
-dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
-di sovra, che di giugnere a la chioma
-tre Frison s’averien dato mal vanto;
-però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi
-dal loco in giù dov’ omo affibbia ’l manto.
-«Raphèl maì amècche zabì almi»,
-cominciò a gridar la fiera bocca,
-cui non si convenia più dolci salmi.
-E ’l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca,
-tienti col corno, e con quel ti disfoga
-quand’ ira o altra passïon ti tocca!
-Cércati al collo, e troverai la soga
-che ’l tien legato, o anima confusa,
-e vedi lui che ’l gran petto ti doga».
-Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa;
-questi è Nembrotto per lo cui mal coto
-pur un linguaggio nel mondo non s’usa.
-Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;
-ché così è a lui ciascun linguaggio
-come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto».
-Facemmo adunque più lungo vïaggio,
-vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro
-trovammo l’altro assai più fero e maggio.
-A cigner lui qual che fosse ’l maestro,
-non so io dir, ma el tenea soccinto
-dinanzi l’altro e dietro il braccio destro
-d’una catena che ’l tenea avvinto
-dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto
-si ravvolgëa infino al giro quinto.
-«Questo superbo volle esser esperto
-di sua potenza contra ’l sommo Giove»,
-disse ’l mio duca, «ond’ elli ha cotal merto.
-Fïalte ha nome, e fece le gran prove
-quando i giganti fer paura a’ dèi;
-le braccia ch’el menò, già mai non move».
-E io a lui: «S’esser puote, io vorrei
-che de lo smisurato Brïareo
-esperïenza avesser li occhi mei».
-Ond’ ei rispuose: «Tu vedrai Anteo
-presso di qui che parla ed è disciolto,
-che ne porrà nel fondo d’ogne reo.
-Quel che tu vuo’ veder, più là è molto
-ed è legato e fatto come questo,
-salvo che più feroce par nel volto».
-Non fu tremoto già tanto rubesto,
-che scotesse una torre così forte,
-come Fïalte a scuotersi fu presto.
-Allor temett’ io più che mai la morte,
-e non v’era mestier più che la dotta,
-s’io non avessi viste le ritorte.
-Noi procedemmo più avante allotta,
-e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
-sanza la testa, uscia fuor de la grotta.
-«O tu che ne la fortunata valle
-che fece Scipïon di gloria reda,
-quand’ Anibàl co’ suoi diede le spalle,
-recasti già mille leon per preda,
-e che, se fossi stato a l’alta guerra
-de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda
-ch’avrebber vinto i figli de la terra:
-mettine giù, e non ten vegna schifo,
-dove Cocito la freddura serra.
-Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:
-questi può dar di quel che qui si brama;
-però ti china e non torcer lo grifo.
-Ancor ti può nel mondo render fama,
-ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta
-se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».
-Così disse ’l maestro; e quelli in fretta
-le man distese, e prese ’l duca mio,
-ond’ Ercule sentì già grande stretta.
-Virgilio, quando prender si sentio,
-disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»;
-poi fece sì ch’un fascio era elli e io.
-Qual pare a riguardar la Carisenda
-sotto ’l chinato, quando un nuvol vada
-sovr’ essa sì, ched ella incontro penda:
-tal parve Antëo a me che stava a bada
-di vederlo chinare, e fu tal ora
-ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.
-Ma lievemente al fondo che divora
-Lucifero con Giuda, ci sposò;
-né, sì chinato, lì fece dimora,
-e come albero in nave si levò.
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@@ -1,139 +0,0 @@
-S’ïo avessi le rime aspre e chiocce,
-come si converrebbe al tristo buco
-sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce,
-io premerei di mio concetto il suco
-più pienamente; ma perch’ io non l’abbo,
-non sanza tema a dicer mi conduco;
-ché non è impresa da pigliare a gabbo
-discriver fondo a tutto l’universo,
-né da lingua che chiami mamma o babbo.
-Ma quelle donne aiutino il mio verso
-ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,
-sì che dal fatto il dir non sia diverso.
-Oh sovra tutte mal creata plebe
-che stai nel loco onde parlare è duro,
-mei foste state qui pecore o zebe!
-Come noi fummo giù nel pozzo scuro
-sotto i piè del gigante assai più bassi,
-e io mirava ancora a l’alto muro,
-dicere udi’mi: «Guarda come passi:
-va sì, che tu non calchi con le piante
-le teste de’ fratei miseri lassi».
-Per ch’io mi volsi, e vidimi davante
-e sotto i piedi un lago che per gelo
-avea di vetro e non d’acqua sembiante.
-Non fece al corso suo sì grosso velo
-di verno la Danoia in Osterlicchi,
-né Tanaï là sotto ’l freddo cielo,
-com’ era quivi; che se Tambernicchi
-vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
-non avria pur da l’orlo fatto cricchi.
-E come a gracidar si sta la rana
-col muso fuor de l’acqua, quando sogna
-di spigolar sovente la villana,
-livide, insin là dove appar vergogna
-eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,
-mettendo i denti in nota di cicogna.
-Ognuna in giù tenea volta la faccia;
-da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
-tra lor testimonianza si procaccia.
-Quand’ io m’ebbi dintorno alquanto visto,
-volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,
-che ’l pel del capo avieno insieme misto.
-«Ditemi, voi che sì strignete i petti»,
-diss’ io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;
-e poi ch’ebber li visi a me eretti,
-li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,
-gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse
-le lagrime tra essi e riserrolli.
-Con legno legno spranga mai non cinse
-forte così; ond’ ei come due becchi
-cozzaro insieme, tanta ira li vinse.
-E un ch’avea perduti ambo li orecchi
-per la freddura, pur col viso in giùe,
-disse: «Perché cotanto in noi ti specchi?
-Se vuoi saper chi son cotesti due,
-la valle onde Bisenzo si dichina
-del padre loro Alberto e di lor fue.
-D’un corpo usciro; e tutta la Caina
-potrai cercare, e non troverai ombra
-degna più d’esser fitta in gelatina:
-non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra
-con esso un colpo per la man d’Artù;
-non Focaccia; non questi che m’ingombra
-col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più,
-e fu nomato Sassol Mascheroni;
-se tosco se’, ben sai omai chi fu.
-E perché non mi metti in più sermoni,
-sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi;
-e aspetto Carlin che mi scagioni».
-Poscia vid’ io mille visi cagnazzi
-fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
-e verrà sempre, de’ gelati guazzi.
-E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo
-al quale ogne gravezza si rauna,
-e io tremava ne l’etterno rezzo;
-se voler fu o destino o fortuna,
-non so; ma, passeggiando tra le teste,
-forte percossi ’l piè nel viso ad una.
-Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste?
-se tu non vieni a crescer la vendetta
-di Montaperti, perché mi moleste?».
-E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta,
-sì ch’io esca d’un dubbio per costui;
-poi mi farai, quantunque vorrai, fretta».
-Lo duca stette, e io dissi a colui
-che bestemmiava duramente ancora:
-«Qual se’ tu che così rampogni altrui?».
-«Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,
-percotendo», rispuose, «altrui le gote,
-sì che, se fossi vivo, troppo fora?».
-«Vivo son io, e caro esser ti puote»,
-fu mia risposta, «se dimandi fama,
-ch’io metta il nome tuo tra l’altre note».
-Ed elli a me: «Del contrario ho io brama.
-Lèvati quinci e non mi dar più lagna,
-ché mal sai lusingar per questa lama!».
-Allor lo presi per la cuticagna
-e dissi: «El converrà che tu ti nomi,
-o che capel qui sù non ti rimagna».
-Ond’ elli a me: «Perché tu mi dischiomi,
-né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti,
-se mille fiate in sul capo mi tomi».
-Io avea già i capelli in mano avvolti,
-e tratti glien’ avea più d’una ciocca,
-latrando lui con li occhi in giù raccolti,
-quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca?
-non ti basta sonar con le mascelle,
-se tu non latri? qual diavol ti tocca?».
-«Omai», diss’ io, «non vo’ che più favelle,
-malvagio traditor; ch’a la tua onta
-io porterò di te vere novelle».
-«Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta;
-ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
-di quel ch’ebbe or così la lingua pronta.
-El piange qui l’argento de’ Franceschi:
-“Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera
-là dove i peccatori stanno freschi”.
-Se fossi domandato “Altri chi v’era?”,
-tu hai dallato quel di Beccheria
-di cui segò Fiorenza la gorgiera.
-Gianni de’ Soldanier credo che sia
-più là con Ganellone e Tebaldello,
-ch’aprì Faenza quando si dormia».
-Noi eravam partiti già da ello,
-ch’io vidi due ghiacciati in una buca,
-sì che l’un capo a l’altro era cappello;
-e come ’l pan per fame si manduca,
-così ’l sovran li denti a l’altro pose
-là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca:
-non altrimenti Tidëo si rose
-le tempie a Menalippo per disdegno,
-che quei faceva il teschio e l’altre cose.
-«O tu che mostri per sì bestial segno
-odio sovra colui che tu ti mangi,
-dimmi ’l perché», diss’ io, «per tal convegno,
-che se tu a ragion di lui ti piangi,
-sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
-nel mondo suso ancora io te ne cangi,
-se quella con ch’io parlo non si secca».
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--- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-33
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@@ -1,157 +0,0 @@
-La bocca sollevò dal fiero pasto
-quel peccator, forbendola a’ capelli
-del capo ch’elli avea di retro guasto.
-Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli
-disperato dolor che ’l cor mi preme
-già pur pensando, pria ch’io ne favelli.
-Ma se le mie parole esser dien seme
-che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
-parlar e lagrimar vedrai insieme.
-Io non so chi tu se’ né per che modo
-venuto se’ qua giù; ma fiorentino
-mi sembri veramente quand’ io t’odo.
-Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
-e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
-or ti dirò perché i son tal vicino.
-Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,
-fidandomi di lui, io fossi preso
-e poscia morto, dir non è mestieri;
-però quel che non puoi avere inteso,
-cioè come la morte mia fu cruda,
-udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.
-Breve pertugio dentro da la Muda,
-la qual per me ha ’l titol de la fame,
-e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,
-m’avea mostrato per lo suo forame
-più lune già, quand’ io feci ’l mal sonno
-che del futuro mi squarciò ’l velame.
-Questi pareva a me maestro e donno,
-cacciando il lupo e ’ lupicini al monte
-per che i Pisan veder Lucca non ponno.
-Con cagne magre, studïose e conte
-Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
-s’avea messi dinanzi da la fronte.
-In picciol corso mi parieno stanchi
-lo padre e ’ figli, e con l’agute scane
-mi parea lor veder fender li fianchi.
-Quando fui desto innanzi la dimane,
-pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
-ch’eran con meco, e dimandar del pane.
-Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
-pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
-e se non piangi, di che pianger suoli?
-Già eran desti, e l’ora s’appressava
-che ’l cibo ne solëa essere addotto,
-e per suo sogno ciascun dubitava;
-e io senti’ chiavar l’uscio di sotto
-a l’orribile torre; ond’ io guardai
-nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.
-Io non piangëa, sì dentro impetrai:
-piangevan elli; e Anselmuccio mio
-disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.
-Perciò non lagrimai né rispuos’ io
-tutto quel giorno né la notte appresso,
-infin che l’altro sol nel mondo uscìo.
-Come un poco di raggio si fu messo
-nel doloroso carcere, e io scorsi
-per quattro visi il mio aspetto stesso,
-ambo le man per lo dolor mi morsi;
-ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
-di manicar, di sùbito levorsi
-e disser: “Padre, assai ci fia men doglia
-se tu mangi di noi: tu ne vestisti
-queste misere carni, e tu le spoglia”.
-Queta’mi allor per non farli più tristi;
-lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
-ahi dura terra, perché non t’apristi?
-Poscia che fummo al quarto dì venuti,
-Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
-dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.
-Quivi morì; e come tu mi vedi,
-vid’ io cascar li tre ad uno ad uno
-tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’ io mi diedi,
-già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
-e due dì li chiamai, poi che fur morti.
-Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno».
-Quand’ ebbe detto ciò, con li occhi torti
-riprese ’l teschio misero co’ denti,
-che furo a l’osso, come d’un can, forti.
-Ahi Pisa, vituperio de le genti
-del bel paese là dove ’l sì suona,
-poi che i vicini a te punir son lenti,
-muovasi la Capraia e la Gorgona,
-e faccian siepe ad Arno in su la foce,
-sì ch’elli annieghi in te ogne persona!
-Che se ’l conte Ugolino aveva voce
-d’aver tradita te de le castella,
-non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
-Innocenti facea l’età novella,
-novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
-e li altri due che ’l canto suso appella.
-Noi passammo oltre, là ’ve la gelata
-ruvidamente un’altra gente fascia,
-non volta in giù, ma tutta riversata.
-Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
-e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,
-si volge in entro a far crescer l’ambascia;
-ché le lagrime prime fanno groppo,
-e sì come visiere di cristallo,
-rïempion sotto ’l ciglio tutto il coppo.
-E avvegna che, sì come d’un callo,
-per la freddura ciascun sentimento
-cessato avesse del mio viso stallo,
-già mi parea sentire alquanto vento;
-per ch’io: «Maestro mio, questo chi move?
-non è qua giù ogne vapore spento?».
-Ond’ elli a me: «Avaccio sarai dove
-di ciò ti farà l’occhio la risposta,
-veggendo la cagion che ’l fiato piove».
-E un de’ tristi de la fredda crosta
-gridò a noi: «O anime crudeli
-tanto che data v’è l’ultima posta,
-levatemi dal viso i duri veli,
-sì ch’ïo sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,
-un poco, pria che ’l pianto si raggeli».
-Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,
-dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,
-al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».
-Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo;
-i’ son quel da le frutta del mal orto,
-che qui riprendo dattero per figo».
-«Oh», diss’ io lui, «or se’ tu ancor morto?».
-Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea
-nel mondo sù, nulla scïenza porto.
-Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
-che spesse volte l’anima ci cade
-innanzi ch’Atropòs mossa le dea.
-E perché tu più volentier mi rade
-le ’nvetrïate lagrime dal volto,
-sappie che, tosto che l’anima trade
-come fec’ ïo, il corpo suo l’è tolto
-da un demonio, che poscia il governa
-mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto.
-Ella ruina in sì fatta cisterna;
-e forse pare ancor lo corpo suso
-de l’ombra che di qua dietro mi verna.
-Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
-elli è ser Branca Doria, e son più anni
-poscia passati ch’el fu sì racchiuso».
-«Io credo», diss’ io lui, «che tu m’inganni;
-ché Branca Doria non morì unquanche,
-e mangia e bee e dorme e veste panni».
-«Nel fosso sù», diss’ el, «de’ Malebranche,
-là dove bolle la tenace pece,
-non era ancora giunto Michel Zanche,
-che questi lasciò il diavolo in sua vece
-nel corpo suo, ed un suo prossimano
-che ’l tradimento insieme con lui fece.
-Ma distendi oggimai in qua la mano;
-aprimi li occhi». E io non gliel’ apersi;
-e cortesia fu lui esser villano.
-Ahi Genovesi, uomini diversi
-d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
-perché non siete voi del mondo spersi?
-Ché col peggiore spirto di Romagna
-trovai di voi un tal, che per sua opra
-in anima in Cocito già si bagna,
-e in corpo par vivo ancor di sopra.
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@@ -1,139 +0,0 @@
-«Vexilla regis prodeunt inferni
-verso di noi; però dinanzi mira»,
-disse ’l maestro mio, «se tu ’l discerni».
-Come quando una grossa nebbia spira,
-o quando l’emisperio nostro annotta,
-par di lungi un molin che ’l vento gira,
-veder mi parve un tal dificio allotta;
-poi per lo vento mi ristrinsi retro
-al duca mio, ché non lì era altra grotta.
-Già era, e con paura il metto in metro,
-là dove l’ombre tutte eran coperte,
-e trasparien come festuca in vetro.
-Altre sono a giacere; altre stanno erte,
-quella col capo e quella con le piante;
-altra, com’ arco, il volto a’ piè rinverte.
-Quando noi fummo fatti tanto avante,
-ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
-la creatura ch’ebbe il bel sembiante,
-d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,
-«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco
-ove convien che di fortezza t’armi».
-Com’ io divenni allor gelato e fioco,
-nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,
-però ch’ogne parlar sarebbe poco.
-Io non mori’ e non rimasi vivo;
-pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,
-qual io divenni, d’uno e d’altro privo.
-Lo ’mperador del doloroso regno
-da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia;
-e più con un gigante io mi convegno,
-che i giganti non fan con le sue braccia:
-vedi oggimai quant’ esser dee quel tutto
-ch’a così fatta parte si confaccia.
-S’el fu sì bel com’ elli è ora brutto,
-e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,
-ben dee da lui procedere ogne lutto.
-Oh quanto parve a me gran maraviglia
-quand’ io vidi tre facce a la sua testa!
-L’una dinanzi, e quella era vermiglia;
-l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa
-sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,
-e sé giugnieno al loco de la cresta:
-e la destra parea tra bianca e gialla;
-la sinistra a vedere era tal, quali
-vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.
-Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali,
-quanto si convenia a tanto uccello:
-vele di mar non vid’ io mai cotali.
-Non avean penne, ma di vispistrello
-era lor modo; e quelle svolazzava,
-sì che tre venti si movean da ello:
-quindi Cocito tutto s’aggelava.
-Con sei occhi piangëa, e per tre menti
-gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.
-Da ogne bocca dirompea co’ denti
-un peccatore, a guisa di maciulla,
-sì che tre ne facea così dolenti.
-A quel dinanzi il mordere era nulla
-verso ’l graffiar, che talvolta la schiena
-rimanea de la pelle tutta brulla.
-«Quell’ anima là sù c’ha maggior pena»,
-disse ’l maestro, «è Giuda Scarïotto,
-che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
-De li altri due c’hanno il capo di sotto,
-quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
-vedi come si storce, e non fa motto!;
-e l’altro è Cassio, che par sì membruto.
-Ma la notte risurge, e oramai
-è da partir, ché tutto avem veduto».
-Com’ a lui piacque, il collo li avvinghiai;
-ed el prese di tempo e loco poste,
-e quando l’ali fuoro aperte assai,
-appigliò sé a le vellute coste;
-di vello in vello giù discese poscia
-tra ’l folto pelo e le gelate croste.
-Quando noi fummo là dove la coscia
-si volge, a punto in sul grosso de l’anche,
-lo duca, con fatica e con angoscia,
-volse la testa ov’ elli avea le zanche,
-e aggrappossi al pel com’ om che sale,
-sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.
-«Attienti ben, ché per cotali scale»,
-disse ’l maestro, ansando com’ uom lasso,
-«conviensi dipartir da tanto male».
-Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso
-e puose me in su l’orlo a sedere;
-appresso porse a me l’accorto passo.
-Io levai li occhi e credetti vedere
-Lucifero com’ io l’avea lasciato,
-e vidili le gambe in sù tenere;
-e s’io divenni allora travagliato,
-la gente grossa il pensi, che non vede
-qual è quel punto ch’io avea passato.
-«Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede:
-la via è lunga e ’l cammino è malvagio,
-e già il sole a mezza terza riede».
-Non era camminata di palagio
-là ’v’ eravam, ma natural burella
-ch’avea mal suolo e di lume disagio.
-«Prima ch’io de l’abisso mi divella,
-maestro mio», diss’ io quando fui dritto,
-«a trarmi d’erro un poco mi favella:
-ov’ è la ghiaccia? e questi com’ è fitto
-sì sottosopra? e come, in sì poc’ ora,
-da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».
-Ed elli a me: «Tu imagini ancora
-d’esser di là dal centro, ov’ io mi presi
-al pel del vermo reo che ’l mondo fóra.
-Di là fosti cotanto quant’ io scesi;
-quand’ io mi volsi, tu passasti ’l punto
-al qual si traggon d’ogne parte i pesi.
-E se’ or sotto l’emisperio giunto
-ch’è contraposto a quel che la gran secca
-coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto
-fu l’uom che nacque e visse sanza pecca;
-tu haï i piedi in su picciola spera
-che l’altra faccia fa de la Giudecca.
-Qui è da man, quando di là è sera;
-e questi, che ne fé scala col pelo,
-fitto è ancora sì come prim’ era.
-Da questa parte cadde giù dal cielo;
-e la terra, che pria di qua si sporse,
-per paura di lui fé del mar velo,
-e venne a l’emisperio nostro; e forse
-per fuggir lui lasciò qui loco vòto
-quella ch’appar di qua, e sù ricorse».
-Luogo è là giù da Belzebù remoto
-tanto quanto la tomba si distende,
-che non per vista, ma per suono è noto
-d’un ruscelletto che quivi discende
-per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
-col corso ch’elli avvolge, e poco pende.
-Lo duca e io per quel cammino ascoso
-intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
-e sanza cura aver d’alcun riposo,
-salimmo sù, el primo e io secondo,
-tanto ch’i’ vidi de le cose belle
-che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.
-E quindi uscimmo a riveder le stelle.
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@@ -1,151 +0,0 @@
-Ruppemi l’alto sonno ne la testa
-un greve truono, sì ch’io mi riscossi
-come persona ch’è per forza desta;
-e l’occhio riposato intorno mossi,
-dritto levato, e fiso riguardai
-per conoscer lo loco dov’ io fossi.
-Vero è che ’n su la proda mi trovai
-de la valle d’abisso dolorosa
-che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.
-Oscura e profonda era e nebulosa
-tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
-io non vi discernea alcuna cosa.
-«Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,
-cominciò il poeta tutto smorto.
-«Io sarò primo, e tu sarai secondo».
-E io, che del color mi fui accorto,
-dissi: «Come verrò, se tu paventi
-che suoli al mio dubbiare esser conforto?».
-Ed elli a me: «L’angoscia de le genti
-che son qua giù, nel viso mi dipigne
-quella pietà che tu per tema senti.
-Andiam, ché la via lunga ne sospigne».
-Così si mise e così mi fé intrare
-nel primo cerchio che l’abisso cigne.
-Quivi, secondo che per ascoltare,
-non avea pianto mai che di sospiri,
-che l’aura etterna facevan tremare;
-ciò avvenia di duol senza martìri,
-ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
-d’infanti e di femmine e di viri.
-Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi
-che spiriti son questi che tu vedi?
-Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,
-ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,
-non basta, perché non ebber battesmo,
-ch’è porta de la fede che tu credi;
-e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,
-non adorar debitamente a Dio:
-e di questi cotai son io medesmo.
-Per tai difetti, non per altro rio,
-semo perduti, e sol di tanto offesi,
-che sanza speme vivemo in disio».
-Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,
-però che gente di molto valore
-conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.
-«Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,
-comincia’ io per voler esser certo
-di quella fede che vince ogne errore:
-«uscicci mai alcuno, o per suo merto
-o per altrui, che poi fosse beato?».
-E quei che ’ntese il mio parlar coverto,
-rispuose: «Io era nuovo in questo stato,
-quando ci vidi venire un possente,
-con segno di vittoria coronato.
-Trasseci l’ombra del primo parente,
-d’Abèl suo figlio e quella di Noè,
-di Moïsè legista e ubidente;
-Abraàm patrïarca e Davìd re,
-Israèl con lo padre e co’ suoi nati
-e con Rachele, per cui tanto fé;
-e altri molti, e feceli beati.
-E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,
-spiriti umani non eran salvati».
-Non lasciavam l’andar perch’ ei dicessi,
-ma passavam la selva tuttavia,
-la selva, dico, di spiriti spessi.
-Non era lunga ancor la nostra via
-di qua dal sonno, quand’ io vidi un foco
-ch’emisperio di tenebre vincia.
-Di lungi n’eravamo ancora un poco,
-ma non sì ch’io non discernessi in parte
-ch’orrevol gente possedea quel loco.
-«O tu ch’onori scïenzïa e arte,
-questi chi son c’hanno cotanta onranza,
-che dal modo de li altri li diparte?».
-E quelli a me: «L’onrata nominanza
-che di lor suona sù ne la tua vita,
-grazïa acquista in ciel che sì li avanza».
-Intanto voce fu per me udita:
-«Onorate l’altissimo poeta;
-l’ombra sua torna, ch’era dipartita».
-Poi che la voce fu restata e queta,
-vidi quattro grand’ ombre a noi venire:
-sembianz’ avevan né trista né lieta.
-Lo buon maestro cominciò a dire:
-«Mira colui con quella spada in mano,
-che vien dinanzi ai tre sì come sire:
-quelli è Omero poeta sovrano;
-l’altro è Orazio satiro che vene;
-Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.
-Però che ciascun meco si convene
-nel nome che sonò la voce sola,
-fannomi onore, e di ciò fanno bene».
-Così vid’ i’ adunar la bella scola
-di quel segnor de l’altissimo canto
-che sovra li altri com’ aquila vola.
-Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
-volsersi a me con salutevol cenno,
-e ’l mio maestro sorrise di tanto;
-e più d’onore ancora assai mi fenno,
-ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,
-sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.
-Così andammo infino a la lumera,
-parlando cose che ’l tacere è bello,
-sì com’ era ’l parlar colà dov’ era.
-Venimmo al piè d’un nobile castello,
-sette volte cerchiato d’alte mura,
-difeso intorno d’un bel fiumicello.
-Questo passammo come terra dura;
-per sette porte intrai con questi savi:
-giugnemmo in prato di fresca verdura.
-Genti v’eran con occhi tardi e gravi,
-di grande autorità ne’ lor sembianti:
-parlavan rado, con voci soavi.
-Traemmoci così da l’un de’ canti,
-in loco aperto, luminoso e alto,
-sì che veder si potien tutti quanti.
-Colà diritto, sovra ’l verde smalto,
-mi fuor mostrati li spiriti magni,
-che del vedere in me stesso m’essalto.
-I’ vidi Eletra con molti compagni,
-tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,
-Cesare armato con li occhi grifagni.
-Vidi Cammilla e la Pantasilea;
-da l’altra parte vidi ’l re Latino
-che con Lavina sua figlia sedea.
-Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
-Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
-e solo, in parte, vidi ’l Saladino.
-Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,
-vidi ’l maestro di color che sanno
-seder tra filosofica famiglia.
-Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
-quivi vid’ ïo Socrate e Platone,
-che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;
-Democrito, che ’l mondo a caso pone,
-Dïogenès, Anassagora e Tale,
-Empedoclès, Eraclito e Zenone;
-e vidi il buono accoglitor del quale,
-Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
-Tulïo e Lino e Seneca morale;
-Euclide geomètra e Tolomeo,
-Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
-Averoìs, che ’l gran comento feo.
-Io non posso ritrar di tutti a pieno,
-però che sì mi caccia il lungo tema,
-che molte volte al fatto il dir vien meno.
-La sesta compagnia in due si scema:
-per altra via mi mena il savio duca,
-fuor de la queta, ne l’ aura che trema.
-E vegno in parte ove non è che luca.
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--- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-5
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@@ -1,142 +0,0 @@
-Così discesi del cerchio primaio
-giù nel secondo, che men loco cinghia
-e tanto più dolor, che punge a guaio.
-Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
-essamina le colpe ne l’intrata;
-giudica e manda secondo ch’avvinghia.
-Dico che quando l’anima mal nata
-li vien dinanzi, tutta si confessa;
-e quel conoscitor de le peccata
-vede qual loco d’inferno è da essa;
-cignesi con la coda tante volte
-quantunque gradi vuol che giù sia messa.
-Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
-vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
-dicono e odono e poi son giù volte.
-«O tu che vieni al doloroso ospizio»,
-disse Minòs a me quando mi vide,
-lasciando l’atto di cotanto offizio,
-«guarda com’ entri e di cui tu ti fide;
-non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
-E ’l duca mio a lui: «Perché pur gride?
-Non impedir lo suo fatale andare:
-vuolsi così colà dove si puote
-ciò che si vuole, e più non dimandare».
-Or incomincian le dolenti note
-a farmisi sentire; or son venuto
-là dove molto pianto mi percuote.
-Io venni in loco d’ogne luce muto,
-che mugghia come fa mar per tempesta,
-se da contrari venti è combattuto.
-La bufera infernal, che mai non resta,
-mena li spirti con la sua rapina;
-voltando e percotendo li molesta.
-Quando giungon davanti a la ruina,
-quivi le strida, il compianto, il lamento;
-bestemmian quivi la virtù divina.
-Intesi ch’a così fatto tormento
-enno dannati i peccator carnali,
-che la ragion sommettono al talento.
-E come li stornei ne portan l’ali
-nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
-così quel fiato li spiriti mali
-di qua, di là, di giù, di sù li mena;
-nulla speranza li conforta mai,
-non che di posa, ma di minor pena.
-E come i gru van cantando lor lai,
-faccendo in aere di sé lunga riga,
-così vid’ io venir, traendo guai,
-ombre portate da la detta briga;
-per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
-genti che l’aura nera sì gastiga?».
-«La prima di color di cui novelle
-tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
-«fu imperadrice di molte favelle.
-A vizio di lussuria fu sì rotta,
-che libito fé licito in sua legge,
-per tòrre il biasmo in che era condotta.
-Ell’ è Semiramìs, di cui si legge
-che succedette a Nino e fu sua sposa:
-tenne la terra che ’l Soldan corregge.
-L’altra è colei che s’ancise amorosa,
-e ruppe fede al cener di Sicheo;
-poi è Cleopatràs lussurïosa.
-Elena vedi, per cui tanto reo
-tempo si volse, e vedi ’l grande Achille,
-che con amore al fine combatteo.
-Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
-ombre mostrommi e nominommi a dito,
-ch’amor di nostra vita dipartille.
-Poscia ch’io ebbi ’l mio dottore udito
-nomar le donne antiche e ’ cavalieri,
-pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
-I’ cominciai: «Poeta, volontieri
-parlerei a quei due che ’nsieme vanno,
-e paion sì al vento esser leggeri».
-Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
-più presso a noi; e tu allor li priega
-per quello amor che i mena, ed ei verranno».
-Sì tosto come il vento a noi li piega,
-mossi la voce: «O anime affannate,
-venite a noi parlar, s’altri nol niega!».
-Quali colombe dal disio chiamate
-con l’ali alzate e ferme al dolce nido
-vegnon per l’aere, dal voler portate;
-cotali uscir de la schiera ov’ è Dido,
-a noi venendo per l’aere maligno,
-sì forte fu l’affettüoso grido.
-«O animal grazïoso e benigno
-che visitando vai per l’aere perso
-noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
-se fosse amico il re de l’universo,
-noi pregheremmo lui de la tua pace,
-poi c’hai pietà del nostro mal perverso.
-Di quel che udire e che parlar vi piace,
-noi udiremo e parleremo a voi,
-mentre che ’l vento, come fa, ci tace.
-Siede la terra dove nata fui
-su la marina dove ’l Po discende
-per aver pace co’ seguaci sui.
-Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
-prese costui de la bella persona
-che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.
-Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
-mi prese del costui piacer sì forte,
-che, come vedi, ancor non m’abbandona.
-Amor condusse noi ad una morte.
-Caina attende chi a vita ci spense».
-Queste parole da lor ci fuor porte.
-Quand’ io intesi quell’ anime offense,
-china’ il viso, e tanto il tenni basso,
-fin che ’l poeta mi disse: «Che pense?».
-Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
-quanti dolci pensier, quanto disio
-menò costoro al doloroso passo!».
-Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
-e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
-a lagrimar mi fanno tristo e pio.
-Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
-a che e come concedette amore
-che conosceste i dubbiosi disiri?».
-E quella a me: «Nessun maggior dolore
-che ricordarsi del tempo felice
-ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore.
-Ma s’a conoscer la prima radice
-del nostro amor tu hai cotanto affetto,
-dirò come colui che piange e dice.
-Noi leggiavamo un giorno per diletto
-di Lancialotto come amor lo strinse;
-soli eravamo e sanza alcun sospetto.
-Per più fïate li occhi ci sospinse
-quella lettura, e scolorocci il viso;
-ma solo un punto fu quel che ci vinse.
-Quando leggemmo il disïato riso
-esser basciato da cotanto amante,
-questi, che mai da me non fia diviso,
-la bocca mi basciò tutto tremante.
-Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
-quel giorno più non vi leggemmo avante».
-Mentre che l’uno spirto questo disse,
-l’altro piangëa; sì che di pietade
-io venni men così com’ io morisse.
-E caddi come corpo morto cade.
diff --git a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-6 b/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-6
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--- a/comedy-plaintext/inferno-txt.d/inferno-6
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@@ -1,115 +0,0 @@
-Al tornar de la mente, che si chiuse
-dinanzi a la pietà d’i due cognati,
-che di trestizia tutto mi confuse,
-novi tormenti e novi tormentati
-mi veggio intorno, come ch’io mi mova
-e ch’io mi volga, e come che io guati.
-Io sono al terzo cerchio, de la piova
-etterna, maladetta, fredda e greve;
-regola e qualità mai non l’è nova.
-Grandine grossa, acqua tinta e neve
-per l’aere tenebroso si riversa;
-pute la terra che questo riceve.
-Cerbero, fiera crudele e diversa,
-con tre gole caninamente latra
-sovra la gente che quivi è sommersa.
-Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
-e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
-graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
-Urlar li fa la pioggia come cani;
-de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
-volgonsi spesso i miseri profani.
-Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
-le bocche aperse e mostrocci le sanne;
-non avea membro che tenesse fermo.
-E ’l duca mio distese le sue spanne,
-prese la terra, e con piene le pugna
-la gittò dentro a le bramose canne.
-Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
-e si racqueta poi che ’l pasto morde,
-ché solo a divorarlo intende e pugna,
-cotai si fecer quelle facce lorde
-de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
-l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.
-Noi passavam su per l’ombre che adona
-la greve pioggia, e ponavam le piante
-sovra lor vanità che par persona.
-Elle giacean per terra tutte quante,
-fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
-ch’ella ci vide passarsi davante.
-«O tu che se’ per questo ’nferno tratto»,
-mi disse, «riconoscimi, se sai:
-tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».
-E io a lui: «L’angoscia che tu hai
-forse ti tira fuor de la mia mente,
-sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
-Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
-loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
-che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».
-Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena
-d’invidia sì che già trabocca il sacco,
-seco mi tenne in la vita serena.
-Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
-per la dannosa colpa de la gola,
-come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
-E io anima trista non son sola,
-ché tutte queste a simil pena stanno
-per simil colpa». E più non fé parola.
-Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
-mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
-ma dimmi, se tu sai, a che verranno
-li cittadin de la città partita;
-s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
-per che l’ha tanta discordia assalita».
-E quelli a me: «Dopo lunga tencione
-verranno al sangue, e la parte selvaggia
-caccerà l’altra con molta offensione.
-Poi appresso convien che questa caggia
-infra tre soli, e che l’altra sormonti
-con la forza di tal che testé piaggia.
-Alte terrà lungo tempo le fronti,
-tenendo l’altra sotto gravi pesi,
-come che di ciò pianga o che n’aonti.
-Giusti son due, e non vi sono intesi;
-superbia, invidia e avarizia sono
-le tre faville c’hanno i cuori accesi».
-Qui puose fine al lagrimabil suono.
-E io a lui: «Ancor vo’ che mi ’nsegni
-e che di più parlar mi facci dono.
-Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,
-Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
-e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,
-dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
-ché gran disio mi stringe di savere
-se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca».
-E quelli: «Ei son tra l’anime più nere;
-diverse colpe giù li grava al fondo:
-se tanto scendi, là i potrai vedere.
-Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
-priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
-più non ti dico e più non ti rispondo».
-Li diritti occhi torse allora in biechi;
-guardommi un poco e poi chinò la testa:
-cadde con essa a par de li altri ciechi.
-E ’l duca disse a me: «Più non si desta
-di qua dal suon de l’angelica tromba,
-quando verrà la nimica podesta:
-ciascun rivederà la trista tomba,
-ripiglierà sua carne e sua figura,
-udirà quel ch’in etterno rimbomba».
-Sì trapassammo per sozza mistura
-de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
-toccando un poco la vita futura;
-per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti
-crescerann’ ei dopo la gran sentenza,
-o fier minori, o saran sì cocenti?».
-Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza,
-che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
-più senta il bene, e così la doglienza.
-Tutto che questa gente maladetta
-in vera perfezion già mai non vada,
-di là più che di qua essere aspetta».
-Noi aggirammo a tondo quella strada,
-parlando più assai ch’i’ non ridico;
-venimmo al punto dove si digrada:
-quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
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@@ -1,130 +0,0 @@
-«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
-cominciò Pluto con la voce chioccia;
-e quel savio gentil, che tutto seppe,
-disse per confortarmi: «Non ti noccia
-la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
-non ci torrà lo scender questa roccia».
-Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,
-e disse: «Taci, maladetto lupo!
-consuma dentro te con la tua rabbia.
-Non è sanza cagion l’andare al cupo:
-vuolsi ne l’alto, là dove Michele
-fé la vendetta del superbo strupo».
-Quali dal vento le gonfiate vele
-caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
-tal cadde a terra la fiera crudele.
-Così scendemmo ne la quarta lacca,
-pigliando più de la dolente ripa
-che ’l mal de l’universo tutto insacca.
-Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
-nove travaglie e pene quant’ io viddi?
-e perché nostra colpa sì ne scipa?
-Come fa l’onda là sovra Cariddi,
-che si frange con quella in cui s’intoppa,
-così convien che qui la gente riddi.
-Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa,
-e d’una parte e d’altra, con grand’ urli,
-voltando pesi per forza di poppa.
-Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì
-si rivolgea ciascun, voltando a retro,
-gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».
-Così tornavan per lo cerchio tetro
-da ogne mano a l’opposito punto,
-gridandosi anche loro ontoso metro;
-poi si volgea ciascun, quand’ era giunto,
-per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
-E io, ch’avea lo cor quasi compunto,
-dissi: «Maestro mio, or mi dimostra
-che gente è questa, e se tutti fuor cherci
-questi chercuti a la sinistra nostra».
-Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci
-sì de la mente in la vita primaia,
-che con misura nullo spendio ferci.
-Assai la voce lor chiaro l’abbaia,
-quando vegnono a’ due punti del cerchio
-dove colpa contraria li dispaia.
-Questi fuor cherci, che non han coperchio
-piloso al capo, e papi e cardinali,
-in cui usa avarizia il suo soperchio».
-E io: «Maestro, tra questi cotali
-dovre’ io ben riconoscere alcuni
-che furo immondi di cotesti mali».
-Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:
-la sconoscente vita che i fé sozzi,
-ad ogne conoscenza or li fa bruni.
-In etterno verranno a li due cozzi:
-questi resurgeranno del sepulcro
-col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
-Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
-ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
-qual ella sia, parole non ci appulcro.
-Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
-d’i ben che son commessi a la fortuna,
-per che l’umana gente si rabbuffa;
-ché tutto l’oro ch’è sotto la luna
-e che già fu, di quest’ anime stanche
-non poterebbe farne posare una».
-«Maestro mio», diss’ io, «or mi dì anche:
-questa fortuna di che tu mi tocche,
-che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».
-E quelli a me: «Oh creature sciocche,
-quanta ignoranza è quella che v’offende!
-Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.
-Colui lo cui saver tutto trascende,
-fece li cieli e diè lor chi conduce
-sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,
-distribuendo igualmente la luce.
-Similemente a li splendor mondani
-ordinò general ministra e duce
-che permutasse a tempo li ben vani
-di gente in gente e d’uno in altro sangue,
-oltre la difension d’i senni umani;
-per ch’una gente impera e l’altra langue,
-seguendo lo giudicio di costei,
-che è occulto come in erba l’angue.
-Vostro saver non ha contasto a lei:
-questa provede, giudica, e persegue
-suo regno come il loro li altri dèi.
-Le sue permutazion non hanno triegue:
-necessità la fa esser veloce;
-sì spesso vien chi vicenda consegue.
-Quest’ è colei ch’è tanto posta in croce
-pur da color che le dovrien dar lode,
-dandole biasmo a torto e mala voce;
-ma ella s’è beata e ciò non ode:
-con l’altre prime creature lieta
-volve sua spera e beata si gode.
-Or discendiamo omai a maggior pieta;
-già ogne stella cade che saliva
-quand’ io mi mossi, e ’l troppo star si vieta».
-Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
-sovr’ una fonte che bolle e riversa
-per un fossato che da lei deriva.
-L’acqua era buia assai più che persa;
-e noi, in compagnia de l’onde bige,
-intrammo giù per una via diversa.
-In la palude va c’ha nome Stige
-questo tristo ruscel, quand’ è disceso
-al piè de le maligne piagge grige.
-E io, che di mirare stava inteso,
-vidi genti fangose in quel pantano,
-ignude tutte, con sembiante offeso.
-Queste si percotean non pur con mano,
-ma con la testa e col petto e coi piedi,
-troncandosi co’ denti a brano a brano.
-Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
-l’anime di color cui vinse l’ira;
-e anche vo’ che tu per certo credi
-che sotto l’acqua è gente che sospira,
-e fanno pullular quest’ acqua al summo,
-come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.
-Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
-ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
-portando dentro accidïoso fummo:
-or ci attristiam ne la belletta negra”.
-Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza,
-ché dir nol posson con parola integra».
-Così girammo de la lorda pozza
-grand’ arco tra la ripa secca e ’l mézzo,
-con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.
-Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.
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@@ -1,130 +0,0 @@
-Io dico, seguitando, ch’assai prima
-che noi fossimo al piè de l’alta torre,
-li occhi nostri n’andar suso a la cima
-per due fiammette che i vedemmo porre
-e un’altra da lungi render cenno,
-tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.
-E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
-dissi: «Questo che dice? e che risponde
-quell’ altro foco? e chi son quei che ’l fenno?».
-Ed elli a me: «Su per le sucide onde
-già scorgere puoi quello che s’aspetta,
-se ’l fummo del pantan nol ti nasconde».
-Corda non pinse mai da sé saetta
-che sì corresse via per l’aere snella,
-com’ io vidi una nave piccioletta
-venir per l’acqua verso noi in quella,
-sotto ’l governo d’un sol galeoto,
-che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!».
-«Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto»,
-disse lo mio segnore «a questa volta:
-più non ci avrai che sol passando il loto».
-Qual è colui che grande inganno ascolta
-che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
-fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.
-Lo duca mio discese ne la barca,
-e poi mi fece intrare appresso lui;
-e sol quand’ io fui dentro parve carca.
-Tosto che ’l duca e io nel legno fui,
-segando se ne va l’antica prora
-de l’acqua più che non suol con altrui.
-Mentre noi corravam la morta gora,
-dinanzi mi si fece un pien di fango,
-e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?».
-E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango;
-ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?».
-Rispuose: «Vedi che son un che piango».
-E io a lui: «Con piangere e con lutto,
-spirito maladetto, ti rimani;
-ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto».
-Allor distese al legno ambo le mani;
-per che ’l maestro accorto lo sospinse,
-dicendo: «Via costà con li altri cani!».
-Lo collo poi con le braccia mi cinse;
-basciommi ’l volto, e disse: «Alma sdegnosa,
-benedetta colei che ’n te s’incinse!
-Quei fu al mondo persona orgogliosa;
-bontà non è che sua memoria fregi:
-così s’è l’ombra sua qui furïosa.
-Quanti si tegnon or là sù gran regi
-che qui staranno come porci in brago,
-di sé lasciando orribili dispregi!».
-E io: «Maestro, molto sarei vago
-di vederlo attuffare in questa broda
-prima che noi uscissimo del lago».
-Ed elli a me: «Avante che la proda
-ti si lasci veder, tu sarai sazio:
-di tal disïo convien che tu goda».
-Dopo ciò poco vid’ io quello strazio
-far di costui a le fangose genti,
-che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
-Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;
-e ’l fiorentino spirito bizzarro
-in sé medesmo si volvea co’ denti.
-Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
-ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
-per ch’ io avante l’occhio intento sbarro.
-Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,
-s’appressa la città c’ha nome Dite,
-coi gravi cittadin, col grande stuolo».
-E io: «Maestro, già le sue meschite
-là entro certe ne la valle cerno,
-vermiglie come se di foco uscite
-fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno
-ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
-come tu vedi in questo basso inferno».
-Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
-che vallan quella terra sconsolata:
-le mura mi parean che ferro fosse.
-Non sanza prima far grande aggirata,
-venimmo in parte dove il nocchier forte
-«Usciteci», gridò: «qui è l’intrata».
-Io vidi più di mille in su le porte
-da ciel piovuti, che stizzosamente
-dicean: «Chi è costui che sanza morte
-va per lo regno de la morta gente?».
-E ’l savio mio maestro fece segno
-di voler lor parlar segretamente.
-Allor chiusero un poco il gran disdegno,
-e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada,
-che sì ardito intrò per questo regno.
-Sol si ritorni per la folle strada:
-pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai
-che li ha’ iscorta sì buia contrada».
-Pensa, lettor, se io mi sconfortai
-nel suon de le parole maladette,
-ché non credetti ritornarci mai.
-«O caro duca mio, che più di sette
-volte m’hai sicurtà renduta e tratto
-d’alto periglio che ’ncontra mi stette,
-non mi lasciar», diss’ io, «così disfatto;
-e se ’l passar più oltre ci è negato,
-ritroviam l’orme nostre insieme ratto».
-E quel segnor che lì m’avea menato,
-mi disse: «Non temer; ché ’l nostro passo
-non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.
-Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
-conforta e ciba di speranza buona,
-ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».
-Così sen va, e quivi m’abbandona
-lo dolce padre, e io rimagno in forse,
-che sì e no nel capo mi tenciona.
-Udir non potti quello ch’a lor porse;
-ma ei non stette là con essi guari,
-che ciascun dentro a pruova si ricorse.
-Chiuser le porte que’ nostri avversari
-nel petto al mio segnor, che fuor rimase,
-e rivolsesi a me con passi rari.
-Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
-d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
-«Chi m’ha negate le dolenti case!».
-E a me disse: «Tu, perch’ io m’adiri,
-non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
-qual ch’a la difension dentro s’aggiri.
-Questa lor tracotanza non è nova;
-ché già l’usaro a men segreta porta,
-la qual sanza serrame ancor si trova.
-Sovr’ essa vedestù la scritta morta:
-e già di qua da lei discende l’erta,
-passando per li cerchi sanza scorta,
-tal che per lui ne fia la terra aperta».
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@@ -1,133 +0,0 @@
-Quel color che viltà di fuor mi pinse
-veggendo il duca mio tornare in volta,
-più tosto dentro il suo novo ristrinse.
-Attento si fermò com’ uom ch’ascolta;
-ché l’occhio nol potea menare a lunga
-per l’aere nero e per la nebbia folta.
-«Pur a noi converrà vincer la punga»,
-cominciò el, «se non . . . Tal ne s’offerse.
-Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!».
-I’ vidi ben sì com’ ei ricoperse
-lo cominciar con l’altro che poi venne,
-che fur parole a le prime diverse;
-ma nondimen paura il suo dir dienne,
-perch’ io traeva la parola tronca
-forse a peggior sentenzia che non tenne.
-«In questo fondo de la trista conca
-discende mai alcun del primo grado,
-che sol per pena ha la speranza cionca?».
-Questa question fec’ io; e quei «Di rado
-incontra», mi rispuose, «che di noi
-faccia il cammino alcun per qual io vado.
-Ver è ch’altra fïata qua giù fui,
-congiurato da quella Eritón cruda
-che richiamava l’ombre a’ corpi sui.
-Di poco era di me la carne nuda,
-ch’ella mi fece intrar dentr’ a quel muro,
-per trarne un spirto del cerchio di Giuda.
-Quell’ è ’l più basso loco e ’l più oscuro,
-e ’l più lontan dal ciel che tutto gira:
-ben so ’l cammin; però ti fa sicuro.
-Questa palude che ’l gran puzzo spira
-cigne dintorno la città dolente,
-u’ non potemo intrare omai sanz’ ira».
-E altro disse, ma non l’ho a mente;
-però che l’occhio m’avea tutto tratto
-ver’ l’alta torre a la cima rovente,
-dove in un punto furon dritte ratto
-tre furïe infernal di sangue tinte,
-che membra feminine avieno e atto,
-e con idre verdissime eran cinte;
-serpentelli e ceraste avien per crine,
-onde le fiere tempie erano avvinte.
-E quei, che ben conobbe le meschine
-de la regina de l’etterno pianto,
-«Guarda», mi disse, «le feroci Erine.
-Quest’ è Megera dal sinistro canto;
-quella che piange dal destro è Aletto;
-Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.
-Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;
-battiensi a palme e gridavan sì alto,
-ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.
-«Vegna Medusa: sì ’l farem di smalto»,
-dicevan tutte riguardando in giuso;
-«mal non vengiammo in Tesëo l’assalto».
-«Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;
-ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,
-nulla sarebbe di tornar mai suso».
-Così disse ’l maestro; ed elli stessi
-mi volse, e non si tenne a le mie mani,
-che con le sue ancor non mi chiudessi.
-O voi ch’avete li ’ntelletti sani,
-mirate la dottrina che s’asconde
-sotto ’l velame de li versi strani.
-E già venìa su per le torbide onde
-un fracasso d’un suon, pien di spavento,
-per cui tremavano amendue le sponde,
-non altrimenti fatto che d’un vento
-impetüoso per li avversi ardori,
-che fier la selva e sanz’ alcun rattento
-li rami schianta, abbatte e porta fori;
-dinanzi polveroso va superbo,
-e fa fuggir le fiere e li pastori.
-Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo
-del viso su per quella schiuma antica
-per indi ove quel fummo è più acerbo».
-Come le rane innanzi a la nimica
-biscia per l’acqua si dileguan tutte,
-fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,
-vid’ io più di mille anime distrutte
-fuggir così dinanzi ad un ch’al passo
-passava Stige con le piante asciutte.
-Dal volto rimovea quell’ aere grasso,
-menando la sinistra innanzi spesso;
-e sol di quell’ angoscia parea lasso.
-Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,
-e volsimi al maestro; e quei fé segno
-ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.
-Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
-Venne a la porta e con una verghetta
-l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.
-«O cacciati del ciel, gente dispetta»,
-cominciò elli in su l’orribil soglia,
-«ond’ esta oltracotanza in voi s’alletta?
-Perché recalcitrate a quella voglia
-a cui non puote il fin mai esser mozzo,
-e che più volte v’ha cresciuta doglia?
-Che giova ne le fata dar di cozzo?
-Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
-ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo».
-Poi si rivolse per la strada lorda,
-e non fé motto a noi, ma fé sembiante
-d’omo cui altra cura stringa e morda
-che quella di colui che li è davante;
-e noi movemmo i piedi inver’ la terra,
-sicuri appresso le parole sante.
-Dentro li ’ntrammo sanz’ alcuna guerra;
-e io, ch’avea di riguardar disio
-la condizion che tal fortezza serra,
-com’ io fui dentro, l’occhio intorno invio:
-e veggio ad ogne man grande campagna,
-piena di duolo e di tormento rio.
-Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
-sì com’ a Pola, presso del Carnaro
-ch’Italia chiude e suoi termini bagna,
-fanno i sepulcri tutt’ il loco varo,
-così facevan quivi d’ogne parte,
-salvo che ’l modo v’era più amaro;
-ché tra li avelli fiamme erano sparte,
-per le quali eran sì del tutto accesi,
-che ferro più non chiede verun’ arte.
-Tutti li lor coperchi eran sospesi,
-e fuor n’uscivan sì duri lamenti,
-che ben parean di miseri e d’offesi.
-E io: «Maestro, quai son quelle genti
-che, seppellite dentro da quell’ arche,
-si fan sentir coi sospiri dolenti?».
-E quelli a me: «Qui son li eresïarche
-con lor seguaci, d’ogne setta, e molto
-più che non credi son le tombe carche.
-Simile qui con simile è sepolto,
-e i monimenti son più e men caldi».
-E poi ch’a la man destra si fu vòlto,
-passammo tra i martìri e li alti spaldi.
diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-1 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-1
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@@ -1,142 +0,0 @@
-La gloria di colui che tutto move
-per l’universo penetra, e risplende
-in una parte più e meno altrove.
-Nel ciel che più de la sua luce prende
-fu’ io, e vidi cose che ridire
-né sa né può chi di là sù discende;
-perché appressando sé al suo disire,
-nostro intelletto si profonda tanto,
-che dietro la memoria non può ire.
-Veramente quant’ io del regno santo
-ne la mia mente potei far tesoro,
-sarà ora materia del mio canto.
-O buono Appollo, a l’ultimo lavoro
-fammi del tuo valor sì fatto vaso,
-come dimandi a dar l’amato alloro.
-Infino a qui l’un giogo di Parnaso
-assai mi fu; ma or con amendue
-m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.
-Entra nel petto mio, e spira tue
-sì come quando Marsïa traesti
-de la vagina de le membra sue.
-O divina virtù, se mi ti presti
-tanto che l’ombra del beato regno
-segnata nel mio capo io manifesti,
-vedra’mi al piè del tuo diletto legno
-venire, e coronarmi de le foglie
-che la materia e tu mi farai degno.
-Sì rade volte, padre, se ne coglie
-per trïunfare o cesare o poeta,
-colpa e vergogna de l’umane voglie,
-che parturir letizia in su la lieta
-delfica deïtà dovria la fronda
-peneia, quando alcun di sé asseta.
-Poca favilla gran fiamma seconda:
-forse di retro a me con miglior voci
-si pregherà perché Cirra risponda.
-Surge ai mortali per diverse foci
-la lucerna del mondo; ma da quella
-che quattro cerchi giugne con tre croci,
-con miglior corso e con migliore stella
-esce congiunta, e la mondana cera
-più a suo modo tempera e suggella.
-Fatto avea di là mane e di qua sera
-tal foce, e quasi tutto era là bianco
-quello emisperio, e l’altra parte nera,
-quando Beatrice in sul sinistro fianco
-vidi rivolta e riguardar nel sole:
-aquila sì non li s’affisse unquanco.
-E sì come secondo raggio suole
-uscir del primo e risalire in suso,
-pur come pelegrin che tornar vuole,
-così de l’atto suo, per li occhi infuso
-ne l’imagine mia, il mio si fece,
-e fissi li occhi al sole oltre nostr’ uso.
-Molto è licito là, che qui non lece
-a le nostre virtù, mercé del loco
-fatto per proprio de l’umana spece.
-Io nol soffersi molto, né sì poco,
-ch’io nol vedessi sfavillar dintorno,
-com’ ferro che bogliente esce del foco;
-e di sùbito parve giorno a giorno
-essere aggiunto, come quei che puote
-avesse il ciel d’un altro sole addorno.
-Beatrice tutta ne l’etterne rote
-fissa con li occhi stava; e io in lei
-le luci fissi, di là sù rimote.
-Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
-qual si fé Glauco nel gustar de l’erba
-che ’l fé consorto in mar de li altri dèi.
-Trasumanar significar per verba
-non si poria; però l’essemplo basti
-a cui esperïenza grazia serba.
-S’i’ era sol di me quel che creasti
-novellamente, amor che ’l ciel governi,
-tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti.
-Quando la rota che tu sempiterni
-desiderato, a sé mi fece atteso
-con l’armonia che temperi e discerni,
-parvemi tanto allor del cielo acceso
-de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
-lago non fece alcun tanto disteso.
-La novità del suono e ’l grande lume
-di lor cagion m’accesero un disio
-mai non sentito di cotanto acume.
-Ond’ ella, che vedea me sì com’ io,
-a quïetarmi l’animo commosso,
-pria ch’io a dimandar, la bocca aprio,
-e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso
-col falso imaginar, sì che non vedi
-ciò che vedresti se l’avessi scosso.
-Tu non se’ in terra, sì come tu credi;
-ma folgore, fuggendo il proprio sito,
-non corse come tu ch’ad esso riedi».
-S’io fui del primo dubbio disvestito
-per le sorrise parolette brevi,
-dentro ad un nuovo più fu’ inretito,
-e dissi: «Già contento requïevi
-di grande ammirazion; ma ora ammiro
-com’ io trascenda questi corpi levi».
-Ond’ ella, appresso d’un pïo sospiro,
-li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante
-che madre fa sovra figlio deliro,
-e cominciò: «Le cose tutte quante
-hanno ordine tra loro, e questo è forma
-che l’universo a Dio fa simigliante.
-Qui veggion l’alte creature l’orma
-de l’etterno valore, il qual è fine
-al quale è fatta la toccata norma.
-Ne l’ordine ch’io dico sono accline
-tutte nature, per diverse sorti,
-più al principio loro e men vicine;
-onde si muovono a diversi porti
-per lo gran mar de l’essere, e ciascuna
-con istinto a lei dato che la porti.
-Questi ne porta il foco inver’ la luna;
-questi ne’ cor mortali è permotore;
-questi la terra in sé stringe e aduna;
-né pur le creature che son fore
-d’intelligenza quest’ arco saetta
-ma quelle c’hanno intelletto e amore.
-La provedenza, che cotanto assetta,
-del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto
-nel qual si volge quel c’ha maggior fretta;
-e ora lì, come a sito decreto,
-cen porta la virtù di quella corda
-che ciò che scocca drizza in segno lieto.
-Vero è che, come forma non s’accorda
-molte fïate a l’intenzion de l’arte,
-perch’ a risponder la materia è sorda,
-così da questo corso si diparte
-talor la creatura, c’ha podere
-di piegar, così pinta, in altra parte;
-e sì come veder si può cadere
-foco di nube, sì l’impeto primo
-l’atterra torto da falso piacere.
-Non dei più ammirar, se bene stimo,
-lo tuo salir, se non come d’un rivo
-se d’alto monte scende giuso ad imo.
-Maraviglia sarebbe in te se, privo
-d’impedimento, giù ti fossi assiso,
-com’ a terra quïete in foco vivo».
-Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso.
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-Guardando nel suo Figlio con l’Amore
-che l’uno e l’altro etternalmente spira,
-lo primo e ineffabile Valore
-quanto per mente e per loco si gira
-con tant’ ordine fé, ch’esser non puote
-sanza gustar di lui chi ciò rimira.
-Leva dunque, lettore, a l’alte rote
-meco la vista, dritto a quella parte
-dove l’un moto e l’altro si percuote;
-e lì comincia a vagheggiar ne l’arte
-di quel maestro che dentro a sé l’ama,
-tanto che mai da lei l’occhio non parte.
-Vedi come da indi si dirama
-l’oblico cerchio che i pianeti porta,
-per sodisfare al mondo che li chiama.
-Che se la strada lor non fosse torta,
-molta virtù nel ciel sarebbe in vano,
-e quasi ogne potenza qua giù morta;
-e se dal dritto più o men lontano
-fosse ’l partire, assai sarebbe manco
-e giù e sù de l’ordine mondano.
-Or ti riman, lettor, sovra ’l tuo banco,
-dietro pensando a ciò che si preliba,
-s’esser vuoi lieto assai prima che stanco.
-Messo t’ho innanzi: omai per te ti ciba;
-ché a sé torce tutta la mia cura
-quella materia ond’ io son fatto scriba.
-Lo ministro maggior de la natura,
-che del valor del ciel lo mondo imprenta
-e col suo lume il tempo ne misura,
-con quella parte che sù si rammenta
-congiunto, si girava per le spire
-in che più tosto ognora s’appresenta;
-e io era con lui; ma del salire
-non m’accors’ io, se non com’ uom s’accorge,
-anzi ’l primo pensier, del suo venire.
-È Bëatrice quella che sì scorge
-di bene in meglio, sì subitamente
-che l’atto suo per tempo non si sporge.
-Quant’ esser convenia da sé lucente
-quel ch’era dentro al sol dov’ io entra’mi,
-non per color, ma per lume parvente!
-Perch’ io lo ’ngegno e l’arte e l’uso chiami,
-sì nol direi che mai s’imaginasse;
-ma creder puossi e di veder si brami.
-E se le fantasie nostre son basse
-a tanta altezza, non è maraviglia;
-ché sopra ’l sol non fu occhio ch’andasse.
-Tal era quivi la quarta famiglia
-de l’alto Padre, che sempre la sazia,
-mostrando come spira e come figlia.
-E Bëatrice cominciò: «Ringrazia,
-ringrazia il Sol de li angeli, ch’a questo
-sensibil t’ha levato per sua grazia».
-Cor di mortal non fu mai sì digesto
-a divozione e a rendersi a Dio
-con tutto ’l suo gradir cotanto presto,
-come a quelle parole mi fec’ io;
-e sì tutto ’l mio amore in lui si mise,
-che Bëatrice eclissò ne l’oblio.
-Non le dispiacque; ma sì se ne rise,
-che lo splendor de li occhi suoi ridenti
-mia mente unita in più cose divise.
-Io vidi più folgór vivi e vincenti
-far di noi centro e di sé far corona,
-più dolci in voce che in vista lucenti:
-così cinger la figlia di Latona
-vedem talvolta, quando l’aere è pregno,
-sì che ritenga il fil che fa la zona.
-Ne la corte del cielo, ond’ io rivegno,
-si trovan molte gioie care e belle
-tanto che non si posson trar del regno;
-e ’l canto di quei lumi era di quelle;
-chi non s’impenna sì che là sù voli,
-dal muto aspetti quindi le novelle.
-Poi, sì cantando, quelli ardenti soli
-si fuor girati intorno a noi tre volte,
-come stelle vicine a’ fermi poli,
-donne mi parver, non da ballo sciolte,
-ma che s’arrestin tacite, ascoltando
-fin che le nove note hanno ricolte.
-E dentro a l’un senti’ cominciar: «Quando
-lo raggio de la grazia, onde s’accende
-verace amore e che poi cresce amando,
-multiplicato in te tanto resplende,
-che ti conduce su per quella scala
-u’ sanza risalir nessun discende;
-qual ti negasse il vin de la sua fiala
-per la tua sete, in libertà non fora
-se non com’ acqua ch’al mar non si cala.
-Tu vuo’ saper di quai piante s’infiora
-questa ghirlanda che ’ntorno vagheggia
-la bella donna ch’al ciel t’avvalora.
-Io fui de li agni de la santa greggia
-che Domenico mena per cammino
-u’ ben s’impingua se non si vaneggia.
-Questi che m’è a destra più vicino,
-frate e maestro fummi, ed esso Alberto
-è di Cologna, e io Thomas d’Aquino.
-Se sì di tutti li altri esser vuo’ certo,
-di retro al mio parlar ten vien col viso
-girando su per lo beato serto.
-Quell’ altro fiammeggiare esce del riso
-di Grazïan, che l’uno e l’altro foro
-aiutò sì che piace in paradiso.
-L’altro ch’appresso addorna il nostro coro,
-quel Pietro fu che con la poverella
-offerse a Santa Chiesa suo tesoro.
-La quinta luce, ch’è tra noi più bella,
-spira di tale amor, che tutto ’l mondo
-là giù ne gola di saper novella:
-entro v’è l’alta mente u’ sì profondo
-saver fu messo, che, se ’l vero è vero,
-a veder tanto non surse il secondo.
-Appresso vedi il lume di quel cero
-che giù in carne più a dentro vide
-l’angelica natura e ’l ministero.
-Ne l’altra piccioletta luce ride
-quello avvocato de’ tempi cristiani
-del cui latino Augustin si provide.
-Or se tu l’occhio de la mente trani
-di luce in luce dietro a le mie lode,
-già de l’ottava con sete rimani.
-Per vedere ogne ben dentro vi gode
-l’anima santa che ’l mondo fallace
-fa manifesto a chi di lei ben ode.
-Lo corpo ond’ ella fu cacciata giace
-giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
-e da essilio venne a questa pace.
-Vedi oltre fiammeggiar l’ardente spiro
-d’Isidoro, di Beda e di Riccardo,
-che a considerar fu più che viro.
-Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,
-è ’l lume d’uno spirto che ’n pensieri
-gravi a morir li parve venir tardo:
-essa è la luce etterna di Sigieri,
-che, leggendo nel Vico de li Strami,
-silogizzò invidïosi veri».
-Indi, come orologio che ne chiami
-ne l’ora che la sposa di Dio surge
-a mattinar lo sposo perché l’ami,
-che l’una parte e l’altra tira e urge,
-tin tin sonando con sì dolce nota,
-che ’l ben disposto spirto d’amor turge;
-così vid’ ïo la gloriosa rota
-muoversi e render voce a voce in tempra
-e in dolcezza ch’esser non pò nota
-se non colà dove gioir s’insempra.
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@@ -1,139 +0,0 @@
-O insensata cura de’ mortali,
-quanto son difettivi silogismi
-quei che ti fanno in basso batter l’ali!
-Chi dietro a iura e chi ad amforismi
-sen giva, e chi seguendo sacerdozio,
-e chi regnar per forza o per sofismi,
-e chi rubare e chi civil negozio,
-chi nel diletto de la carne involto
-s’affaticava e chi si dava a l’ozio,
-quando, da tutte queste cose sciolto,
-con Bëatrice m’era suso in cielo
-cotanto glorïosamente accolto.
-Poi che ciascuno fu tornato ne lo
-punto del cerchio in che avanti s’era,
-fermossi, come a candellier candelo.
-E io senti’ dentro a quella lumera
-che pria m’avea parlato, sorridendo
-incominciar, faccendosi più mera:
-«Così com’ io del suo raggio resplendo,
-sì, riguardando ne la luce etterna,
-li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.
-Tu dubbi, e hai voler che si ricerna
-in sì aperta e ’n sì distesa lingua
-lo dicer mio, ch’al tuo sentir si sterna,
-ove dinanzi dissi: “U’ ben s’impingua”,
-e là u’ dissi: “Non nacque il secondo”;
-e qui è uopo che ben si distingua.
-La provedenza, che governa il mondo
-con quel consiglio nel quale ogne aspetto
-creato è vinto pria che vada al fondo,
-però che andasse ver’ lo suo diletto
-la sposa di colui ch’ad alte grida
-disposò lei col sangue benedetto,
-in sé sicura e anche a lui più fida,
-due principi ordinò in suo favore,
-che quinci e quindi le fosser per guida.
-L’un fu tutto serafico in ardore;
-l’altro per sapïenza in terra fue
-di cherubica luce uno splendore.
-De l’un dirò, però che d’amendue
-si dice l’un pregiando, qual ch’om prende,
-perch’ ad un fine fur l’opere sue.
-Intra Tupino e l’acqua che discende
-del colle eletto dal beato Ubaldo,
-fertile costa d’alto monte pende,
-onde Perugia sente freddo e caldo
-da Porta Sole; e di rietro le piange
-per grave giogo Nocera con Gualdo.
-Di questa costa, là dov’ ella frange
-più sua rattezza, nacque al mondo un sole,
-come fa questo talvolta di Gange.
-Però chi d’esso loco fa parole,
-non dica Ascesi, ché direbbe corto,
-ma Orïente, se proprio dir vuole.
-Non era ancor molto lontan da l’orto,
-ch’el cominciò a far sentir la terra
-de la sua gran virtute alcun conforto;
-ché per tal donna, giovinetto, in guerra
-del padre corse, a cui, come a la morte,
-la porta del piacer nessun diserra;
-e dinanzi a la sua spirital corte
-et coram patre le si fece unito;
-poscia di dì in dì l’amò più forte.
-Questa, privata del primo marito,
-millecent’ anni e più dispetta e scura
-fino a costui si stette sanza invito;
-né valse udir che la trovò sicura
-con Amiclate, al suon de la sua voce,
-colui ch’a tutto ’l mondo fé paura;
-né valse esser costante né feroce,
-sì che, dove Maria rimase giuso,
-ella con Cristo pianse in su la croce.
-Ma perch’ io non proceda troppo chiuso,
-Francesco e Povertà per questi amanti
-prendi oramai nel mio parlar diffuso.
-La lor concordia e i lor lieti sembianti,
-amore e maraviglia e dolce sguardo
-facieno esser cagion di pensier santi;
-tanto che ’l venerabile Bernardo
-si scalzò prima, e dietro a tanta pace
-corse e, correndo, li parve esser tardo.
-Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!
-Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro
-dietro a lo sposo, sì la sposa piace.
-Indi sen va quel padre e quel maestro
-con la sua donna e con quella famiglia
-che già legava l’umile capestro.
-Né li gravò viltà di cuor le ciglia
-per esser fi’ di Pietro Bernardone,
-né per parer dispetto a maraviglia;
-ma regalmente sua dura intenzione
-ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe
-primo sigillo a sua religïone.
-Poi che la gente poverella crebbe
-dietro a costui, la cui mirabil vita
-meglio in gloria del ciel si canterebbe,
-di seconda corona redimita
-fu per Onorio da l’Etterno Spiro
-la santa voglia d’esto archimandrita.
-E poi che, per la sete del martiro,
-ne la presenza del Soldan superba
-predicò Cristo e li altri che ’l seguiro,
-e per trovare a conversione acerba
-troppo la gente e per non stare indarno,
-redissi al frutto de l’italica erba,
-nel crudo sasso intra Tevero e Arno
-da Cristo prese l’ultimo sigillo,
-che le sue membra due anni portarno.
-Quando a colui ch’a tanto ben sortillo
-piacque di trarlo suso a la mercede
-ch’el meritò nel suo farsi pusillo,
-a’ frati suoi, sì com’ a giuste rede,
-raccomandò la donna sua più cara,
-e comandò che l’amassero a fede;
-e del suo grembo l’anima preclara
-mover si volle, tornando al suo regno,
-e al suo corpo non volle altra bara.
-Pensa oramai qual fu colui che degno
-collega fu a mantener la barca
-di Pietro in alto mar per dritto segno;
-e questo fu il nostro patrïarca;
-per che qual segue lui, com’ el comanda,
-discerner puoi che buone merce carca.
-Ma ’l suo pecuglio di nova vivanda
-è fatto ghiotto, sì ch’esser non puote
-che per diversi salti non si spanda;
-e quanto le sue pecore remote
-e vagabunde più da esso vanno,
-più tornano a l’ovil di latte vòte.
-Ben son di quelle che temono ’l danno
-e stringonsi al pastor; ma son sì poche,
-che le cappe fornisce poco panno.
-Or, se le mie parole non son fioche,
-se la tua audïenza è stata attenta,
-se ciò ch’è detto a la mente revoche,
-in parte fia la tua voglia contenta,
-perché vedrai la pianta onde si scheggia,
-e vedra’ il corrègger che argomenta
-“U’ ben s’impingua, se non si vaneggia”».
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-12
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@@ -1,145 +0,0 @@
-Sì tosto come l’ultima parola
-la benedetta fiamma per dir tolse,
-a rotar cominciò la santa mola;
-e nel suo giro tutta non si volse
-prima ch’un’altra di cerchio la chiuse,
-e moto a moto e canto a canto colse;
-canto che tanto vince nostre muse,
-nostre serene in quelle dolci tube,
-quanto primo splendor quel ch’e’ refuse.
-Come si volgon per tenera nube
-due archi paralelli e concolori,
-quando Iunone a sua ancella iube,
-nascendo di quel d’entro quel di fori,
-a guisa del parlar di quella vaga
-ch’amor consunse come sol vapori,
-e fanno qui la gente esser presaga,
-per lo patto che Dio con Noè puose,
-del mondo che già mai più non s’allaga:
-così di quelle sempiterne rose
-volgiensi circa noi le due ghirlande,
-e sì l’estrema a l’intima rispuose.
-Poi che ’l tripudio e l’altra festa grande,
-sì del cantare e sì del fiammeggiarsi
-luce con luce gaudïose e blande,
-insieme a punto e a voler quetarsi,
-pur come li occhi ch’al piacer che i move
-conviene insieme chiudere e levarsi;
-del cor de l’una de le luci nove
-si mosse voce, che l’ago a la stella
-parer mi fece in volgermi al suo dove;
-e cominciò: «L’amor che mi fa bella
-mi tragge a ragionar de l’altro duca
-per cui del mio sì ben ci si favella.
-Degno è che, dov’ è l’un, l’altro s’induca:
-sì che, com’ elli ad una militaro,
-così la gloria loro insieme luca.
-L’essercito di Cristo, che sì caro
-costò a rïarmar, dietro a la ’nsegna
-si movea tardo, sospeccioso e raro,
-quando lo ’mperador che sempre regna
-provide a la milizia, ch’era in forse,
-per sola grazia, non per esser degna;
-e, come è detto, a sua sposa soccorse
-con due campioni, al cui fare, al cui dire
-lo popol disvïato si raccorse.
-In quella parte ove surge ad aprire
-Zefiro dolce le novelle fronde
-di che si vede Europa rivestire,
-non molto lungi al percuoter de l’onde
-dietro a le quali, per la lunga foga,
-lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,
-siede la fortunata Calaroga
-sotto la protezion del grande scudo
-in che soggiace il leone e soggioga:
-dentro vi nacque l’amoroso drudo
-de la fede cristiana, il santo atleta
-benigno a’ suoi e a’ nemici crudo;
-e come fu creata, fu repleta
-sì la sua mente di viva vertute
-che, ne la madre, lei fece profeta.
-Poi che le sponsalizie fuor compiute
-al sacro fonte intra lui e la Fede,
-u’ si dotar di mutüa salute,
-la donna che per lui l’assenso diede,
-vide nel sonno il mirabile frutto
-ch’uscir dovea di lui e de le rede;
-e perché fosse qual era in costrutto,
-quinci si mosse spirito a nomarlo
-del possessivo di cui era tutto.
-Domenico fu detto; e io ne parlo
-sì come de l’agricola che Cristo
-elesse a l’orto suo per aiutarlo.
-Ben parve messo e famigliar di Cristo:
-che ’l primo amor che ’n lui fu manifesto,
-fu al primo consiglio che diè Cristo.
-Spesse fïate fu tacito e desto
-trovato in terra da la sua nutrice,
-come dicesse: ‘Io son venuto a questo’.
-Oh padre suo veramente Felice!
-oh madre sua veramente Giovanna,
-se, interpretata, val come si dice!
-Non per lo mondo, per cui mo s’affanna
-di retro ad Ostïense e a Taddeo,
-ma per amor de la verace manna
-in picciol tempo gran dottor si feo;
-tal che si mise a circüir la vigna
-che tosto imbianca, se ’l vignaio è reo.
-E a la sedia che fu già benigna
-più a’ poveri giusti, non per lei,
-ma per colui che siede, che traligna,
-non dispensare o due o tre per sei,
-non la fortuna di prima vacante,
-non decimas, quae sunt pauperum Dei,
-addimandò, ma contro al mondo errante
-licenza di combatter per lo seme
-del qual ti fascian ventiquattro piante.
-Poi, con dottrina e con volere insieme,
-con l’officio appostolico si mosse
-quasi torrente ch’alta vena preme;
-e ne li sterpi eretici percosse
-l’impeto suo, più vivamente quivi
-dove le resistenze eran più grosse.
-Di lui si fecer poi diversi rivi
-onde l’orto catolico si riga,
-sì che i suoi arbuscelli stan più vivi.
-Se tal fu l’una rota de la biga
-in che la Santa Chiesa si difese
-e vinse in campo la sua civil briga,
-ben ti dovrebbe assai esser palese
-l’eccellenza de l’altra, di cui Tomma
-dinanzi al mio venir fu sì cortese.
-Ma l’orbita che fé la parte somma
-di sua circunferenza, è derelitta,
-sì ch’è la muffa dov’ era la gromma.
-La sua famiglia, che si mosse dritta
-coi piedi a le sue orme, è tanto volta,
-che quel dinanzi a quel di retro gitta;
-e tosto si vedrà de la ricolta
-de la mala coltura, quando il loglio
-si lagnerà che l’arca li sia tolta.
-Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio
-nostro volume, ancor troveria carta
-u’ leggerebbe “I’ mi son quel ch’i’ soglio”;
-ma non fia da Casal né d’Acquasparta,
-là onde vegnon tali a la scrittura,
-ch’uno la fugge e altro la coarta.
-Io son la vita di Bonaventura
-da Bagnoregio, che ne’ grandi offici
-sempre pospuosi la sinistra cura.
-Illuminato e Augustin son quici,
-che fuor de’ primi scalzi poverelli
-che nel capestro a Dio si fero amici.
-Ugo da San Vittore è qui con elli,
-e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,
-lo qual giù luce in dodici libelli;
-Natàn profeta e ’l metropolitano
-Crisostomo e Anselmo e quel Donato
-ch’a la prim’ arte degnò porre mano.
-Rabano è qui, e lucemi dallato
-il calavrese abate Giovacchino
-di spirito profetico dotato.
-Ad inveggiar cotanto paladino
-mi mosse l’infiammata cortesia
-di fra Tommaso e ’l discreto latino;
-e mosse meco questa compagnia».
diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-13 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-13
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-13
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@@ -1,142 +0,0 @@
-Imagini, chi bene intender cupe
-quel ch’i’ or vidi—e ritegna l’image,
-mentre ch’io dico, come ferma rupe—,
-quindici stelle che ’n diverse plage
-lo ciel avvivan di tanto sereno
-che soperchia de l’aere ogne compage;
-imagini quel carro a cu’ il seno
-basta del nostro cielo e notte e giorno,
-sì ch’al volger del temo non vien meno;
-imagini la bocca di quel corno
-che si comincia in punta de lo stelo
-a cui la prima rota va dintorno,
-aver fatto di sé due segni in cielo,
-qual fece la figliuola di Minoi
-allora che sentì di morte il gelo;
-e l’un ne l’altro aver li raggi suoi,
-e amendue girarsi per maniera
-che l’uno andasse al primo e l’altro al poi;
-e avrà quasi l’ombra de la vera
-costellazione e de la doppia danza
-che circulava il punto dov’ io era:
-poi ch’è tanto di là da nostra usanza,
-quanto di là dal mover de la Chiana
-si move il ciel che tutti li altri avanza.
-Lì si cantò non Bacco, non Peana,
-ma tre persone in divina natura,
-e in una persona essa e l’umana.
-Compié ’l cantare e ’l volger sua misura;
-e attesersi a noi quei santi lumi,
-felicitando sé di cura in cura.
-Ruppe il silenzio ne’ concordi numi
-poscia la luce in che mirabil vita
-del poverel di Dio narrata fumi,
-e disse: «Quando l’una paglia è trita,
-quando la sua semenza è già riposta,
-a batter l’altra dolce amor m’invita.
-Tu credi che nel petto onde la costa
-si trasse per formar la bella guancia
-il cui palato a tutto ’l mondo costa,
-e in quel che, forato da la lancia,
-e prima e poscia tanto sodisfece,
-che d’ogne colpa vince la bilancia,
-quantunque a la natura umana lece
-aver di lume, tutto fosse infuso
-da quel valor che l’uno e l’altro fece;
-e però miri a ciò ch’io dissi suso,
-quando narrai che non ebbe ’l secondo
-lo ben che ne la quinta luce è chiuso.
-Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo,
-e vedräi il tuo credere e ’l mio dire
-nel vero farsi come centro in tondo.
-Ciò che non more e ciò che può morire
-non è se non splendor di quella idea
-che partorisce, amando, il nostro Sire;
-ché quella viva luce che sì mea
-dal suo lucente, che non si disuna
-da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea,
-per sua bontate il suo raggiare aduna,
-quasi specchiato, in nove sussistenze,
-etternalmente rimanendosi una.
-Quindi discende a l’ultime potenze
-giù d’atto in atto, tanto divenendo,
-che più non fa che brevi contingenze;
-e queste contingenze essere intendo
-le cose generate, che produce
-con seme e sanza seme il ciel movendo.
-La cera di costoro e chi la duce
-non sta d’un modo; e però sotto ’l segno
-idëale poi più e men traluce.
-Ond’ elli avvien ch’un medesimo legno,
-secondo specie, meglio e peggio frutta;
-e voi nascete con diverso ingegno.
-Se fosse a punto la cera dedutta
-e fosse il cielo in sua virtù supprema,
-la luce del suggel parrebbe tutta;
-ma la natura la dà sempre scema,
-similemente operando a l’artista
-ch’a l’abito de l’arte ha man che trema.
-Però se ’l caldo amor la chiara vista
-de la prima virtù dispone e segna,
-tutta la perfezion quivi s’acquista.
-Così fu fatta già la terra degna
-di tutta l’animal perfezïone;
-così fu fatta la Vergine pregna;
-sì ch’io commendo tua oppinïone,
-che l’umana natura mai non fue
-né fia qual fu in quelle due persone.
-Or s’i’ non procedesse avanti piùe,
-‘Dunque, come costui fu sanza pare?’
-comincerebber le parole tue.
-Ma perché paia ben ciò che non pare,
-pensa chi era, e la cagion che ’l mosse,
-quando fu detto “Chiedi”, a dimandare.
-Non ho parlato sì, che tu non posse
-ben veder ch’el fu re, che chiese senno
-acciò che re sufficïente fosse;
-non per sapere il numero in che enno
-li motor di qua sù, o se necesse
-con contingente mai necesse fenno;
-non si est dare primum motum esse,
-o se del mezzo cerchio far si puote
-trïangol sì ch’un retto non avesse.
-Onde, se ciò ch’io dissi e questo note,
-regal prudenza è quel vedere impari
-in che lo stral di mia intenzion percuote;
-e se al “surse” drizzi li occhi chiari,
-vedrai aver solamente respetto
-ai regi, che son molti, e ’ buon son rari.
-Con questa distinzion prendi ’l mio detto;
-e così puote star con quel che credi
-del primo padre e del nostro Diletto.
-E questo ti sia sempre piombo a’ piedi,
-per farti mover lento com’ uom lasso
-e al sì e al no che tu non vedi:
-ché quelli è tra li stolti bene a basso,
-che sanza distinzione afferma e nega
-ne l’un così come ne l’altro passo;
-perch’ elli ’ncontra che più volte piega
-l’oppinïon corrente in falsa parte,
-e poi l’affetto l’intelletto lega.
-Vie più che ’ndarno da riva si parte,
-perché non torna tal qual e’ si move,
-chi pesca per lo vero e non ha l’arte.
-E di ciò sono al mondo aperte prove
-Parmenide, Melisso e Brisso e molti,
-li quali andaro e non sapëan dove;
-sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti
-che furon come spade a le Scritture
-in render torti li diritti volti.
-Non sien le genti, ancor, troppo sicure
-a giudicar, sì come quei che stima
-le biade in campo pria che sien mature;
-ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima
-lo prun mostrarsi rigido e feroce,
-poscia portar la rosa in su la cima;
-e legno vidi già dritto e veloce
-correr lo mar per tutto suo cammino,
-perire al fine a l’intrar de la foce.
-Non creda donna Berta e ser Martino,
-per vedere un furare, altro offerere,
-vederli dentro al consiglio divino;
-ché quel può surgere, e quel può cadere».
diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-14 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-14
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@@ -1,139 +0,0 @@
-Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro
-movesi l’acqua in un ritondo vaso,
-secondo ch’è percosso fuori o dentro:
-ne la mia mente fé sùbito caso
-questo ch’io dico, sì come si tacque
-la glorïosa vita di Tommaso,
-per la similitudine che nacque
-del suo parlare e di quel di Beatrice,
-a cui sì cominciar, dopo lui, piacque:
-«A costui fa mestieri, e nol vi dice
-né con la voce né pensando ancora,
-d’un altro vero andare a la radice.
-Diteli se la luce onde s’infiora
-vostra sustanza, rimarrà con voi
-etternalmente sì com’ ell’ è ora;
-e se rimane, dite come, poi
-che sarete visibili rifatti,
-esser porà ch’al veder non vi nòi».
-Come, da più letizia pinti e tratti,
-a la fïata quei che vanno a rota
-levan la voce e rallegrano li atti,
-così, a l’orazion pronta e divota,
-li santi cerchi mostrar nova gioia
-nel torneare e ne la mira nota.
-Qual si lamenta perché qui si moia
-per viver colà sù, non vide quive
-lo refrigerio de l’etterna ploia.
-Quell’ uno e due e tre che sempre vive
-e regna sempre in tre e ’n due e ’n uno,
-non circunscritto, e tutto circunscrive,
-tre volte era cantato da ciascuno
-di quelli spirti con tal melodia,
-ch’ad ogne merto saria giusto muno.
-E io udi’ ne la luce più dia
-del minor cerchio una voce modesta,
-forse qual fu da l’angelo a Maria,
-risponder: «Quanto fia lunga la festa
-di paradiso, tanto il nostro amore
-si raggerà dintorno cotal vesta.
-La sua chiarezza séguita l’ardore;
-l’ardor la visïone, e quella è tanta,
-quant’ ha di grazia sovra suo valore.
-Come la carne glorïosa e santa
-fia rivestita, la nostra persona
-più grata fia per esser tutta quanta;
-per che s’accrescerà ciò che ne dona
-di gratüito lume il sommo bene,
-lume ch’a lui veder ne condiziona;
-onde la visïon crescer convene,
-crescer l’ardor che di quella s’accende,
-crescer lo raggio che da esso vene.
-Ma sì come carbon che fiamma rende,
-e per vivo candor quella soverchia,
-sì che la sua parvenza si difende;
-così questo folgór che già ne cerchia
-fia vinto in apparenza da la carne
-che tutto dì la terra ricoperchia;
-né potrà tanta luce affaticarne:
-ché li organi del corpo saran forti
-a tutto ciò che potrà dilettarne».
-Tanto mi parver sùbiti e accorti
-e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!»,
-che ben mostrar disio d’i corpi morti:
-forse non pur per lor, ma per le mamme,
-per li padri e per li altri che fuor cari
-anzi che fosser sempiterne fiamme.
-Ed ecco intorno, di chiarezza pari,
-nascere un lustro sopra quel che v’era,
-per guisa d’orizzonte che rischiari.
-E sì come al salir di prima sera
-comincian per lo ciel nove parvenze,
-sì che la vista pare e non par vera,
-parvemi lì novelle sussistenze
-cominciare a vedere, e fare un giro
-di fuor da l’altre due circunferenze.
-Oh vero sfavillar del Santo Spiro!
-come si fece sùbito e candente
-a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!
-Ma Bëatrice sì bella e ridente
-mi si mostrò, che tra quelle vedute
-si vuol lasciar che non seguir la mente.
-Quindi ripreser li occhi miei virtute
-a rilevarsi; e vidimi translato
-sol con mia donna in più alta salute.
-Ben m’accors’ io ch’io era più levato,
-per l’affocato riso de la stella,
-che mi parea più roggio che l’usato.
-Con tutto ’l core e con quella favella
-ch’è una in tutti, a Dio feci olocausto,
-qual conveniesi a la grazia novella.
-E non er’ anco del mio petto essausto
-l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi
-esso litare stato accetto e fausto;
-ché con tanto lucore e tanto robbi
-m’apparvero splendor dentro a due raggi,
-ch’io dissi: «O Elïòs che sì li addobbi!».
-Come distinta da minori e maggi
-lumi biancheggia tra ’ poli del mondo
-Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;
-sì costellati facean nel profondo
-Marte quei raggi il venerabil segno
-che fan giunture di quadranti in tondo.
-Qui vince la memoria mia lo ’ngegno;
-ché quella croce lampeggiava Cristo,
-sì ch’io non so trovare essempro degno;
-ma chi prende sua croce e segue Cristo,
-ancor mi scuserà di quel ch’io lasso,
-vedendo in quell’ albor balenar Cristo.
-Di corno in corno e tra la cima e ’l basso
-si movien lumi, scintillando forte
-nel congiugnersi insieme e nel trapasso:
-così si veggion qui diritte e torte,
-veloci e tarde, rinovando vista,
-le minuzie d’i corpi, lunghe e corte,
-moversi per lo raggio onde si lista
-talvolta l’ombra che, per sua difesa,
-la gente con ingegno e arte acquista.
-E come giga e arpa, in tempra tesa
-di molte corde, fa dolce tintinno
-a tal da cui la nota non è intesa,
-così da’ lumi che lì m’apparinno
-s’accogliea per la croce una melode
-che mi rapiva, sanza intender l’inno.
-Ben m’accors’ io ch’elli era d’alte lode,
-però ch’a me venìa «Resurgi» e «Vinci»
-come a colui che non intende e ode.
-Ïo m’innamorava tanto quinci,
-che ’nfino a lì non fu alcuna cosa
-che mi legasse con sì dolci vinci.
-Forse la mia parola par troppo osa,
-posponendo il piacer de li occhi belli,
-ne’ quai mirando mio disio ha posa;
-ma chi s’avvede che i vivi suggelli
-d’ogne bellezza più fanno più suso,
-e ch’io non m’era lì rivolto a quelli,
-escusar puommi di quel ch’io m’accuso
-per escusarmi, e vedermi dir vero:
-ché ’l piacer santo non è qui dischiuso,
-perché si fa, montando, più sincero.
diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-15 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-15
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-15
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@@ -1,148 +0,0 @@
-Benigna volontade in che si liqua
-sempre l’amor che drittamente spira,
-come cupidità fa ne la iniqua,
-silenzio puose a quella dolce lira,
-e fece quïetar le sante corde
-che la destra del cielo allenta e tira.
-Come saranno a’ giusti preghi sorde
-quelle sustanze che, per darmi voglia
-ch’io le pregassi, a tacer fur concorde?
-Bene è che sanza termine si doglia
-chi, per amor di cosa che non duri
-etternalmente, quello amor si spoglia.
-Quale per li seren tranquilli e puri
-discorre ad ora ad or sùbito foco,
-movendo li occhi che stavan sicuri,
-e pare stella che tramuti loco,
-se non che da la parte ond’ e’ s’accende
-nulla sen perde, ed esso dura poco:
-tale dal corno che ’n destro si stende
-a piè di quella croce corse un astro
-de la costellazion che lì resplende;
-né si partì la gemma dal suo nastro,
-ma per la lista radïal trascorse,
-che parve foco dietro ad alabastro.
-Sì pïa l’ombra d’Anchise si porse,
-se fede merta nostra maggior musa,
-quando in Eliso del figlio s’accorse.
-«O sanguis meus, o superinfusa
-gratïa Deï, sicut tibi cui
-bis unquam celi ianüa reclusa?».
-Così quel lume: ond’ io m’attesi a lui;
-poscia rivolsi a la mia donna il viso,
-e quinci e quindi stupefatto fui;
-ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso
-tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo
-de la mia gloria e del mio paradiso.
-Indi, a udire e a veder giocondo,
-giunse lo spirto al suo principio cose,
-ch’io non lo ’ntesi, sì parlò profondo;
-né per elezïon mi si nascose,
-ma per necessità, ché ’l suo concetto
-al segno d’i mortal si soprapuose.
-E quando l’arco de l’ardente affetto
-fu sì sfogato, che ’l parlar discese
-inver’ lo segno del nostro intelletto,
-la prima cosa che per me s’intese,
-«Benedetto sia tu», fu, «trino e uno,
-che nel mio seme se’ tanto cortese!».
-E seguì: «Grato e lontano digiuno,
-tratto leggendo del magno volume
-du’ non si muta mai bianco né bruno,
-solvuto hai, figlio, dentro a questo lume
-in ch’io ti parlo, mercè di colei
-ch’a l’alto volo ti vestì le piume.
-Tu credi che a me tuo pensier mei
-da quel ch’è primo, così come raia
-da l’un, se si conosce, il cinque e ’l sei;
-e però ch’io mi sia e perch’ io paia
-più gaudïoso a te, non mi domandi,
-che alcun altro in questa turba gaia.
-Tu credi ’l vero; ché i minori e ’ grandi
-di questa vita miran ne lo speglio
-in che, prima che pensi, il pensier pandi;
-ma perché ’l sacro amore in che io veglio
-con perpetüa vista e che m’asseta
-di dolce disïar, s’adempia meglio,
-la voce tua sicura, balda e lieta
-suoni la volontà, suoni ’l disio,
-a che la mia risposta è già decreta!».
-Io mi volsi a Beatrice, e quella udio
-pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno
-che fece crescer l’ali al voler mio.
-Poi cominciai così: «L’affetto e ’l senno,
-come la prima equalità v’apparse,
-d’un peso per ciascun di voi si fenno,
-però che ’l sol che v’allumò e arse,
-col caldo e con la luce è sì iguali,
-che tutte simiglianze sono scarse.
-Ma voglia e argomento ne’ mortali,
-per la cagion ch’a voi è manifesta,
-diversamente son pennuti in ali;
-ond’ io, che son mortal, mi sento in questa
-disagguaglianza, e però non ringrazio
-se non col core a la paterna festa.
-Ben supplico io a te, vivo topazio
-che questa gioia prezïosa ingemmi,
-perché mi facci del tuo nome sazio».
-«O fronda mia in che io compiacemmi
-pur aspettando, io fui la tua radice»:
-cotal principio, rispondendo, femmi.
-Poscia mi disse: «Quel da cui si dice
-tua cognazione e che cent’ anni e piùe
-girato ha ’l monte in la prima cornice,
-mio figlio fu e tuo bisavol fue:
-ben si convien che la lunga fatica
-tu li raccorci con l’opere tue.
-Fiorenza dentro da la cerchia antica,
-ond’ ella toglie ancora e terza e nona,
-si stava in pace, sobria e pudica.
-Non avea catenella, non corona,
-non gonne contigiate, non cintura
-che fosse a veder più che la persona.
-Non faceva, nascendo, ancor paura
-la figlia al padre, che ’l tempo e la dote
-non fuggien quinci e quindi la misura.
-Non avea case di famiglia vòte;
-non v’era giunto ancor Sardanapalo
-a mostrar ciò che ’n camera si puote.
-Non era vinto ancora Montemalo
-dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto
-nel montar sù, così sarà nel calo.
-Bellincion Berti vid’ io andar cinto
-di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio
-la donna sua sanza ’l viso dipinto;
-e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio
-esser contenti a la pelle scoperta,
-e le sue donne al fuso e al pennecchio.
-Oh fortunate! ciascuna era certa
-de la sua sepultura, e ancor nulla
-era per Francia nel letto diserta.
-L’una vegghiava a studio de la culla,
-e, consolando, usava l’idïoma
-che prima i padri e le madri trastulla;
-l’altra, traendo a la rocca la chioma,
-favoleggiava con la sua famiglia
-d’i Troiani, di Fiesole e di Roma.
-Saria tenuta allor tal maraviglia
-una Cianghella, un Lapo Salterello,
-qual or saria Cincinnato e Corniglia.
-A così riposato, a così bello
-viver di cittadini, a così fida
-cittadinanza, a così dolce ostello,
-Maria mi diè, chiamata in alte grida;
-e ne l’antico vostro Batisteo
-insieme fui cristiano e Cacciaguida.
-Moronto fu mio frate ed Eliseo;
-mia donna venne a me di val di Pado,
-e quindi il sopranome tuo si feo.
-Poi seguitai lo ’mperador Currado;
-ed el mi cinse de la sua milizia,
-tanto per bene ovrar li venni in grado.
-Dietro li andai incontro a la nequizia
-di quella legge il cui popolo usurpa,
-per colpa d’i pastor, vostra giustizia.
-Quivi fu’ io da quella gente turpa
-disviluppato dal mondo fallace,
-lo cui amor molt’ anime deturpa;
-e venni dal martiro a questa pace».
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-16
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@@ -1,154 +0,0 @@
-O poca nostra nobiltà di sangue,
-se glorïar di te la gente fai
-qua giù dove l’affetto nostro langue,
-mirabil cosa non mi sarà mai:
-ché là dove appetito non si torce,
-dico nel cielo, io me ne gloriai.
-Ben se’ tu manto che tosto raccorce:
-sì che, se non s’appon di dì in die,
-lo tempo va dintorno con le force.
-Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offerie,
-in che la sua famiglia men persevra,
-ricominciaron le parole mie;
-onde Beatrice, ch’era un poco scevra,
-ridendo, parve quella che tossio
-al primo fallo scritto di Ginevra.
-Io cominciai: «Voi siete il padre mio;
-voi mi date a parlar tutta baldezza;
-voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io.
-Per tanti rivi s’empie d’allegrezza
-la mente mia, che di sé fa letizia
-perché può sostener che non si spezza.
-Ditemi dunque, cara mia primizia,
-quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni
-che si segnaro in vostra püerizia;
-ditemi de l’ovil di San Giovanni
-quanto era allora, e chi eran le genti
-tra esso degne di più alti scanni».
-Come s’avviva a lo spirar d’i venti
-carbone in fiamma, così vid’ io quella
-luce risplendere a’ miei blandimenti;
-e come a li occhi miei si fé più bella,
-così con voce più dolce e soave,
-ma non con questa moderna favella,
-dissemi: «Da quel dì che fu detto ‘Ave’
-al parto in che mia madre, ch’è or santa,
-s’allevïò di me ond’ era grave,
-al suo Leon cinquecento cinquanta
-e trenta fiate venne questo foco
-a rinfiammarsi sotto la sua pianta.
-Li antichi miei e io nacqui nel loco
-dove si truova pria l’ultimo sesto
-da quei che corre il vostro annüal gioco.
-Basti d’i miei maggiori udirne questo:
-chi ei si fosser e onde venner quivi,
-più è tacer che ragionare onesto.
-Tutti color ch’a quel tempo eran ivi
-da poter arme tra Marte e ’l Batista,
-eran il quinto di quei ch’or son vivi.
-Ma la cittadinanza, ch’è or mista
-di Campi, di Certaldo e di Fegghine,
-pura vediesi ne l’ultimo artista.
-Oh quanto fora meglio esser vicine
-quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo
-e a Trespiano aver vostro confine,
-che averle dentro e sostener lo puzzo
-del villan d’Aguglion, di quel da Signa,
-che già per barattare ha l’occhio aguzzo!
-Se la gente ch’al mondo più traligna
-non fosse stata a Cesare noverca,
-ma come madre a suo figlio benigna,
-tal fatto è fiorentino e cambia e merca,
-che si sarebbe vòlto a Simifonti,
-là dove andava l’avolo a la cerca;
-sariesi Montemurlo ancor de’ Conti;
-sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone,
-e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.
-Sempre la confusion de le persone
-principio fu del mal de la cittade,
-come del vostro il cibo che s’appone;
-e cieco toro più avaccio cade
-che cieco agnello; e molte volte taglia
-più e meglio una che le cinque spade.
-Se tu riguardi Luni e Orbisaglia
-come sono ite, e come se ne vanno
-di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,
-udir come le schiatte si disfanno
-non ti parrà nova cosa né forte,
-poscia che le cittadi termine hanno.
-Le vostre cose tutte hanno lor morte,
-sì come voi; ma celasi in alcuna
-che dura molto, e le vite son corte.
-E come ’l volger del ciel de la luna
-cuopre e discuopre i liti sanza posa,
-così fa di Fiorenza la Fortuna:
-per che non dee parer mirabil cosa
-ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini
-onde è la fama nel tempo nascosa.
-Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,
-Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,
-già nel calare, illustri cittadini;
-e vidi così grandi come antichi,
-con quel de la Sannella, quel de l’Arca,
-e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.
-Sovra la porta ch’al presente è carca
-di nova fellonia di tanto peso
-che tosto fia iattura de la barca,
-erano i Ravignani, ond’ è disceso
-il conte Guido e qualunque del nome
-de l’alto Bellincione ha poscia preso.
-Quel de la Pressa sapeva già come
-regger si vuole, e avea Galigaio
-dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome.
-Grand’ era già la colonna del Vaio,
-Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci
-e Galli e quei ch’arrossan per lo staio.
-Lo ceppo di che nacquero i Calfucci
-era già grande, e già eran tratti
-a le curule Sizii e Arrigucci.
-Oh quali io vidi quei che son disfatti
-per lor superbia! e le palle de l’oro
-fiorian Fiorenza in tutt’ i suoi gran fatti.
-Così facieno i padri di coloro
-che, sempre che la vostra chiesa vaca,
-si fanno grassi stando a consistoro.
-L’oltracotata schiatta che s’indraca
-dietro a chi fugge, e a chi mostra ’l dente
-o ver la borsa, com’ agnel si placa,
-già venìa sù, ma di picciola gente;
-sì che non piacque ad Ubertin Donato
-che poï il suocero il fé lor parente.
-Già era ’l Caponsacco nel mercato
-disceso giù da Fiesole, e già era
-buon cittadino Giuda e Infangato.
-Io dirò cosa incredibile e vera:
-nel picciol cerchio s’entrava per porta
-che si nomava da quei de la Pera.
-Ciascun che de la bella insegna porta
-del gran barone il cui nome e ’l cui pregio
-la festa di Tommaso riconforta,
-da esso ebbe milizia e privilegio;
-avvegna che con popol si rauni
-oggi colui che la fascia col fregio.
-Già eran Gualterotti e Importuni;
-e ancor saria Borgo più quïeto,
-se di novi vicin fosser digiuni.
-La casa di che nacque il vostro fleto,
-per lo giusto disdegno che v’ha morti
-e puose fine al vostro viver lieto,
-era onorata, essa e suoi consorti:
-o Buondelmonte, quanto mal fuggisti
-le nozze süe per li altrui conforti!
-Molti sarebber lieti, che son tristi,
-se Dio t’avesse conceduto ad Ema
-la prima volta ch’a città venisti.
-Ma conveniesi a quella pietra scema
-che guarda ’l ponte, che Fiorenza fesse
-vittima ne la sua pace postrema.
-Con queste genti, e con altre con esse,
-vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo,
-che non avea cagione onde piangesse.
-Con queste genti vid’io glorïoso
-e giusto il popol suo, tanto che ’l giglio
-non era ad asta mai posto a ritroso,
-né per divisïon fatto vermiglio».
diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-17 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-17
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-17
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@@ -1,142 +0,0 @@
-Qual venne a Climenè, per accertarsi
-di ciò ch’avëa incontro a sé udito,
-quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi;
-tal era io, e tal era sentito
-e da Beatrice e da la santa lampa
-che pria per me avea mutato sito.
-Per che mia donna «Manda fuor la vampa
-del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca
-segnata bene de la interna stampa:
-non perché nostra conoscenza cresca
-per tuo parlare, ma perché t’ausi
-a dir la sete, sì che l’uom ti mesca».
-«O cara piota mia che sì t’insusi,
-che, come veggion le terrene menti
-non capere in trïangol due ottusi,
-così vedi le cose contingenti
-anzi che sieno in sé, mirando il punto
-a cui tutti li tempi son presenti;
-mentre ch’io era a Virgilio congiunto
-su per lo monte che l’anime cura
-e discendendo nel mondo defunto,
-dette mi fuor di mia vita futura
-parole gravi, avvegna ch’io mi senta
-ben tetragono ai colpi di ventura;
-per che la voglia mia saria contenta
-d’intender qual fortuna mi s’appressa:
-ché saetta previsa vien più lenta».
-Così diss’ io a quella luce stessa
-che pria m’avea parlato; e come volle
-Beatrice, fu la mia voglia confessa.
-Né per ambage, in che la gente folle
-già s’inviscava pria che fosse anciso
-l’Agnel di Dio che le peccata tolle,
-ma per chiare parole e con preciso
-latin rispuose quello amor paterno,
-chiuso e parvente del suo proprio riso:
-«La contingenza, che fuor del quaderno
-de la vostra matera non si stende,
-tutta è dipinta nel cospetto etterno;
-necessità però quindi non prende
-se non come dal viso in che si specchia
-nave che per torrente giù discende.
-Da indi, sì come viene ad orecchia
-dolce armonia da organo, mi viene
-a vista il tempo che ti s’apparecchia.
-Qual si partio Ipolito d’Atene
-per la spietata e perfida noverca,
-tal di Fiorenza partir ti convene.
-Questo si vuole e questo già si cerca,
-e tosto verrà fatto a chi ciò pensa
-là dove Cristo tutto dì si merca.
-La colpa seguirà la parte offensa
-in grido, come suol; ma la vendetta
-fia testimonio al ver che la dispensa.
-Tu lascerai ogne cosa diletta
-più caramente; e questo è quello strale
-che l’arco de lo essilio pria saetta.
-Tu proverai sì come sa di sale
-lo pane altrui, e come è duro calle
-lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.
-E quel che più ti graverà le spalle,
-sarà la compagnia malvagia e scempia
-con la qual tu cadrai in questa valle;
-che tutta ingrata, tutta matta ed empia
-si farà contr’ a te; ma, poco appresso,
-ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.
-Di sua bestialitate il suo processo
-farà la prova; sì ch’a te fia bello
-averti fatta parte per te stesso.
-Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello
-sarà la cortesia del gran Lombardo
-che ’n su la scala porta il santo uccello;
-ch’in te avrà sì benigno riguardo,
-che del fare e del chieder, tra voi due,
-fia primo quel che tra li altri è più tardo.
-Con lui vedrai colui che ’mpresso fue,
-nascendo, sì da questa stella forte,
-che notabili fier l’opere sue.
-Non se ne son le genti ancora accorte
-per la novella età, ché pur nove anni
-son queste rote intorno di lui torte;
-ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni,
-parran faville de la sua virtute
-in non curar d’argento né d’affanni.
-Le sue magnificenze conosciute
-saranno ancora, sì che ’ suoi nemici
-non ne potran tener le lingue mute.
-A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;
-per lui fia trasmutata molta gente,
-cambiando condizion ricchi e mendici;
-e portera’ne scritto ne la mente
-di lui, e nol dirai»; e disse cose
-incredibili a quei che fier presente.
-Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose
-di quel che ti fu detto; ecco le ’nsidie
-che dietro a pochi giri son nascose.
-Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie,
-poscia che s’infutura la tua vita
-vie più là che ’l punir di lor perfidie».
-Poi che, tacendo, si mostrò spedita
-l’anima santa di metter la trama
-in quella tela ch’io le porsi ordita,
-io cominciai, come colui che brama,
-dubitando, consiglio da persona
-che vede e vuol dirittamente e ama:
-«Ben veggio, padre mio, sì come sprona
-lo tempo verso me, per colpo darmi
-tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona;
-per che di provedenza è buon ch’io m’armi,
-sì che, se loco m’è tolto più caro,
-io non perdessi li altri per miei carmi.
-Giù per lo mondo sanza fine amaro,
-e per lo monte del cui bel cacume
-li occhi de la mia donna mi levaro,
-e poscia per lo ciel, di lume in lume,
-ho io appreso quel che s’io ridico,
-a molti fia sapor di forte agrume;
-e s’io al vero son timido amico,
-temo di perder viver tra coloro
-che questo tempo chiameranno antico».
-La luce in che rideva il mio tesoro
-ch’io trovai lì, si fé prima corusca,
-quale a raggio di sole specchio d’oro;
-indi rispuose: «Coscïenza fusca
-o de la propria o de l’altrui vergogna
-pur sentirà la tua parola brusca.
-Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
-tutta tua visïon fa manifesta;
-e lascia pur grattar dov’ è la rogna.
-Ché se la voce tua sarà molesta
-nel primo gusto, vital nodrimento
-lascerà poi, quando sarà digesta.
-Questo tuo grido farà come vento,
-che le più alte cime più percuote;
-e ciò non fa d’onor poco argomento.
-Però ti son mostrate in queste rote,
-nel monte e ne la valle dolorosa
-pur l’anime che son di fama note,
-che l’animo di quel ch’ode, non posa
-né ferma fede per essempro ch’aia
-la sua radice incognita e ascosa,
-né per altro argomento che non paia».
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-18
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@@ -1,136 +0,0 @@
-Già si godeva solo del suo verbo
-quello specchio beato, e io gustava
-lo mio, temprando col dolce l’acerbo;
-e quella donna ch’a Dio mi menava
-disse: «Muta pensier; pensa ch’i’ sono
-presso a colui ch’ogne torto disgrava».
-Io mi rivolsi a l’amoroso suono
-del mio conforto; e qual io allor vidi
-ne li occhi santi amor, qui l’abbandono:
-non perch’ io pur del mio parlar diffidi,
-ma per la mente che non può redire
-sovra sé tanto, s’altri non la guidi.
-Tanto poss’ io di quel punto ridire,
-che, rimirando lei, lo mio affetto
-libero fu da ogne altro disire,
-fin che ’l piacere etterno, che diretto
-raggiava in Bëatrice, dal bel viso
-mi contentava col secondo aspetto.
-Vincendo me col lume d’un sorriso,
-ella mi disse: «Volgiti e ascolta;
-ché non pur ne’ miei occhi è paradiso».
-Come si vede qui alcuna volta
-l’affetto ne la vista, s’elli è tanto,
-che da lui sia tutta l’anima tolta,
-così nel fiammeggiar del folgór santo,
-a ch’io mi volsi, conobbi la voglia
-in lui di ragionarmi ancora alquanto.
-El cominciò: «In questa quinta soglia
-de l’albero che vive de la cima
-e frutta sempre e mai non perde foglia,
-spiriti son beati, che giù, prima
-che venissero al ciel, fuor di gran voce,
-sì ch’ogne musa ne sarebbe opima.
-Però mira ne’ corni de la croce:
-quello ch’io nomerò, lì farà l’atto
-che fa in nube il suo foco veloce».
-Io vidi per la croce un lume tratto
-dal nomar Iosuè, com’ el si feo;
-né mi fu noto il dir prima che ’l fatto.
-E al nome de l’alto Macabeo
-vidi moversi un altro roteando,
-e letizia era ferza del paleo.
-Così per Carlo Magno e per Orlando
-due ne seguì lo mio attento sguardo,
-com’ occhio segue suo falcon volando.
-Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo
-e ’l duca Gottifredi la mia vista
-per quella croce, e Ruberto Guiscardo.
-Indi, tra l’altre luci mota e mista,
-mostrommi l’alma che m’avea parlato
-qual era tra i cantor del cielo artista.
-Io mi rivolsi dal mio destro lato
-per vedere in Beatrice il mio dovere,
-o per parlare o per atto, segnato;
-e vidi le sue luci tanto mere,
-tanto gioconde, che la sua sembianza
-vinceva li altri e l’ultimo solere.
-E come, per sentir più dilettanza
-bene operando, l’uom di giorno in giorno
-s’accorge che la sua virtute avanza,
-sì m’accors’ io che ’l mio girare intorno
-col cielo insieme avea cresciuto l’arco,
-veggendo quel miracol più addorno.
-E qual è ’l trasmutare in picciol varco
-di tempo in bianca donna, quando ’l volto
-suo si discarchi di vergogna il carco,
-tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto,
-per lo candor de la temprata stella
-sesta, che dentro a sé m’avea ricolto.
-Io vidi in quella giovïal facella
-lo sfavillar de l’amor che lì era
-segnare a li occhi miei nostra favella.
-E come augelli surti di rivera,
-quasi congratulando a lor pasture,
-fanno di sé or tonda or altra schiera,
-sì dentro ai lumi sante creature
-volitando cantavano, e faciensi
-or D, or I, or L in sue figure.
-Prima, cantando, a sua nota moviensi;
-poi, diventando l’un di questi segni,
-un poco s’arrestavano e taciensi.
-O diva Pegasëa che li ’ngegni
-fai glorïosi e rendili longevi,
-ed essi teco le cittadi e ’ regni,
-illustrami di te, sì ch’io rilevi
-le lor figure com’ io l’ho concette:
-paia tua possa in questi versi brevi!
-Mostrarsi dunque in cinque volte sette
-vocali e consonanti; e io notai
-le parti sì, come mi parver dette.
-‘DILIGITE IUSTITIAM’, primai
-fur verbo e nome di tutto ’l dipinto;
-‘QUI IUDICATIS TERRAM’, fur sezzai.
-Poscia ne l’emme del vocabol quinto
-rimasero ordinate; sì che Giove
-pareva argento lì d’oro distinto.
-E vidi scendere altre luci dove
-era il colmo de l’emme, e lì quetarsi
-cantando, credo, il ben ch’a sé le move.
-Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi
-surgono innumerabili faville,
-onde li stolti sogliono agurarsi,
-resurger parver quindi più di mille
-luci e salir, qual assai e qual poco,
-sì come ’l sol che l’accende sortille;
-e quïetata ciascuna in suo loco,
-la testa e ’l collo d’un’aguglia vidi
-rappresentare a quel distinto foco.
-Quei che dipinge lì, non ha chi ’l guidi;
-ma esso guida, e da lui si rammenta
-quella virtù ch’è forma per li nidi.
-L’altra bëatitudo, che contenta
-pareva prima d’ingigliarsi a l’emme,
-con poco moto seguitò la ’mprenta.
-O dolce stella, quali e quante gemme
-mi dimostraro che nostra giustizia
-effetto sia del ciel che tu ingemme!
-Per ch’io prego la mente in che s’inizia
-tuo moto e tua virtute, che rimiri
-ond’ esce il fummo che ’l tuo raggio vizia;
-sì ch’un’altra fïata omai s’adiri
-del comperare e vender dentro al templo
-che si murò di segni e di martìri.
-O milizia del ciel cu’ io contemplo,
-adora per color che sono in terra
-tutti svïati dietro al malo essemplo!
-Già si solea con le spade far guerra;
-ma or si fa togliendo or qui or quivi
-lo pan che ’l pïo Padre a nessun serra.
-Ma tu che sol per cancellare scrivi,
-pensa che Pietro e Paulo, che moriro
-per la vigna che guasti, ancor son vivi.
-Ben puoi tu dire: «I’ ho fermo ’l disiro
-sì a colui che volle viver solo
-e che per salti fu tratto al martiro,
-ch’io non conosco il pescator né Polo».
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-19
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@@ -1,148 +0,0 @@
-Parea dinanzi a me con l’ali aperte
-la bella image che nel dolce frui
-liete facevan l’anime conserte;
-parea ciascuna rubinetto in cui
-raggio di sole ardesse sì acceso,
-che ne’ miei occhi rifrangesse lui.
-E quel che mi convien ritrar testeso,
-non portò voce mai, né scrisse incostro,
-né fu per fantasia già mai compreso;
-ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro,
-e sonar ne la voce e «io» e «mio»,
-quand’ era nel concetto e ‘noi’ e ‘nostro’.
-E cominciò: «Per esser giusto e pio
-son io qui essaltato a quella gloria
-che non si lascia vincere a disio;
-e in terra lasciai la mia memoria
-sì fatta, che le genti lì malvage
-commendan lei, ma non seguon la storia».
-Così un sol calor di molte brage
-si fa sentir, come di molti amori
-usciva solo un suon di quella image.
-Ond’ io appresso: «O perpetüi fiori
-de l’etterna letizia, che pur uno
-parer mi fate tutti vostri odori,
-solvetemi, spirando, il gran digiuno
-che lungamente m’ha tenuto in fame,
-non trovandoli in terra cibo alcuno.
-Ben so io che, se ’n cielo altro reame
-la divina giustizia fa suo specchio,
-che ’l vostro non l’apprende con velame.
-Sapete come attento io m’apparecchio
-ad ascoltar; sapete qual è quello
-dubbio che m’è digiun cotanto vecchio».
-Quasi falcone ch’esce del cappello,
-move la testa e con l’ali si plaude,
-voglia mostrando e faccendosi bello,
-vid’ io farsi quel segno, che di laude
-de la divina grazia era contesto,
-con canti quai si sa chi là sù gaude.
-Poi cominciò: «Colui che volse il sesto
-a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
-distinse tanto occulto e manifesto,
-non poté suo valor sì fare impresso
-in tutto l’universo, che ’l suo verbo
-non rimanesse in infinito eccesso.
-E ciò fa certo che ’l primo superbo,
-che fu la somma d’ogne creatura,
-per non aspettar lume, cadde acerbo;
-e quinci appar ch’ogne minor natura
-è corto recettacolo a quel bene
-che non ha fine e sé con sé misura.
-Dunque vostra veduta, che convene
-esser alcun de’ raggi de la mente
-di che tutte le cose son ripiene,
-non pò da sua natura esser possente
-tanto, che suo principio discerna
-molto di là da quel che l’è parvente.
-Però ne la giustizia sempiterna
-la vista che riceve il vostro mondo,
-com’ occhio per lo mare, entro s’interna;
-che, ben che da la proda veggia il fondo,
-in pelago nol vede; e nondimeno
-èli, ma cela lui l’esser profondo.
-Lume non è, se non vien dal sereno
-che non si turba mai; anzi è tenèbra
-od ombra de la carne o suo veleno.
-Assai t’è mo aperta la latebra
-che t’ascondeva la giustizia viva,
-di che facei question cotanto crebra;
-ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva
-de l’Indo, e quivi non è chi ragioni
-di Cristo né chi legga né chi scriva;
-e tutti suoi voleri e atti buoni
-sono, quanto ragione umana vede,
-sanza peccato in vita o in sermoni.
-Muore non battezzato e sanza fede:
-ov’ è questa giustizia che ’l condanna?
-ov’ è la colpa sua, se ei non crede?”.
-Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna,
-per giudicar di lungi mille miglia
-con la veduta corta d’una spanna?
-Certo a colui che meco s’assottiglia,
-se la Scrittura sovra voi non fosse,
-da dubitar sarebbe a maraviglia.
-Oh terreni animali! oh menti grosse!
-La prima volontà, ch’è da sé buona,
-da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse.
-Cotanto è giusto quanto a lei consuona:
-nullo creato bene a sé la tira,
-ma essa, radïando, lui cagiona».
-Quale sovresso il nido si rigira
-poi c’ha pasciuti la cicogna i figli,
-e come quel ch’è pasto la rimira;
-cotal si fece, e sì leväi i cigli,
-la benedetta imagine, che l’ali
-movea sospinte da tanti consigli.
-Roteando cantava, e dicea: «Quali
-son le mie note a te, che non le ’ntendi,
-tal è il giudicio etterno a voi mortali».
-Poi si quetaro quei lucenti incendi
-de lo Spirito Santo ancor nel segno
-che fé i Romani al mondo reverendi,
-esso ricominciò: «A questo regno
-non salì mai chi non credette ’n Cristo,
-né pria né poi ch’el si chiavasse al legno.
-Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”,
-che saranno in giudicio assai men prope
-a lui, che tal che non conosce Cristo;
-e tai Cristian dannerà l’Etïòpe,
-quando si partiranno i due collegi,
-l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe.
-Che poran dir li Perse a’ vostri regi,
-come vedranno quel volume aperto
-nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?
-Lì si vedrà, tra l’opere d’Alberto,
-quella che tosto moverà la penna,
-per che ’l regno di Praga fia diserto.
-Lì si vedrà il duol che sovra Senna
-induce, falseggiando la moneta,
-quel che morrà di colpo di cotenna.
-Lì si vedrà la superbia ch’asseta,
-che fa lo Scotto e l’Inghilese folle,
-sì che non può soffrir dentro a sua meta.
-Vedrassi la lussuria e ’l viver molle
-di quel di Spagna e di quel di Boemme,
-che mai valor non conobbe né volle.
-Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme
-segnata con un i la sua bontate,
-quando ’l contrario segnerà un emme.
-Vedrassi l’avarizia e la viltate
-di quei che guarda l’isola del foco,
-ove Anchise finì la lunga etate;
-e a dare ad intender quanto è poco,
-la sua scrittura fian lettere mozze,
-che noteranno molto in parvo loco.
-E parranno a ciascun l’opere sozze
-del barba e del fratel, che tanto egregia
-nazione e due corone han fatte bozze.
-E quel di Portogallo e di Norvegia
-lì si conosceranno, e quel di Rascia
-che male ha visto il conio di Vinegia.
-Oh beata Ungheria, se non si lascia
-più malmenare! e beata Navarra,
-se s’armasse del monte che la fascia!
-E creder de’ ciascun che già, per arra
-di questo, Niccosïa e Famagosta
-per la lor bestia si lamenti e garra,
-che dal fianco de l’altre non si scosta».
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-2
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@@ -1,148 +0,0 @@
-O voi che siete in piccioletta barca,
-desiderosi d’ascoltar, seguiti
-dietro al mio legno che cantando varca,
-tornate a riveder li vostri liti:
-non vi mettete in pelago, ché forse,
-perdendo me, rimarreste smarriti.
-L’acqua ch’io prendo già mai non si corse;
-Minerva spira, e conducemi Appollo,
-e nove Muse mi dimostran l’Orse.
-Voialtri pochi che drizzaste il collo
-per tempo al pan de li angeli, del quale
-vivesi qui ma non sen vien satollo,
-metter potete ben per l’alto sale
-vostro navigio, servando mio solco
-dinanzi a l’acqua che ritorna equale.
-Que’ glorïosi che passaro al Colco
-non s’ammiraron come voi farete,
-quando Iasón vider fatto bifolco.
-La concreata e perpetüa sete
-del deïforme regno cen portava
-veloci quasi come ’l ciel vedete.
-Beatrice in suso, e io in lei guardava;
-e forse in tanto in quanto un quadrel posa
-e vola e da la noce si dischiava,
-giunto mi vidi ove mirabil cosa
-mi torse il viso a sé; e però quella
-cui non potea mia cura essere ascosa,
-volta ver’ me, sì lieta come bella,
-«Drizza la mente in Dio grata», mi disse,
-«che n’ha congiunti con la prima stella».
-Parev’ a me che nube ne coprisse
-lucida, spessa, solida e pulita,
-quasi adamante che lo sol ferisse.
-Per entro sé l’etterna margarita
-ne ricevette, com’ acqua recepe
-raggio di luce permanendo unita.
-S’io era corpo, e qui non si concepe
-com’ una dimensione altra patio,
-ch’esser convien se corpo in corpo repe,
-accender ne dovria più il disio
-di veder quella essenza in che si vede
-come nostra natura e Dio s’unio.
-Lì si vedrà ciò che tenem per fede,
-non dimostrato, ma fia per sé noto
-a guisa del ver primo che l’uom crede.
-Io rispuosi: «Madonna, sì devoto
-com’ esser posso più, ringrazio lui
-lo qual dal mortal mondo m’ha remoto.
-Ma ditemi: che son li segni bui
-di questo corpo, che là giuso in terra
-fan di Cain favoleggiare altrui?».
-Ella sorrise alquanto, e poi «S’elli erra
-l’oppinïon», mi disse, «d’i mortali
-dove chiave di senso non diserra,
-certo non ti dovrien punger li strali
-d’ammirazione omai, poi dietro ai sensi
-vedi che la ragione ha corte l’ali.
-Ma dimmi quel che tu da te ne pensi».
-E io: «Ciò che n’appar qua sù diverso
-credo che fanno i corpi rari e densi».
-Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso
-nel falso il creder tuo, se bene ascolti
-l’argomentar ch’io li farò avverso.
-La spera ottava vi dimostra molti
-lumi, li quali e nel quale e nel quanto
-notar si posson di diversi volti.
-Se raro e denso ciò facesser tanto,
-una sola virtù sarebbe in tutti,
-più e men distributa e altrettanto.
-Virtù diverse esser convegnon frutti
-di princìpi formali, e quei, for ch’uno,
-seguiterieno a tua ragion distrutti.
-Ancor, se raro fosse di quel bruno
-cagion che tu dimandi, o d’oltre in parte
-fora di sua materia sì digiuno
-esto pianeto, o, sì come comparte
-lo grasso e ’l magro un corpo, così questo
-nel suo volume cangerebbe carte.
-Se ’l primo fosse, fora manifesto
-ne l’eclissi del sol, per trasparere
-lo lume come in altro raro ingesto.
-Questo non è: però è da vedere
-de l’altro; e s’elli avvien ch’io l’altro cassi,
-falsificato fia lo tuo parere.
-S’elli è che questo raro non trapassi,
-esser conviene un termine da onde
-lo suo contrario più passar non lassi;
-e indi l’altrui raggio si rifonde
-così come color torna per vetro
-lo qual di retro a sé piombo nasconde.
-Or dirai tu ch’el si dimostra tetro
-ivi lo raggio più che in altre parti,
-per esser lì refratto più a retro.
-Da questa instanza può deliberarti
-esperïenza, se già mai la provi,
-ch’esser suol fonte ai rivi di vostr’ arti.
-Tre specchi prenderai; e i due rimovi
-da te d’un modo, e l’altro, più rimosso,
-tr’ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.
-Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso
-ti stea un lume che i tre specchi accenda
-e torni a te da tutti ripercosso.
-Ben che nel quanto tanto non si stenda
-la vista più lontana, lì vedrai
-come convien ch’igualmente risplenda.
-Or, come ai colpi de li caldi rai
-de la neve riman nudo il suggetto
-e dal colore e dal freddo primai,
-così rimaso te ne l’intelletto
-voglio informar di luce sì vivace,
-che ti tremolerà nel suo aspetto.
-Dentro dal ciel de la divina pace
-si gira un corpo ne la cui virtute
-l’esser di tutto suo contento giace.
-Lo ciel seguente, c’ha tante vedute,
-quell’ esser parte per diverse essenze,
-da lui distratte e da lui contenute.
-Li altri giron per varie differenze
-le distinzion che dentro da sé hanno
-dispongono a lor fini e lor semenze.
-Questi organi del mondo così vanno,
-come tu vedi omai, di grado in grado,
-che di sù prendono e di sotto fanno.
-Riguarda bene omai sì com’ io vado
-per questo loco al vero che disiri,
-sì che poi sappi sol tener lo guado.
-Lo moto e la virtù d’i santi giri,
-come dal fabbro l’arte del martello,
-da’ beati motor convien che spiri;
-e ’l ciel cui tanti lumi fanno bello,
-de la mente profonda che lui volve
-prende l’image e fassene suggello.
-E come l’alma dentro a vostra polve
-per differenti membra e conformate
-a diverse potenze si risolve,
-così l’intelligenza sua bontate
-multiplicata per le stelle spiega,
-girando sé sovra sua unitate.
-Virtù diversa fa diversa lega
-col prezïoso corpo ch’ella avviva,
-nel qual, sì come vita in voi, si lega.
-Per la natura lieta onde deriva,
-la virtù mista per lo corpo luce
-come letizia per pupilla viva.
-Da essa vien ciò che da luce a luce
-par differente, non da denso e raro;
-essa è formal principio che produce,
-conforme a sua bontà, lo turbo e ’l chiaro».
diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-20 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-20
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-20
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@@ -1,148 +0,0 @@
-Quando colui che tutto ’l mondo alluma
-de l’emisperio nostro sì discende,
-che ’l giorno d’ogne parte si consuma,
-lo ciel, che sol di lui prima s’accende,
-subitamente si rifà parvente
-per molte luci, in che una risplende;
-e questo atto del ciel mi venne a mente,
-come ’l segno del mondo e de’ suoi duci
-nel benedetto rostro fu tacente;
-però che tutte quelle vive luci,
-vie più lucendo, cominciaron canti
-da mia memoria labili e caduci.
-O dolce amor che di riso t’ammanti,
-quanto parevi ardente in que’ flailli,
-ch’avieno spirto sol di pensier santi!
-Poscia che i cari e lucidi lapilli
-ond’ io vidi ingemmato il sesto lume
-puoser silenzio a li angelici squilli,
-udir mi parve un mormorar di fiume
-che scende chiaro giù di pietra in pietra,
-mostrando l’ubertà del suo cacume.
-E come suono al collo de la cetra
-prende sua forma, e sì com’ al pertugio
-de la sampogna vento che penètra,
-così, rimosso d’aspettare indugio,
-quel mormorar de l’aguglia salissi
-su per lo collo, come fosse bugio.
-Fecesi voce quivi, e quindi uscissi
-per lo suo becco in forma di parole,
-quali aspettava il core ov’ io le scrissi.
-«La parte in me che vede e pate il sole
-ne l’aguglie mortali», incominciommi,
-«or fisamente riguardar si vole,
-perché d’i fuochi ond’ io figura fommi,
-quelli onde l’occhio in testa mi scintilla,
-e’ di tutti lor gradi son li sommi.
-Colui che luce in mezzo per pupilla,
-fu il cantor de lo Spirito Santo,
-che l’arca traslatò di villa in villa:
-ora conosce il merto del suo canto,
-in quanto effetto fu del suo consiglio,
-per lo remunerar ch’è altrettanto.
-Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,
-colui che più al becco mi s’accosta,
-la vedovella consolò del figlio:
-ora conosce quanto caro costa
-non seguir Cristo, per l’esperïenza
-di questa dolce vita e de l’opposta.
-E quel che segue in la circunferenza
-di che ragiono, per l’arco superno,
-morte indugiò per vera penitenza:
-ora conosce che ’l giudicio etterno
-non si trasmuta, quando degno preco
-fa crastino là giù de l’odïerno.
-L’altro che segue, con le leggi e meco,
-sotto buona intenzion che fé mal frutto,
-per cedere al pastor si fece greco:
-ora conosce come il mal dedutto
-dal suo bene operar non li è nocivo,
-avvegna che sia ’l mondo indi distrutto.
-E quel che vedi ne l’arco declivo,
-Guiglielmo fu, cui quella terra plora
-che piagne Carlo e Federigo vivo:
-ora conosce come s’innamora
-lo ciel del giusto rege, e al sembiante
-del suo fulgore il fa vedere ancora.
-Chi crederebbe giù nel mondo errante
-che Rifëo Troiano in questo tondo
-fosse la quinta de le luci sante?
-Ora conosce assai di quel che ’l mondo
-veder non può de la divina grazia,
-ben che sua vista non discerna il fondo».
-Quale allodetta che ’n aere si spazia
-prima cantando, e poi tace contenta
-de l’ultima dolcezza che la sazia,
-tal mi sembiò l’imago de la ’mprenta
-de l’etterno piacere, al cui disio
-ciascuna cosa qual ell’ è diventa.
-E avvegna ch’io fossi al dubbiar mio
-lì quasi vetro a lo color ch’el veste,
-tempo aspettar tacendo non patio,
-ma de la bocca, «Che cose son queste?»,
-mi pinse con la forza del suo peso:
-per ch’io di coruscar vidi gran feste.
-Poi appresso, con l’occhio più acceso,
-lo benedetto segno mi rispuose
-per non tenermi in ammirar sospeso:
-«Io veggio che tu credi queste cose
-perch’ io le dico, ma non vedi come;
-sì che, se son credute, sono ascose.
-Fai come quei che la cosa per nome
-apprende ben, ma la sua quiditate
-veder non può se altri non la prome.
-Regnum celorum vïolenza pate
-da caldo amore e da viva speranza,
-che vince la divina volontate:
-non a guisa che l’omo a l’om sobranza,
-ma vince lei perché vuole esser vinta,
-e, vinta, vince con sua beninanza.
-La prima vita del ciglio e la quinta
-ti fa maravigliar, perché ne vedi
-la regïon de li angeli dipinta.
-D’i corpi suoi non uscir, come credi,
-Gentili, ma Cristiani, in ferma fede
-quel d’i passuri e quel d’i passi piedi.
-Ché l’una de lo ’nferno, u’ non si riede
-già mai a buon voler, tornò a l’ossa;
-e ciò di viva spene fu mercede:
-di viva spene, che mise la possa
-ne’ prieghi fatti a Dio per suscitarla,
-sì che potesse sua voglia esser mossa.
-L’anima glorïosa onde si parla,
-tornata ne la carne, in che fu poco,
-credette in lui che potëa aiutarla;
-e credendo s’accese in tanto foco
-di vero amor, ch’a la morte seconda
-fu degna di venire a questo gioco.
-L’altra, per grazia che da sì profonda
-fontana stilla, che mai creatura
-non pinse l’occhio infino a la prima onda,
-tutto suo amor là giù pose a drittura:
-per che, di grazia in grazia, Dio li aperse
-l’occhio a la nostra redenzion futura;
-ond’ ei credette in quella, e non sofferse
-da indi il puzzo più del paganesmo;
-e riprendiene le genti perverse.
-Quelle tre donne li fur per battesmo
-che tu vedesti da la destra rota,
-dinanzi al battezzar più d’un millesmo.
-O predestinazion, quanto remota
-è la radice tua da quelli aspetti
-che la prima cagion non veggion tota!
-E voi, mortali, tenetevi stretti
-a giudicar: ché noi, che Dio vedemo,
-non conosciamo ancor tutti li eletti;
-ed ènne dolce così fatto scemo,
-perché il ben nostro in questo ben s’affina,
-che quel che vole Iddio, e noi volemo».
-Così da quella imagine divina,
-per farmi chiara la mia corta vista,
-data mi fu soave medicina.
-E come a buon cantor buon citarista
-fa seguitar lo guizzo de la corda,
-in che più di piacer lo canto acquista,
-sì, mentre ch’e’ parlò, sì mi ricorda
-ch’io vidi le due luci benedette,
-pur come batter d’occhi si concorda,
-con le parole mover le fiammette.
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-21
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@@ -1,142 +0,0 @@
-Già eran li occhi miei rifissi al volto
-de la mia donna, e l’animo con essi,
-e da ogne altro intento s’era tolto.
-E quella non ridea; ma «S’io ridessi»,
-mi cominciò, «tu ti faresti quale
-fu Semelè quando di cener fessi:
-ché la bellezza mia, che per le scale
-de l’etterno palazzo più s’accende,
-com’ hai veduto, quanto più si sale,
-se non si temperasse, tanto splende,
-che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore,
-sarebbe fronda che trono scoscende.
-Noi sem levati al settimo splendore,
-che sotto ’l petto del Leone ardente
-raggia mo misto giù del suo valore.
-Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,
-e fa di quelli specchi a la figura
-che ’n questo specchio ti sarà parvente».
-Qual savesse qual era la pastura
-del viso mio ne l’aspetto beato
-quand’ io mi trasmutai ad altra cura,
-conoscerebbe quanto m’era a grato
-ubidire a la mia celeste scorta,
-contrapesando l’un con l’altro lato.
-Dentro al cristallo che ’l vocabol porta,
-cerchiando il mondo, del suo caro duce
-sotto cui giacque ogne malizia morta,
-di color d’oro in che raggio traluce
-vid’ io uno scaleo eretto in suso
-tanto, che nol seguiva la mia luce.
-Vidi anche per li gradi scender giuso
-tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume
-che par nel ciel, quindi fosse diffuso.
-E come, per lo natural costume,
-le pole insieme, al cominciar del giorno,
-si movono a scaldar le fredde piume;
-poi altre vanno via sanza ritorno,
-altre rivolgon sé onde son mosse,
-e altre roteando fan soggiorno;
-tal modo parve me che quivi fosse
-in quello sfavillar che ’nsieme venne,
-sì come in certo grado si percosse.
-E quel che presso più ci si ritenne,
-si fé sì chiaro, ch’io dicea pensando:
-‘Io veggio ben l’amor che tu m’accenne.
-Ma quella ond’ io aspetto il come e ’l quando
-del dire e del tacer, si sta; ond’ io,
-contra ’l disio, fo ben ch’io non dimando’.
-Per ch’ella, che vedëa il tacer mio
-nel veder di colui che tutto vede,
-mi disse: «Solvi il tuo caldo disio».
-E io incominciai: «La mia mercede
-non mi fa degno de la tua risposta;
-ma per colei che ’l chieder mi concede,
-vita beata che ti stai nascosta
-dentro a la tua letizia, fammi nota
-la cagion che sì presso mi t’ha posta;
-e dì perché si tace in questa rota
-la dolce sinfonia di paradiso,
-che giù per l’altre suona sì divota».
-«Tu hai l’udir mortal sì come il viso»,
-rispuose a me; «onde qui non si canta
-per quel che Bëatrice non ha riso.
-Giù per li gradi de la scala santa
-discesi tanto sol per farti festa
-col dire e con la luce che mi ammanta;
-né più amor mi fece esser più presta,
-ché più e tanto amor quinci sù ferve,
-sì come il fiammeggiar ti manifesta.
-Ma l’alta carità, che ci fa serve
-pronte al consiglio che ’l mondo governa,
-sorteggia qui sì come tu osserve».
-«Io veggio ben», diss’ io, «sacra lucerna,
-come libero amore in questa corte
-basta a seguir la provedenza etterna;
-ma questo è quel ch’a cerner mi par forte,
-perché predestinata fosti sola
-a questo officio tra le tue consorte».
-Né venni prima a l’ultima parola,
-che del suo mezzo fece il lume centro,
-girando sé come veloce mola;
-poi rispuose l’amor che v’era dentro:
-«Luce divina sopra me s’appunta,
-penetrando per questa in ch’io m’inventro,
-la cui virtù, col mio veder congiunta,
-mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio
-la somma essenza de la quale è munta.
-Quinci vien l’allegrezza ond’ io fiammeggio;
-per ch’a la vista mia, quant’ ella è chiara,
-la chiarità de la fiamma pareggio.
-Ma quell’ alma nel ciel che più si schiara,
-quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso,
-a la dimanda tua non satisfara,
-però che sì s’innoltra ne lo abisso
-de l’etterno statuto quel che chiedi,
-che da ogne creata vista è scisso.
-E al mondo mortal, quando tu riedi,
-questo rapporta, sì che non presumma
-a tanto segno più mover li piedi.
-La mente, che qui luce, in terra fumma;
-onde riguarda come può là giùe
-quel che non pote perché ’l ciel l’assumma».
-Sì mi prescrisser le parole sue,
-ch’io lasciai la quistione e mi ritrassi
-a dimandarla umilmente chi fue.
-«Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi,
-e non molto distanti a la tua patria,
-tanto che ’ troni assai suonan più bassi,
-e fanno un gibbo che si chiama Catria,
-di sotto al quale è consecrato un ermo,
-che suole esser disposto a sola latria».
-Così ricominciommi il terzo sermo;
-e poi, continüando, disse: «Quivi
-al servigio di Dio mi fe’ sì fermo,
-che pur con cibi di liquor d’ulivi
-lievemente passava caldi e geli,
-contento ne’ pensier contemplativi.
-Render solea quel chiostro a questi cieli
-fertilemente; e ora è fatto vano,
-sì che tosto convien che si riveli.
-In quel loco fu’ io Pietro Damiano,
-e Pietro Peccator fu’ ne la casa
-di Nostra Donna in sul lito adriano.
-Poca vita mortal m’era rimasa,
-quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
-che pur di male in peggio si travasa.
-Venne Cefàs e venne il gran vasello
-de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
-prendendo il cibo da qualunque ostello.
-Or voglion quinci e quindi chi rincalzi
-li moderni pastori e chi li meni,
-tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.
-Cuopron d’i manti loro i palafreni,
-sì che due bestie van sott’ una pelle:
-oh pazïenza che tanto sostieni!».
-A questa voce vid’ io più fiammelle
-di grado in grado scendere e girarsi,
-e ogne giro le facea più belle.
-Dintorno a questa vennero e fermarsi,
-e fero un grido di sì alto suono,
-che non potrebbe qui assomigliarsi;
-né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono.
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-22
+++ /dev/null
@@ -1,154 +0,0 @@
-Oppresso di stupore, a la mia guida
-mi volsi, come parvol che ricorre
-sempre colà dove più si confida;
-e quella, come madre che soccorre
-sùbito al figlio palido e anelo
-con la sua voce, che ’l suol ben disporre,
-mi disse: «Non sai tu che tu se’ in cielo?
-e non sai tu che ’l cielo è tutto santo,
-e ciò che ci si fa vien da buon zelo?
-Come t’avrebbe trasmutato il canto,
-e io ridendo, mo pensar lo puoi,
-poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto;
-nel qual, se ’nteso avessi i prieghi suoi,
-già ti sarebbe nota la vendetta
-che tu vedrai innanzi che tu muoi.
-La spada di qua sù non taglia in fretta
-né tardo, ma’ ch’al parer di colui
-che disïando o temendo l’aspetta.
-Ma rivolgiti omai inverso altrui;
-ch’assai illustri spiriti vedrai,
-se com’ io dico l’aspetto redui».
-Come a lei piacque, li occhi ritornai,
-e vidi cento sperule che ’nsieme
-più s’abbellivan con mutüi rai.
-Io stava come quei che ’n sé repreme
-la punta del disio, e non s’attenta
-di domandar, sì del troppo si teme;
-e la maggiore e la più luculenta
-di quelle margherite innanzi fessi,
-per far di sé la mia voglia contenta.
-Poi dentro a lei udi’: «Se tu vedessi
-com’ io la carità che tra noi arde,
-li tuoi concetti sarebbero espressi.
-Ma perché tu, aspettando, non tarde
-a l’alto fine, io ti farò risposta
-pur al pensier, da che sì ti riguarde.
-Quel monte a cui Cassino è ne la costa
-fu frequentato già in su la cima
-da la gente ingannata e mal disposta;
-e quel son io che sù vi portai prima
-lo nome di colui che ’n terra addusse
-la verità che tanto ci soblima;
-e tanta grazia sopra me relusse,
-ch’io ritrassi le ville circunstanti
-da l’empio cólto che ’l mondo sedusse.
-Questi altri fuochi tutti contemplanti
-uomini fuoro, accesi di quel caldo
-che fa nascere i fiori e ’ frutti santi.
-Qui è Maccario, qui è Romoaldo,
-qui son li frati miei che dentro ai chiostri
-fermar li piedi e tennero il cor saldo».
-E io a lui: «L’affetto che dimostri
-meco parlando, e la buona sembianza
-ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri,
-così m’ha dilatata mia fidanza,
-come ’l sol fa la rosa quando aperta
-tanto divien quant’ ell’ ha di possanza.
-Però ti priego, e tu, padre, m’accerta
-s’io posso prender tanta grazia, ch’io
-ti veggia con imagine scoverta».
-Ond’ elli: «Frate, il tuo alto disio
-s’adempierà in su l’ultima spera,
-ove s’adempion tutti li altri e ’l mio.
-Ivi è perfetta, matura e intera
-ciascuna disïanza; in quella sola
-è ogne parte là ove sempr’ era,
-perché non è in loco e non s’impola;
-e nostra scala infino ad essa varca,
-onde così dal viso ti s’invola.
-Infin là sù la vide il patriarca
-Iacobbe porger la superna parte,
-quando li apparve d’angeli sì carca.
-Ma, per salirla, mo nessun diparte
-da terra i piedi, e la regola mia
-rimasa è per danno de le carte.
-Le mura che solieno esser badia
-fatte sono spelonche, e le cocolle
-sacca son piene di farina ria.
-Ma grave usura tanto non si tolle
-contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto
-che fa il cor de’ monaci sì folle;
-ché quantunque la Chiesa guarda, tutto
-è de la gente che per Dio dimanda;
-non di parenti né d’altro più brutto.
-La carne d’i mortali è tanto blanda,
-che giù non basta buon cominciamento
-dal nascer de la quercia al far la ghianda.
-Pier cominciò sanz’ oro e sanz’ argento,
-e io con orazione e con digiuno,
-e Francesco umilmente il suo convento;
-e se guardi ’l principio di ciascuno,
-poscia riguardi là dov’ è trascorso,
-tu vederai del bianco fatto bruno.
-Veramente Iordan vòlto retrorso
-più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse,
-mirabile a veder che qui ’l soccorso».
-Così mi disse, e indi si raccolse
-al suo collegio, e ’l collegio si strinse;
-poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse.
-La dolce donna dietro a lor mi pinse
-con un sol cenno su per quella scala,
-sì sua virtù la mia natura vinse;
-né mai qua giù dove si monta e cala
-naturalmente, fu sì ratto moto
-ch’agguagliar si potesse a la mia ala.
-S’io torni mai, lettore, a quel divoto
-trïunfo per lo quale io piango spesso
-le mie peccata e ’l petto mi percuoto,
-tu non avresti in tanto tratto e messo
-nel foco il dito, in quant’ io vidi ’l segno
-che segue il Tauro e fui dentro da esso.
-O glorïose stelle, o lume pregno
-di gran virtù, dal quale io riconosco
-tutto, qual che si sia, il mio ingegno,
-con voi nasceva e s’ascondeva vosco
-quelli ch’è padre d’ogne mortal vita,
-quand’ io senti’ di prima l’aere tosco;
-e poi, quando mi fu grazia largita
-d’entrar ne l’alta rota che vi gira,
-la vostra regïon mi fu sortita.
-A voi divotamente ora sospira
-l’anima mia, per acquistar virtute
-al passo forte che a sé la tira.
-«Tu se’ sì presso a l’ultima salute»,
-cominciò Bëatrice, «che tu dei
-aver le luci tue chiare e acute;
-e però, prima che tu più t’inlei,
-rimira in giù, e vedi quanto mondo
-sotto li piedi già esser ti fei;
-sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo
-s’appresenti a la turba trïunfante
-che lieta vien per questo etera tondo».
-Col viso ritornai per tutte quante
-le sette spere, e vidi questo globo
-tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;
-e quel consiglio per migliore approbo
-che l’ha per meno; e chi ad altro pensa
-chiamar si puote veramente probo.
-Vidi la figlia di Latona incensa
-sanza quell’ ombra che mi fu cagione
-per che già la credetti rara e densa.
-L’aspetto del tuo nato, Iperïone,
-quivi sostenni, e vidi com’ si move
-circa e vicino a lui Maia e Dïone.
-Quindi m’apparve il temperar di Giove
-tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro
-il varïar che fanno di lor dove;
-e tutti e sette mi si dimostraro
-quanto son grandi e quanto son veloci
-e come sono in distante riparo.
-L’aiuola che ci fa tanto feroci,
-volgendom’ io con li etterni Gemelli,
-tutta m’apparve da’ colli a le foci;
-poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-23
+++ /dev/null
@@ -1,139 +0,0 @@
-Come l’augello, intra l’amate fronde,
-posato al nido de’ suoi dolci nati
-la notte che le cose ci nasconde,
-che, per veder li aspetti disïati
-e per trovar lo cibo onde li pasca,
-in che gravi labor li sono aggrati,
-previene il tempo in su aperta frasca,
-e con ardente affetto il sole aspetta,
-fiso guardando pur che l’alba nasca;
-così la donna mïa stava eretta
-e attenta, rivolta inver’ la plaga
-sotto la quale il sol mostra men fretta:
-sì che, veggendola io sospesa e vaga,
-fecimi qual è quei che disïando
-altro vorria, e sperando s’appaga.
-Ma poco fu tra uno e altro quando,
-del mio attender, dico, e del vedere
-lo ciel venir più e più rischiarando;
-e Bëatrice disse: «Ecco le schiere
-del trïunfo di Cristo e tutto ’l frutto
-ricolto del girar di queste spere!».
-Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto,
-e li occhi avea di letizia sì pieni,
-che passarmen convien sanza costrutto.
-Quale ne’ plenilunïi sereni
-Trivïa ride tra le ninfe etterne
-che dipingon lo ciel per tutti i seni,
-vid’ i’ sopra migliaia di lucerne
-un sol che tutte quante l’accendea,
-come fa ’l nostro le viste superne;
-e per la viva luce trasparea
-la lucente sustanza tanto chiara
-nel viso mio, che non la sostenea.
-Oh Bëatrice, dolce guida e cara!
-Ella mi disse: «Quel che ti sobranza
-è virtù da cui nulla si ripara.
-Quivi è la sapïenza e la possanza
-ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra,
-onde fu già sì lunga disïanza».
-Come foco di nube si diserra
-per dilatarsi sì che non vi cape,
-e fuor di sua natura in giù s’atterra,
-la mente mia così, tra quelle dape
-fatta più grande, di sé stessa uscìo,
-e che si fesse rimembrar non sape.
-«Apri li occhi e riguarda qual son io;
-tu hai vedute cose, che possente
-se’ fatto a sostener lo riso mio».
-Io era come quei che si risente
-di visïone oblita e che s’ingegna
-indarno di ridurlasi a la mente,
-quand’ io udi’ questa proferta, degna
-di tanto grato, che mai non si stingue
-del libro che ’l preterito rassegna.
-Se mo sonasser tutte quelle lingue
-che Polimnïa con le suore fero
-del latte lor dolcissimo più pingue,
-per aiutarmi, al millesmo del vero
-non si verria, cantando il santo riso
-e quanto il santo aspetto facea mero;
-e così, figurando il paradiso,
-convien saltar lo sacrato poema,
-come chi trova suo cammin riciso.
-Ma chi pensasse il ponderoso tema
-e l’omero mortal che se ne carca,
-nol biasmerebbe se sott’ esso trema:
-non è pareggio da picciola barca
-quel che fendendo va l’ardita prora,
-né da nocchier ch’a sé medesmo parca.
-«Perché la faccia mia sì t’innamora,
-che tu non ti rivolgi al bel giardino
-che sotto i raggi di Cristo s’infiora?
-Quivi è la rosa in che ’l verbo divino
-carne si fece; quivi son li gigli
-al cui odor si prese il buon cammino».
-Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli
-tutto era pronto, ancora mi rendei
-a la battaglia de’ debili cigli.
-Come a raggio di sol, che puro mei
-per fratta nube, già prato di fiori
-vider, coverti d’ombra, li occhi miei;
-vid’ io così più turbe di splendori,
-folgorate di sù da raggi ardenti,
-sanza veder principio di folgóri.
-O benigna vertù che sì li ’mprenti,
-sù t’essaltasti, per largirmi loco
-a li occhi lì che non t’eran possenti.
-Il nome del bel fior ch’io sempre invoco
-e mane e sera, tutto mi ristrinse
-l’animo ad avvisar lo maggior foco;
-e come ambo le luci mi dipinse
-il quale e il quanto de la viva stella
-che là sù vince come qua giù vinse,
-per entro il cielo scese una facella,
-formata in cerchio a guisa di corona,
-e cinsela e girossi intorno ad ella.
-Qualunque melodia più dolce suona
-qua giù e più a sé l’anima tira,
-parrebbe nube che squarciata tona,
-comparata al sonar di quella lira
-onde si coronava il bel zaffiro
-del quale il ciel più chiaro s’inzaffira.
-«Io sono amore angelico, che giro
-l’alta letizia che spira del ventre
-che fu albergo del nostro disiro;
-e girerommi, donna del ciel, mentre
-che seguirai tuo figlio, e farai dia
-più la spera suprema perché lì entre».
-Così la circulata melodia
-si sigillava, e tutti li altri lumi
-facean sonare il nome di Maria.
-Lo real manto di tutti i volumi
-del mondo, che più ferve e più s’avviva
-ne l’alito di Dio e nei costumi,
-avea sopra di noi l’interna riva
-tanto distante, che la sua parvenza,
-là dov’ io era, ancor non appariva:
-però non ebber li occhi miei potenza
-di seguitar la coronata fiamma
-che si levò appresso sua semenza.
-E come fantolin che ’nver’ la mamma
-tende le braccia, poi che ’l latte prese,
-per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma;
-ciascun di quei candori in sù si stese
-con la sua cima, sì che l’alto affetto
-ch’elli avieno a Maria mi fu palese.
-Indi rimaser lì nel mio cospetto,
-‘Regina celi’ cantando sì dolce,
-che mai da me non si partì ’l diletto.
-Oh quanta è l’ubertà che si soffolce
-in quelle arche ricchissime che fuoro
-a seminar qua giù buone bobolce!
-Quivi si vive e gode del tesoro
-che s’acquistò piangendo ne lo essilio
-di Babillòn, ove si lasciò l’oro.
-Quivi trïunfa, sotto l’alto Filio
-di Dio e di Maria, di sua vittoria,
-e con l’antico e col novo concilio,
-colui che tien le chiavi di tal gloria.
diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-24 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-24
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-24
+++ /dev/null
@@ -1,154 +0,0 @@
-«O sodalizio eletto a la gran cena
-del benedetto Agnello, il qual vi ciba
-sì, che la vostra voglia è sempre piena,
-se per grazia di Dio questi preliba
-di quel che cade de la vostra mensa,
-prima che morte tempo li prescriba,
-ponete mente a l’affezione immensa
-e roratelo alquanto: voi bevete
-sempre del fonte onde vien quel ch’ei pensa».
-Così Beatrice; e quelle anime liete
-si fero spere sopra fissi poli,
-fiammando, a volte, a guisa di comete.
-E come cerchi in tempra d’orïuoli
-si giran sì, che ’l primo a chi pon mente
-quïeto pare, e l’ultimo che voli;
-così quelle carole, differente-
-mente danzando, de la sua ricchezza
-mi facieno stimar, veloci e lente.
-Di quella ch’io notai di più carezza
-vid’ ïo uscire un foco sì felice,
-che nullo vi lasciò di più chiarezza;
-e tre fïate intorno di Beatrice
-si volse con un canto tanto divo,
-che la mia fantasia nol mi ridice.
-Però salta la penna e non lo scrivo:
-ché l’imagine nostra a cotai pieghe,
-non che ’l parlare, è troppo color vivo.
-«O santa suora mia che sì ne prieghe
-divota, per lo tuo ardente affetto
-da quella bella spera mi disleghe».
-Poscia fermato, il foco benedetto
-a la mia donna dirizzò lo spiro,
-che favellò così com’ i’ ho detto.
-Ed ella: «O luce etterna del gran viro
-a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,
-ch’ei portò giù, di questo gaudio miro,
-tenta costui di punti lievi e gravi,
-come ti piace, intorno de la fede,
-per la qual tu su per lo mare andavi.
-S’elli ama bene e bene spera e crede,
-non t’è occulto, perché ’l viso hai quivi
-dov’ ogne cosa dipinta si vede;
-ma perché questo regno ha fatto civi
-per la verace fede, a glorïarla,
-di lei parlare è ben ch’a lui arrivi».
-Sì come il baccialier s’arma e non parla
-fin che ’l maestro la question propone,
-per approvarla, non per terminarla,
-così m’armava io d’ogne ragione
-mentre ch’ella dicea, per esser presto
-a tal querente e a tal professione.
-«Dì, buon Cristiano, fatti manifesto:
-fede che è?». Ond’ io levai la fronte
-in quella luce onde spirava questo;
-poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte
-sembianze femmi perch’ ïo spandessi
-l’acqua di fuor del mio interno fonte.
-«La Grazia che mi dà ch’io mi confessi»,
-comincia’ io, «da l’alto primipilo,
-faccia li miei concetti bene espressi».
-E seguitai: «Come ’l verace stilo
-ne scrisse, padre, del tuo caro frate
-che mise teco Roma nel buon filo,
-fede è sustanza di cose sperate
-e argomento de le non parventi;
-e questa pare a me sua quiditate».
-Allora udi’: «Dirittamente senti,
-se bene intendi perché la ripuose
-tra le sustanze, e poi tra li argomenti».
-E io appresso: «Le profonde cose
-che mi largiscon qui la lor parvenza,
-a li occhi di là giù son sì ascose,
-che l’esser loro v’è in sola credenza,
-sopra la qual si fonda l’alta spene;
-e però di sustanza prende intenza.
-E da questa credenza ci convene
-silogizzar, sanz’ avere altra vista:
-però intenza d’argomento tene».
-Allora udi’: «Se quantunque s’acquista
-giù per dottrina, fosse così ’nteso,
-non lì avria loco ingegno di sofista».
-Così spirò di quello amore acceso;
-indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa
-d’esta moneta già la lega e ’l peso;
-ma dimmi se tu l’hai ne la tua borsa».
-Ond’ io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,
-che nel suo conio nulla mi s’inforsa».
-Appresso uscì de la luce profonda
-che lì splendeva: «Questa cara gioia
-sopra la quale ogne virtù si fonda,
-onde ti venne?». E io: «La larga ploia
-de lo Spirito Santo, ch’è diffusa
-in su le vecchie e ’n su le nuove cuoia,
-è silogismo che la m’ha conchiusa
-acutamente sì, che ’nverso d’ella
-ogne dimostrazion mi pare ottusa».
-Io udi’ poi: «L’antica e la novella
-proposizion che così ti conchiude,
-perché l’hai tu per divina favella?».
-E io: «La prova che ’l ver mi dischiude,
-son l’opere seguite, a che natura
-non scalda ferro mai né batte incude».
-Risposto fummi: «Dì, chi t’assicura
-che quell’ opere fosser? Quel medesmo
-che vuol provarsi, non altri, il ti giura».
-«Se ’l mondo si rivolse al cristianesmo»,
-diss’ io, «sanza miracoli, quest’ uno
-è tal, che li altri non sono il centesmo:
-ché tu intrasti povero e digiuno
-in campo, a seminar la buona pianta
-che fu già vite e ora è fatta pruno».
-Finito questo, l’alta corte santa
-risonò per le spere un ‘Dio laudamo’
-ne la melode che là sù si canta.
-E quel baron che sì di ramo in ramo,
-essaminando, già tratto m’avea,
-che a l’ultime fronde appressavamo,
-ricominciò: «La Grazia, che donnea
-con la tua mente, la bocca t’aperse
-infino a qui come aprir si dovea,
-sì ch’io approvo ciò che fuori emerse;
-ma or convien espremer quel che credi,
-e onde a la credenza tua s’offerse».
-«O santo padre, e spirito che vedi
-ciò che credesti sì, che tu vincesti
-ver’ lo sepulcro più giovani piedi»,
-comincia’ io, «tu vuo’ ch’io manifesti
-la forma qui del pronto creder mio,
-e anche la cagion di lui chiedesti.
-E io rispondo: Io credo in uno Dio
-solo ed etterno, che tutto ’l ciel move,
-non moto, con amore e con disio;
-e a tal creder non ho io pur prove
-fisice e metafisice, ma dalmi
-anche la verità che quinci piove
-per Moïsè, per profeti e per salmi,
-per l’Evangelio e per voi che scriveste
-poi che l’ardente Spirto vi fé almi;
-e credo in tre persone etterne, e queste
-credo una essenza sì una e sì trina,
-che soffera congiunto ‘sono’ ed ‘este’.
-De la profonda condizion divina
-ch’io tocco mo, la mente mi sigilla
-più volte l’evangelica dottrina.
-Quest’ è ’l principio, quest’ è la favilla
-che si dilata in fiamma poi vivace,
-e come stella in cielo in me scintilla».
-Come ’l segnor ch’ascolta quel che i piace,
-da indi abbraccia il servo, gratulando
-per la novella, tosto ch’el si tace;
-così, benedicendomi cantando,
-tre volte cinse me, sì com’ io tacqui,
-l’appostolico lume al cui comando
-io avea detto: sì nel dir li piacqui!
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-25
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@@ -1,139 +0,0 @@
-Se mai continga che ’l poema sacro
-al quale ha posto mano e cielo e terra,
-sì che m’ha fatto per molti anni macro,
-vinca la crudeltà che fuor mi serra
-del bello ovile ov’ io dormi’ agnello,
-nimico ai lupi che li danno guerra;
-con altra voce omai, con altro vello
-ritornerò poeta, e in sul fonte
-del mio battesmo prenderò ’l cappello;
-però che ne la fede, che fa conte
-l’anime a Dio, quivi intra’ io, e poi
-Pietro per lei sì mi girò la fronte.
-Indi si mosse un lume verso noi
-di quella spera ond’ uscì la primizia
-che lasciò Cristo d’i vicari suoi;
-e la mia donna, piena di letizia,
-mi disse: «Mira, mira: ecco il barone
-per cui là giù si vicita Galizia».
-Sì come quando il colombo si pone
-presso al compagno, l’uno a l’altro pande,
-girando e mormorando, l’affezione;
-così vid’ ïo l’un da l’altro grande
-principe glorïoso essere accolto,
-laudando il cibo che là sù li prande.
-Ma poi che ’l gratular si fu assolto,
-tacito coram me ciascun s’affisse,
-ignito sì che vincëa ’l mio volto.
-Ridendo allora Bëatrice disse:
-«Inclita vita per cui la larghezza
-de la nostra basilica si scrisse,
-fa risonar la spene in questa altezza:
-tu sai, che tante fiate la figuri,
-quante Iesù ai tre fé più carezza».
-«Leva la testa e fa che t’assicuri:
-che ciò che vien qua sù del mortal mondo,
-convien ch’ai nostri raggi si maturi».
-Questo conforto del foco secondo
-mi venne; ond’ io leväi li occhi a’ monti
-che li ’ncurvaron pria col troppo pondo.
-«Poi che per grazia vuol che tu t’affronti
-lo nostro Imperadore, anzi la morte,
-ne l’aula più secreta co’ suoi conti,
-sì che, veduto il ver di questa corte,
-la spene, che là giù bene innamora,
-in te e in altrui di ciò conforte,
-di’ quel ch’ell’ è, di’ come se ne ’nfiora
-la mente tua, e dì onde a te venne».
-Così seguì ’l secondo lume ancora.
-E quella pïa che guidò le penne
-de le mie ali a così alto volo,
-a la risposta così mi prevenne:
-«La Chiesa militante alcun figliuolo
-non ha con più speranza, com’ è scritto
-nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:
-però li è conceduto che d’Egitto
-vegna in Ierusalemme per vedere,
-anzi che ’l militar li sia prescritto.
-Li altri due punti, che non per sapere
-son dimandati, ma perch’ ei rapporti
-quanto questa virtù t’è in piacere,
-a lui lasc’ io, ché non li saran forti
-né di iattanza; ed elli a ciò risponda,
-e la grazia di Dio ciò li comporti».
-Come discente ch’a dottor seconda
-pronto e libente in quel ch’elli è esperto,
-perché la sua bontà si disasconda,
-«Spene», diss’ io, «è uno attender certo
-de la gloria futura, il qual produce
-grazia divina e precedente merto.
-Da molte stelle mi vien questa luce;
-ma quei la distillò nel mio cor pria
-che fu sommo cantor del sommo duce.
-‘Sperino in te’, ne la sua tëodia
-dice, ‘color che sanno il nome tuo’:
-e chi nol sa, s’elli ha la fede mia?
-Tu mi stillasti, con lo stillar suo,
-ne la pistola poi; sì ch’io son pieno,
-e in altrui vostra pioggia repluo».
-Mentr’ io diceva, dentro al vivo seno
-di quello incendio tremolava un lampo
-sùbito e spesso a guisa di baleno.
-Indi spirò: «L’amore ond’ ïo avvampo
-ancor ver’ la virtù che mi seguette
-infin la palma e a l’uscir del campo,
-vuol ch’io respiri a te che ti dilette
-di lei; ed emmi a grato che tu diche
-quello che la speranza ti ’mpromette».
-E io: «Le nove e le scritture antiche
-pongon lo segno, ed esso lo mi addita,
-de l’anime che Dio s’ha fatte amiche.
-Dice Isaia che ciascuna vestita
-ne la sua terra fia di doppia vesta:
-e la sua terra è questa dolce vita;
-e ’l tuo fratello assai vie più digesta,
-là dove tratta de le bianche stole,
-questa revelazion ci manifesta».
-E prima, appresso al fin d’este parole,
-‘Sperent in te’ di sopr’ a noi s’udì;
-a che rispuoser tutte le carole.
-Poscia tra esse un lume si schiarì
-sì che, se ’l Cancro avesse un tal cristallo,
-l’inverno avrebbe un mese d’un sol dì.
-E come surge e va ed entra in ballo
-vergine lieta, sol per fare onore
-a la novizia, non per alcun fallo,
-così vid’ io lo schiarato splendore
-venire a’ due che si volgieno a nota
-qual conveniesi al loro ardente amore.
-Misesi lì nel canto e ne la rota;
-e la mia donna in lor tenea l’aspetto,
-pur come sposa tacita e immota.
-«Questi è colui che giacque sopra ’l petto
-del nostro pellicano, e questi fue
-di su la croce al grande officio eletto».
-La donna mia così; né però piùe
-mosser la vista sua di stare attenta
-poscia che prima le parole sue.
-Qual è colui ch’adocchia e s’argomenta
-di vedere eclissar lo sole un poco,
-che, per veder, non vedente diventa;
-tal mi fec’ ïo a quell’ ultimo foco
-mentre che detto fu: «Perché t’abbagli
-per veder cosa che qui non ha loco?
-In terra è terra il mio corpo, e saragli
-tanto con li altri, che ’l numero nostro
-con l’etterno proposito s’agguagli.
-Con le due stole nel beato chiostro
-son le due luci sole che saliro;
-e questo apporterai nel mondo vostro».
-A questa voce l’infiammato giro
-si quïetò con esso il dolce mischio
-che si facea nel suon del trino spiro,
-sì come, per cessar fatica o rischio,
-li remi, pria ne l’acqua ripercossi,
-tutti si posano al sonar d’un fischio.
-Ahi quanto ne la mente mi commossi,
-quando mi volsi per veder Beatrice,
-per non poter veder, benché io fossi
-presso di lei, e nel mondo felice!
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-26
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@@ -1,142 +0,0 @@
-Mentr’ io dubbiava per lo viso spento,
-de la fulgida fiamma che lo spense
-uscì un spiro che mi fece attento,
-dicendo: «Intanto che tu ti risense
-de la vista che haï in me consunta,
-ben è che ragionando la compense.
-Comincia dunque; e dì ove s’appunta
-l’anima tua, e fa ragion che sia
-la vista in te smarrita e non defunta:
-perché la donna che per questa dia
-regïon ti conduce, ha ne lo sguardo
-la virtù ch’ebbe la man d’Anania».
-Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo
-vegna remedio a li occhi, che fuor porte
-quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo.
-Lo ben che fa contenta questa corte,
-Alfa e O è di quanta scrittura
-mi legge Amore o lievemente o forte».
-Quella medesma voce che paura
-tolta m’avea del sùbito abbarbaglio,
-di ragionare ancor mi mise in cura;
-e disse: «Certo a più angusto vaglio
-ti conviene schiarar: dicer convienti
-chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio».
-E io: «Per filosofici argomenti
-e per autorità che quinci scende
-cotale amor convien che in me si ’mprenti:
-ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende,
-così accende amore, e tanto maggio
-quanto più di bontate in sé comprende.
-Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio,
-che ciascun ben che fuor di lei si trova
-altro non è ch’un lume di suo raggio,
-più che in altra convien che si mova
-la mente, amando, di ciascun che cerne
-il vero in che si fonda questa prova.
-Tal vero a l’intelletto mïo sterne
-colui che mi dimostra il primo amore
-di tutte le sustanze sempiterne.
-Sternel la voce del verace autore,
-che dice a Moïsè, di sé parlando:
-‘Io ti farò vedere ogne valore’.
-Sternilmi tu ancora, incominciando
-l’alto preconio che grida l’arcano
-di qui là giù sovra ogne altro bando».
-E io udi’: «Per intelletto umano
-e per autoritadi a lui concorde
-d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.
-Ma dì ancor se tu senti altre corde
-tirarti verso lui, sì che tu suone
-con quanti denti questo amor ti morde».
-Non fu latente la santa intenzione
-de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi
-dove volea menar mia professione.
-Però ricominciai: «Tutti quei morsi
-che posson far lo cor volgere a Dio,
-a la mia caritate son concorsi:
-ché l’essere del mondo e l’esser mio,
-la morte ch’el sostenne perch’ io viva,
-e quel che spera ogne fedel com’ io,
-con la predetta conoscenza viva,
-tratto m’hanno del mar de l’amor torto,
-e del diritto m’han posto a la riva.
-Le fronde onde s’infronda tutto l’orto
-de l’ortolano etterno, am’ io cotanto
-quanto da lui a lor di bene è porto».
-Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto
-risonò per lo cielo, e la mia donna
-dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».
-E come a lume acuto si disonna
-per lo spirto visivo che ricorre
-a lo splendor che va di gonna in gonna,
-e lo svegliato ciò che vede aborre,
-sì nescïa è la sùbita vigilia
-fin che la stimativa non soccorre;
-così de li occhi miei ogne quisquilia
-fugò Beatrice col raggio d’i suoi,
-che rifulgea da più di mille milia:
-onde mei che dinanzi vidi poi;
-e quasi stupefatto domandai
-d’un quarto lume ch’io vidi tra noi.
-E la mia donna: «Dentro da quei rai
-vagheggia il suo fattor l’anima prima
-che la prima virtù creasse mai».
-Come la fronda che flette la cima
-nel transito del vento, e poi si leva
-per la propria virtù che la soblima,
-fec’ io in tanto in quant’ ella diceva,
-stupendo, e poi mi rifece sicuro
-un disio di parlare ond’ ïo ardeva.
-E cominciai: «O pomo che maturo
-solo prodotto fosti, o padre antico
-a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,
-divoto quanto posso a te supplìco
-perché mi parli: tu vedi mia voglia,
-e per udirti tosto non la dico».
-Talvolta un animal coverto broglia,
-sì che l’affetto convien che si paia
-per lo seguir che face a lui la ’nvoglia;
-e similmente l’anima primaia
-mi facea trasparer per la coverta
-quant’ ella a compiacermi venìa gaia.
-Indi spirò: «Sanz’ essermi proferta
-da te, la voglia tua discerno meglio
-che tu qualunque cosa t’è più certa;
-perch’ io la veggio nel verace speglio
-che fa di sé pareglio a l’altre cose,
-e nulla face lui di sé pareglio.
-Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose
-ne l’eccelso giardino, ove costei
-a così lunga scala ti dispuose,
-e quanto fu diletto a li occhi miei,
-e la propria cagion del gran disdegno,
-e l’idïoma ch’usai e che fei.
-Or, figluol mio, non il gustar del legno
-fu per sé la cagion di tanto essilio,
-ma solamente il trapassar del segno.
-Quindi onde mosse tua donna Virgilio,
-quattromilia trecento e due volumi
-di sol desiderai questo concilio;
-e vidi lui tornare a tutt’ i lumi
-de la sua strada novecento trenta
-fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi.
-La lingua ch’io parlai fu tutta spenta
-innanzi che a l’ovra inconsummabile
-fosse la gente di Nembròt attenta:
-ché nullo effetto mai razïonabile,
-per lo piacere uman che rinovella
-seguendo il cielo, sempre fu durabile.
-Opera naturale è ch’uom favella;
-ma così o così, natura lascia
-poi fare a voi secondo che v’abbella.
-Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia,
-I s’appellava in terra il sommo bene
-onde vien la letizia che mi fascia;
-e El si chiamò poi: e ciò convene,
-ché l’uso d’i mortali è come fronda
-in ramo, che sen va e altra vene.
-Nel monte che si leva più da l’onda,
-fu’ io, con vita pura e disonesta,
-da la prim’ ora a quella che seconda,
-come ’l sol muta quadra, l’ora sesta».
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-27
+++ /dev/null
@@ -1,148 +0,0 @@
-‘Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo’,
-cominciò, ‘gloria!’, tutto ’l paradiso,
-sì che m’inebrïava il dolce canto.
-Ciò ch’io vedeva mi sembiava un riso
-de l’universo; per che mia ebbrezza
-intrava per l’udire e per lo viso.
-Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!
-oh vita intègra d’amore e di pace!
-oh sanza brama sicura ricchezza!
-Dinanzi a li occhi miei le quattro face
-stavano accese, e quella che pria venne
-incominciò a farsi più vivace,
-e tal ne la sembianza sua divenne,
-qual diverrebbe Iove, s’elli e Marte
-fossero augelli e cambiassersi penne.
-La provedenza, che quivi comparte
-vice e officio, nel beato coro
-silenzio posto avea da ogne parte,
-quand’ ïo udi’: «Se io mi trascoloro,
-non ti maravigliar, ché, dicend’ io,
-vedrai trascolorar tutti costoro.
-Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio,
-il luogo mio, il luogo mio, che vaca
-ne la presenza del Figliuol di Dio,
-fatt’ ha del cimitero mio cloaca
-del sangue e de la puzza; onde ’l perverso
-che cadde di qua sù, là giù si placa».
-Di quel color che per lo sole avverso
-nube dipigne da sera e da mane,
-vid’ ïo allora tutto ’l ciel cosperso.
-E come donna onesta che permane
-di sé sicura, e per l’altrui fallanza,
-pur ascoltando, timida si fane,
-così Beatrice trasmutò sembianza;
-e tale eclissi credo che ’n ciel fue
-quando patì la supprema possanza.
-Poi procedetter le parole sue
-con voce tanto da sé trasmutata,
-che la sembianza non si mutò piùe:
-«Non fu la sposa di Cristo allevata
-del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,
-per essere ad acquisto d’oro usata;
-ma per acquisto d’esto viver lieto
-e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano
-sparser lo sangue dopo molto fleto.
-Non fu nostra intenzion ch’a destra mano
-d’i nostri successor parte sedesse,
-parte da l’altra del popol cristiano;
-né che le chiavi che mi fuor concesse,
-divenisser signaculo in vessillo
-che contra battezzati combattesse;
-né ch’io fossi figura di sigillo
-a privilegi venduti e mendaci,
-ond’ io sovente arrosso e disfavillo.
-In vesta di pastor lupi rapaci
-si veggion di qua sù per tutti i paschi:
-o difesa di Dio, perché pur giaci?
-Del sangue nostro Caorsini e Guaschi
-s’apparecchian di bere: o buon principio,
-a che vil fine convien che tu caschi!
-Ma l’alta provedenza, che con Scipio
-difese a Roma la gloria del mondo,
-soccorrà tosto, sì com’ io concipio;
-e tu, figliuol, che per lo mortal pondo
-ancor giù tornerai, apri la bocca,
-e non asconder quel ch’io non ascondo».
-Sì come di vapor gelati fiocca
-in giuso l’aere nostro, quando ’l corno
-de la capra del ciel col sol si tocca,
-in sù vid’ io così l’etera addorno
-farsi e fioccar di vapor trïunfanti
-che fatto avien con noi quivi soggiorno.
-Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,
-e seguì fin che ’l mezzo, per lo molto,
-li tolse il trapassar del più avanti.
-Onde la donna, che mi vide assolto
-de l’attendere in sù, mi disse: «Adima
-il viso e guarda come tu se’ vòlto».
-Da l’ora ch’ïo avea guardato prima
-i’ vidi mosso me per tutto l’arco
-che fa dal mezzo al fine il primo clima;
-sì ch’io vedea di là da Gade il varco
-folle d’Ulisse, e di qua presso il lito
-nel qual si fece Europa dolce carco.
-E più mi fora discoverto il sito
-di questa aiuola; ma ’l sol procedea
-sotto i mie’ piedi un segno e più partito.
-La mente innamorata, che donnea
-con la mia donna sempre, di ridure
-ad essa li occhi più che mai ardea;
-e se natura o arte fé pasture
-da pigliare occhi, per aver la mente,
-in carne umana o ne le sue pitture,
-tutte adunate, parrebber nïente
-ver’ lo piacer divin che mi refulse,
-quando mi volsi al suo viso ridente.
-E la virtù che lo sguardo m’indulse,
-del bel nido di Leda mi divelse,
-e nel ciel velocissimo m’impulse.
-Le parti sue vivissime ed eccelse
-sì uniforme son, ch’i’ non so dire
-qual Bëatrice per loco mi scelse.
-Ma ella, che vedëa ’l mio disire,
-incominciò, ridendo tanto lieta,
-che Dio parea nel suo volto gioire:
-«La natura del mondo, che quïeta
-il mezzo e tutto l’altro intorno move,
-quinci comincia come da sua meta;
-e questo cielo non ha altro dove
-che la mente divina, in che s’accende
-l’amor che ’l volge e la virtù ch’ei piove.
-Luce e amor d’un cerchio lui comprende,
-sì come questo li altri; e quel precinto
-colui che ’l cinge solamente intende.
-Non è suo moto per altro distinto,
-ma li altri son mensurati da questo,
-sì come diece da mezzo e da quinto;
-e come il tempo tegna in cotal testo
-le sue radici e ne li altri le fronde,
-omai a te può esser manifesto.
-Oh cupidigia che i mortali affonde
-sì sotto te, che nessuno ha podere
-di trarre li occhi fuor de le tue onde!
-Ben fiorisce ne li uomini il volere;
-ma la pioggia continüa converte
-in bozzacchioni le sosine vere.
-Fede e innocenza son reperte
-solo ne’ parvoletti; poi ciascuna
-pria fugge che le guance sian coperte.
-Tale, balbuzïendo ancor, digiuna,
-che poi divora, con la lingua sciolta,
-qualunque cibo per qualunque luna;
-e tal, balbuzïendo, ama e ascolta
-la madre sua, che, con loquela intera,
-disïa poi di vederla sepolta.
-Così si fa la pelle bianca nera
-nel primo aspetto de la bella figlia
-di quel ch’apporta mane e lascia sera.
-Tu, perché non ti facci maraviglia,
-pensa che ’n terra non è chi governi;
-onde sì svïa l’umana famiglia.
-Ma prima che gennaio tutto si sverni
-per la centesma ch’è là giù negletta,
-raggeran sì questi cerchi superni,
-che la fortuna che tanto s’aspetta,
-le poppe volgerà u’ son le prore,
-sì che la classe correrà diretta;
-e vero frutto verrà dopo ’l fiore».
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-28
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@@ -1,139 +0,0 @@
-Poscia che ’ncontro a la vita presente
-d’i miseri mortali aperse ’l vero
-quella che ’mparadisa la mia mente,
-come in lo specchio fiamma di doppiero
-vede colui che se n’alluma retro,
-prima che l’abbia in vista o in pensiero,
-e sé rivolge per veder se ’l vetro
-li dice il vero, e vede ch’el s’accorda
-con esso come nota con suo metro;
-così la mia memoria si ricorda
-ch’io feci riguardando ne’ belli occhi
-onde a pigliarmi fece Amor la corda.
-E com’ io mi rivolsi e furon tocchi
-li miei da ciò che pare in quel volume,
-quandunque nel suo giro ben s’adocchi,
-un punto vidi che raggiava lume
-acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca
-chiuder conviensi per lo forte acume;
-e quale stella par quinci più poca,
-parrebbe luna, locata con esso
-come stella con stella si collòca.
-Forse cotanto quanto pare appresso
-alo cigner la luce che ’l dipigne
-quando ’l vapor che ’l porta più è spesso,
-distante intorno al punto un cerchio d’igne
-si girava sì ratto, ch’avria vinto
-quel moto che più tosto il mondo cigne;
-e questo era d’un altro circumcinto,
-e quel dal terzo, e ’l terzo poi dal quarto,
-dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.
-Sopra seguiva il settimo sì sparto
-già di larghezza, che ’l messo di Iuno
-intero a contenerlo sarebbe arto.
-Così l’ottavo e ’l nono; e chiascheduno
-più tardo si movea, secondo ch’era
-in numero distante più da l’uno;
-e quello avea la fiamma più sincera
-cui men distava la favilla pura,
-credo, però che più di lei s’invera.
-La donna mia, che mi vedëa in cura
-forte sospeso, disse: «Da quel punto
-depende il cielo e tutta la natura.
-Mira quel cerchio che più li è congiunto;
-e sappi che ’l suo muovere è sì tosto
-per l’affocato amore ond’ elli è punto».
-E io a lei: «Se ’l mondo fosse posto
-con l’ordine ch’io veggio in quelle rote,
-sazio m’avrebbe ciò che m’è proposto;
-ma nel mondo sensibile si puote
-veder le volte tanto più divine,
-quant’ elle son dal centro più remote.
-Onde, se ’l mio disir dee aver fine
-in questo miro e angelico templo
-che solo amore e luce ha per confine,
-udir convienmi ancor come l’essemplo
-e l’essemplare non vanno d’un modo,
-ché io per me indarno a ciò contemplo».
-«Se li tuoi diti non sono a tal nodo
-sufficïenti, non è maraviglia:
-tanto, per non tentare, è fatto sodo!».
-Così la donna mia; poi disse: «Piglia
-quel ch’io ti dicerò, se vuo’ saziarti;
-e intorno da esso t’assottiglia.
-Li cerchi corporai sono ampi e arti
-secondo il più e ’l men de la virtute
-che si distende per tutte lor parti.
-Maggior bontà vuol far maggior salute;
-maggior salute maggior corpo cape,
-s’elli ha le parti igualmente compiute.
-Dunque costui che tutto quanto rape
-l’altro universo seco, corrisponde
-al cerchio che più ama e che più sape:
-per che, se tu a la virtù circonde
-la tua misura, non a la parvenza
-de le sustanze che t’appaion tonde,
-tu vederai mirabil consequenza
-di maggio a più e di minore a meno,
-in ciascun cielo, a süa intelligenza».
-Come rimane splendido e sereno
-l’emisperio de l’aere, quando soffia
-Borea da quella guancia ond’ è più leno,
-per che si purga e risolve la roffia
-che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride
-con le bellezze d’ogne sua paroffia;
-così fec’ïo, poi che mi provide
-la donna mia del suo risponder chiaro,
-e come stella in cielo il ver si vide.
-E poi che le parole sue restaro,
-non altrimenti ferro disfavilla
-che bolle, come i cerchi sfavillaro.
-L’incendio suo seguiva ogne scintilla;
-ed eran tante, che ’l numero loro
-più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.
-Io sentiva osannar di coro in coro
-al punto fisso che li tiene a li ubi,
-e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro.
-E quella che vedëa i pensier dubi
-ne la mia mente, disse: «I cerchi primi
-t’hanno mostrato Serafi e Cherubi.
-Così veloci seguono i suoi vimi,
-per somigliarsi al punto quanto ponno;
-e posson quanto a veder son soblimi.
-Quelli altri amori che ’ntorno li vonno,
-si chiaman Troni del divino aspetto,
-per che ’l primo ternaro terminonno;
-e dei saper che tutti hanno diletto
-quanto la sua veduta si profonda
-nel vero in che si queta ogne intelletto.
-Quinci si può veder come si fonda
-l’esser beato ne l’atto che vede,
-non in quel ch’ama, che poscia seconda;
-e del vedere è misura mercede,
-che grazia partorisce e buona voglia:
-così di grado in grado si procede.
-L’altro ternaro, che così germoglia
-in questa primavera sempiterna
-che notturno Arïete non dispoglia,
-perpetüalemente ‘Osanna’ sberna
-con tre melode, che suonano in tree
-ordini di letizia onde s’interna.
-In essa gerarcia son l’altre dee:
-prima Dominazioni, e poi Virtudi;
-l’ordine terzo di Podestadi èe.
-Poscia ne’ due penultimi tripudi
-Principati e Arcangeli si girano;
-l’ultimo è tutto d’Angelici ludi.
-Questi ordini di sù tutti s’ammirano,
-e di giù vincon sì, che verso Dio
-tutti tirati sono e tutti tirano.
-E Dïonisio con tanto disio
-a contemplar questi ordini si mise,
-che li nomò e distinse com’ io.
-Ma Gregorio da lui poi si divise;
-onde, sì tosto come li occhi aperse
-in questo ciel, di sé medesmo rise.
-E se tanto secreto ver proferse
-mortale in terra, non voglio ch’ammiri:
-ché chi ’l vide qua sù gliel discoperse
-con altro assai del ver di questi giri».
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-29
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@@ -1,145 +0,0 @@
-Quando ambedue li figli di Latona,
-coperti del Montone e de la Libra,
-fanno de l’orizzonte insieme zona,
-quant’ è dal punto che ’l cenìt inlibra
-infin che l’uno e l’altro da quel cinto,
-cambiando l’emisperio, si dilibra,
-tanto, col volto di riso dipinto,
-si tacque Bëatrice, riguardando
-fiso nel punto che m’avëa vinto.
-Poi cominciò: «Io dico, e non dimando,
-quel che tu vuoli udir, perch’ io l’ho visto
-là ’ve s’appunta ogne ubi e ogne quando.
-Non per aver a sé di bene acquisto,
-ch’esser non può, ma perché suo splendore
-potesse, risplendendo, dir “Subsisto”,
-in sua etternità di tempo fore,
-fuor d’ogne altro comprender, come i piacque,
-s’aperse in nuovi amor l’etterno amore.
-Né prima quasi torpente si giacque;
-ché né prima né poscia procedette
-lo discorrer di Dio sovra quest’ acque.
-Forma e materia, congiunte e purette,
-usciro ad esser che non avia fallo,
-come d’arco tricordo tre saette.
-E come in vetro, in ambra o in cristallo
-raggio resplende sì, che dal venire
-a l’esser tutto non è intervallo,
-così ’l triforme effetto del suo sire
-ne l’esser suo raggiò insieme tutto
-sanza distinzïone in essordire.
-Concreato fu ordine e costrutto
-a le sustanze; e quelle furon cima
-nel mondo in che puro atto fu produtto;
-pura potenza tenne la parte ima;
-nel mezzo strinse potenza con atto
-tal vime, che già mai non si divima.
-Ieronimo vi scrisse lungo tratto
-di secoli de li angeli creati
-anzi che l’altro mondo fosse fatto;
-ma questo vero è scritto in molti lati
-da li scrittor de lo Spirito Santo,
-e tu te n’avvedrai se bene agguati;
-e anche la ragione il vede alquanto,
-che non concederebbe che ’ motori
-sanza sua perfezion fosser cotanto.
-Or sai tu dove e quando questi amori
-furon creati e come: sì che spenti
-nel tuo disïo già son tre ardori.
-Né giugneriesi, numerando, al venti
-sì tosto, come de li angeli parte
-turbò il suggetto d’i vostri alimenti.
-L’altra rimase, e cominciò quest’ arte
-che tu discerni, con tanto diletto,
-che mai da circüir non si diparte.
-Principio del cader fu il maladetto
-superbir di colui che tu vedesti
-da tutti i pesi del mondo costretto.
-Quelli che vedi qui furon modesti
-a riconoscer sé da la bontate
-che li avea fatti a tanto intender presti:
-per che le viste lor furo essaltate
-con grazia illuminante e con lor merto,
-si c’hanno ferma e piena volontate;
-e non voglio che dubbi, ma sia certo,
-che ricever la grazia è meritorio
-secondo che l’affetto l’è aperto.
-Omai dintorno a questo consistorio
-puoi contemplare assai, se le parole
-mie son ricolte, sanz’ altro aiutorio.
-Ma perché ’n terra per le vostre scole
-si legge che l’angelica natura
-è tal, che ’ntende e si ricorda e vole,
-ancor dirò, perché tu veggi pura
-la verità che là giù si confonde,
-equivocando in sì fatta lettura.
-Queste sustanze, poi che fur gioconde
-de la faccia di Dio, non volser viso
-da essa, da cui nulla si nasconde:
-però non hanno vedere interciso
-da novo obietto, e però non bisogna
-rememorar per concetto diviso;
-sì che là giù, non dormendo, si sogna,
-credendo e non credendo dicer vero;
-ma ne l’uno è più colpa e più vergogna.
-Voi non andate giù per un sentiero
-filosofando: tanto vi trasporta
-l’amor de l’apparenza e ’l suo pensiero!
-E ancor questo qua sù si comporta
-con men disdegno che quando è posposta
-la divina Scrittura o quando è torta.
-Non vi si pensa quanto sangue costa
-seminarla nel mondo e quanto piace
-chi umilmente con essa s’accosta.
-Per apparer ciascun s’ingegna e face
-sue invenzioni; e quelle son trascorse
-da’ predicanti e ’l Vangelio si tace.
-Un dice che la luna si ritorse
-ne la passion di Cristo e s’interpuose,
-per che ’l lume del sol giù non si porse;
-e mente, ché la luce si nascose
-da sé: però a li Spani e a l’Indi
-come a’ Giudei tale eclissi rispuose.
-Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi
-quante sì fatte favole per anno
-in pergamo si gridan quinci e quindi:
-sì che le pecorelle, che non sanno,
-tornan del pasco pasciute di vento,
-e non le scusa non veder lo danno.
-Non disse Cristo al suo primo convento:
-‘Andate, e predicate al mondo ciance’;
-ma diede lor verace fondamento;
-e quel tanto sonò ne le sue guance,
-sì ch’a pugnar per accender la fede
-de l’Evangelio fero scudo e lance.
-Ora si va con motti e con iscede
-a predicare, e pur che ben si rida,
-gonfia il cappuccio e più non si richiede.
-Ma tale uccel nel becchetto s’annida,
-che se ’l vulgo il vedesse, vederebbe
-la perdonanza di ch’el si confida:
-per cui tanta stoltezza in terra crebbe,
-che, sanza prova d’alcun testimonio,
-ad ogne promession si correrebbe.
-Di questo ingrassa il porco sant’ Antonio,
-e altri assai che sono ancor più porci,
-pagando di moneta sanza conio.
-Ma perché siam digressi assai, ritorci
-li occhi oramai verso la dritta strada,
-sì che la via col tempo si raccorci.
-Questa natura sì oltre s’ingrada
-in numero, che mai non fu loquela
-né concetto mortal che tanto vada;
-e se tu guardi quel che si revela
-per Danïel, vedrai che ’n sue migliaia
-determinato numero si cela.
-La prima luce, che tutta la raia,
-per tanti modi in essa si recepe,
-quanti son li splendori a chi s’appaia.
-Onde, però che a l’atto che concepe
-segue l’affetto, d’amar la dolcezza
-diversamente in essa ferve e tepe.
-Vedi l’eccelso omai e la larghezza
-de l’etterno valor, poscia che tanti
-speculi fatti s’ha in che si spezza,
-uno manendo in sé come davanti».
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-3
+++ /dev/null
@@ -1,130 +0,0 @@
-Quel sol che pria d’amor mi scaldò ’l petto,
-di bella verità m’avea scoverto,
-provando e riprovando, il dolce aspetto;
-e io, per confessar corretto e certo
-me stesso, tanto quanto si convenne
-leva’ il capo a proferer più erto;
-ma visïone apparve che ritenne
-a sé me tanto stretto, per vedersi,
-che di mia confession non mi sovvenne.
-Quali per vetri trasparenti e tersi,
-o ver per acque nitide e tranquille,
-non sì profonde che i fondi sien persi,
-tornan d’i nostri visi le postille
-debili sì, che perla in bianca fronte
-non vien men forte a le nostre pupille;
-tali vid’ io più facce a parlar pronte;
-per ch’io dentro a l’error contrario corsi
-a quel ch’accese amor tra l’omo e ’l fonte.
-Sùbito sì com’ io di lor m’accorsi,
-quelle stimando specchiati sembianti,
-per veder di cui fosser, li occhi torsi;
-e nulla vidi, e ritorsili avanti
-dritti nel lume de la dolce guida,
-che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.
-«Non ti maravigliar perch’ io sorrida»,
-mi disse, «appresso il tuo püeril coto,
-poi sopra ’l vero ancor lo piè non fida,
-ma te rivolve, come suole, a vòto:
-vere sustanze son ciò che tu vedi,
-qui rilegate per manco di voto.
-Però parla con esse e odi e credi;
-ché la verace luce che le appaga
-da sé non lascia lor torcer li piedi».
-E io a l’ombra che parea più vaga
-di ragionar, drizza’mi, e cominciai,
-quasi com’ uom cui troppa voglia smaga:
-«O ben creato spirito, che a’ rai
-di vita etterna la dolcezza senti
-che, non gustata, non s’intende mai,
-grazïoso mi fia se mi contenti
-del nome tuo e de la vostra sorte».
-Ond’ ella, pronta e con occhi ridenti:
-«La nostra carità non serra porte
-a giusta voglia, se non come quella
-che vuol simile a sé tutta sua corte.
-I’ fui nel mondo vergine sorella;
-e se la mente tua ben sé riguarda,
-non mi ti celerà l’esser più bella,
-ma riconoscerai ch’i’ son Piccarda,
-che, posta qui con questi altri beati,
-beata sono in la spera più tarda.
-Li nostri affetti, che solo infiammati
-son nel piacer de lo Spirito Santo,
-letizian del suo ordine formati.
-E questa sorte che par giù cotanto,
-però n’è data, perché fuor negletti
-li nostri voti, e vòti in alcun canto».
-Ond’ io a lei: «Ne’ mirabili aspetti
-vostri risplende non so che divino
-che vi trasmuta da’ primi concetti:
-però non fui a rimembrar festino;
-ma or m’aiuta ciò che tu mi dici,
-sì che raffigurar m’è più latino.
-Ma dimmi: voi che siete qui felici,
-disiderate voi più alto loco
-per più vedere e per più farvi amici?».
-Con quelle altr’ ombre pria sorrise un poco;
-da indi mi rispuose tanto lieta,
-ch’arder parea d’amor nel primo foco:
-«Frate, la nostra volontà quïeta
-virtù di carità, che fa volerne
-sol quel ch’avemo, e d’altro non ci asseta.
-Se disïassimo esser più superne,
-foran discordi li nostri disiri
-dal voler di colui che qui ne cerne;
-che vedrai non capere in questi giri,
-s’essere in carità è qui necesse,
-e se la sua natura ben rimiri.
-Anzi è formale ad esto beato esse
-tenersi dentro a la divina voglia,
-per ch’una fansi nostre voglie stesse;
-sì che, come noi sem di soglia in soglia
-per questo regno, a tutto il regno piace
-com’ a lo re che ’n suo voler ne ’nvoglia.
-E ’n la sua volontade è nostra pace:
-ell’ è quel mare al qual tutto si move
-ciò ch’ella crïa o che natura face».
-Chiaro mi fu allor come ogne dove
-in cielo è paradiso, etsi la grazia
-del sommo ben d’un modo non vi piove.
-Ma sì com’ elli avvien, s’un cibo sazia
-e d’un altro rimane ancor la gola,
-che quel si chere e di quel si ringrazia,
-così fec’ io con atto e con parola,
-per apprender da lei qual fu la tela
-onde non trasse infino a co la spuola.
-«Perfetta vita e alto merto inciela
-donna più sù», mi disse, «a la cui norma
-nel vostro mondo giù si veste e vela,
-perché fino al morir si vegghi e dorma
-con quello sposo ch’ogne voto accetta
-che caritate a suo piacer conforma.
-Dal mondo, per seguirla, giovinetta
-fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi
-e promisi la via de la sua setta.
-Uomini poi, a mal più ch’a bene usi,
-fuor mi rapiron de la dolce chiostra:
-Iddio si sa qual poi mia vita fusi.
-E quest’ altro splendor che ti si mostra
-da la mia destra parte e che s’accende
-di tutto il lume de la spera nostra,
-ciò ch’io dico di me, di sé intende;
-sorella fu, e così le fu tolta
-di capo l’ombra de le sacre bende.
-Ma poi che pur al mondo fu rivolta
-contra suo grado e contra buona usanza,
-non fu dal vel del cor già mai disciolta.
-Quest’ è la luce de la gran Costanza
-che del secondo vento di Soave
-generò ’l terzo e l’ultima possanza».
-Così parlommi, e poi cominciò ‘Ave,
-Maria’ cantando, e cantando vanio
-come per acqua cupa cosa grave.
-La vista mia, che tanto lei seguio
-quanto possibil fu, poi che la perse,
-volsesi al segno di maggior disio,
-e a Beatrice tutta si converse;
-ma quella folgorò nel mïo sguardo
-sì che da prima il viso non sofferse;
-e ciò mi fece a dimandar più tardo.
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-30
+++ /dev/null
@@ -1,148 +0,0 @@
-Forse semilia miglia di lontano
-ci ferve l’ora sesta, e questo mondo
-china già l’ombra quasi al letto piano,
-quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo,
-comincia a farsi tal, ch’alcuna stella
-perde il parere infino a questo fondo;
-e come vien la chiarissima ancella
-del sol più oltre, così ’l ciel si chiude
-di vista in vista infino a la più bella.
-Non altrimenti il trïunfo che lude
-sempre dintorno al punto che mi vinse,
-parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude,
-a poco a poco al mio veder si stinse:
-per che tornar con li occhi a Bëatrice
-nulla vedere e amor mi costrinse.
-Se quanto infino a qui di lei si dice
-fosse conchiuso tutto in una loda,
-poca sarebbe a fornir questa vice.
-La bellezza ch’io vidi si trasmoda
-non pur di là da noi, ma certo io credo
-che solo il suo fattor tutta la goda.
-Da questo passo vinto mi concedo
-più che già mai da punto di suo tema
-soprato fosse comico o tragedo:
-ché, come sole in viso che più trema,
-così lo rimembrar del dolce riso
-la mente mia da me medesmo scema.
-Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso
-in questa vita, infino a questa vista,
-non m’è il seguire al mio cantar preciso;
-ma or convien che mio seguir desista
-più dietro a sua bellezza, poetando,
-come a l’ultimo suo ciascuno artista.
-Cotal qual io lascio a maggior bando
-che quel de la mia tuba, che deduce
-l’ardüa sua matera terminando,
-con atto e voce di spedito duce
-ricominciò: «Noi siamo usciti fore
-del maggior corpo al ciel ch’è pura luce:
-luce intellettüal, piena d’amore;
-amor di vero ben, pien di letizia;
-letizia che trascende ogne dolzore.
-Qui vederai l’una e l’altra milizia
-di paradiso, e l’una in quelli aspetti
-che tu vedrai a l’ultima giustizia».
-Come sùbito lampo che discetti
-li spiriti visivi, sì che priva
-da l’atto l’occhio di più forti obietti,
-così mi circunfulse luce viva,
-e lasciommi fasciato di tal velo
-del suo fulgor, che nulla m’appariva.
-«Sempre l’amor che queta questo cielo
-accoglie in sé con sì fatta salute,
-per far disposto a sua fiamma il candelo».
-Non fur più tosto dentro a me venute
-queste parole brievi, ch’io compresi
-me sormontar di sopr’ a mia virtute;
-e di novella vista mi raccesi
-tale, che nulla luce è tanto mera,
-che li occhi miei non si fosser difesi;
-e vidi lume in forma di rivera
-fulvido di fulgore, intra due rive
-dipinte di mirabil primavera.
-Di tal fiumana uscian faville vive,
-e d’ogne parte si mettien ne’ fiori,
-quasi rubin che oro circunscrive;
-poi, come inebrïate da li odori,
-riprofondavan sé nel miro gurge,
-e s’una intrava, un’altra n’uscia fori.
-«L’alto disio che mo t’infiamma e urge,
-d’aver notizia di ciò che tu vei,
-tanto mi piace più quanto più turge;
-ma di quest’ acqua convien che tu bei
-prima che tanta sete in te si sazi»:
-così mi disse il sol de li occhi miei.
-Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi
-ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe
-son di lor vero umbriferi prefazi.
-Non che da sé sian queste cose acerbe;
-ma è difetto da la parte tua,
-che non hai viste ancor tanto superbe».
-Non è fantin che sì sùbito rua
-col volto verso il latte, se si svegli
-molto tardato da l’usanza sua,
-come fec’ io, per far migliori spegli
-ancor de li occhi, chinandomi a l’onda
-che si deriva perché vi s’immegli;
-e sì come di lei bevve la gronda
-de le palpebre mie, così mi parve
-di sua lunghezza divenuta tonda.
-Poi, come gente stata sotto larve,
-che pare altro che prima, se si sveste
-la sembianza non süa in che disparve,
-così mi si cambiaro in maggior feste
-li fiori e le faville, sì ch’io vidi
-ambo le corti del ciel manifeste.
-O isplendor di Dio, per cu’ io vidi
-l’alto trïunfo del regno verace,
-dammi virtù a dir com’ ïo il vidi!
-Lume è là sù che visibile face
-lo creatore a quella creatura
-che solo in lui vedere ha la sua pace.
-E’ si distende in circular figura,
-in tanto che la sua circunferenza
-sarebbe al sol troppo larga cintura.
-Fassi di raggio tutta sua parvenza
-reflesso al sommo del mobile primo,
-che prende quindi vivere e potenza.
-E come clivo in acqua di suo imo
-si specchia, quasi per vedersi addorno,
-quando è nel verde e ne’ fioretti opimo,
-sì, soprastando al lume intorno intorno,
-vidi specchiarsi in più di mille soglie
-quanto di noi là sù fatto ha ritorno.
-E se l’infimo grado in sé raccoglie
-sì grande lume, quanta è la larghezza
-di questa rosa ne l’estreme foglie!
-La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza
-non si smarriva, ma tutto prendeva
-il quanto e ’l quale di quella allegrezza.
-Presso e lontano, lì, né pon né leva:
-ché dove Dio sanza mezzo governa,
-la legge natural nulla rileva.
-Nel giallo de la rosa sempiterna,
-che si digrada e dilata e redole
-odor di lode al sol che sempre verna,
-qual è colui che tace e dicer vole,
-mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira
-quanto è ’l convento de le bianche stole!
-Vedi nostra città quant’ ella gira;
-vedi li nostri scanni sì ripieni,
-che poca gente più ci si disira.
-E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni
-per la corona che già v’è sù posta,
-prima che tu a queste nozze ceni,
-sederà l’alma, che fia giù agosta,
-de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia
-verrà in prima ch’ella sia disposta.
-La cieca cupidigia che v’ammalia
-simili fatti v’ha al fantolino
-che muor per fame e caccia via la balia.
-E fia prefetto nel foro divino
-allora tal, che palese e coverto
-non anderà con lui per un cammino.
-Ma poco poi sarà da Dio sofferto
-nel santo officio; ch’el sarà detruso
-là dove Simon mago è per suo merto,
-e farà quel d’Alagna intrar più giuso».
diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-31 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-31
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-31
+++ /dev/null
@@ -1,142 +0,0 @@
-In forma dunque di candida rosa
-mi si mostrava la milizia santa
-che nel suo sangue Cristo fece sposa;
-ma l’altra, che volando vede e canta
-la gloria di colui che la ’nnamora
-e la bontà che la fece cotanta,
-sì come schiera d’ape che s’infiora
-una fïata e una si ritorna
-là dove suo laboro s’insapora,
-nel gran fior discendeva che s’addorna
-di tante foglie, e quindi risaliva
-là dove ’l süo amor sempre soggiorna.
-Le facce tutte avean di fiamma viva
-e l’ali d’oro, e l’altro tanto bianco,
-che nulla neve a quel termine arriva.
-Quando scendean nel fior, di banco in banco
-porgevan de la pace e de l’ardore
-ch’elli acquistavan ventilando il fianco.
-Né l’interporsi tra ’l disopra e ’l fiore
-di tanta moltitudine volante
-impediva la vista e lo splendore:
-ché la luce divina è penetrante
-per l’universo secondo ch’è degno,
-sì che nulla le puote essere ostante.
-Questo sicuro e gaudïoso regno,
-frequente in gente antica e in novella,
-viso e amore avea tutto ad un segno.
-O trina luce che ’n unica stella
-scintillando a lor vista, sì li appaga!
-guarda qua giuso a la nostra procella!
-Se i barbari, venendo da tal plaga
-che ciascun giorno d’Elice si cuopra,
-rotante col suo figlio ond’ ella è vaga,
-veggendo Roma e l’ardüa sua opra,
-stupefaciensi, quando Laterano
-a le cose mortali andò di sopra;
-ïo, che al divino da l’umano,
-a l’etterno dal tempo era venuto,
-e di Fiorenza in popol giusto e sano,
-di che stupor dovea esser compiuto!
-Certo tra esso e ’l gaudio mi facea
-libito non udire e starmi muto.
-E quasi peregrin che si ricrea
-nel tempio del suo voto riguardando,
-e spera già ridir com’ ello stea,
-su per la viva luce passeggiando,
-menava ïo li occhi per li gradi,
-mo sù, mo giù e mo recirculando.
-Vedëa visi a carità süadi,
-d’altrui lume fregiati e di suo riso,
-e atti ornati di tutte onestadi.
-La forma general di paradiso
-già tutta mïo sguardo avea compresa,
-in nulla parte ancor fermato fiso;
-e volgeami con voglia rïaccesa
-per domandar la mia donna di cose
-di che la mente mia era sospesa.
-Uno intendëa, e altro mi rispuose:
-credea veder Beatrice e vidi un sene
-vestito con le genti glorïose.
-Diffuso era per li occhi e per le gene
-di benigna letizia, in atto pio
-quale a tenero padre si convene.
-E «Ov’ è ella?», sùbito diss’ io.
-Ond’ elli: «A terminar lo tuo disiro
-mosse Beatrice me del loco mio;
-e se riguardi sù nel terzo giro
-dal sommo grado, tu la rivedrai
-nel trono che suoi merti le sortiro».
-Sanza risponder, li occhi sù levai,
-e vidi lei che si facea corona
-reflettendo da sé li etterni rai.
-Da quella regïon che più sù tona
-occhio mortale alcun tanto non dista,
-qualunque in mare più giù s’abbandona,
-quanto lì da Beatrice la mia vista;
-ma nulla mi facea, ché süa effige
-non discendëa a me per mezzo mista.
-«O donna in cui la mia speranza vige,
-e che soffristi per la mia salute
-in inferno lasciar le tue vestige,
-di tante cose quant’ i’ ho vedute,
-dal tuo podere e da la tua bontate
-riconosco la grazia e la virtute.
-Tu m’hai di servo tratto a libertate
-per tutte quelle vie, per tutt’ i modi
-che di ciò fare avei la potestate.
-La tua magnificenza in me custodi,
-sì che l’anima mia, che fatt’ hai sana,
-piacente a te dal corpo si disnodi».
-Così orai; e quella, sì lontana
-come parea, sorrise e riguardommi;
-poi si tornò a l’etterna fontana.
-E ’l santo sene: «Acciò che tu assommi
-perfettamente», disse, «il tuo cammino,
-a che priego e amor santo mandommi,
-vola con li occhi per questo giardino;
-ché veder lui t’acconcerà lo sguardo
-più al montar per lo raggio divino.
-E la regina del cielo, ond’ ïo ardo
-tutto d’amor, ne farà ogne grazia,
-però ch’i’ sono il suo fedel Bernardo».
-Qual è colui che forse di Croazia
-viene a veder la Veronica nostra,
-che per l’antica fame non sen sazia,
-ma dice nel pensier, fin che si mostra:
-‘Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,
-or fu sì fatta la sembianza vostra?’;
-tal era io mirando la vivace
-carità di colui che ’n questo mondo,
-contemplando, gustò di quella pace.
-«Figliuol di grazia, quest’ esser giocondo»,
-cominciò elli, «non ti sarà noto,
-tenendo li occhi pur qua giù al fondo;
-ma guarda i cerchi infino al più remoto,
-tanto che veggi seder la regina
-cui questo regno è suddito e devoto».
-Io levai li occhi; e come da mattina
-la parte orïental de l’orizzonte
-soverchia quella dove ’l sol declina,
-così, quasi di valle andando a monte
-con li occhi, vidi parte ne lo stremo
-vincer di lume tutta l’altra fronte.
-E come quivi ove s’aspetta il temo
-che mal guidò Fetonte, più s’infiamma,
-e quinci e quindi il lume si fa scemo,
-così quella pacifica oriafiamma
-nel mezzo s’avvivava, e d’ogne parte
-per igual modo allentava la fiamma;
-e a quel mezzo, con le penne sparte,
-vid’ io più di mille angeli festanti,
-ciascun distinto di fulgore e d’arte.
-Vidi a lor giochi quivi e a lor canti
-ridere una bellezza, che letizia
-era ne li occhi a tutti li altri santi;
-e s’io avessi in dir tanta divizia
-quanta ad imaginar, non ardirei
-lo minimo tentar di sua delizia.
-Bernardo, come vide li occhi miei
-nel caldo suo caler fissi e attenti,
-li suoi con tanto affetto volse a lei,
-che ’ miei di rimirar fé più ardenti.
diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-32 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-32
deleted file mode 100644
index 43c28e6..0000000
--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-32
+++ /dev/null
@@ -1,151 +0,0 @@
-Affetto al suo piacer, quel contemplante
-libero officio di dottore assunse,
-e cominciò queste parole sante:
-«La piaga che Maria richiuse e unse,
-quella ch’è tanto bella da’ suoi piedi
-è colei che l’aperse e che la punse.
-Ne l’ordine che fanno i terzi sedi,
-siede Rachel di sotto da costei
-con Bëatrice, sì come tu vedi.
-Sarra e Rebecca, Iudìt e colei
-che fu bisava al cantor che per doglia
-del fallo disse ‘Miserere mei’,
-puoi tu veder così di soglia in soglia
-giù digradar, com’ io ch’a proprio nome
-vo per la rosa giù di foglia in foglia.
-E dal settimo grado in giù, sì come
-infino ad esso, succedono Ebree,
-dirimendo del fior tutte le chiome;
-perché, secondo lo sguardo che fée
-la fede in Cristo, queste sono il muro
-a che si parton le sacre scalee.
-Da questa parte onde ’l fiore è maturo
-di tutte le sue foglie, sono assisi
-quei che credettero in Cristo venturo;
-da l’altra parte onde sono intercisi
-di vòti i semicirculi, si stanno
-quei ch’a Cristo venuto ebber li visi.
-E come quinci il glorïoso scanno
-de la donna del cielo e li altri scanni
-di sotto lui cotanta cerna fanno,
-così di contra quel del gran Giovanni,
-che sempre santo ’l diserto e ’l martiro
-sofferse, e poi l’inferno da due anni;
-e sotto lui così cerner sortiro
-Francesco, Benedetto e Augustino
-e altri fin qua giù di giro in giro.
-Or mira l’alto proveder divino:
-ché l’uno e l’altro aspetto de la fede
-igualmente empierà questo giardino.
-E sappi che dal grado in giù che fiede
-a mezzo il tratto le due discrezioni,
-per nullo proprio merito si siede,
-ma per l’altrui, con certe condizioni:
-ché tutti questi son spiriti asciolti
-prima ch’avesser vere elezïoni.
-Ben te ne puoi accorger per li volti
-e anche per le voci püerili,
-se tu li guardi bene e se li ascolti.
-Or dubbi tu e dubitando sili;
-ma io discioglierò ’l forte legame
-in che ti stringon li pensier sottili.
-Dentro a l’ampiezza di questo reame
-casüal punto non puote aver sito,
-se non come tristizia o sete o fame:
-ché per etterna legge è stabilito
-quantunque vedi, sì che giustamente
-ci si risponde da l’anello al dito;
-e però questa festinata gente
-a vera vita non è sine causa
-intra sé qui più e meno eccellente.
-Lo rege per cui questo regno pausa
-in tanto amore e in tanto diletto,
-che nulla volontà è di più ausa,
-le menti tutte nel suo lieto aspetto
-creando, a suo piacer di grazia dota
-diversamente; e qui basti l’effetto.
-E ciò espresso e chiaro vi si nota
-ne la Scrittura santa in quei gemelli
-che ne la madre ebber l’ira commota.
-Però, secondo il color d’i capelli,
-di cotal grazia l’altissimo lume
-degnamente convien che s’incappelli.
-Dunque, sanza mercé di lor costume,
-locati son per gradi differenti,
-sol differendo nel primiero acume.
-Bastavasi ne’ secoli recenti
-con l’innocenza, per aver salute,
-solamente la fede d’i parenti;
-poi che le prime etadi fuor compiute,
-convenne ai maschi a l’innocenti penne
-per circuncidere acquistar virtute;
-ma poi che ’l tempo de la grazia venne,
-sanza battesmo perfetto di Cristo
-tale innocenza là giù si ritenne.
-Riguarda omai ne la faccia che a Cristo
-più si somiglia, ché la sua chiarezza
-sola ti può disporre a veder Cristo».
-Io vidi sopra lei tanta allegrezza
-piover, portata ne le menti sante
-create a trasvolar per quella altezza,
-che quantunque io avea visto davante,
-di tanta ammirazion non mi sospese,
-né mi mostrò di Dio tanto sembiante;
-e quello amor che primo lì discese,
-cantando ‘Ave, Maria, gratïa plena’,
-dinanzi a lei le sue ali distese.
-Rispuose a la divina cantilena
-da tutte parti la beata corte,
-sì ch’ogne vista sen fé più serena.
-«O santo padre, che per me comporte
-l’esser qua giù, lasciando il dolce loco
-nel qual tu siedi per etterna sorte,
-qual è quell’ angel che con tanto gioco
-guarda ne li occhi la nostra regina,
-innamorato sì che par di foco?».
-Così ricorsi ancora a la dottrina
-di colui ch’abbelliva di Maria,
-come del sole stella mattutina.
-Ed elli a me: «Baldezza e leggiadria
-quant’ esser puote in angelo e in alma,
-tutta è in lui; e sì volem che sia,
-perch’ elli è quelli che portò la palma
-giuso a Maria, quando ’l Figliuol di Dio
-carcar si volse de la nostra salma.
-Ma vieni omai con li occhi sì com’ io
-andrò parlando, e nota i gran patrici
-di questo imperio giustissimo e pio.
-Quei due che seggon là sù più felici
-per esser propinquissimi ad Agusta,
-son d’esta rosa quasi due radici:
-colui che da sinistra le s’aggiusta
-è il padre per lo cui ardito gusto
-l’umana specie tanto amaro gusta;
-dal destro vedi quel padre vetusto
-di Santa Chiesa a cui Cristo le chiavi
-raccomandò di questo fior venusto.
-E quei che vide tutti i tempi gravi,
-pria che morisse, de la bella sposa
-che s’acquistò con la lancia e coi clavi,
-siede lungh’ esso, e lungo l’altro posa
-quel duca sotto cui visse di manna
-la gente ingrata, mobile e retrosa.
-Di contr’ a Pietro vedi sedere Anna,
-tanto contenta di mirar sua figlia,
-che non move occhio per cantare osanna;
-e contro al maggior padre di famiglia
-siede Lucia, che mosse la tua donna
-quando chinavi, a rovinar, le ciglia.
-Ma perché ’l tempo fugge che t’assonna,
-qui farem punto, come buon sartore
-che com’ elli ha del panno fa la gonna;
-e drizzeremo li occhi al primo amore,
-sì che, guardando verso lui, penètri
-quant’ è possibil per lo suo fulgore.
-Veramente, ne forse tu t’arretri
-movendo l’ali tue, credendo oltrarti,
-orando grazia conven che s’impetri
-grazia da quella che puote aiutarti;
-e tu mi seguirai con l’affezione,
-sì che dal dicer mio lo cor non parti».
-E cominciò questa santa orazione:
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-33
+++ /dev/null
@@ -1,145 +0,0 @@
-«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
-umile e alta più che creatura,
-termine fisso d’etterno consiglio,
-tu se’ colei che l’umana natura
-nobilitasti sì, che ’l suo fattore
-non disdegnò di farsi sua fattura.
-Nel ventre tuo si raccese l’amore,
-per lo cui caldo ne l’etterna pace
-così è germinato questo fiore.
-Qui se’ a noi meridïana face
-di caritate, e giuso, intra ’ mortali,
-se’ di speranza fontana vivace.
-Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
-che qual vuol grazia e a te non ricorre,
-sua disïanza vuol volar sanz’ ali.
-La tua benignità non pur soccorre
-a chi domanda, ma molte fïate
-liberamente al dimandar precorre.
-In te misericordia, in te pietate,
-in te magnificenza, in te s’aduna
-quantunque in creatura è di bontate.
-Or questi, che da l’infima lacuna
-de l’universo infin qui ha vedute
-le vite spiritali ad una ad una,
-supplica a te, per grazia, di virtute
-tanto, che possa con li occhi levarsi
-più alto verso l’ultima salute.
-E io, che mai per mio veder non arsi
-più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi
-ti porgo, e priego che non sieno scarsi,
-perché tu ogne nube li disleghi
-di sua mortalità co’ prieghi tuoi,
-sì che ’l sommo piacer li si dispieghi.
-Ancor ti priego, regina, che puoi
-ciò che tu vuoli, che conservi sani,
-dopo tanto veder, li affetti suoi.
-Vinca tua guardia i movimenti umani:
-vedi Beatrice con quanti beati
-per li miei prieghi ti chiudon le mani!».
-Li occhi da Dio diletti e venerati,
-fissi ne l’orator, ne dimostraro
-quanto i devoti prieghi le son grati;
-indi a l’etterno lume s’addrizzaro,
-nel qual non si dee creder che s’invii
-per creatura l’occhio tanto chiaro.
-E io ch’al fine di tutt’ i disii
-appropinquava, sì com’ io dovea,
-l’ardor del desiderio in me finii.
-Bernardo m’accennava, e sorridea,
-perch’ io guardassi suso; ma io era
-già per me stesso tal qual ei volea:
-ché la mia vista, venendo sincera,
-e più e più intrava per lo raggio
-de l’alta luce che da sé è vera.
-Da quinci innanzi il mio veder fu maggio
-che ’l parlar mostra, ch’a tal vista cede,
-e cede la memoria a tanto oltraggio.
-Qual è colüi che sognando vede,
-che dopo ’l sogno la passione impressa
-rimane, e l’altro a la mente non riede,
-cotal son io, ché quasi tutta cessa
-mia visïone, e ancor mi distilla
-nel core il dolce che nacque da essa.
-Così la neve al sol si disigilla;
-così al vento ne le foglie levi
-si perdea la sentenza di Sibilla.
-O somma luce che tanto ti levi
-da’ concetti mortali, a la mia mente
-ripresta un poco di quel che parevi,
-e fa la lingua mia tanto possente,
-ch’una favilla sol de la tua gloria
-possa lasciare a la futura gente;
-ché, per tornare alquanto a mia memoria
-e per sonare un poco in questi versi,
-più si conceperà di tua vittoria.
-Io credo, per l’acume ch’io soffersi
-del vivo raggio, ch’i’ sarei smarrito,
-se li occhi miei da lui fossero aversi.
-E’ mi ricorda ch’io fui più ardito
-per questo a sostener, tanto ch’i’ giunsi
-l’aspetto mio col valore infinito.
-Oh abbondante grazia ond’ io presunsi
-ficcar lo viso per la luce etterna,
-tanto che la veduta vi consunsi!
-Nel suo profondo vidi che s’interna,
-legato con amore in un volume,
-ciò che per l’universo si squaderna:
-sustanze e accidenti e lor costume
-quasi conflati insieme, per tal modo
-che ciò ch’i’ dico è un semplice lume.
-La forma universal di questo nodo
-credo ch’i’ vidi, perché più di largo,
-dicendo questo, mi sento ch’i’ godo.
-Un punto solo m’è maggior letargo
-che venticinque secoli a la ’mpresa
-che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.
-Così la mente mia, tutta sospesa,
-mirava fissa, immobile e attenta,
-e sempre di mirar faceasi accesa.
-A quella luce cotal si diventa,
-che volgersi da lei per altro aspetto
-è impossibil che mai si consenta;
-però che ’l ben, ch’è del volere obietto,
-tutto s’accoglie in lei, e fuor di quella
-è defettivo ciò ch’è lì perfetto.
-Omai sarà più corta mia favella,
-pur a quel ch’io ricordo, che d’un fante
-che bagni ancor la lingua a la mammella.
-Non perché più ch’un semplice sembiante
-fosse nel vivo lume ch’io mirava,
-che tal è sempre qual s’era davante;
-ma per la vista che s’avvalorava
-in me guardando, una sola parvenza,
-mutandom’ io, a me si travagliava.
-Ne la profonda e chiara sussistenza
-de l’alto lume parvermi tre giri
-di tre colori e d’una contenenza;
-e l’un da l’altro come iri da iri
-parea reflesso, e ’l terzo parea foco
-che quinci e quindi igualmente si spiri.
-Oh quanto è corto il dire e come fioco
-al mio concetto! e questo, a quel ch’i’ vidi,
-è tanto, che non basta a dicer ‘poco’.
-O luce etterna che sola in te sidi,
-sola t’intendi, e da te intelletta
-e intendente te ami e arridi!
-Quella circulazion che sì concetta
-pareva in te come lume reflesso,
-da li occhi miei alquanto circunspetta,
-dentro da sé, del suo colore stesso,
-mi parve pinta de la nostra effige:
-per che ’l mio viso in lei tutto era messo.
-Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
-per misurar lo cerchio, e non ritrova,
-pensando, quel principio ond’ elli indige,
-tal era io a quella vista nova:
-veder voleva come si convenne
-l’imago al cerchio e come vi s’indova;
-ma non eran da ciò le proprie penne:
-se non che la mia mente fu percossa
-da un fulgore in che sua voglia venne.
-A l’alta fantasia qui mancò possa;
-ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
-sì come rota ch’igualmente è mossa,
-l’amor che move il sole e l’altre stelle.
diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-4 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-4
deleted file mode 100644
index cf70574..0000000
--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-4
+++ /dev/null
@@ -1,142 +0,0 @@
-Intra due cibi, distanti e moventi
-d’un modo, prima si morria di fame,
-che liber’ omo l’un recasse ai denti;
-sì si starebbe un agno intra due brame
-di fieri lupi, igualmente temendo;
-sì si starebbe un cane intra due dame:
-per che, s’i’ mi tacea, me non riprendo,
-da li miei dubbi d’un modo sospinto,
-poi ch’era necessario, né commendo.
-Io mi tacea, ma ’l mio disir dipinto
-m’era nel viso, e ’l dimandar con ello,
-più caldo assai che per parlar distinto.
-Fé sì Beatrice qual fé Danïello,
-Nabuccodonosor levando d’ira,
-che l’avea fatto ingiustamente fello;
-e disse: «Io veggio ben come ti tira
-uno e altro disio, sì che tua cura
-sé stessa lega sì che fuor non spira.
-Tu argomenti: “Se ’l buon voler dura,
-la vïolenza altrui per qual ragione
-di meritar mi scema la misura?”.
-Ancor di dubitar ti dà cagione
-parer tornarsi l’anime a le stelle,
-secondo la sentenza di Platone.
-Queste son le question che nel tuo velle
-pontano igualmente; e però pria
-tratterò quella che più ha di felle.
-D’i Serafin colui che più s’india,
-Moïsè, Samuel, e quel Giovanni
-che prender vuoli, io dico, non Maria,
-non hanno in altro cielo i loro scanni
-che questi spirti che mo t’appariro,
-né hanno a l’esser lor più o meno anni;
-ma tutti fanno bello il primo giro,
-e differentemente han dolce vita
-per sentir più e men l’etterno spiro.
-Qui si mostraro, non perché sortita
-sia questa spera lor, ma per far segno
-de la celestïal c’ha men salita.
-Così parlar conviensi al vostro ingegno,
-però che solo da sensato apprende
-ciò che fa poscia d’intelletto degno.
-Per questo la Scrittura condescende
-a vostra facultate, e piedi e mano
-attribuisce a Dio e altro intende;
-e Santa Chiesa con aspetto umano
-Gabrïel e Michel vi rappresenta,
-e l’altro che Tobia rifece sano.
-Quel che Timeo de l’anime argomenta
-non è simile a ciò che qui si vede,
-però che, come dice, par che senta.
-Dice che l’alma a la sua stella riede,
-credendo quella quindi esser decisa
-quando natura per forma la diede;
-e forse sua sentenza è d’altra guisa
-che la voce non suona, ed esser puote
-con intenzion da non esser derisa.
-S’elli intende tornare a queste ruote
-l’onor de la influenza e ’l biasmo, forse
-in alcun vero suo arco percuote.
-Questo principio, male inteso, torse
-già tutto il mondo quasi, sì che Giove,
-Mercurio e Marte a nominar trascorse.
-L’altra dubitazion che ti commove
-ha men velen, però che sua malizia
-non ti poria menar da me altrove.
-Parere ingiusta la nostra giustizia
-ne li occhi d’i mortali, è argomento
-di fede e non d’eretica nequizia.
-Ma perché puote vostro accorgimento
-ben penetrare a questa veritate,
-come disiri, ti farò contento.
-Se vïolenza è quando quel che pate
-nïente conferisce a quel che sforza,
-non fuor quest’ alme per essa scusate:
-ché volontà, se non vuol, non s’ammorza,
-ma fa come natura face in foco,
-se mille volte vïolenza il torza.
-Per che, s’ella si piega assai o poco,
-segue la forza; e così queste fero
-possendo rifuggir nel santo loco.
-Se fosse stato lor volere intero,
-come tenne Lorenzo in su la grada,
-e fece Muzio a la sua man severo,
-così l’avria ripinte per la strada
-ond’ eran tratte, come fuoro sciolte;
-ma così salda voglia è troppo rada.
-E per queste parole, se ricolte
-l’hai come dei, è l’argomento casso
-che t’avria fatto noia ancor più volte.
-Ma or ti s’attraversa un altro passo
-dinanzi a li occhi, tal che per te stesso
-non usciresti: pria saresti lasso.
-Io t’ho per certo ne la mente messo
-ch’alma beata non poria mentire,
-però ch’è sempre al primo vero appresso;
-e poi potesti da Piccarda udire
-che l’affezion del vel Costanza tenne;
-sì ch’ella par qui meco contradire.
-Molte fïate già, frate, addivenne
-che, per fuggir periglio, contra grato
-si fé di quel che far non si convenne;
-come Almeone, che, di ciò pregato
-dal padre suo, la propria madre spense,
-per non perder pietà si fé spietato.
-A questo punto voglio che tu pense
-che la forza al voler si mischia, e fanno
-sì che scusar non si posson l’offense.
-Voglia assoluta non consente al danno;
-ma consentevi in tanto in quanto teme,
-se si ritrae, cadere in più affanno.
-Però, quando Piccarda quello spreme,
-de la voglia assoluta intende, e io
-de l’altra; sì che ver diciamo insieme».
-Cotal fu l’ondeggiar del santo rio
-ch’uscì del fonte ond’ ogne ver deriva;
-tal puose in pace uno e altro disio.
-«O amanza del primo amante, o diva»,
-diss’ io appresso, «il cui parlar m’inonda
-e scalda sì, che più e più m’avviva,
-non è l’affezion mia tanto profonda,
-che basti a render voi grazia per grazia;
-ma quei che vede e puote a ciò risponda.
-Io veggio ben che già mai non si sazia
-nostro intelletto, se ’l ver non lo illustra
-di fuor dal qual nessun vero si spazia.
-Posasi in esso, come fera in lustra,
-tosto che giunto l’ha; e giugner puollo:
-se non, ciascun disio sarebbe frustra.
-Nasce per quello, a guisa di rampollo,
-a piè del vero il dubbio; ed è natura
-ch’al sommo pinge noi di collo in collo.
-Questo m’invita, questo m’assicura
-con reverenza, donna, a dimandarvi
-d’un’altra verità che m’è oscura.
-Io vo’ saper se l’uom può sodisfarvi
-ai voti manchi sì con altri beni,
-ch’a la vostra statera non sien parvi».
-Beatrice mi guardò con li occhi pieni
-di faville d’amor così divini,
-che, vinta, mia virtute diè le reni,
-e quasi mi perdei con li occhi chini.
diff --git a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-5 b/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-5
deleted file mode 100644
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-5
+++ /dev/null
@@ -1,139 +0,0 @@
-«S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore
-di là dal modo che ’n terra si vede,
-sì che del viso tuo vinco il valore,
-non ti maravigliar, ché ciò procede
-da perfetto veder, che, come apprende,
-così nel bene appreso move il piede.
-Io veggio ben sì come già resplende
-ne l’intelletto tuo l’etterna luce,
-che, vista, sola e sempre amore accende;
-e s’altra cosa vostro amor seduce,
-non è se non di quella alcun vestigio,
-mal conosciuto, che quivi traluce.
-Tu vuo’ saper se con altro servigio,
-per manco voto, si può render tanto
-che l’anima sicuri di letigio».
-Sì cominciò Beatrice questo canto;
-e sì com’ uom che suo parlar non spezza,
-continüò così ’l processo santo:
-«Lo maggior don che Dio per sua larghezza
-fesse creando, e a la sua bontate
-più conformato, e quel ch’e’ più apprezza,
-fu de la volontà la libertate;
-di che le creature intelligenti,
-e tutte e sole, fuoro e son dotate.
-Or ti parrà, se tu quinci argomenti,
-l’alto valor del voto, s’è sì fatto
-che Dio consenta quando tu consenti;
-ché, nel fermar tra Dio e l’omo il patto,
-vittima fassi di questo tesoro,
-tal quale io dico; e fassi col suo atto.
-Dunque che render puossi per ristoro?
-Se credi bene usar quel c’hai offerto,
-di maltolletto vuo’ far buon lavoro.
-Tu se’ omai del maggior punto certo;
-ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa,
-che par contra lo ver ch’i’ t’ho scoverto,
-convienti ancor sedere un poco a mensa,
-però che ’l cibo rigido c’hai preso,
-richiede ancora aiuto a tua dispensa.
-Apri la mente a quel ch’io ti paleso
-e fermalvi entro; ché non fa scïenza,
-sanza lo ritenere, avere inteso.
-Due cose si convegnono a l’essenza
-di questo sacrificio: l’una è quella
-di che si fa; l’altr’ è la convenenza.
-Quest’ ultima già mai non si cancella
-se non servata; e intorno di lei
-sì preciso di sopra si favella:
-però necessitato fu a li Ebrei
-pur l’offerere, ancor ch’alcuna offerta
-sì permutasse, come saver dei.
-L’altra, che per materia t’è aperta,
-puote ben esser tal, che non si falla
-se con altra materia si converta.
-Ma non trasmuti carco a la sua spalla
-per suo arbitrio alcun, sanza la volta
-e de la chiave bianca e de la gialla;
-e ogne permutanza credi stolta,
-se la cosa dimessa in la sorpresa
-come ’l quattro nel sei non è raccolta.
-Però qualunque cosa tanto pesa
-per suo valor che tragga ogne bilancia,
-sodisfar non si può con altra spesa.
-Non prendan li mortali il voto a ciancia;
-siate fedeli, e a ciò far non bieci,
-come Ieptè a la sua prima mancia;
-cui più si convenia dicer ‘Mal feci’,
-che, servando, far peggio; e così stolto
-ritrovar puoi il gran duca de’ Greci,
-onde pianse Efigènia il suo bel volto,
-e fé pianger di sé i folli e i savi
-ch’udir parlar di così fatto cólto.
-Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:
-non siate come penna ad ogne vento,
-e non crediate ch’ogne acqua vi lavi.
-Avete il novo e ’l vecchio Testamento,
-e ’l pastor de la Chiesa che vi guida;
-questo vi basti a vostro salvamento.
-Se mala cupidigia altro vi grida,
-uomini siate, e non pecore matte,
-sì che ’l Giudeo di voi tra voi non rida!
-Non fate com’ agnel che lascia il latte
-de la sua madre, e semplice e lascivo
-seco medesmo a suo piacer combatte!».
-Così Beatrice a me com’ ïo scrivo;
-poi si rivolse tutta disïante
-a quella parte ove ’l mondo è più vivo.
-Lo suo tacere e ’l trasmutar sembiante
-puoser silenzio al mio cupido ingegno,
-che già nuove questioni avea davante;
-e sì come saetta che nel segno
-percuote pria che sia la corda queta,
-così corremmo nel secondo regno.
-Quivi la donna mia vid’ io sì lieta,
-come nel lume di quel ciel si mise,
-che più lucente se ne fé ’l pianeta.
-E se la stella si cambiò e rise,
-qual mi fec’ io che pur da mia natura
-trasmutabile son per tutte guise!
-Come ’n peschiera ch’è tranquilla e pura
-traggonsi i pesci a ciò che vien di fori
-per modo che lo stimin lor pastura,
-sì vid’ io ben più di mille splendori
-trarsi ver’ noi, e in ciascun s’udia:
-«Ecco chi crescerà li nostri amori».
-E sì come ciascuno a noi venìa,
-vedeasi l’ombra piena di letizia
-nel folgór chiaro che di lei uscia.
-Pensa, lettor, se quel che qui s’inizia
-non procedesse, come tu avresti
-di più savere angosciosa carizia;
-e per te vederai come da questi
-m’era in disio d’udir lor condizioni,
-sì come a li occhi mi fur manifesti.
-«O bene nato a cui veder li troni
-del trïunfo etternal concede grazia
-prima che la milizia s’abbandoni,
-del lume che per tutto il ciel si spazia
-noi semo accesi; e però, se disii
-di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia».
-Così da un di quelli spirti pii
-detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì
-sicuramente, e credi come a dii».
-«Io veggio ben sì come tu t’annidi
-nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,
-perch’ e’ corusca sì come tu ridi;
-ma non so chi tu se’, né perché aggi,
-anima degna, il grado de la spera
-che si vela a’ mortai con altrui raggi».
-Questo diss’ io diritto a la lumera
-che pria m’avea parlato; ond’ ella fessi
-lucente più assai di quel ch’ell’ era.
-Sì come il sol che si cela elli stessi
-per troppa luce, come ’l caldo ha róse
-le temperanze d’i vapori spessi,
-per più letizia sì mi si nascose
-dentro al suo raggio la figura santa;
-e così chiusa chiusa mi rispuose
-nel modo che ’l seguente canto canta.
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-6
+++ /dev/null
@@ -1,142 +0,0 @@
-«Poscia che Costantin l’aquila volse
-contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio
-dietro a l’antico che Lavina tolse,
-cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio
-ne lo stremo d’Europa si ritenne,
-vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;
-e sotto l’ombra de le sacre penne
-governò ’l mondo lì di mano in mano,
-e, sì cangiando, in su la mia pervenne.
-Cesare fui e son Iustinïano,
-che, per voler del primo amor ch’i’ sento,
-d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano.
-E prima ch’io a l’ovra fossi attento,
-una natura in Cristo esser, non piùe,
-credea, e di tal fede era contento;
-ma ’l benedetto Agapito, che fue
-sommo pastore, a la fede sincera
-mi dirizzò con le parole sue.
-Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era,
-vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi
-ogni contradizione e falsa e vera.
-Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
-a Dio per grazia piacque di spirarmi
-l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi;
-e al mio Belisar commendai l’armi,
-cui la destra del ciel fu sì congiunta,
-che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.
-Or qui a la question prima s’appunta
-la mia risposta; ma sua condizione
-mi stringe a seguitare alcuna giunta,
-perché tu veggi con quanta ragione
-si move contr’ al sacrosanto segno
-e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone.
-Vedi quanta virtù l’ha fatto degno
-di reverenza; e cominciò da l’ora
-che Pallante morì per darli regno.
-Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora
-per trecento anni e oltre, infino al fine
-che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.
-E sai ch’el fé dal mal de le Sabine
-al dolor di Lucrezia in sette regi,
-vincendo intorno le genti vicine.
-Sai quel ch’el fé portato da li egregi
-Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,
-incontro a li altri principi e collegi;
-onde Torquato e Quinzio, che dal cirro
-negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi
-ebber la fama che volontier mirro.
-Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi
-che di retro ad Anibale passaro
-l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.
-Sott’ esso giovanetti trïunfaro
-Scipïone e Pompeo; e a quel colle
-sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.
-Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle
-redur lo mondo a suo modo sereno,
-Cesare per voler di Roma il tolle.
-E quel che fé da Varo infino a Reno,
-Isara vide ed Era e vide Senna
-e ogne valle onde Rodano è pieno.
-Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna
-e saltò Rubicon, fu di tal volo,
-che nol seguiteria lingua né penna.
-Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo,
-poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse
-sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.
-Antandro e Simeonta, onde si mosse,
-rivide e là dov’ Ettore si cuba;
-e mal per Tolomeo poscia si scosse.
-Da indi scese folgorando a Iuba;
-onde si volse nel vostro occidente,
-ove sentia la pompeana tuba.
-Di quel che fé col baiulo seguente,
-Bruto con Cassio ne l’inferno latra,
-e Modena e Perugia fu dolente.
-Piangene ancor la trista Cleopatra,
-che, fuggendoli innanzi, dal colubro
-la morte prese subitana e atra.
-Con costui corse infino al lito rubro;
-con costui puose il mondo in tanta pace,
-che fu serrato a Giano il suo delubro.
-Ma ciò che ’l segno che parlar mi face
-fatto avea prima e poi era fatturo
-per lo regno mortal ch’a lui soggiace,
-diventa in apparenza poco e scuro,
-se in mano al terzo Cesare si mira
-con occhio chiaro e con affetto puro;
-ché la viva giustizia che mi spira,
-li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,
-gloria di far vendetta a la sua ira.
-Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco:
-poscia con Tito a far vendetta corse
-de la vendetta del peccato antico.
-E quando il dente longobardo morse
-la Santa Chiesa, sotto le sue ali
-Carlo Magno, vincendo, la soccorse.
-Omai puoi giudicar di quei cotali
-ch’io accusai di sopra e di lor falli,
-che son cagion di tutti vostri mali.
-L’uno al pubblico segno i gigli gialli
-oppone, e l’altro appropria quello a parte,
-sì ch’è forte a veder chi più si falli.
-Faccian li Ghibellin, faccian lor arte
-sott’ altro segno, ché mal segue quello
-sempre chi la giustizia e lui diparte;
-e non l’abbatta esto Carlo novello
-coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli
-ch’a più alto leon trasser lo vello.
-Molte fïate già pianser li figli
-per la colpa del padre, e non si creda
-che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!
-Questa picciola stella si correda
-d’i buoni spirti che son stati attivi
-perché onore e fama li succeda:
-e quando li disiri poggian quivi,
-sì disvïando, pur convien che i raggi
-del vero amore in sù poggin men vivi.
-Ma nel commensurar d’i nostri gaggi
-col merto è parte di nostra letizia,
-perché non li vedem minor né maggi.
-Quindi addolcisce la viva giustizia
-in noi l’affetto sì, che non si puote
-torcer già mai ad alcuna nequizia.
-Diverse voci fanno dolci note;
-così diversi scanni in nostra vita
-rendon dolce armonia tra queste rote.
-E dentro a la presente margarita
-luce la luce di Romeo, di cui
-fu l’ovra grande e bella mal gradita.
-Ma i Provenzai che fecer contra lui
-non hanno riso; e però mal cammina
-qual si fa danno del ben fare altrui.
-Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,
-Ramondo Beringhiere, e ciò li fece
-Romeo, persona umìle e peregrina.
-E poi il mosser le parole biece
-a dimandar ragione a questo giusto,
-che li assegnò sette e cinque per diece,
-indi partissi povero e vetusto;
-e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe
-mendicando sua vita a frusto a frusto,
-assai lo loda, e più lo loderebbe».
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-7
+++ /dev/null
@@ -1,148 +0,0 @@
-«Osanna, sanctus Deus sabaòth,
-superillustrans claritate tua
-felices ignes horum malacòth!».
-Così, volgendosi a la nota sua,
-fu viso a me cantare essa sustanza,
-sopra la qual doppio lume s’addua;
-ed essa e l’altre mossero a sua danza,
-e quasi velocissime faville
-mi si velar di sùbita distanza.
-Io dubitava e dicea ‘Dille, dille!’
-fra me, ‘dille’ dicea, ‘a la mia donna
-che mi diseta con le dolci stille’.
-Ma quella reverenza che s’indonna
-di tutto me, pur per Be e per ice,
-mi richinava come l’uom ch’assonna.
-Poco sofferse me cotal Beatrice
-e cominciò, raggiandomi d’un riso
-tal, che nel foco faria l’uom felice:
-«Secondo mio infallibile avviso,
-come giusta vendetta giustamente
-punita fosse, t’ha in pensier miso;
-ma io ti solverò tosto la mente;
-e tu ascolta, ché le mie parole
-di gran sentenza ti faran presente.
-Per non soffrire a la virtù che vole
-freno a suo prode, quell’ uom che non nacque,
-dannando sé, dannò tutta sua prole;
-onde l’umana specie inferma giacque
-giù per secoli molti in grande errore,
-fin ch’al Verbo di Dio discender piacque
-u’ la natura, che dal suo fattore
-s’era allungata, unì a sé in persona
-con l’atto sol del suo etterno amore.
-Or drizza il viso a quel ch’or si ragiona:
-questa natura al suo fattore unita,
-qual fu creata, fu sincera e buona;
-ma per sé stessa pur fu ella sbandita
-di paradiso, però che si torse
-da via di verità e da sua vita.
-La pena dunque che la croce porse
-s’a la natura assunta si misura,
-nulla già mai sì giustamente morse;
-e così nulla fu di tanta ingiura,
-guardando a la persona che sofferse,
-in che era contratta tal natura.
-Però d’un atto uscir cose diverse:
-ch’a Dio e a’ Giudei piacque una morte;
-per lei tremò la terra e ’l ciel s’aperse.
-Non ti dee oramai parer più forte,
-quando si dice che giusta vendetta
-poscia vengiata fu da giusta corte.
-Ma io veggi’ or la tua mente ristretta
-di pensiero in pensier dentro ad un nodo,
-del qual con gran disio solver s’aspetta.
-Tu dici: “Ben discerno ciò ch’i’ odo;
-ma perché Dio volesse, m’è occulto,
-a nostra redenzion pur questo modo”.
-Questo decreto, frate, sta sepulto
-a li occhi di ciascuno il cui ingegno
-ne la fiamma d’amor non è adulto.
-Veramente, però ch’a questo segno
-molto si mira e poco si discerne,
-dirò perché tal modo fu più degno.
-La divina bontà, che da sé sperne
-ogne livore, ardendo in sé, sfavilla
-sì che dispiega le bellezze etterne.
-Ciò che da lei sanza mezzo distilla
-non ha poi fine, perché non si move
-la sua imprenta quand’ ella sigilla.
-Ciò che da essa sanza mezzo piove
-libero è tutto, perché non soggiace
-a la virtute de le cose nove.
-Più l’è conforme, e però più le piace;
-ché l’ardor santo ch’ogne cosa raggia,
-ne la più somigliante è più vivace.
-Di tutte queste dote s’avvantaggia
-l’umana creatura, e s’una manca,
-di sua nobilità convien che caggia.
-Solo il peccato è quel che la disfranca
-e falla dissimìle al sommo bene,
-per che del lume suo poco s’imbianca;
-e in sua dignità mai non rivene,
-se non rïempie, dove colpa vòta,
-contra mal dilettar con giuste pene.
-Vostra natura, quando peccò tota
-nel seme suo, da queste dignitadi,
-come di paradiso, fu remota;
-né ricovrar potiensi, se tu badi
-ben sottilmente, per alcuna via,
-sanza passar per un di questi guadi:
-o che Dio solo per sua cortesia
-dimesso avesse, o che l’uom per sé isso
-avesse sodisfatto a sua follia.
-Ficca mo l’occhio per entro l’abisso
-de l’etterno consiglio, quanto puoi
-al mio parlar distrettamente fisso.
-Non potea l’uomo ne’ termini suoi
-mai sodisfar, per non potere ir giuso
-con umiltate obedïendo poi,
-quanto disobediendo intese ir suso;
-e questa è la cagion per che l’uom fue
-da poter sodisfar per sé dischiuso.
-Dunque a Dio convenia con le vie sue
-riparar l’omo a sua intera vita,
-dico con l’una, o ver con amendue.
-Ma perché l’ovra tanto è più gradita
-da l’operante, quanto più appresenta
-de la bontà del core ond’ ell’ è uscita,
-la divina bontà che ’l mondo imprenta,
-di proceder per tutte le sue vie,
-a rilevarvi suso, fu contenta.
-Né tra l’ultima notte e ’l primo die
-sì alto o sì magnifico processo,
-o per l’una o per l’altra, fu o fie:
-ché più largo fu Dio a dar sé stesso
-per far l’uom sufficiente a rilevarsi,
-che s’elli avesse sol da sé dimesso;
-e tutti li altri modi erano scarsi
-a la giustizia, se ’l Figliuol di Dio
-non fosse umilïato ad incarnarsi.
-Or per empierti bene ogne disio,
-ritorno a dichiararti in alcun loco,
-perché tu veggi lì così com’ io.
-Tu dici: “Io veggio l’acqua, io veggio il foco,
-l’aere e la terra e tutte lor misture
-venire a corruzione, e durar poco;
-e queste cose pur furon creature;
-per che, se ciò ch’è detto è stato vero,
-esser dovrien da corruzion sicure”.
-Li angeli, frate, e ’l paese sincero
-nel qual tu se’, dir si posson creati,
-sì come sono, in loro essere intero;
-ma li alimenti che tu hai nomati
-e quelle cose che di lor si fanno
-da creata virtù sono informati.
-Creata fu la materia ch’elli hanno;
-creata fu la virtù informante
-in queste stelle che ’ntorno a lor vanno.
-L’anima d’ogne bruto e de le piante
-di complession potenzïata tira
-lo raggio e ’l moto de le luci sante;
-ma vostra vita sanza mezzo spira
-la somma beninanza, e la innamora
-di sé sì che poi sempre la disira.
-E quinci puoi argomentare ancora
-vostra resurrezion, se tu ripensi
-come l’umana carne fessi allora
-che li primi parenti intrambo fensi».
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-8
+++ /dev/null
@@ -1,148 +0,0 @@
-Solea creder lo mondo in suo periclo
-che la bella Ciprigna il folle amore
-raggiasse, volta nel terzo epiciclo;
-per che non pur a lei faceano onore
-di sacrificio e di votivo grido
-le genti antiche ne l’antico errore;
-ma Dïone onoravano e Cupido,
-quella per madre sua, questo per figlio,
-e dicean ch’el sedette in grembo a Dido;
-e da costei ond’ io principio piglio
-pigliavano il vocabol de la stella
-che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.
-Io non m’accorsi del salire in ella;
-ma d’esservi entro mi fé assai fede
-la donna mia ch’i’ vidi far più bella.
-E come in fiamma favilla si vede,
-e come in voce voce si discerne,
-quand’ una è ferma e altra va e riede,
-vid’ io in essa luce altre lucerne
-muoversi in giro più e men correnti,
-al modo, credo, di lor viste interne.
-Di fredda nube non disceser venti,
-o visibili o no, tanto festini,
-che non paressero impediti e lenti
-a chi avesse quei lumi divini
-veduti a noi venir, lasciando il giro
-pria cominciato in li alti Serafini;
-e dentro a quei che più innanzi appariro
-sonava ‘Osanna’ sì, che unque poi
-di rïudir non fui sanza disiro.
-Indi si fece l’un più presso a noi
-e solo incominciò: «Tutti sem presti
-al tuo piacer, perché di noi ti gioi.
-Noi ci volgiam coi principi celesti
-d’un giro e d’un girare e d’una sete,
-ai quali tu del mondo già dicesti:
-‘Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’;
-e sem sì pien d’amor, che, per piacerti,
-non fia men dolce un poco di quïete».
-Poscia che li occhi miei si fuoro offerti
-a la mia donna reverenti, ed essa
-fatti li avea di sé contenti e certi,
-rivolsersi a la luce che promessa
-tanto s’avea, e «Deh, chi siete?» fue
-la voce mia di grande affetto impressa.
-E quanta e quale vid’ io lei far piùe
-per allegrezza nova che s’accrebbe,
-quando parlai, a l’allegrezze sue!
-Così fatta, mi disse: «Il mondo m’ebbe
-giù poco tempo; e se più fosse stato,
-molto sarà di mal, che non sarebbe.
-La mia letizia mi ti tien celato
-che mi raggia dintorno e mi nasconde
-quasi animal di sua seta fasciato.
-Assai m’amasti, e avesti ben onde;
-che s’io fossi giù stato, io ti mostrava
-di mio amor più oltre che le fronde.
-Quella sinistra riva che si lava
-di Rodano poi ch’è misto con Sorga,
-per suo segnore a tempo m’aspettava,
-e quel corno d’Ausonia che s’imborga
-di Bari e di Gaeta e di Catona,
-da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
-Fulgeami già in fronte la corona
-di quella terra che ’l Danubio riga
-poi che le ripe tedesche abbandona.
-E la bella Trinacria, che caliga
-tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo
-che riceve da Euro maggior briga,
-non per Tifeo ma per nascente solfo,
-attesi avrebbe li suoi regi ancora,
-nati per me di Carlo e di Ridolfo,
-se mala segnoria, che sempre accora
-li popoli suggetti, non avesse
-mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”.
-E se mio frate questo antivedesse,
-l’avara povertà di Catalogna
-già fuggeria, perché non li offendesse;
-ché veramente proveder bisogna
-per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca
-carcata più d’incarco non si pogna.
-La sua natura, che di larga parca
-discese, avria mestier di tal milizia
-che non curasse di mettere in arca».
-«Però ch’i’ credo che l’alta letizia
-che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio,
-là ’ve ogne ben si termina e s’inizia,
-per te si veggia come la vegg’ io,
-grata m’è più; e anco quest’ ho caro
-perché ’l discerni rimirando in Dio.
-Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro,
-poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso
-com’ esser può, di dolce seme, amaro».
-Questo io a lui; ed elli a me: «S’io posso
-mostrarti un vero, a quel che tu dimandi
-terrai lo viso come tien lo dosso.
-Lo ben che tutto il regno che tu scandi
-volge e contenta, fa esser virtute
-sua provedenza in questi corpi grandi.
-E non pur le nature provedute
-sono in la mente ch’è da sé perfetta,
-ma esse insieme con la lor salute:
-per che quantunque quest’ arco saetta
-disposto cade a proveduto fine,
-sì come cosa in suo segno diretta.
-Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine
-producerebbe sì li suoi effetti,
-che non sarebbero arti, ma ruine;
-e ciò esser non può, se li ’ntelletti
-che muovon queste stelle non son manchi,
-e manco il primo, che non li ha perfetti.
-Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?».
-E io: «Non già; ché impossibil veggio
-che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi».
-Ond’ elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio
-per l’omo in terra, se non fosse cive?».
-«Sì», rispuos’ io; «e qui ragion non cheggio».
-«E puot’ elli esser, se giù non si vive
-diversamente per diversi offici?
-Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive».
-Sì venne deducendo infino a quici;
-poscia conchiuse: «Dunque esser diverse
-convien di vostri effetti le radici:
-per ch’un nasce Solone e altro Serse,
-altro Melchisedèch e altro quello
-che, volando per l’aere, il figlio perse.
-La circular natura, ch’è suggello
-a la cera mortal, fa ben sua arte,
-ma non distingue l’un da l’altro ostello.
-Quinci addivien ch’Esaù si diparte
-per seme da Iacòb; e vien Quirino
-da sì vil padre, che si rende a Marte.
-Natura generata il suo cammino
-simil farebbe sempre a’ generanti,
-se non vincesse il proveder divino.
-Or quel che t’era dietro t’è davanti:
-ma perché sappi che di te mi giova,
-un corollario voglio che t’ammanti.
-Sempre natura, se fortuna trova
-discorde a sé, com’ ogne altra semente
-fuor di sua regïon, fa mala prova.
-E se ’l mondo là giù ponesse mente
-al fondamento che natura pone,
-seguendo lui, avria buona la gente.
-Ma voi torcete a la religïone
-tal che fia nato a cignersi la spada,
-e fate re di tal ch’è da sermone;
-onde la traccia vostra è fuor di strada».
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--- a/comedy-plaintext/paradiso-txt.d/paradiso-9
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@@ -1,142 +0,0 @@
-Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,
-m’ebbe chiarito, mi narrò li ’nganni
-che ricever dovea la sua semenza;
-ma disse: «Taci e lascia muover li anni»;
-sì ch’io non posso dir se non che pianto
-giusto verrà di retro ai vostri danni.
-E già la vita di quel lume santo
-rivolta s’era al Sol che la rïempie
-come quel ben ch’a ogne cosa è tanto.
-Ahi anime ingannate e fatture empie,
-che da sì fatto ben torcete i cuori,
-drizzando in vanità le vostre tempie!
-Ed ecco un altro di quelli splendori
-ver’ me si fece, e ’l suo voler piacermi
-significava nel chiarir di fori.
-Li occhi di Bëatrice, ch’eran fermi
-sovra me, come pria, di caro assenso
-al mio disio certificato fermi.
-«Deh, metti al mio voler tosto compenso,
-beato spirto», dissi, «e fammi prova
-ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!».
-Onde la luce che m’era ancor nova,
-del suo profondo, ond’ ella pria cantava,
-seguette come a cui di ben far giova:
-«In quella parte de la terra prava
-italica che siede tra Rïalto
-e le fontane di Brenta e di Piava,
-si leva un colle, e non surge molt’ alto,
-là onde scese già una facella
-che fece a la contrada un grande assalto.
-D’una radice nacqui e io ed ella:
-Cunizza fui chiamata, e qui refulgo
-perché mi vinse il lume d’esta stella;
-ma lietamente a me medesma indulgo
-la cagion di mia sorte, e non mi noia;
-che parria forse forte al vostro vulgo.
-Di questa luculenta e cara gioia
-del nostro cielo che più m’è propinqua,
-grande fama rimase; e pria che moia,
-questo centesimo anno ancor s’incinqua:
-vedi se far si dee l’omo eccellente,
-sì ch’altra vita la prima relinqua.
-E ciò non pensa la turba presente
-che Tagliamento e Adice richiude,
-né per esser battuta ancor si pente;
-ma tosto fia che Padova al palude
-cangerà l’acqua che Vincenza bagna,
-per essere al dover le genti crude;
-e dove Sile e Cagnan s’accompagna,
-tal signoreggia e va con la testa alta,
-che già per lui carpir si fa la ragna.
-Piangerà Feltro ancora la difalta
-de l’empio suo pastor, che sarà sconcia
-sì, che per simil non s’entrò in malta.
-Troppo sarebbe larga la bigoncia
-che ricevesse il sangue ferrarese,
-e stanco chi ’l pesasse a oncia a oncia,
-che donerà questo prete cortese
-per mostrarsi di parte; e cotai doni
-conformi fieno al viver del paese.
-Sù sono specchi, voi dicete Troni,
-onde refulge a noi Dio giudicante;
-sì che questi parlar ne paion buoni».
-Qui si tacette; e fecemi sembiante
-che fosse ad altro volta, per la rota
-in che si mise com’ era davante.
-L’altra letizia, che m’era già nota
-per cara cosa, mi si fece in vista
-qual fin balasso in che lo sol percuota.
-Per letiziar là sù fulgor s’acquista,
-sì come riso qui; ma giù s’abbuia
-l’ombra di fuor, come la mente è trista.
-«Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia»,
-diss’ io, «beato spirto, sì che nulla
-voglia di sé a te puot’ esser fuia.
-Dunque la voce tua, che ’l ciel trastulla
-sempre col canto di quei fuochi pii
-che di sei ali facen la coculla,
-perché non satisface a’ miei disii?
-Già non attendere’ io tua dimanda,
-s’io m’intuassi, come tu t’inmii».
-«La maggior valle in che l’acqua si spanda»,
-incominciaro allor le sue parole,
-«fuor di quel mar che la terra inghirlanda,
-tra ’ discordanti liti contra ’l sole
-tanto sen va, che fa meridïano
-là dove l’orizzonte pria far suole.
-Di quella valle fu’ io litorano
-tra Ebro e Macra, che per cammin corto
-parte lo Genovese dal Toscano.
-Ad un occaso quasi e ad un orto
-Buggea siede e la terra ond’ io fui,
-che fé del sangue suo già caldo il porto.
-Folco mi disse quella gente a cui
-fu noto il nome mio; e questo cielo
-di me s’imprenta, com’ io fe’ di lui;
-ché più non arse la figlia di Belo,
-noiando e a Sicheo e a Creusa,
-di me, infin che si convenne al pelo;
-né quella Rodopëa che delusa
-fu da Demofoonte, né Alcide
-quando Iole nel core ebbe rinchiusa.
-Non però qui si pente, ma si ride,
-non de la colpa, ch’a mente non torna,
-ma del valor ch’ordinò e provide.
-Qui si rimira ne l’arte ch’addorna
-cotanto affetto, e discernesi ’l bene
-per che ’l mondo di sù quel di giù torna.
-Ma perché tutte le tue voglie piene
-ten porti che son nate in questa spera,
-proceder ancor oltre mi convene.
-Tu vuo’ saper chi è in questa lumera
-che qui appresso me così scintilla
-come raggio di sole in acqua mera.
-Or sappi che là entro si tranquilla
-Raab; e a nostr’ ordine congiunta,
-di lei nel sommo grado si sigilla.
-Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta
-che ’l vostro mondo face, pria ch’altr’ alma
-del trïunfo di Cristo fu assunta.
-Ben si convenne lei lasciar per palma
-in alcun cielo de l’alta vittoria
-che s’acquistò con l’una e l’altra palma,
-perch’ ella favorò la prima gloria
-di Iosüè in su la Terra Santa,
-che poco tocca al papa la memoria.
-La tua città, che di colui è pianta
-che pria volse le spalle al suo fattore
-e di cui è la ’nvidia tanto pianta,
-produce e spande il maladetto fiore
-c’ha disvïate le pecore e li agni,
-però che fatto ha lupo del pastore.
-Per questo l’Evangelio e i dottor magni
-son derelitti, e solo ai Decretali
-si studia, sì che pare a’ lor vivagni.
-A questo intende il papa e ’ cardinali;
-non vanno i lor pensieri a Nazarette,
-là dove Gabrïello aperse l’ali.
-Ma Vaticano e l’altre parti elette
-di Roma che son state cimitero
-a la milizia che Pietro seguette,
-tosto libere fien de l’avoltero».
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@@ -1,136 +0,0 @@
-Per correr miglior acque alza le vele
-omai la navicella del mio ingegno,
-che lascia dietro a sé mar sì crudele;
-e canterò di quel secondo regno
-dove l’umano spirito si purga
-e di salire al ciel diventa degno.
-Ma qui la morta poesì resurga,
-o sante Muse, poi che vostro sono;
-e qui Calïopè alquanto surga,
-seguitando il mio canto con quel suono
-di cui le Piche misere sentiro
-lo colpo tal, che disperar perdono.
-Dolce color d’orïental zaffiro,
-che s’accoglieva nel sereno aspetto
-del mezzo, puro infino al primo giro,
-a li occhi miei ricominciò diletto,
-tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta
-che m’avea contristati li occhi e ’l petto.
-Lo bel pianeto che d’amar conforta
-faceva tutto rider l’orïente,
-velando i Pesci ch’erano in sua scorta.
-I’ mi volsi a man destra, e puosi mente
-a l’altro polo, e vidi quattro stelle
-non viste mai fuor ch’a la prima gente.
-Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:
-oh settentrïonal vedovo sito,
-poi che privato se’ di mirar quelle!
-Com’ io da loro sguardo fui partito,
-un poco me volgendo a l’altro polo,
-là onde ’l Carro già era sparito,
-vidi presso di me un veglio solo,
-degno di tanta reverenza in vista,
-che più non dee a padre alcun figliuolo.
-Lunga la barba e di pel bianco mista
-portava, a’ suoi capelli simigliante,
-de’ quai cadeva al petto doppia lista.
-Li raggi de le quattro luci sante
-fregiavan sì la sua faccia di lume,
-ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.
-«Chi siete voi che contro al cieco fiume
-fuggita avete la pregione etterna?»,
-diss’ el, movendo quelle oneste piume.
-«Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,
-uscendo fuor de la profonda notte
-che sempre nera fa la valle inferna?
-Son le leggi d’abisso così rotte?
-o è mutato in ciel novo consiglio,
-che, dannati, venite a le mie grotte?».
-Lo duca mio allor mi diè di piglio,
-e con parole e con mani e con cenni
-reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.
-Poscia rispuose lui: «Da me non venni:
-donna scese del ciel, per li cui prieghi
-de la mia compagnia costui sovvenni.
-Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi
-di nostra condizion com’ ell’ è vera,
-esser non puote il mio che a te si nieghi.
-Questi non vide mai l’ultima sera;
-ma per la sua follia le fu sì presso,
-che molto poco tempo a volger era.
-Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso
-per lui campare; e non lì era altra via
-che questa per la quale i’ mi son messo.
-Mostrata ho lui tutta la gente ria;
-e ora intendo mostrar quelli spirti
-che purgan sé sotto la tua balìa.
-Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti;
-de l’alto scende virtù che m’aiuta
-conducerlo a vederti e a udirti.
-Or ti piaccia gradir la sua venuta:
-libertà va cercando, ch’è sì cara,
-come sa chi per lei vita rifiuta.
-Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara
-in Utica la morte, ove lasciasti
-la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.
-Non son li editti etterni per noi guasti,
-ché questi vive e Minòs me non lega;
-ma son del cerchio ove son li occhi casti
-di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,
-o santo petto, che per tua la tegni:
-per lo suo amore adunque a noi ti piega.
-Lasciane andar per li tuoi sette regni;
-grazie riporterò di te a lei,
-se d’ esser mentovato là giù degni».
-«Marzïa piacque tanto a li occhi miei
-mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora,
-«che quante grazie volse da me, fei.
-Or che di là dal mal fiume dimora,
-più muover non mi può, per quella legge
-che fatta fu quando me n’usci’ fora.
-Ma se donna del ciel ti muove e regge,
-come tu di’ , non c’è mestier lusinghe:
-bastisi ben che per lei mi richegge.
-Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
-d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,
-sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;
-ché non si converria, l’occhio sorpriso
-d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo
-ministro, ch’è di quei di paradiso.
-Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
-là giù colà dove la batte l’onda,
-porta di giunchi sovra ’l molle limo;
-null’ altra pianta che facesse fronda
-o indurasse, vi puote aver vita,
-però ch’a le percosse non seconda.
-Poscia non sia di qua vostra reddita;
-lo sol vi mosterrà, che surge omai,
-prendere il monte a più lieve salita».
-Così sparì; e io sù mi levai
-sanza parlare, e tutto mi ritrassi
-al duca mio, e li occhi a lui drizzai.
-El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:
-volgianci in dietro, ché di qua dichina
-questa pianura a’ suoi termini bassi».
-L’alba vinceva l’ora mattutina
-che fuggia innanzi, sì che di lontano
-conobbi il tremolar de la marina.
-Noi andavam per lo solingo piano
-com’ om che torna a la perduta strada,
-che ’nfino ad essa li pare ire in vano.
-Quando noi fummo là ’ve la rugiada
-pugna col sole, per essere in parte
-dove, ad orezza, poco si dirada,
-ambo le mani in su l’erbetta sparte
-soavemente ’l mio maestro pose:
-ond’ io, che fui accorto di sua arte,
-porsi ver’ lui le guance lacrimose;
-ivi mi fece tutto discoverto
-quel color che l’ inferno mi nascose.
-Venimmo poi in sul lito diserto,
-che mai non vide navicar sue acque
-omo, che di tornar sia poscia esperto.
-Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque:
-oh maraviglia! ché qual elli scelse
-l’umile pianta, cotal si rinacque
-subitamente là onde l’avelse.
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@@ -1,139 +0,0 @@
-Poi fummo dentro al soglio de la porta
-che ’l mal amor de l’anime disusa,
-perché fa parer dritta la via torta,
-sonando la senti’ esser richiusa;
-e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,
-qual fora stata al fallo degna scusa?
-Noi salavam per una pietra fessa,
-che si moveva e d’una e d’altra parte,
-sì come l’onda che fugge e s’appressa.
-«Qui si conviene usare un poco d’arte»,
-cominciò ’l duca mio, «in accostarsi
-or quinci, or quindi al lato che si parte».
-E questo fece i nostri passi scarsi,
-tanto che pria lo scemo de la luna
-rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
-che noi fossimo fuor di quella cruna;
-ma quando fummo liberi e aperti
-sù dove il monte in dietro si rauna,
-io stancato e amendue incerti
-di nostra via, restammo in su un piano
-solingo più che strade per diserti.
-Da la sua sponda, ove confina il vano,
-al piè de l’alta ripa che pur sale,
-misurrebbe in tre volte un corpo umano;
-e quanto l’occhio mio potea trar d’ale,
-or dal sinistro e or dal destro fianco,
-questa cornice mi parea cotale.
-Là sù non eran mossi i piè nostri anco,
-quand’ io conobbi quella ripa intorno
-che dritto di salita aveva manco,
-esser di marmo candido e addorno
-d’intagli sì, che non pur Policleto,
-ma la natura lì avrebbe scorno.
-L’angel che venne in terra col decreto
-de la molt’ anni lagrimata pace,
-ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,
-dinanzi a noi pareva sì verace
-quivi intagliato in un atto soave,
-che non sembiava imagine che tace.
-Giurato si saria ch’el dicesse ‘ Ave!’ ;
-perché iv’ era imaginata quella
-ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;
-e avea in atto impressa esta favella
-‘Ecce ancilla Deï’ , propriamente
-come figura in cera si suggella.
-«Non tener pur ad un loco la mente»,
-disse ’l dolce maestro, che m’avea
-da quella parte onde ’l cuore ha la gente.
-Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea
-di retro da Maria, da quella costa
-onde m’era colui che mi movea,
-un’altra storia ne la roccia imposta;
-per ch’ io varcai Virgilio, e fe’mi presso,
-acciò che fosse a li occhi miei disposta.
-Era intagliato lì nel marmo stesso
-lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa,
-per che si teme officio non commesso.
-Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
-partita in sette cori, a’ due mie’ sensi
-faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’.
-Similemente al fummo de li ’ncensi
-che v’era imaginato, li occhi e ’l naso
-e al sì e al no discordi fensi.
-Lì precedeva al benedetto vaso,
-trescando alzato, l’umile salmista,
-e più e men che re era in quel caso.
-Di contra, effigïata ad una vista
-d’un gran palazzo, Micòl ammirava
-sì come donna dispettosa e trista.
-I’ mossi i piè del loco dov’ io stava,
-per avvisar da presso un’altra istoria,
-che di dietro a Micòl mi biancheggiava.
-Quiv’ era storïata l’alta gloria
-del roman principato, il cui valore
-mosse Gregorio a la sua gran vittoria;
-i’ dico di Traiano imperadore;
-e una vedovella li era al freno,
-di lagrime atteggiata e di dolore.
-Intorno a lui parea calcato e pieno
-di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro
-sovr’ essi in vista al vento si movieno.
-La miserella intra tutti costoro
-pareva dir: «Segnor, fammi vendetta
-di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»;
-ed elli a lei rispondere: «Or aspetta
-tanto ch’ i’ torni»; e quella: «Segnor mio»,
-come persona in cui dolor s’affretta,
-«se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io,
-la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene
-a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»;
-ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene
-ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:
-giustizia vuole e pietà mi ritene».
-Colui che mai non vide cosa nova
-produsse esto visibile parlare,
-novello a noi perché qui non si trova.
-Mentr’ io mi dilettava di guardare
-l’imagini di tante umilitadi,
-e per lo fabbro loro a veder care,
-«Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,
-mormorava il poeta, «molte genti:
-questi ne ’nvïeranno a li alti gradi».
-Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti
-per veder novitadi ond’ e’ son vaghi,
-volgendosi ver’ lui non furon lenti.
-Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi
-di buon proponimento per udire
-come Dio vuol che ’l debito si paghi.
-Non attender la forma del martìre:
-pensa la succession; pensa ch’al peggio
-oltre la gran sentenza non può ire.
-Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio
-muovere a noi, non mi sembian persone,
-e non so che, sì nel veder vaneggio».
-Ed elli a me: «La grave condizione
-di lor tormento a terra li rannicchia,
-sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione.
-Ma guarda fiso là, e disviticchia
-col viso quel che vien sotto a quei sassi:
-già scorger puoi come ciascun si picchia».
-O superbi cristian, miseri lassi,
-che, de la vista de la mente infermi,
-fidanza avete ne’ retrosi passi,
-non v’accorgete voi che noi siam vermi
-nati a formar l’angelica farfalla,
-che vola a la giustizia sanza schermi?
-Di che l’animo vostro in alto galla,
-poi siete quasi antomata in difetto,
-sì come vermo in cui formazion falla?
-Come per sostentar solaio o tetto,
-per mensola talvolta una figura
-si vede giugner le ginocchia al petto,
-la qual fa del non ver vera rancura
-nascere ’n chi la vede; così fatti
-vid’ io color, quando puosi ben cura.
-Vero è che più e meno eran contratti
-secondo ch’avien più e meno a dosso;
-e qual più pazïenza avea ne li atti,
-piangendo parea dicer: ‘Più non posso’ .
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--- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-11
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@@ -1,142 +0,0 @@
-«O Padre nostro, che ne’ cieli stai,
-non circunscritto, ma per più amore
-ch’ai primi effetti di là sù tu hai,
-laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore
-da ogni creatura, com’ è degno
-di render grazie al tuo dolce vapore.
-Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,
-ché noi ad essa non potem da noi,
-s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.
-Come del suo voler li angeli tuoi
-fan sacrificio a te, cantando osanna,
-così facciano li uomini de’ suoi.
-Dà oggi a noi la cotidiana manna,
-sanza la qual per questo aspro diserto
-a retro va chi più di gir s’affanna.
-E come noi lo mal ch’avem sofferto
-perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
-benigno, e non guardar lo nostro merto.
-Nostra virtù che di legger s’adona,
-non spermentar con l’antico avversaro,
-ma libera da lui che sì la sprona.
-Quest’ ultima preghiera, segnor caro,
-già non si fa per noi, ché non bisogna,
-ma per color che dietro a noi restaro».
-Così a sé e noi buona ramogna
-quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo,
-simile a quel che tal volta si sogna,
-disparmente angosciate tutte a tondo
-e lasse su per la prima cornice,
-purgando la caligine del mondo.
-Se di là sempre ben per noi si dice,
-di qua che dire e far per lor si puote
-da quei c’hanno al voler buona radice?
-Ben si de’ loro atar lavar le note
-che portar quinci, sì che, mondi e lievi,
-possano uscire a le stellate ruote.
-«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
-tosto, sì che possiate muover l’ala,
-che secondo il disio vostro vi lievi,
-mostrate da qual mano inver’ la scala
-si va più corto; e se c’è più d’un varco,
-quel ne ’nsegnate che men erto cala;
-ché questi che vien meco, per lo ’ncarco
-de la carne d’Adamo onde si veste,
-al montar sù, contra sua voglia, è parco».
-Le lor parole, che rendero a queste
-che dette avea colui cu’ io seguiva,
-non fur da cui venisser manifeste;
-ma fu detto: «A man destra per la riva
-con noi venite, e troverete il passo
-possibile a salir persona viva.
-E s’io non fossi impedito dal sasso
-che la cervice mia superba doma,
-onde portar convienmi il viso basso,
-cotesti, ch’ancor vive e non si noma,
-guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,
-e per farlo pietoso a questa soma.
-Io fui latino e nato d’un gran Tosco:
-Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
-non so se ’l nome suo già mai fu vosco.
-L’antico sangue e l’opere leggiadre
-d’i miei maggior mi fer sì arrogante,
-che, non pensando a la comune madre,
-ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante,
-ch’io ne mori’ , come i Sanesi sanno
-e sallo in Campagnatico ogne fante.
-Io sono Omberto; e non pur a me danno
-superbia fa, ché tutti miei consorti
-ha ella tratti seco nel malanno.
-E qui convien ch’io questo peso porti
-per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
-poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti».
-Ascoltando chinai in giù la faccia;
-e un di lor, non questi che parlava,
-si torse sotto il peso che li ’ mpaccia,
-e videmi e conobbemi e chiamava,
-tenendo li occhi con fatica fisi
-a me che tutto chin con loro andava.
-«Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi,
-l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte
-ch’alluminar chiamata è in Parisi?».
-«Frate», diss’ elli, «più ridon le carte
-che pennelleggia Franco Bolognese;
-l’onore è tutto or suo, e mio in parte.
-Ben non sare’ io stato sì cortese
-mentre ch’io vissi, per lo gran disio
-de l’eccellenza ove mio core intese.
-Di tal superbia qui si paga il fio;
-e ancor non sarei qui, se non fosse
-che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
-Oh vana gloria de l’umane posse!
-com’ poco verde in su la cima dura,
-se non è giunta da l’etati grosse!
-Credette Cimabue ne la pittura
-tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
-sì che la fama di colui è scura:
-così ha tolto l’uno a l’altro Guido
-la gloria de la lingua; e forse è nato
-chi l’uno e l’altro caccerà del nido.
-Non è il mondan romore altro ch’un fiato
-di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,
-e muta nome perché muta lato.
-Che voce avrai tu più, se vecchia scindi
-da te la carne, che se fossi morto
-anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ’dindi’ ,
-pria che passin mill’ anni? ch’ è più corto
-spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia
-al cerchio che più tardi in cielo è torto.
-Colui che del cammin sì poco piglia
-dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
-e ora a pena in Siena sen pispiglia,
-ond’ era sire quando fu distrutta
-la rabbia fiorentina, che superba
-fu a quel tempo sì com’ ora è putta.
-La vostra nominanza è color d’erba,
-che viene e va, e quei la discolora
-per cui ella esce de la terra acerba».
-E io a lui: «Tuo vero dir m’incora
-bona umiltà, e gran tumor m’appiani;
-ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».
-«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;
-ed è qui perché fu presuntüoso
-a recar Siena tutta a le sue mani.
-Ito è così e va, sanza riposo,
-poi che morì; cotal moneta rende
-a sodisfar chi è di là troppo oso».
-E io: «Se quello spirito ch’attende,
-pria che si penta, l’orlo de la vita,
-qua giù dimora e qua sù non ascende,
-se buona orazïon lui non aita,
-prima che passi tempo quanto visse,
-come fu la venuta lui largita?».
-«Quando vivea più glorïoso», disse,
-«liberamente nel Campo di Siena,
-ogne vergogna diposta, s’affisse;
-e lì, per trar l’amico suo di pena
-ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,
-si condusse a tremar per ogne vena.
-Più non dirò, e scuro so che parlo;
-ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini
-faranno sì che tu potrai chiosarlo.
-Quest’ opera li tolse quei confini».
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@@ -1,136 +0,0 @@
-Di pari, come buoi che vanno a giogo,
-m’andava io con quell’ anima carca,
-fin che ’l sofferse il dolce pedagogo.
-Ma quando disse: «Lascia lui e varca;
-ché qui è buono con l’ali e coi remi,
-quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
-dritto sì come andar vuolsi rife’mi
-con la persona, avvegna che i pensieri
-mi rimanessero e chinati e scemi.
-Io m’era mosso, e seguia volontieri
-del mio maestro i passi, e amendue
-già mostravam com’ eravam leggeri;
-ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:
-buon ti sarà, per tranquillar la via,
-veder lo letto de le piante tue».
-Come, perché di lor memoria sia,
-sovra i sepolti le tombe terragne
-portan segnato quel ch’elli eran pria,
-onde lì molte volte si ripiagne
-per la puntura de la rimembranza,
-che solo a’ pïi dà de le calcagne;
-sì vid’ io lì, ma di miglior sembianza
-secondo l’artificio, figurato
-quanto per via di fuor del monte avanza.
-Vedea colui che fu nobil creato
-più ch’altra creatura, giù dal cielo
-folgoreggiando scender, da l’un lato.
-Vedëa Brïareo, fitto dal telo
-celestïal giacer, da l’altra parte,
-grave a la terra per lo mortal gelo.
-Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
-armati ancora, intorno al padre loro,
-mirar le membra d’i Giganti sparte.
-Vedea Nembròt a piè del gran lavoro
-quasi smarrito, e riguardar le genti
-che ‘n Sennaàr con lui superbi fuoro.
-O Nïobè, con che occhi dolenti
-vedea io te segnata in su la strada,
-tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
-O Saùl, come in su la propria spada
-quivi parevi morto in Gelboè,
-che poi non sentì pioggia né rugiada!
-O folle Aragne, sì vedea io te
-già mezza ragna, trista in su li stracci
-de l’opera che mal per te si fé.
-O Roboàm, già non par che minacci
-quivi ’l tuo segno; ma pien di spavento
-nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.
-Mostrava ancor lo duro pavimento
-come Almeon a sua madre fé caro
-parer lo sventurato addornamento.
-Mostrava come i figli si gittaro
-sovra Sennacherìb dentro dal tempio,
-e come, morto lui, quivi il lasciaro.
-Mostrava la ruina e ’l crudo scempio
-che fé Tamiri, quando disse a Ciro:
-«Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».
-Mostrava come in rotta si fuggiro
-li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
-e anche le reliquie del martiro.
-Vedeva Troia in cenere e in caverne;
-o Ilión, come te basso e vile
-mostrava il segno che lì si discerne!
-Qual di pennel fu maestro o di stile
-che ritraesse l’ombre e ’ tratti ch’ivi
-mirar farieno uno ingegno sottile?
-Morti li morti e i vivi parean vivi:
-non vide mei di me chi vide il vero,
-quant’ io calcai, fin che chinato givi.
-Or superbite, e via col viso altero,
-figliuoli d’Eva, e non chinate il volto
-sì che veggiate il vostro mal sentero!
-Più era già per noi del monte vòlto
-e del cammin del sole assai più speso
-che non stimava l’animo non sciolto,
-quando colui che sempre innanzi atteso
-andava, cominciò: «Drizza la testa;
-non è più tempo di gir sì sospeso.
-Vedi colà un angel che s’appresta
-per venir verso noi; vedi che torna
-dal servigio del dì l’ancella sesta.
-Di reverenza il viso e li atti addorna,
-sì che i diletti lo ’nvïarci in suso;
-pensa che questo dì mai non raggiorna!».
-Io era ben del suo ammonir uso
-pur di non perder tempo, sì che ’n quella
-materia non potea parlarmi chiuso.
-A noi venìa la creatura bella,
-biancovestito e ne la faccia quale
-par tremolando mattutina stella.
-Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;
-disse: «Venite: qui son presso i gradi,
-e agevolemente omai si sale.
-A questo invito vegnon molto radi:
-o gente umana, per volar sù nata,
-perché a poco vento così cadi?».
-Menocci ove la roccia era tagliata;
-quivi mi batté l’ali per la fronte;
-poi mi promise sicura l’andata.
-Come a man destra, per salire al monte
-dove siede la chiesa che soggioga
-la ben guidata sopra Rubaconte,
-si rompe del montar l’ardita foga
-per le scalee che si fero ad etade
-ch’era sicuro il quaderno e la doga;
-così s’allenta la ripa che cade
-quivi ben ratta da l’ altro girone;
-ma quinci e quindi l’alta pietra rade.
-Noi volgendo ivi le nostre persone,
-‘Beati pauperes spiritu!‘ voci
-cantaron sì, che nol diria sermone.
-Ahi quanto son diverse quelle foci
-da l’infernali! ché quivi per canti
-s’entra, e là giù per lamenti feroci.
-Già montavam su per li scaglion santi,
-ed esser mi parea troppo più lieve
-che per lo pian non mi parea davanti.
-Ond’ io: «Maestro, dì, qual cosa greve
-levata s’è da me, che nulla quasi
-per me fatica, andando, si riceve?».
-Rispuose: «Quando i P che son rimasi
-ancor nel volto tuo presso che stinti,
-saranno, com’ è l’un, del tutto rasi,
-fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,
-che non pur non fatica sentiranno,
-ma fia diletto loro esser sù pinti».
-Allor fec’ io come color che vanno
-con cosa in capo non da lor saputa,
-se non che ’ cenni altrui sospecciar fanno;
-per che la mano ad accertar s’aiuta,
-e cerca e truova e quello officio adempie
-che non si può fornir per la veduta;
-e con le dita de la destra scempie
-trovai pur sei le lettere che ’ncise
-quel da le chiavi a me sovra le tempie:
-a che guardando, il mio duca sorrise.
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@@ -1,154 +0,0 @@
-Noi eravamo al sommo de la scala,
-dove secondamente si risega
-lo monte che salendo altrui dismala.
-Ivi così una cornice lega
-dintorno il poggio, come la primaia;
-se non che l’arco suo più tosto piega.
-Ombra non lì è né segno che si paia:
-parsi la ripa e parsi la via schietta
-col livido color de la petraia.
-«Se qui per dimandar gente s’aspetta»,
-ragionava il poeta, «io temo forse
-che troppo avrà d’indugio nostra eletta».
-Poi fisamente al sole li occhi porse;
-fece del destro lato a muover centro,
-e la sinistra parte di sé torse.
-«O dolce lume a cui fidanza i’ entro
-per lo novo cammin, tu ne conduci»,
-dicea, «come condur si vuol quinc’ entro.
-Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci;
-s’altra ragione in contrario non ponta,
-esser dien sempre li tuoi raggi duci».
-Quanto di qua per un migliaio si conta,
-tanto di là eravam noi già iti,
-con poco tempo, per la voglia pronta;
-e verso noi volar furon sentiti,
-non però visti, spiriti parlando
-a la mensa d’amor cortesi inviti.
-La prima voce che passò volando
-‘Vinum non habent’ altamente disse,
-e dietro a noi l’andò reïterando.
-E prima che del tutto non si udisse
-per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’
-passò gridando, e anco non s’affisse.
-«Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?».
-E com’ io domandai, ecco la terza
-dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.
-E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza
-la colpa de la invidia, e però sono
-tratte d’amor le corde de la ferza.
-Lo fren vuol esser del contrario suono;
-credo che l’udirai, per mio avviso,
-prima che giunghi al passo del perdono.
-Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso,
-e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
-e ciascun è lungo la grotta assiso».
-Allora più che prima li occhi apersi;
-guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti
-al color de la pietra non diversi.
-E poi che fummo un poco più avanti,
-udia gridar: ‘Maria, òra per noi’:
-gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’.
-Non credo che per terra vada ancoi
-omo sì duro, che non fosse punto
-per compassion di quel ch’i’ vidi poi;
-ché, quando fui sì presso di lor giunto,
-che li atti loro a me venivan certi,
-per li occhi fui di grave dolor munto.
-Di vil ciliccio mi parean coperti,
-e l’un sofferia l’altro con la spalla,
-e tutti da la ripa eran sofferti.
-Così li ciechi a cui la roba falla,
-stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna,
-e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,
-perché ’n altrui pietà tosto si pogna,
-non pur per lo sonar de le parole,
-ma per la vista che non meno agogna.
-E come a li orbi non approda il sole,
-così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora,
-luce del ciel di sé largir non vole;
-ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra
-e cusce sì, come a sparvier selvaggio
-si fa però che queto non dimora.
-A me pareva, andando, fare oltraggio,
-veggendo altrui, non essendo veduto:
-per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio.
-Ben sapev’ ei che volea dir lo muto;
-e però non attese mia dimanda,
-ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».
-Virgilio mi venìa da quella banda
-de la cornice onde cader si puote,
-perché da nulla sponda s’inghirlanda;
-da l’altra parte m’eran le divote
-ombre, che per l’orribile costura
-premevan sì, che bagnavan le gote.
-Volsimi a loro e: «O gente sicura»,
-incominciai, «di veder l’alto lume
-che ’l disio vostro solo ha in sua cura,
-se tosto grazia resolva le schiume
-di vostra coscïenza sì che chiaro
-per essa scenda de la mente il fiume,
-ditemi, ché mi fia grazioso e caro,
-s’anima è qui tra voi che sia latina;
-e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».
-«O frate mio, ciascuna è cittadina
-d’una vera città; ma tu vuo’ dire
-che vivesse in Italia peregrina».
-Questo mi parve per risposta udire
-più innanzi alquanto che là dov’ io stava,
-ond’ io mi feci ancor più là sentire.
-Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava
-in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,
-lo mento a guisa d’orbo in sù levava.
-«Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome,
-se tu se’ quelli che mi rispondesti,
-fammiti conto o per luogo o per nome».
-«Io fui sanese», rispuose, «e con questi
-altri rimendo qui la vita ria,
-lagrimando a colui che sé ne presti.
-Savia non fui, avvegna che Sapìa
-fossi chiamata, e fui de li altrui danni
-più lieta assai che di ventura mia.
-E perché tu non creda ch’io t’inganni,
-odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle,
-già discendendo l’arco d’i miei anni.
-Eran li cittadin miei presso a Colle
-in campo giunti co’ loro avversari,
-e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.
-Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari
-passi di fuga; e veggendo la caccia,
-letizia presi a tutte altre dispari,
-tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,
-gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,
-come fé ’l merlo per poca bonaccia.
-Pace volli con Dio in su lo stremo
-de la mia vita; e ancor non sarebbe
-lo mio dover per penitenza scemo,
-se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe
-Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
-a cui di me per caritate increbbe.
-Ma tu chi se’, che nostre condizioni
-vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
-sì com’ io credo, e spirando ragioni?».
-«Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti,
-ma picciol tempo, ché poca è l’offesa
-fatta per esser con invidia vòlti.
-Troppa è più la paura ond’ è sospesa
-l’anima mia del tormento di sotto,
-che già lo ’ncarco di là giù mi pesa».
-Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto
-qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».
-E io: «Costui ch’è meco e non fa motto.
-E vivo sono; e però mi richiedi,
-spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova
-di là per te ancor li mortai piedi».
-«Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,
-rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami;
-però col priego tuo talor mi giova.
-E cheggioti, per quel che tu più brami,
-se mai calchi la terra di Toscana,
-che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.
-Tu li vedrai tra quella gente vana
-che spera in Talamone, e perderagli
-più di speranza ch’a trovar la Diana;
-ma più vi perderanno li ammiragli».
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--- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-14
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@@ -1,151 +0,0 @@
-«Chi è costui che ’l nostro monte cerchia
-prima che morte li abbia dato il volo,
-e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».
-«Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo;
-domandal tu che più li t’avvicini,
-e dolcemente, sì che parli, acco’lo».
-Così due spirti, l’uno a l’altro chini,
-ragionavan di me ivi a man dritta;
-poi fer li visi, per dirmi, supini;
-e disse l’uno: «O anima che fitta
-nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,
-per carità ne consola e ne ditta
-onde vieni e chi se’; ché tu ne fai
-tanto maravigliar de la tua grazia,
-quanto vuol cosa che non fu più mai».
-E io: «Per mezza Toscana si spazia
-un fiumicel che nasce in Falterona,
-e cento miglia di corso nol sazia.
-Di sovr’ esso rech’ io questa persona:
-dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,
-ché ’l nome mio ancor molto non suona».
-«Se ben lo ’ntendimento tuo accarno
-con lo ’ntelletto», allora mi rispuose
-quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».
-E l’altro disse lui: «Perché nascose
-questi il vocabol di quella riviera,
-pur com’ om fa de l’orribili cose?».
-E l’ombra che di ciò domandata era,
-si sdebitò così: «Non so; ma degno
-ben è che ’l nome di tal valle pèra;
-ché dal principio suo, ov’ è sì pregno
-l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro,
-che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno,
-infin là ’ve si rende per ristoro
-di quel che ’l ciel de la marina asciuga,
-ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro,
-vertù così per nimica si fuga
-da tutti come biscia, o per sventura
-del luogo, o per mal uso che li fruga:
-ond’ hanno sì mutata lor natura
-li abitator de la misera valle,
-che par che Circe li avesse in pastura.
-Tra brutti porci, più degni di galle
-che d’altro cibo fatto in uman uso,
-dirizza prima il suo povero calle.
-Botoli trova poi, venendo giuso,
-ringhiosi più che non chiede lor possa,
-e da lor disdegnosa torce il muso.
-Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa,
-tanto più trova di can farsi lupi
-la maladetta e sventurata fossa.
-Discesa poi per più pelaghi cupi,
-trova le volpi sì piene di froda,
-che non temono ingegno che le occùpi.
-Né lascerò di dir perch’ altri m’oda;
-e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta
-di ciò che vero spirto mi disnoda.
-Io veggio tuo nepote che diventa
-cacciator di quei lupi in su la riva
-del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
-Vende la carne loro essendo viva;
-poscia li ancide come antica belva;
-molti di vita e sé di pregio priva.
-Sanguinoso esce de la trista selva;
-lasciala tal, che di qui a mille anni
-ne lo stato primaio non si rinselva».
-Com’ a l’annunzio di dogliosi danni
-si turba il viso di colui ch’ascolta,
-da qual che parte il periglio l’assanni,
-così vid’ io l’altr’ anima, che volta
-stava a udir, turbarsi e farsi trista,
-poi ch’ebbe la parola a sé raccolta.
-Lo dir de l’una e de l’altra la vista
-mi fer voglioso di saper lor nomi,
-e dimanda ne fei con prieghi mista;
-per che lo spirto che di pria parlòmi
-ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca
-nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.
-Ma da che Dio in te vuol che traluca
-tanto sua grazia, non ti sarò scarso;
-però sappi ch’io fui Guido del Duca.
-Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso,
-che se veduto avesse uom farsi lieto,
-visto m’avresti di livore sparso.
-Di mia semente cotal paglia mieto;
-o gente umana, perché poni ’l core
-là ’v’ è mestier di consorte divieto?
-Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore
-de la casa da Calboli, ove nullo
-fatto s’è reda poi del suo valore.
-E non pur lo suo sangue è fatto brullo,
-tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno,
-del ben richesto al vero e al trastullo;
-ché dentro a questi termini è ripieno
-di venenosi sterpi, sì che tardi
-per coltivare omai verrebber meno.
-Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
-Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
-Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
-Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
-quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
-verga gentil di picciola gramigna?
-Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,
-quando rimembro, con Guido da Prata,
-Ugolin d’Azzo che vivette nosco,
-Federigo Tignoso e sua brigata,
-la casa Traversara e li Anastagi
-(e l’una gente e l’altra è diretata),
-le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi
-che ne ’nvogliava amore e cortesia
-là dove i cuor son fatti sì malvagi.
-O Bretinoro, ché non fuggi via,
-poi che gita se n’è la tua famiglia
-e molta gente per non esser ria?
-Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
-e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
-che di figliar tai conti più s’impiglia.
-Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio
-lor sen girà; ma non però che puro
-già mai rimagna d’essi testimonio.
-O Ugolin de’ Fantolin, sicuro
-è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta
-chi far lo possa, tralignando, scuro.
-Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta
-troppo di pianger più che di parlare,
-sì m’ha nostra ragion la mente stretta».
-Noi sapavam che quell’ anime care
-ci sentivano andar; però, tacendo,
-facëan noi del cammin confidare.
-Poi fummo fatti soli procedendo,
-folgore parve quando l’aere fende,
-voce che giunse di contra dicendo:
-‘Anciderammi qualunque m’apprende’;
-e fuggì come tuon che si dilegua,
-se sùbito la nuvola scoscende.
-Come da lei l’udir nostro ebbe triegua,
-ed ecco l’altra con sì gran fracasso,
-che somigliò tonar che tosto segua:
-«Io sono Aglauro che divenni sasso»;
-e allor, per ristrignermi al poeta,
-in destro feci, e non innanzi, il passo.
-Già era l’aura d’ogne parte queta;
-ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo
-che dovria l’uom tener dentro a sua meta.
-Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo
-de l’antico avversaro a sé vi tira;
-e però poco val freno o richiamo.
-Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira,
-mostrandovi le sue bellezze etterne,
-e l’occhio vostro pur a terra mira;
-onde vi batte chi tutto discerne».
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@@ -1,145 +0,0 @@
-Quanto tra l’ultimar de l’ora terza
-e ’l principio del dì par de la spera
-che sempre a guisa di fanciullo scherza,
-tanto pareva già inver’ la sera
-essere al sol del suo corso rimaso;
-vespero là, e qui mezza notte era.
-E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso,
-perché per noi girato era sì ’l monte,
-che già dritti andavamo inver’ l’occaso,
-quand’ io senti’ a me gravar la fronte
-a lo splendore assai più che di prima,
-e stupor m’eran le cose non conte;
-ond’ io levai le mani inver’ la cima
-de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio,
-che del soverchio visibile lima.
-Come quando da l’acqua o da lo specchio
-salta lo raggio a l’opposita parte,
-salendo su per lo modo parecchio
-a quel che scende, e tanto si diparte
-dal cader de la pietra in igual tratta,
-sì come mostra esperïenza e arte;
-così mi parve da luce rifratta
-quivi dinanzi a me esser percosso;
-per che a fuggir la mia vista fu ratta.
-«Che è quel, dolce padre, a che non posso
-schermar lo viso tanto che mi vaglia»,
-diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?».
-«Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia
-la famiglia del cielo», a me rispuose:
-«messo è che viene ad invitar ch’om saglia.
-Tosto sarà ch’a veder queste cose
-non ti fia grave, ma fieti diletto
-quanto natura a sentir ti dispuose».
-Poi giunti fummo a l’angel benedetto,
-con lieta voce disse: «Intrate quinci
-ad un scaleo vie men che li altri eretto».
-Noi montavam, già partiti di linci,
-e ‘Beati misericordes!’ fue
-cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’.
-Lo mio maestro e io soli amendue
-suso andavamo; e io pensai, andando,
-prode acquistar ne le parole sue;
-e dirizza’mi a lui sì dimandando:
-«Che volse dir lo spirto di Romagna,
-e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?».
-Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna
-conosce il danno; e però non s’ammiri
-se ne riprende perché men si piagna.
-Perché s’appuntano i vostri disiri
-dove per compagnia parte si scema,
-invidia move il mantaco a’ sospiri.
-Ma se l’amor de la spera supprema
-torcesse in suso il disiderio vostro,
-non vi sarebbe al petto quella tema;
-ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’,
-tanto possiede più di ben ciascuno,
-e più di caritate arde in quel chiostro».
-«Io son d’esser contento più digiuno»,
-diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto,
-e più di dubbio ne la mente aduno.
-Com’ esser puote ch’un ben, distributo
-in più posseditor, faccia più ricchi
-di sé che se da pochi è posseduto?».
-Ed elli a me: «Però che tu rificchi
-la mente pur a le cose terrene,
-di vera luce tenebre dispicchi.
-Quello infinito e ineffabil bene
-che là sù è, così corre ad amore
-com’ a lucido corpo raggio vene.
-Tanto si dà quanto trova d’ardore;
-sì che, quantunque carità si stende,
-cresce sovr’ essa l’etterno valore.
-E quanta gente più là sù s’intende,
-più v’è da bene amare, e più vi s’ama,
-e come specchio l’uno a l’altro rende.
-E se la mia ragion non ti disfama,
-vedrai Beatrice, ed ella pienamente
-ti torrà questa e ciascun’ altra brama.
-Procaccia pur che tosto sieno spente,
-come son già le due, le cinque piaghe,
-che si richiudon per esser dolente».
-Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’,
-vidimi giunto in su l’altro girone,
-sì che tacer mi fer le luci vaghe.
-Ivi mi parve in una visïone
-estatica di sùbito esser tratto,
-e vedere in un tempio più persone;
-e una donna, in su l’entrar, con atto
-dolce di madre dicer: «Figliuol mio,
-perché hai tu così verso noi fatto?
-Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
-ti cercavamo». E come qui si tacque,
-ciò che pareva prima, dispario.
-Indi m’apparve un’altra con quell’ acque
-giù per le gote che ’l dolor distilla
-quando di gran dispetto in altrui nacque,
-e dir: «Se tu se’ sire de la villa
-del cui nome ne’ dèi fu tanta lite,
-e onde ogne scïenza disfavilla,
-vendica te di quelle braccia ardite
-ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».
-E ’l segnor mi parea, benigno e mite,
-risponder lei con viso temperato:
-«Che farem noi a chi mal ne disira,
-se quei che ci ama è per noi condannato?»,
-Poi vidi genti accese in foco d’ira
-con pietre un giovinetto ancider, forte
-gridando a sé pur: «Martira, martira!».
-E lui vedea chinarsi, per la morte
-che l’aggravava già, inver’ la terra,
-ma de li occhi facea sempre al ciel porte,
-orando a l’alto Sire, in tanta guerra,
-che perdonasse a’ suoi persecutori,
-con quello aspetto che pietà diserra.
-Quando l’anima mia tornò di fori
-a le cose che son fuor di lei vere,
-io riconobbi i miei non falsi errori.
-Lo duca mio, che mi potea vedere
-far sì com’ om che dal sonno si slega,
-disse: «Che hai che non ti puoi tenere,
-ma se’ venuto più che mezza lega
-velando li occhi e con le gambe avvolte,
-a guisa di cui vino o sonno piega?».
-«O dolce padre mio, se tu m’ascolte,
-io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve
-quando le gambe mi furon sì tolte».
-Ed ei: «Se tu avessi cento larve
-sovra la faccia, non mi sarian chiuse
-le tue cogitazion, quantunque parve.
-Ciò che vedesti fu perché non scuse
-d’aprir lo core a l’acque de la pace
-che da l’etterno fonte son diffuse.
-Non dimandai “Che hai?” per quel che face
-chi guarda pur con l’occhio che non vede,
-quando disanimato il corpo giace;
-ma dimandai per darti forza al piede:
-così frugar conviensi i pigri, lenti
-ad usar lor vigilia quando riede».
-Noi andavam per lo vespero, attenti
-oltre quanto potean li occhi allungarsi
-contra i raggi serotini e lucenti.
-Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
-verso di noi come la notte oscuro;
-né da quello era loco da cansarsi.
-Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.
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-Buio d’inferno e di notte privata
-d’ogne pianeto, sotto pover cielo,
-quant’ esser può di nuvol tenebrata,
-non fece al viso mio sì grosso velo
-come quel fummo ch’ivi ci coperse,
-né a sentir di così aspro pelo,
-che l’occhio stare aperto non sofferse;
-onde la scorta mia saputa e fida
-mi s’accostò e l’omero m’offerse.
-Sì come cieco va dietro a sua guida
-per non smarrirsi e per non dar di cozzo
-in cosa che ’l molesti, o forse ancida,
-m’andava io per l’aere amaro e sozzo,
-ascoltando il mio duca che diceva
-pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».
-Io sentia voci, e ciascuna pareva
-pregar per pace e per misericordia
-l’Agnel di Dio che le peccata leva.
-Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia;
-una parola in tutte era e un modo,
-sì che parea tra esse ogne concordia.
-«Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?»,
-diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,
-e d’iracundia van solvendo il nodo».
-«Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,
-e di noi parli pur come se tue
-partissi ancor lo tempo per calendi?».
-Così per una voce detto fue;
-onde ’l maestro mio disse: «Rispondi,
-e domanda se quinci si va sùe».
-E io: «O creatura che ti mondi
-per tornar bella a colui che ti fece,
-maraviglia udirai, se mi secondi».
-«Io ti seguiterò quanto mi lece»,
-rispuose; «e se veder fummo non lascia,
-l’udir ci terrà giunti in quella vece».
-Allora incominciai: «Con quella fascia
-che la morte dissolve men vo suso,
-e venni qui per l’infernale ambascia.
-E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso,
-tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte
-per modo tutto fuor del moderno uso,
-non mi celar chi fosti anzi la morte,
-ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;
-e tue parole fier le nostre scorte».
-«Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;
-del mondo seppi, e quel valore amai
-al quale ha or ciascun disteso l’arco.
-Per montar sù dirittamente vai».
-Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego
-che per me prieghi quando sù sarai».
-E io a lui: «Per fede mi ti lego
-di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
-dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.
-Prima era scempio, e ora è fatto doppio
-ne la sentenza tua, che mi fa certo
-qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio.
-Lo mondo è ben così tutto diserto
-d’ogne virtute, come tu mi sone,
-e di malizia gravido e coverto;
-ma priego che m’addite la cagione,
-sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;
-ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».
-Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,
-mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,
-lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.
-Voi che vivete ogne cagion recate
-pur suso al cielo, pur come se tutto
-movesse seco di necessitate.
-Se così fosse, in voi fora distrutto
-libero arbitrio, e non fora giustizia
-per ben letizia, e per male aver lutto.
-Lo cielo i vostri movimenti inizia;
-non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,
-lume v’è dato a bene e a malizia,
-e libero voler; che, se fatica
-ne le prime battaglie col ciel dura,
-poi vince tutto, se ben si notrica.
-A maggior forza e a miglior natura
-liberi soggiacete; e quella cria
-la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.
-Però, se ’l mondo presente disvia,
-in voi è la cagione, in voi si cheggia;
-e io te ne sarò or vera spia.
-Esce di mano a lui che la vagheggia
-prima che sia, a guisa di fanciulla
-che piangendo e ridendo pargoleggia,
-l’anima semplicetta che sa nulla,
-salvo che, mossa da lieto fattore,
-volontier torna a ciò che la trastulla.
-Di picciol bene in pria sente sapore;
-quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
-se guida o fren non torce suo amore.
-Onde convenne legge per fren porre;
-convenne rege aver, che discernesse
-de la vera cittade almen la torre.
-Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
-Nullo, però che ’l pastor che procede,
-rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;
-per che la gente, che sua guida vede
-pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta,
-di quel si pasce, e più oltre non chiede.
-Ben puoi veder che la mala condotta
-è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,
-e non natura che ’n voi sia corrotta.
-Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,
-due soli aver, che l’una e l’altra strada
-facean vedere, e del mondo e di Deo.
-L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada
-col pasturale, e l’un con l’altro insieme
-per viva forza mal convien che vada;
-però che, giunti, l’un l’altro non teme:
-se non mi credi, pon mente a la spiga,
-ch’ogn’ erba si conosce per lo seme.
-In sul paese ch’Adice e Po riga,
-solea valore e cortesia trovarsi,
-prima che Federigo avesse briga;
-or può sicuramente indi passarsi
-per qualunque lasciasse, per vergogna
-di ragionar coi buoni o d’appressarsi.
-Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna
-l’antica età la nova, e par lor tardo
-che Dio a miglior vita li ripogna:
-Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo
-e Guido da Castel, che mei si noma,
-francescamente, il semplice Lombardo.
-Dì oggimai che la Chiesa di Roma,
-per confondere in sé due reggimenti,
-cade nel fango, e sé brutta e la soma».
-«O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti;
-e or discerno perché dal retaggio
-li figli di Levì furono essenti.
-Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
-di’ ch’è rimaso de la gente spenta,
-in rimprovèro del secol selvaggio?».
-«O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta»,
-rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,
-par che del buon Gherardo nulla senta.
-Per altro sopranome io nol conosco,
-s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.
-Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.
-Vedi l’albor che per lo fummo raia
-già biancheggiare, e me convien partirmi
-(l’angelo è ivi) prima ch’io li paia».
-Così tornò, e più non volle udirmi.
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@@ -1,139 +0,0 @@
-Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe
-ti colse nebbia per la qual vedessi
-non altrimenti che per pelle talpe,
-come, quando i vapori umidi e spessi
-a diradar cominciansi, la spera
-del sol debilemente entra per essi;
-e fia la tua imagine leggera
-in giugnere a veder com’ io rividi
-lo sole in pria, che già nel corcar era.
-Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi
-del mio maestro, usci’ fuor di tal nube
-ai raggi morti già ne’ bassi lidi.
-O imaginativa che ne rube
-talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge
-perché dintorno suonin mille tube,
-chi move te, se ’l senso non ti porge?
-Moveti lume che nel ciel s’informa,
-per sé o per voler che giù lo scorge.
-De l’empiezza di lei che mutò forma
-ne l’uccel ch’a cantar più si diletta,
-ne l’imagine mia apparve l’orma;
-e qui fu la mia mente sì ristretta
-dentro da sé, che di fuor non venìa
-cosa che fosse allor da lei ricetta.
-Poi piovve dentro a l’alta fantasia
-un crucifisso, dispettoso e fero
-ne la sua vista, e cotal si moria;
-intorno ad esso era il grande Assüero,
-Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo,
-che fu al dire e al far così intero.
-E come questa imagine rompeo
-sé per sé stessa, a guisa d’una bulla
-cui manca l’acqua sotto qual si feo,
-surse in mia visïone una fanciulla
-piangendo forte, e dicea: «O regina,
-perché per ira hai voluto esser nulla?
-Ancisa t’hai per non perder Lavina;
-or m’hai perduta! Io son essa che lutto,
-madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».
-Come si frange il sonno ove di butto
-nova luce percuote il viso chiuso,
-che fratto guizza pria che muoia tutto;
-così l’imaginar mio cadde giuso
-tosto che lume il volto mi percosse,
-maggior assai che quel ch’è in nostro uso.
-I’ mi volgea per veder ov’ io fosse,
-quando una voce disse «Qui si monta»,
-che da ogne altro intento mi rimosse;
-e fece la mia voglia tanto pronta
-di riguardar chi era che parlava,
-che mai non posa, se non si raffronta.
-Ma come al sol che nostra vista grava
-e per soverchio sua figura vela,
-così la mia virtù quivi mancava.
-«Questo è divino spirito, che ne la
-via da ir sù ne drizza sanza prego,
-e col suo lume sé medesmo cela.
-Sì fa con noi, come l’uom si fa sego;
-ché quale aspetta prego e l’uopo vede,
-malignamente già si mette al nego.
-Or accordiamo a tanto invito il piede;
-procacciam di salir pria che s’abbui,
-ché poi non si poria, se ’l dì non riede».
-Così disse il mio duca, e io con lui
-volgemmo i nostri passi ad una scala;
-e tosto ch’io al primo grado fui,
-senti’mi presso quasi un muover d’ala
-e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati
-pacifici, che son sanz’ ira mala!’.
-Già eran sovra noi tanto levati
-li ultimi raggi che la notte segue,
-che le stelle apparivan da più lati.
-‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’,
-fra me stesso dicea, ché mi sentiva
-la possa de le gambe posta in triegue.
-Noi eravam dove più non saliva
-la scala sù, ed eravamo affissi,
-pur come nave ch’a la piaggia arriva.
-E io attesi un poco, s’io udissi
-alcuna cosa nel novo girone;
-poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
-«Dolce mio padre, dì, quale offensione
-si purga qui nel giro dove semo?
-Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».
-Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo
-del suo dover, quiritta si ristora;
-qui si ribatte il mal tardato remo.
-Ma perché più aperto intendi ancora,
-volgi la mente a me, e prenderai
-alcun buon frutto di nostra dimora».
-«Né creator né creatura mai»,
-cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,
-o naturale o d’animo; e tu ’l sai.
-Lo naturale è sempre sanza errore,
-ma l’altro puote errar per malo obietto
-o per troppo o per poco di vigore.
-Mentre ch’elli è nel primo ben diretto,
-e ne’ secondi sé stesso misura,
-esser non può cagion di mal diletto;
-ma quando al mal si torce, o con più cura
-o con men che non dee corre nel bene,
-contra ’l fattore adovra sua fattura.
-Quinci comprender puoi ch’esser convene
-amor sementa in voi d’ogne virtute
-e d’ogne operazion che merta pene.
-Or, perché mai non può da la salute
-amor del suo subietto volger viso,
-da l’odio proprio son le cose tute;
-e perché intender non si può diviso,
-e per sé stante, alcuno esser dal primo,
-da quello odiare ogne effetto è deciso.
-Resta, se dividendo bene stimo,
-che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso
-amor nasce in tre modi in vostro limo.
-È chi, per esser suo vicin soppresso,
-spera eccellenza, e sol per questo brama
-ch’el sia di sua grandezza in basso messo;
-è chi podere, grazia, onore e fama
-teme di perder perch’ altri sormonti,
-onde s’attrista sì che ’l contrario ama;
-ed è chi per ingiuria par ch’aonti,
-sì che si fa de la vendetta ghiotto,
-e tal convien che ’l male altrui impronti.
-Questo triforme amor qua giù di sotto
-si piange: or vo’ che tu de l’altro intende,
-che corre al ben con ordine corrotto.
-Ciascun confusamente un bene apprende
-nel qual si queti l’animo, e disira;
-per che di giugner lui ciascun contende.
-Se lento amore a lui veder vi tira
-o a lui acquistar, questa cornice,
-dopo giusto penter, ve ne martira.
-Altro ben è che non fa l’uom felice;
-non è felicità, non è la buona
-essenza, d’ogne ben frutto e radice.
-L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,
-di sovr’ a noi si piange per tre cerchi;
-ma come tripartito si ragiona,
-tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».
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--- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-18
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@@ -1,145 +0,0 @@
-Posto avea fine al suo ragionamento
-l’alto dottore, e attento guardava
-ne la mia vista s’io parea contento;
-e io, cui nova sete ancor frugava,
-di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse
-lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.
-Ma quel padre verace, che s’accorse
-del timido voler che non s’apriva,
-parlando, di parlare ardir mi porse.
-Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva
-sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro
-quanto la tua ragion parta o descriva.
-Però ti prego, dolce padre caro,
-che mi dimostri amore, a cui reduci
-ogne buono operare e ’l suo contraro».
-«Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci
-de lo ’ntelletto, e fieti manifesto
-l’error de’ ciechi che si fanno duci.
-L’animo, ch’è creato ad amar presto,
-ad ogne cosa è mobile che piace,
-tosto che dal piacere in atto è desto.
-Vostra apprensiva da esser verace
-tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
-sì che l’animo ad essa volger face;
-e se, rivolto, inver’ di lei si piega,
-quel piegare è amor, quell’ è natura
-che per piacer di novo in voi si lega.
-Poi, come ’l foco movesi in altura
-per la sua forma ch’è nata a salire
-là dove più in sua matera dura,
-così l’animo preso entra in disire,
-ch’è moto spiritale, e mai non posa
-fin che la cosa amata il fa gioire.
-Or ti puote apparer quant’ è nascosa
-la veritate a la gente ch’avvera
-ciascun amore in sé laudabil cosa;
-però che forse appar la sua matera
-sempre esser buona, ma non ciascun segno
-è buono, ancor che buona sia la cera».
-«Le tue parole e ’l mio seguace ingegno»,
-rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto,
-ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno;
-ché, s’amore è di fuori a noi offerto
-e l’anima non va con altro piede,
-se dritta o torta va, non è suo merto».
-Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,
-dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta
-pur a Beatrice, ch’è opra di fede.
-Ogne forma sustanzïal, che setta
-è da matera ed è con lei unita,
-specifica vertute ha in sé colletta,
-la qual sanza operar non è sentita,
-né si dimostra mai che per effetto,
-come per verdi fronde in pianta vita.
-Però, là onde vegna lo ’ntelletto
-de le prime notizie, omo non sape,
-e de’ primi appetibili l’affetto,
-che sono in voi sì come studio in ape
-di far lo mele; e questa prima voglia
-merto di lode o di biasmo non cape.
-Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia,
-innata v’è la virtù che consiglia,
-e de l’assenso de’ tener la soglia.
-Quest’ è ’l principio là onde si piglia
-ragion di meritare in voi, secondo
-che buoni e rei amori accoglie e viglia.
-Color che ragionando andaro al fondo,
-s’accorser d’esta innata libertate;
-però moralità lasciaro al mondo.
-Onde, poniam che di necessitate
-surga ogne amor che dentro a voi s’accende,
-di ritenerlo è in voi la podestate.
-La nobile virtù Beatrice intende
-per lo libero arbitrio, e però guarda
-che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende».
-La luna, quasi a mezza notte tarda,
-facea le stelle a noi parer più rade,
-fatta com’ un secchion che tuttor arda;
-e correa contro ’l ciel per quelle strade
-che ’l sole infiamma allor che quel da Roma
-tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade.
-E quell’ ombra gentil per cui si noma
-Pietola più che villa mantoana,
-del mio carcar diposta avea la soma;
-per ch’io, che la ragione aperta e piana
-sovra le mie quistioni avea ricolta,
-stava com’ om che sonnolento vana.
-Ma questa sonnolenza mi fu tolta
-subitamente da gente che dopo
-le nostre spalle a noi era già volta.
-E quale Ismeno già vide e Asopo
-lungo di sè di notte furia e calca,
-pur che i Teban di Bacco avesser uopo,
-cotal per quel giron suo passo falca,
-per quel ch’io vidi di color, venendo,
-cui buon volere e giusto amor cavalca.
-Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo
-si movea tutta quella turba magna;
-e due dinanzi gridavan piangendo:
-«Maria corse con fretta a la montagna;
-e Cesare, per soggiogare Ilerda,
-punse Marsilia e poi corse in Ispagna».
-«Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda
-per poco amor», gridavan li altri appresso,
-«che studio di ben far grazia rinverda».
-«O gente in cui fervore aguto adesso
-ricompie forse negligenza e indugio
-da voi per tepidezza in ben far messo,
-questi che vive, e certo i’ non vi bugio,
-vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca;
-però ne dite ond’ è presso il pertugio».
-Parole furon queste del mio duca;
-e un di quelli spirti disse: «Vieni
-di retro a noi, e troverai la buca.
-Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,
-che restar non potem; però perdona,
-se villania nostra giustizia tieni.
-Io fui abate in San Zeno a Verona
-sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,
-di cui dolente ancor Milan ragiona.
-E tale ha già l’un piè dentro la fossa,
-che tosto piangerà quel monastero,
-e tristo fia d’avere avuta possa;
-perché suo figlio, mal del corpo intero,
-e de la mente peggio, e che mal nacque,
-ha posto in loco di suo pastor vero».
-Io non so se più disse o s’ei si tacque,
-tant’ era già di là da noi trascorso;
-ma questo intesi, e ritener mi piacque.
-E quei che m’era ad ogne uopo soccorso
-disse: «Volgiti qua: vedine due
-venir dando a l’accidïa di morso».
-Di retro a tutti dicean: «Prima fue
-morta la gente a cui il mar s’aperse,
-che vedesse Iordan le rede sue.
-E quella che l’affanno non sofferse
-fino a la fine col figlio d’Anchise,
-sé stessa a vita sanza gloria offerse».
-Poi quando fuor da noi tanto divise
-quell’ ombre, che veder più non potiersi,
-novo pensiero dentro a me si mise,
-del qual più altri nacquero e diversi;
-e tanto d’uno in altro vaneggiai,
-che li occhi per vaghezza ricopersi,
-e ’l pensamento in sogno trasmutai.
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@@ -1,145 +0,0 @@
-Ne l’ora che non può ’l calor dïurno
-intepidar più ’l freddo de la luna,
-vinto da terra, e talor da Saturno
-—quando i geomanti lor Maggior Fortuna
-veggiono in orïente, innanzi a l’alba,
-surger per via che poco le sta bruna—,
-mi venne in sogno una femmina balba,
-ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,
-con le man monche, e di colore scialba.
-Io la mirava; e come ’l sol conforta
-le fredde membra che la notte aggrava,
-così lo sguardo mio le facea scorta
-la lingua, e poscia tutta la drizzava
-in poco d’ora, e lo smarrito volto,
-com’ amor vuol, così le colorava.
-Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto,
-cominciava a cantar sì, che con pena
-da lei avrei mio intento rivolto.
-«Io son», cantava, «io son dolce serena,
-che ’ marinari in mezzo mar dismago;
-tanto son di piacere a sentir piena!
-Io volsi Ulisse del suo cammin vago
-al canto mio; e qual meco s’ausa,
-rado sen parte; sì tutto l’appago!».
-Ancor non era sua bocca richiusa,
-quand’ una donna apparve santa e presta
-lunghesso me per far colei confusa.
-«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,
-fieramente dicea; ed el venìa
-con li occhi fitti pur in quella onesta.
-L’altra prendea, e dinanzi l’apria
-fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre;
-quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.
-Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre
-voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;
-troviam l’aperta per la qual tu entre».
-Sù mi levai, e tutti eran già pieni
-de l’alto dì i giron del sacro monte,
-e andavam col sol novo a le reni.
-Seguendo lui, portava la mia fronte
-come colui che l’ha di pensier carca,
-che fa di sé un mezzo arco di ponte;
-quand’ io udi’ «Venite; qui si varca»
-parlare in modo soave e benigno,
-qual non si sente in questa mortal marca.
-Con l’ali aperte, che parean di cigno,
-volseci in sù colui che sì parlonne
-tra due pareti del duro macigno.
-Mosse le penne poi e ventilonne,
-‘Qui lugent’ affermando esser beati,
-ch’avran di consolar l’anime donne.
-«Che hai che pur inver’ la terra guati?»,
-la guida mia incominciò a dirmi,
-poco amendue da l’angel sormontati.
-E io: «Con tanta sospeccion fa irmi
-novella visïon ch’a sé mi piega,
-sì ch’io non posso dal pensar partirmi».
-«Vedesti», disse, «quell’antica strega
-che sola sovr’ a noi omai si piagne;
-vedesti come l’uom da lei si slega.
-Bastiti, e batti a terra le calcagne;
-li occhi rivolgi al logoro che gira
-lo rege etterno con le rote magne».
-Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira,
-indi si volge al grido e si protende
-per lo disio del pasto che là il tira,
-tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende
-la roccia per dar via a chi va suso,
-n’andai infin dove ’l cerchiar si prende.
-Com’ io nel quinto giro fui dischiuso,
-vidi gente per esso che piangea,
-giacendo a terra tutta volta in giuso.
-‘Adhaesit pavimento anima mea’
-sentia dir lor con sì alti sospiri,
-che la parola a pena s’intendea.
-«O eletti di Dio, li cui soffriri
-e giustizia e speranza fa men duri,
-drizzate noi verso li alti saliri».
-«Se voi venite dal giacer sicuri,
-e volete trovar la via più tosto,
-le vostre destre sien sempre di fori».
-Così pregò ’l poeta, e sì risposto
-poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io
-nel parlare avvisai l’altro nascosto,
-e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:
-ond’ elli m’assentì con lieto cenno
-ciò che chiedea la vista del disio.
-Poi ch’io potei di me fare a mio senno,
-trassimi sovra quella creatura
-le cui parole pria notar mi fenno,
-dicendo: «Spirto in cui pianger matura
-quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi,
-sosta un poco per me tua maggior cura.
-Chi fosti e perché vòlti avete i dossi
-al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri
-cosa di là ond’ io vivendo mossi».
-Ed elli a me: «Perché i nostri diretri
-rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima
-scias quod ego fui successor Petri.
-Intra Sïestri e Chiaveri s’adima
-una fiumana bella, e del suo nome
-lo titol del mio sangue fa sua cima.
-Un mese e poco più prova’ io come
-pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
-che piuma sembran tutte l’altre some.
-La mia conversïone, omè!, fu tarda;
-ma, come fatto fui roman pastore,
-così scopersi la vita bugiarda.
-Vidi che lì non s’acquetava il core,
-né più salir potiesi in quella vita;
-per che di questa in me s’accese amore.
-Fino a quel punto misera e partita
-da Dio anima fui, del tutto avara;
-or, come vedi, qui ne son punita.
-Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara
-in purgazion de l’anime converse;
-e nulla pena il monte ha più amara.
-Sì come l’occhio nostro non s’aderse
-in alto, fisso a le cose terrene,
-così giustizia qui a terra il merse.
-Come avarizia spense a ciascun bene
-lo nostro amore, onde operar perdési,
-così giustizia qui stretti ne tene,
-ne’ piedi e ne le man legati e presi;
-e quanto fia piacer del giusto Sire,
-tanto staremo immobili e distesi».
-Io m’era inginocchiato e volea dire;
-ma com’ io cominciai ed el s’accorse,
-solo ascoltando, del mio reverire,
-«Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».
-E io a lui: «Per vostra dignitate
-mia coscïenza dritto mi rimorse».
-«Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,
-rispuose; «non errar: conservo sono
-teco e con li altri ad una podestate.
-Se mai quel santo evangelico suono
-che dice ‘Neque nubent’ intendesti,
-ben puoi veder perch’ io così ragiono.
-Vattene omai: non vo’ che più t’arresti;
-ché la tua stanza mio pianger disagia,
-col qual maturo ciò che tu dicesti.
-Nepote ho io di là c’ha nome Alagia,
-buona da sé, pur che la nostra casa
-non faccia lei per essempro malvagia;
-e questa sola di là m’è rimasa».
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-Già era ’l sole a l’orizzonte giunto
-lo cui meridïan cerchio coverchia
-Ierusalèm col suo più alto punto;
-e la notte, che opposita a lui cerchia,
-uscia di Gange fuor con le Bilance,
-che le caggion di man quando soverchia;
-sì che le bianche e le vermiglie guance,
-là dov’ i’ era, de la bella Aurora
-per troppa etate divenivan rance.
- Noi eravam lunghesso mare ancora,
- come gente che pensa a suo cammino,
- che va col cuore e col corpo dimora.
- Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
- per li grossi vapor Marte rosseggia
- giù nel ponente sovra ’l suol marino,
- cotal m’apparve, s’ io ancor lo veggia,
- un lume per lo mar venir sì ratto,
- che ’l muover suo nessun volar pareggia.
- Dal qual com’ io un poco ebbi ritratto
- l’occhio per domandar lo duca mio,
- rividil più lucente e maggior fatto.
- Poi d’ogne lato ad esso m’appario
- un non sapeva che bianco, e di sotto
- a poco a poco un altro a lui uscìo.
- Lo mio maestro ancor non facea motto,
- mentre che i primi bianchi apparver ali;
- allor che ben conobbe il galeotto,
- gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.
- Ecco l’angel di Dio: piega le mani;
- omai vedrai di sì fatti officiali.
- Vedi che sdegna li argomenti umani,
- sì che remo non vuol, né altro velo
- che l’ali sue, tra liti sì lontani.
- Vedi come l’ha dritte verso ’l cielo,
- trattando l’aere con l’etterne penne,
- che non si mutan come mortal pelo».
- Poi, come più e più verso noi venne
- l’uccel divino, più chiaro appariva:
- per che l’occhio da presso nol sostenne,
- ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
-
- tanto che l’acqua nulla ne ‘nghiottiva.
- Da poppa stava il celestial nocchiero,
- tal che faria beato pur descripto;
- e più di cento spirti entro sediero.
- ‘In exitu Isräel de Aegypto’
- cantavan tutti insieme ad una voce
- con quanto di quel salmo è poscia scripto.
- Poi fece il segno lor di santa croce;
- ond’ ei si gittar tutti in su la piaggia:
- ed el sen gì, come venne, veloce.
- La turba che rimase lì, selvaggia
- parea del loco, rimirando intorno
- come colui che nove cose assaggia.
- Da tutte parti saettava il giorno
- lo sol, ch’avea con le saette conte
- di mezzo ’l ciel cacciato Capricorno,
- quando la nova gente alzò la fronte
- ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,
- mostratene la via di gire al monte».
- E Virgilio rispuose: «Voi credete
- forse che siamo esperti d’esto loco;
- ma noi siam peregrin come voi siete.
- Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
- per altra via, che fu sì aspra e forte,
- che lo salire omai ne parrà gioco».
- L’anime, che si fuor di me accorte,
- per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,
- maravigliando diventaro smorte.
- E come a messagger che porta ulivo
- tragge la gente per udir novelle,
- e di calcar nessun si mostra schivo,
- così al viso mio s’affisar quelle
- anime fortunate tutte quante,
- quasi oblïando d’ire a farsi belle.
- Io vidi una di lor trarresi avante
- per abbracciarmi con sì grande affetto,
- che mosse me a far lo somigliante.
- Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!
- tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
- e tante mi tornai con esse al petto.
- Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
- per che l’ombra sorrise e si ritrasse,
- e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.
- Soavemente disse ch’io posasse;
- allor conobbi chi era, e pregai
- che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.
- Rispuosemi: «Così com’ io t’amai
- nel mortal corpo, così t’amo sciolta:
- però m’arresto; ma tu perché vai?».
- «Casella mio, per tornar altra volta
- là dov’ io son, fo io questo vïaggio»,
- diss’ io; «ma a te com’ è tanta ora tolta?».
- Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio,
- se quei che leva quando e cui li piace,
- più volte m’ ha negato esto passaggio;
- ché di giusto voler lo suo si face:
- veramente da tre mesi elli ha tolto
- chi ha voluto intrar, con tutta pace.
- Ond’ io, ch’era ora a la marina vòlto
- dove l’acqua di Tevero s’insala,
- benignamente fu’ da lui ricolto.
- A quella foce ha elli or dritta l’ala,
- però che sempre quivi si ricoglie
- qual verso Acheronte non si cala».
- E io: «Se nuova legge non ti toglie
- memoria o uso a l’amoroso canto
- che mi solea quetar tutte mie doglie,
- di ciò ti piaccia consolare alquanto
- l’anima mia, che, con la sua persona
- venendo qui, è affannata tanto!».
- ‘Amor che ne la mente mi ragiona’
- cominciò elli allor sì dolcemente,
- che la dolcezza ancor dentro mi suona.
- Lo mio maestro e io e quella gente
- ch’eran con lui parevan sì contenti,
- come a nessun toccasse altro la mente.
- Noi eravam tutti fissi e attenti
- a le sue note; ed ecco il veglio onesto
- gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?
- qual negligenza, quale stare è questo?
- Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
- ch’esser non lascia a voi Dio manifesto».
- Come quando, cogliendo biado o loglio,
- li colombi adunati a la pastura,
- queti, sanza mostrar l’usato orgoglio,
- se cosa appare ond’ elli abbian paura,
- subitamente lasciano star l’esca,
- perch’ assaliti son da maggior cura;
- così vid’ io quella masnada fresca
- lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,
- com’ om che va, né sa dove rïesca;
- né la nostra partita fu men tosta.
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@@ -1,151 +0,0 @@
-Contra miglior voler voler mal pugna;
-onde contra ’l piacer mio, per piacerli,
-trassi de l’acqua non sazia la spugna.
-Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li
-luoghi spediti pur lungo la roccia,
-come si va per muro stretto a’ merli;
-ché la gente che fonde a goccia a goccia
-per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa,
-da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.
-Maladetta sie tu, antica lupa,
-che più che tutte l’altre bestie hai preda
-per la tua fame sanza fine cupa!
-O ciel, nel cui girar par che si creda
-le condizion di qua giù trasmutarsi,
-quando verrà per cui questa disceda?
-Noi andavam con passi lenti e scarsi,
-e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia
-pietosamente piangere e lagnarsi;
-e per ventura udi’ «Dolce Maria!»
-dinanzi a noi chiamar così nel pianto
-come fa donna che in parturir sia;
-e seguitar: «Povera fosti tanto,
-quanto veder si può per quello ospizio
-dove sponesti il tuo portato santo».
-Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,
-con povertà volesti anzi virtute
-che gran ricchezza posseder con vizio».
-Queste parole m’eran sì piaciute,
-ch’io mi trassi oltre per aver contezza
-di quello spirto onde parean venute.
-Esso parlava ancor de la larghezza
-che fece Niccolò a le pulcelle,
-per condurre ad onor lor giovinezza.
-«O anima che tanto ben favelle,
-dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola
-tu queste degne lode rinovelle.
-Non fia sanza mercé la tua parola,
-s’io ritorno a compiér lo cammin corto
-di quella vita ch’al termine vola».
-Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto
-ch’io attenda di là, ma perché tanta
-grazia in te luce prima che sie morto.
-Io fui radice de la mala pianta
-che la terra cristiana tutta aduggia,
-sì che buon frutto rado se ne schianta.
-Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia
-potesser, tosto ne saria vendetta;
-e io la cheggio a lui che tutto giuggia.
-Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;
-di me son nati i Filippi e i Luigi
-per cui novellamente è Francia retta.
-Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:
-quando li regi antichi venner meno
-tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,
-trova’mi stretto ne le mani il freno
-del governo del regno, e tanta possa
-di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,
-ch’a la corona vedova promossa
-la testa di mio figlio fu, dal quale
-cominciar di costor le sacrate ossa.
-Mentre che la gran dota provenzale
-al sangue mio non tolse la vergogna,
-poco valea, ma pur non facea male.
-Lì cominciò con forza e con menzogna
-la sua rapina; e poscia, per ammenda,
-Pontì e Normandia prese e Guascogna.
-Carlo venne in Italia e, per ammenda,
-vittima fé di Curradino; e poi
-ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.
-Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi,
-che tragge un altro Carlo fuor di Francia,
-per far conoscer meglio e sé e ’ suoi.
-Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia
-con la qual giostrò Giuda, e quella ponta
-sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.
-Quindi non terra, ma peccato e onta
-guadagnerà, per sé tanto più grave,
-quanto più lieve simil danno conta.
-L’altro, che già uscì preso di nave,
-veggio vender sua figlia e patteggiarne
-come fanno i corsar de l’altre schiave.
-O avarizia, che puoi tu più farne,
-poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto,
-che non si cura de la propria carne?
-Perché men paia il mal futuro e ’l fatto,
-veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,
-e nel vicario suo Cristo esser catto.
-Veggiolo un’altra volta esser deriso;
-veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,
-e tra vivi ladroni esser anciso.
-Veggio il novo Pilato sì crudele,
-che ciò nol sazia, ma sanza decreto
-portar nel Tempio le cupide vele.
-O Segnor mio, quando sarò io lieto
-a veder la vendetta che, nascosa,
-fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?
-Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa
-de lo Spirito Santo e che ti fece
-verso me volger per alcuna chiosa,
-tanto è risposto a tutte nostre prece
-quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta,
-contrario suon prendemo in quella vece.
-Noi repetiam Pigmalïon allotta,
-cui traditore e ladro e paricida
-fece la voglia sua de l’oro ghiotta;
-e la miseria de l’avaro Mida,
-che seguì a la sua dimanda gorda,
-per la qual sempre convien che si rida.
-Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,
-come furò le spoglie, sì che l’ira
-di Iosüè qui par ch’ancor lo morda.
-Indi accusiam col marito Saffira;
-lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro;
-e in infamia tutto ’l monte gira
-Polinestòr ch’ancise Polidoro;
-ultimamente ci si grida: “Crasso,
-dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”.
-Talor parla l’uno alto e l’altro basso,
-secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona
-ora a maggiore e ora a minor passo:
-però al ben che ’l dì ci si ragiona,
-dianzi non era io sol; ma qui da presso
-non alzava la voce altra persona».
-Noi eravam partiti già da esso,
-e brigavam di soverchiar la strada
-tanto quanto al poder n’era permesso,
-quand’ io senti’, come cosa che cada,
-tremar lo monte; onde mi prese un gelo
-qual prender suol colui ch’a morte vada.
-Certo non si scoteo sì forte Delo,
-pria che Latona in lei facesse ’l nido
-a parturir li due occhi del cielo.
-Poi cominciò da tutte parti un grido
-tal, che ’l maestro inverso me si feo,
-dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido».
-‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’
-dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,
-onde intender lo grido si poteo.
-No’ istavamo immobili e sospesi
-come i pastor che prima udir quel canto,
-fin che ’l tremar cessò ed el compiési.
-Poi ripigliammo nostro cammin santo,
-guardando l’ombre che giacean per terra,
-tornate già in su l’usato pianto.
-Nulla ignoranza mai con tanta guerra
-mi fé desideroso di sapere,
-se la memoria mia in ciò non erra,
-quanta pareami allor, pensando, avere;
-né per la fretta dimandare er’ oso,
-né per me lì potea cosa vedere:
-così m’andava timido e pensoso.
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@@ -1,136 +0,0 @@
-La sete natural che mai non sazia
-se non con l’acqua onde la femminetta
-samaritana domandò la grazia,
-mi travagliava, e pungeami la fretta
-per la ’mpacciata via dietro al mio duca,
-e condoleami a la giusta vendetta.
-Ed ecco, sì come ne scrive Luca
-che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,
-già surto fuor de la sepulcral buca,
-ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,
-dal piè guardando la turba che giace;
-né ci addemmo di lei, sì parlò pria,
-dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace».
-Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
-rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface.
-Poi cominciò: «Nel beato concilio
-ti ponga in pace la verace corte
-che me rilega ne l’etterno essilio».
-«Come!», diss’ elli, e parte andavam forte:
-«se voi siete ombre che Dio sù non degni,
-chi v’ha per la sua scala tanto scorte?».
-E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni
-che questi porta e che l’angel profila,
-ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.
-Ma perché lei che dì e notte fila
-non li avea tratta ancora la conocchia
-che Cloto impone a ciascuno e compila,
-l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,
-venendo sù, non potea venir sola,
-però ch’al nostro modo non adocchia.
-Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola
-d’inferno per mostrarli, e mosterrolli
-oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.
-Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli
-diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una
-parve gridare infino a’ suoi piè molli».
-Sì mi diè, dimandando, per la cruna
-del mio disio, che pur con la speranza
-si fece la mia sete men digiuna.
-Quei cominciò: «Cosa non è che sanza
-ordine senta la religïone
-de la montagna, o che sia fuor d’usanza.
-Libero è qui da ogne alterazione:
-di quel che ’l ciel da sé in sé riceve
-esser ci puote, e non d’altro, cagione.
-Per che non pioggia, non grando, non neve,
-non rugiada, non brina più sù cade
-che la scaletta di tre gradi breve;
-nuvole spesse non paion né rade,
-né coruscar, né figlia di Taumante,
-che di là cangia sovente contrade;
-secco vapor non surge più avante
-ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,
-dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante.
-Trema forse più giù poco o assai;
-ma per vento che ’n terra si nasconda,
-non so come, qua sù non tremò mai.
-Tremaci quando alcuna anima monda
-sentesi, sì che surga o che si mova
-per salir sù; e tal grido seconda.
-De la mondizia sol voler fa prova,
-che, tutto libero a mutar convento,
-l’alma sorprende, e di voler le giova.
-Prima vuol ben, ma non lascia il talento
-che divina giustizia, contra voglia,
-come fu al peccar, pone al tormento.
-E io, che son giaciuto a questa doglia
-cinquecent’ anni e più, pur mo sentii
-libera volontà di miglior soglia:
-però sentisti il tremoto e li pii
-spiriti per lo monte render lode
-a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii».
-Così ne disse; e però ch’el si gode
-tanto del ber quant’ è grande la sete,
-non saprei dir quant’ el mi fece prode.
-E ’l savio duca: «Omai veggio la rete
-che qui vi ’mpiglia e come si scalappia,
-perché ci trema e di che congaudete.
-Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,
-e perché tanti secoli giaciuto
-qui se’, ne le parole tue mi cappia».
-«Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto
-del sommo rege, vendicò le fóra
-ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto,
-col nome che più dura e più onora
-era io di là», rispuose quello spirto,
-«famoso assai, ma non con fede ancora.
-Tanto fu dolce mio vocale spirto,
-che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
-dove mertai le tempie ornar di mirto.
-Stazio la gente ancor di là mi noma:
-cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
-ma caddi in via con la seconda soma.
-Al mio ardor fuor seme le faville,
-che mi scaldar, de la divina fiamma
-onde sono allumati più di mille;
-de l’Eneïda dico, la qual mamma
-fummi, e fummi nutrice, poetando:
-sanz’ essa non fermai peso di dramma.
-E per esser vivuto di là quando
-visse Virgilio, assentirei un sole
-più che non deggio al mio uscir di bando».
-Volser Virgilio a me queste parole
-con viso che, tacendo, disse ‘Taci’;
-ma non può tutto la virtù che vuole;
-ché riso e pianto son tanto seguaci
-a la passion di che ciascun si spicca,
-che men seguon voler ne’ più veraci.
-Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;
-per che l’ombra si tacque, e riguardommi
-ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;
-e «Se tanto labore in bene assommi»,
-disse, «perché la tua faccia testeso
-un lampeggiar di riso dimostrommi?».
-Or son io d’una parte e d’altra preso:
-l’una mi fa tacer, l’altra scongiura
-ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso
-dal mio maestro, e «Non aver paura»,
-mi dice, «di parlar; ma parla e digli
-quel ch’e’ dimanda con cotanta cura».
-Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli,
-antico spirto, del rider ch’io fei;
-ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.
-Questi che guida in alto li occhi miei,
-è quel Virgilio dal qual tu togliesti
-forte a cantar de li uomini e d’i dèi.
-Se cagion altra al mio rider credesti,
-lasciala per non vera, ed esser credi
-quelle parole che di lui dicesti».
-Già s’inchinava ad abbracciar li piedi
-al mio dottor, ma el li disse: «Frate,
-non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».
-Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate
-comprender de l’amor ch’a te mi scalda,
-quand’ io dismento nostra vanitate,
-trattando l’ombre come cosa salda».
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--- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-22
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@@ -1,154 +0,0 @@
-Già era l’angel dietro a noi rimaso,
-l’angel che n’avea vòlti al sesto giro,
-avendomi dal viso un colpo raso;
-e quei c’hanno a giustizia lor disiro
-detto n’avea beati, e le sue voci
-con ‘sitiunt’, sanz’ altro, ciò forniro.
-E io più lieve che per l’altre foci
-m’andava, sì che sanz’ alcun labore
-seguiva in sù li spiriti veloci;
-quando Virgilio incominciò: «Amore,
-acceso di virtù, sempre altro accese,
-pur che la fiamma sua paresse fore;
-onde da l’ora che tra noi discese
-nel limbo de lo ’nferno Giovenale,
-che la tua affezion mi fé palese,
-mia benvoglienza inverso te fu quale
-più strinse mai di non vista persona,
-sì ch’or mi parran corte queste scale.
-Ma dimmi, e come amico mi perdona
-se troppa sicurtà m’allarga il freno,
-e come amico omai meco ragiona:
-come poté trovar dentro al tuo seno
-loco avarizia, tra cotanto senno
-di quanto per tua cura fosti pieno?».
-Queste parole Stazio mover fenno
-un poco a riso pria; poscia rispuose:
-«Ogne tuo dir d’amor m’è caro cenno.
-Veramente più volte appaion cose
-che danno a dubitar falsa matera
-per le vere ragion che son nascose.
-La tua dimanda tuo creder m’avvera
-esser ch’i’ fossi avaro in l’altra vita,
-forse per quella cerchia dov’ io era.
-Or sappi ch’avarizia fu partita
-troppo da me, e questa dismisura
-migliaia di lunari hanno punita.
-E se non fosse ch’io drizzai mia cura,
-quand’ io intesi là dove tu chiame,
-crucciato quasi a l’umana natura:
-‘Per che non reggi tu, o sacra fame
-de l’oro, l’appetito de’ mortali?’,
-voltando sentirei le giostre grame.
-Allor m’accorsi che troppo aprir l’ali
-potean le mani a spendere, e pente’mi
-così di quel come de li altri mali.
-Quanti risurgeran coi crini scemi
-per ignoranza, che di questa pecca
-toglie ’l penter vivendo e ne li stremi!
-E sappie che la colpa che rimbecca
-per dritta opposizione alcun peccato,
-con esso insieme qui suo verde secca;
-però, s’io son tra quella gente stato
-che piange l’avarizia, per purgarmi,
-per lo contrario suo m’è incontrato».
-«Or quando tu cantasti le crude armi
-de la doppia trestizia di Giocasta»,
-disse ’l cantor de’ buccolici carmi,
-«per quello che Clïò teco lì tasta,
-non par che ti facesse ancor fedele
-la fede, sanza qual ben far non basta.
-Se così è, qual sole o quai candele
-ti stenebraron sì, che tu drizzasti
-poscia di retro al pescator le vele?».
-Ed elli a lui: «Tu prima m’invïasti
-verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
-e prima appresso Dio m’alluminasti.
-Facesti come quei che va di notte,
-che porta il lume dietro e sé non giova,
-ma dopo sé fa le persone dotte,
-quando dicesti: ‘Secol si rinova;
-torna giustizia e primo tempo umano,
-e progenïe scende da ciel nova’.
-Per te poeta fui, per te cristiano:
-ma perché veggi mei ciò ch’io disegno,
-a colorare stenderò la mano.
-Già era ’l mondo tutto quanto pregno
-de la vera credenza, seminata
-per li messaggi de l’etterno regno;
-e la parola tua sopra toccata
-si consonava a’ nuovi predicanti;
-ond’ io a visitarli presi usata.
-Vennermi poi parendo tanto santi,
-che, quando Domizian li perseguette,
-sanza mio lagrimar non fur lor pianti;
-e mentre che di là per me si stette,
-io li sovvenni, e i lor dritti costumi
-fer dispregiare a me tutte altre sette.
-E pria ch’io conducessi i Greci a’ fiumi
-di Tebe poetando, ebb’ io battesmo;
-ma per paura chiuso cristian fu’mi,
-lungamente mostrando paganesmo;
-e questa tepidezza il quarto cerchio
-cerchiar mi fé più che ’l quarto centesmo.
-Tu dunque, che levato hai il coperchio
-che m’ascondeva quanto bene io dico,
-mentre che del salire avem soverchio,
-dimmi dov’ è Terrenzio nostro antico,
-Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:
-dimmi se son dannati, e in qual vico».
-«Costoro e Persio e io e altri assai»,
-rispuose il duca mio, «siam con quel Greco
-che le Muse lattar più ch’altri mai,
-nel primo cinghio del carcere cieco;
-spesse fïate ragioniam del monte
-che sempre ha le nutrice nostre seco.
-Euripide v’è nosco e Antifonte,
-Simonide, Agatone e altri piùe
-Greci che già di lauro ornar la fronte.
-Quivi si veggion de le genti tue
-Antigone, Deïfile e Argia,
-e Ismene sì trista come fue.
-Védeisi quella che mostrò Langia;
-èvvi la figlia di Tiresia, e Teti,
-e con le suore sue Deïdamia».
-Tacevansi ambedue già li poeti,
-di novo attenti a riguardar dintorno,
-liberi da saliri e da pareti;
-e già le quattro ancelle eran del giorno
-rimase a dietro, e la quinta era al temo,
-drizzando pur in sù l’ardente corno,
-quando il mio duca: «Io credo ch’a lo stremo
-le destre spalle volger ne convegna,
-girando il monte come far solemo».
-Così l’usanza fu lì nostra insegna,
-e prendemmo la via con men sospetto
-per l’assentir di quell’ anima degna.
-Elli givan dinanzi, e io soletto
-di retro, e ascoltava i lor sermoni,
-ch’a poetar mi davano intelletto.
-Ma tosto ruppe le dolci ragioni
-un alber che trovammo in mezza strada,
-con pomi a odorar soavi e buoni;
-e come abete in alto si digrada
-di ramo in ramo, così quello in giuso,
-cred’ io, perché persona sù non vada.
-Dal lato onde ’l cammin nostro era chiuso,
-cadea de l’alta roccia un liquor chiaro
-e si spandeva per le foglie suso.
-Li due poeti a l’alber s’appressaro;
-e una voce per entro le fronde
-gridò: «Di questo cibo avrete caro».
-Poi disse: «Più pensava Maria onde
-fosser le nozze orrevoli e intere,
-ch’a la sua bocca, ch’or per voi risponde.
-E le Romane antiche, per lor bere,
-contente furon d’acqua; e Danïello
-dispregiò cibo e acquistò savere.
-Lo secol primo, quant’ oro fu bello,
-fé savorose con fame le ghiande,
-e nettare con sete ogne ruscello.
-Mele e locuste furon le vivande
-che nodriro il Batista nel diserto;
-per ch’elli è glorïoso e tanto grande
-quanto per lo Vangelio v’è aperto».
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@@ -1,133 +0,0 @@
-Mentre che li occhi per la fronda verde
-ficcava ïo sì come far suole
-chi dietro a li uccellin sua vita perde,
-lo più che padre mi dicea: «Figliuole,
-vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto
-più utilmente compartir si vuole».
-Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto,
-appresso i savi, che parlavan sìe,
-che l’andar mi facean di nullo costo.
-Ed ecco piangere e cantar s’udìe
-‘Labïa mëa, Domine’ per modo
-tal, che diletto e doglia parturìe.
-«O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?»,
-comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno
-forse di lor dover solvendo il nodo».
-Sì come i peregrin pensosi fanno,
-giugnendo per cammin gente non nota,
-che si volgono ad essa e non restanno,
-così di retro a noi, più tosto mota,
-venendo e trapassando ci ammirava
-d’anime turba tacita e devota.
-Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
-palida ne la faccia, e tanto scema
-che da l’ossa la pelle s’informava.
-Non credo che così a buccia strema
-Erisittone fosse fatto secco,
-per digiunar, quando più n’ebbe tema.
-Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco
-la gente che perdé Ierusalemme,
-quando Maria nel figlio diè di becco!’
-Parean l’occhiaie anella sanza gemme:
-chi nel viso de li uomini legge ‘omo’
-ben avria quivi conosciuta l’emme.
-Chi crederebbe che l’odor d’un pomo
-sì governasse, generando brama,
-e quel d’un’acqua, non sappiendo como?
-Già era in ammirar che sì li affama,
-per la cagione ancor non manifesta
-di lor magrezza e di lor trista squama,
-ed ecco del profondo de la testa
-volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
-poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?».
-Mai non l’avrei riconosciuto al viso;
-ma ne la voce sua mi fu palese
-ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.
-Questa favilla tutta mi raccese
-mia conoscenza a la cangiata labbia,
-e ravvisai la faccia di Forese.
-«Deh, non contendere a l’asciutta scabbia
-che mi scolora», pregava, «la pelle,
-né a difetto di carne ch’io abbia;
-ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle
-due anime che là ti fanno scorta;
-non rimaner che tu non mi favelle!».
-«La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,
-mi dà di pianger mo non minor doglia»,
-rispuos’ io lui, «veggendola sì torta.
-Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
-non mi far dir mentr’ io mi maraviglio,
-ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».
-Ed elli a me: «De l’etterno consiglio
-cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
-rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio.
-Tutta esta gente che piangendo canta
-per seguitar la gola oltra misura,
-in fame e ’n sete qui si rifà santa.
-Di bere e di mangiar n’accende cura
-l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
-che si distende su per sua verdura.
-E non pur una volta, questo spazzo
-girando, si rinfresca nostra pena:
-io dico pena, e dovria dir sollazzo,
-ché quella voglia a li alberi ci mena
-che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’,
-quando ne liberò con la sua vena».
-E io a lui: «Forese, da quel dì
-nel qual mutasti mondo a miglior vita,
-cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.
-Se prima fu la possa in te finita
-di peccar più, che sovvenisse l’ora
-del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,
-come se’ tu qua sù venuto ancora?
-Io ti credea trovar là giù di sotto,
-dove tempo per tempo si ristora».
-Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto
-a ber lo dolce assenzo d’i martìri
-la Nella mia con suo pianger dirotto.
-Con suoi prieghi devoti e con sospiri
-tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,
-e liberato m’ha de li altri giri.
-Tanto è a Dio più cara e più diletta
-la vedovella mia, che molto amai,
-quanto in bene operare è più soletta;
-ché la Barbagia di Sardigna assai
-ne le femmine sue più è pudica
-che la Barbagia dov’ io la lasciai.
-O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
-Tempo futuro m’è già nel cospetto,
-cui non sarà quest’ ora molto antica,
-nel qual sarà in pergamo interdetto
-a le sfacciate donne fiorentine
-l’andar mostrando con le poppe il petto.
-Quai barbare fuor mai, quai saracine,
-cui bisognasse, per farle ir coperte,
-o spiritali o altre discipline?
-Ma se le svergognate fosser certe
-di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,
-già per urlare avrian le bocche aperte;
-ché, se l’antiveder qui non m’inganna,
-prima fien triste che le guance impeli
-colui che mo si consola con nanna.
-Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
-vedi che non pur io, ma questa gente
-tutta rimira là dove ’l sol veli».
-Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente
-qual fosti meco, e qual io teco fui,
-ancor fia grave il memorar presente.
-Di quella vita mi volse costui
-che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda
-vi si mostrò la suora di colui»,
-e ’l sol mostrai; «costui per la profonda
-notte menato m’ha d’i veri morti
-con questa vera carne che ’l seconda.
-Indi m’han tratto sù li suoi conforti,
-salendo e rigirando la montagna
-che drizza voi che ’l mondo fece torti.
-Tanto dice di farmi sua compagna
-che io sarò là dove fia Beatrice;
-quivi convien che sanza lui rimagna.
-Virgilio è questi che così mi dice»,
-e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra
-per cuï scosse dianzi ogne pendice
-lo vostro regno, che da sé lo sgombra».
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--- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-24
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@@ -1,154 +0,0 @@
-Né ’l dir l’andar, né l’andar lui più lento
-facea, ma ragionando andavam forte,
-sì come nave pinta da buon vento;
-e l’ombre, che parean cose rimorte,
-per le fosse de li occhi ammirazione
-traean di me, di mio vivere accorte.
-E io, continüando al mio sermone,
-dissi: «Ella sen va sù forse più tarda
-che non farebbe, per altrui cagione.
-Ma dimmi, se tu sai, dov’ è Piccarda;
-dimmi s’io veggio da notar persona
-tra questa gente che sì mi riguarda».
-«La mia sorella, che tra bella e buona
-non so qual fosse più, trïunfa lieta
-ne l’alto Olimpo già di sua corona».
-Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta
-di nominar ciascun, da ch’è sì munta
-nostra sembianza via per la dïeta.
-Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta,
-Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
-di là da lui più che l’altre trapunta
-ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:
-dal Torso fu, e purga per digiuno
-l’anguille di Bolsena e la vernaccia».
-Molti altri mi nomò ad uno ad uno;
-e del nomar parean tutti contenti,
-sì ch’io però non vidi un atto bruno.
-Vidi per fame a vòto usar li denti
-Ubaldin da la Pila e Bonifazio
-che pasturò col rocco molte genti.
-Vidi messer Marchese, ch’ebbe spazio
-già di bere a Forlì con men secchezza,
-e sì fu tal, che non si sentì sazio.
-Ma come fa chi guarda e poi s’apprezza
-più d’un che d’altro, fei a quel da Lucca,
-che più parea di me aver contezza.
-El mormorava; e non so che «Gentucca»
-sentiv’ io là, ov’ el sentia la piaga
-de la giustizia che sì li pilucca.
-«O anima», diss’ io, «che par sì vaga
-di parlar meco, fa sì ch’io t’intenda,
-e te e me col tuo parlare appaga».
-«Femmina è nata, e non porta ancor benda»,
-cominciò el, «che ti farà piacere
-la mia città, come ch’om la riprenda.
-Tu te n’andrai con questo antivedere:
-se nel mio mormorar prendesti errore,
-dichiareranti ancor le cose vere.
-Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore
-trasse le nove rime, cominciando
-‘Donne ch’avete intelletto d’amore’».
-E io a lui: «I’ mi son un che, quando
-Amor mi spira, noto, e a quel modo
-ch’e’ ditta dentro vo significando».
-«O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo
-che ’l Notaro e Guittone e me ritenne
-di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!
-Io veggio ben come le vostre penne
-di retro al dittator sen vanno strette,
-che de le nostre certo non avvenne;
-e qual più a gradire oltre si mette,
-non vede più da l’uno a l’altro stilo»;
-e, quasi contentato, si tacette.
-Come li augei che vernan lungo ’l Nilo,
-alcuna volta in aere fanno schiera,
-poi volan più a fretta e vanno in filo,
-così tutta la gente che lì era,
-volgendo ’l viso, raffrettò suo passo,
-e per magrezza e per voler leggera.
-E come l’uom che di trottare è lasso,
-lascia andar li compagni, e sì passeggia
-fin che si sfoghi l’affollar del casso,
-sì lasciò trapassar la santa greggia
-Forese, e dietro meco sen veniva,
-dicendo: «Quando fia ch’io ti riveggia?».
-«Non so», rispuos’ io lui, «quant’ io mi viva;
-ma già non fïa il tornar mio tantosto,
-ch’io non sia col voler prima a la riva;
-però che ’l loco u’ fui a viver posto,
-di giorno in giorno più di ben si spolpa,
-e a trista ruina par disposto».
-«Or va», diss’ el; «che quei che più n’ha colpa,
-vegg’ ïo a coda d’una bestia tratto
-inver’ la valle ove mai non si scolpa.
-La bestia ad ogne passo va più ratto,
-crescendo sempre, fin ch’ella il percuote,
-e lascia il corpo vilmente disfatto.
-Non hanno molto a volger quelle ruote»,
-e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro
-ciò che ’l mio dir più dichiarar non puote.
-Tu ti rimani omai; ché ’l tempo è caro
-in questo regno, sì ch’io perdo troppo
-venendo teco sì a paro a paro».
-Qual esce alcuna volta di gualoppo
-lo cavalier di schiera che cavalchi,
-e va per farsi onor del primo intoppo,
-tal si partì da noi con maggior valchi;
-e io rimasi in via con esso i due
-che fuor del mondo sì gran marescalchi.
-E quando innanzi a noi intrato fue,
-che li occhi miei si fero a lui seguaci,
-come la mente a le parole sue,
-parvermi i rami gravidi e vivaci
-d’un altro pomo, e non molto lontani
-per esser pur allora vòlto in laci.
-Vidi gente sott’ esso alzar le mani
-e gridar non so che verso le fronde,
-quasi bramosi fantolini e vani
-che pregano, e ’l pregato non risponde,
-ma, per fare esser ben la voglia acuta,
-tien alto lor disio e nol nasconde.
-Poi si partì sì come ricreduta;
-e noi venimmo al grande arbore adesso,
-che tanti prieghi e lagrime rifiuta.
-«Trapassate oltre sanza farvi presso:
-legno è più sù che fu morso da Eva,
-e questa pianta si levò da esso».
-Sì tra le frasche non so chi diceva;
-per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
-oltre andavam dal lato che si leva.
-«Ricordivi», dicea, «d’i maladetti
-nei nuvoli formati, che, satolli,
-Tesëo combatter co’ doppi petti;
-e de li Ebrei ch’al ber si mostrar molli,
-per che no i volle Gedeon compagni,
-quando inver’ Madïan discese i colli».
-Sì accostati a l’un d’i due vivagni
-passammo, udendo colpe de la gola
-seguite già da miseri guadagni.
-Poi, rallargati per la strada sola,
-ben mille passi e più ci portar oltre,
-contemplando ciascun sanza parola.
-«Che andate pensando sì voi sol tre?».
-sùbita voce disse; ond’ io mi scossi
-come fan bestie spaventate e poltre.
-Drizzai la testa per veder chi fossi;
-e già mai non si videro in fornace
-vetri o metalli sì lucenti e rossi,
-com’ io vidi un che dicea: «S’a voi piace
-montare in sù, qui si convien dar volta;
-quinci si va chi vuole andar per pace».
-L’aspetto suo m’avea la vista tolta;
-per ch’io mi volsi dietro a’ miei dottori,
-com’ om che va secondo ch’elli ascolta.
-E quale, annunziatrice de li albori,
-l’aura di maggio movesi e olezza,
-tutta impregnata da l’erba e da’ fiori;
-tal mi senti’ un vento dar per mezza
-la fronte, e ben senti’ mover la piuma,
-che fé sentir d’ambrosïa l’orezza.
-E senti’ dir: «Beati cui alluma
-tanto di grazia, che l’amor del gusto
-nel petto lor troppo disir non fuma,
-esurïendo sempre quanto è giusto!».
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+++ /dev/null
@@ -1,139 +0,0 @@
-Ora era onde ’l salir non volea storpio;
-ché ’l sole avëa il cerchio di merigge
-lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
-per che, come fa l’uom che non s’affigge
-ma vassi a la via sua, che che li appaia,
-se di bisogno stimolo il trafigge,
-così intrammo noi per la callaia,
-uno innanzi altro prendendo la scala
-che per artezza i salitor dispaia.
-E quale il cicognin che leva l’ala
-per voglia di volare, e non s’attenta
-d’abbandonar lo nido, e giù la cala;
-tal era io con voglia accesa e spenta
-di dimandar, venendo infino a l’atto
-che fa colui ch’a dicer s’argomenta.
-Non lasciò, per l’andar che fosse ratto,
-lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca
-l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto».
-Allor sicuramente apri’ la bocca
-e cominciai: «Come si può far magro
-là dove l’uopo di nodrir non tocca?».
-«Se t’ammentassi come Meleagro
-si consumò al consumar d’un stizzo,
-non fora», disse, «a te questo sì agro;
-e se pensassi come, al vostro guizzo,
-guizza dentro a lo specchio vostra image,
-ciò che par duro ti parrebbe vizzo.
-Ma perché dentro a tuo voler t’adage,
-ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego
-che sia or sanator de le tue piage».
-«Se la veduta etterna li dislego»,
-rispuose Stazio, «là dove tu sie,
-discolpi me non potert’ io far nego».
-Poi cominciò: «Se le parole mie,
-figlio, la mente tua guarda e riceve,
-lume ti fiero al come che tu die.
-Sangue perfetto, che poi non si beve
-da l’assetate vene, e si rimane
-quasi alimento che di mensa leve,
-prende nel core a tutte membra umane
-virtute informativa, come quello
-ch’a farsi quelle per le vene vane.
-Ancor digesto, scende ov’ è più bello
-tacer che dire; e quindi poscia geme
-sovr’ altrui sangue in natural vasello.
-Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,
-l’un disposto a patire, e l’altro a fare
-per lo perfetto loco onde si preme;
-e, giunto lui, comincia ad operare
-coagulando prima, e poi avviva
-ciò che per sua matera fé constare.
-Anima fatta la virtute attiva
-qual d’una pianta, in tanto differente,
-che questa è in via e quella è già a riva,
-tanto ovra poi, che già si move e sente,
-come spungo marino; e indi imprende
-ad organar le posse ond’ è semente.
-Or si spiega, figliuolo, or si distende
-la virtù ch’è dal cor del generante,
-dove natura a tutte membra intende.
-Ma come d’animal divegna fante,
-non vedi tu ancor: quest’ è tal punto,
-che più savio di te fé già errante,
-sì che per sua dottrina fé disgiunto
-da l’anima il possibile intelletto,
-perché da lui non vide organo assunto.
-Apri a la verità che viene il petto;
-e sappi che, sì tosto come al feto
-l’articular del cerebro è perfetto,
-lo motor primo a lui si volge lieto
-sovra tant’ arte di natura, e spira
-spirito novo, di vertù repleto,
-che ciò che trova attivo quivi, tira
-in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,
-che vive e sente e sé in sé rigira.
-E perché meno ammiri la parola,
-guarda il calor del sole che si fa vino,
-giunto a l’omor che de la vite cola.
-Quando Làchesis non ha più del lino,
-solvesi da la carne, e in virtute
-ne porta seco e l’umano e ’l divino:
-l’altre potenze tutte quante mute;
-memoria, intelligenza e volontade
-in atto molto più che prima agute.
-Sanza restarsi, per sé stessa cade
-mirabilmente a l’una de le rive;
-quivi conosce prima le sue strade.
-Tosto che loco lì la circunscrive,
-la virtù formativa raggia intorno
-così e quanto ne le membra vive.
-E come l’aere, quand’ è ben pïorno,
-per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,
-di diversi color diventa addorno;
-così l’aere vicin quivi si mette
-e in quella forma ch’è in lui suggella
-virtüalmente l’alma che ristette;
-e simigliante poi a la fiammella
-che segue il foco là ’vunque si muta,
-segue lo spirto sua forma novella.
-Però che quindi ha poscia sua paruta,
-è chiamata ombra; e quindi organa poi
-ciascun sentire infino a la veduta.
-Quindi parliamo e quindi ridiam noi;
-quindi facciam le lagrime e ’ sospiri
-che per lo monte aver sentiti puoi.
-Secondo che ci affliggono i disiri
-e li altri affetti, l’ombra si figura;
-e quest’ è la cagion di che tu miri».
-E già venuto a l’ultima tortura
-s’era per noi, e vòlto a la man destra,
-ed eravamo attenti ad altra cura.
-Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,
-e la cornice spira fiato in suso
-che la reflette e via da lei sequestra;
-ond’ ir ne convenia dal lato schiuso
-ad uno ad uno; e io temëa ’l foco
-quinci, e quindi temeva cader giuso.
-Lo duca mio dicea: «Per questo loco
-si vuol tenere a li occhi stretto il freno,
-però ch’errar potrebbesi per poco».
-‘Summae Deus clementïae’ nel seno
-al grande ardore allora udi’ cantando,
-che di volger mi fé caler non meno;
-e vidi spirti per la fiamma andando;
-per ch’io guardava a loro e a’ miei passi
-compartendo la vista a quando a quando.
-Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi,
-gridavano alto: ‘Virum non cognosco’;
-indi ricominciavan l’inno bassi.
-Finitolo, anco gridavano: «Al bosco
-si tenne Diana, ed Elice caccionne
-che di Venere avea sentito il tòsco».
-Indi al cantar tornavano; indi donne
-gridavano e mariti che fuor casti
-come virtute e matrimonio imponne.
-E questo modo credo che lor basti
-per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia:
-con tal cura conviene e con tai pasti
-che la piaga da sezzo si ricuscia.
diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-26 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-26
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--- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-26
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@@ -1,148 +0,0 @@
-Mentre che sì per l’orlo, uno innanzi altro,
-ce n’andavamo, e spesso il buon maestro
-diceami: «Guarda: giovi ch’io ti scaltro»;
-feriami il sole in su l’omero destro,
-che già, raggiando, tutto l’occidente
-mutava in bianco aspetto di cilestro;
-e io facea con l’ombra più rovente
-parer la fiamma; e pur a tanto indizio
-vidi molt’ ombre, andando, poner mente.
-Questa fu la cagion che diede inizio
-loro a parlar di me; e cominciarsi
-a dir: «Colui non par corpo fittizio»;
-poi verso me, quanto potëan farsi,
-certi si fero, sempre con riguardo
-di non uscir dove non fosser arsi.
-«O tu che vai, non per esser più tardo,
-ma forse reverente, a li altri dopo,
-rispondi a me che ’n sete e ’n foco ardo.
-Né solo a me la tua risposta è uopo;
-ché tutti questi n’hanno maggior sete
-che d’acqua fredda Indo o Etïopo.
-Dinne com’ è che fai di te parete
-al sol, pur come tu non fossi ancora
-di morte intrato dentro da la rete».
-Sì mi parlava un d’essi; e io mi fora
-già manifesto, s’io non fossi atteso
-ad altra novità ch’apparve allora;
-ché per lo mezzo del cammino acceso
-venne gente col viso incontro a questa,
-la qual mi fece a rimirar sospeso.
-Lì veggio d’ogne parte farsi presta
-ciascun’ ombra e basciarsi una con una
-sanza restar, contente a brieve festa;
-così per entro loro schiera bruna
-s’ammusa l’una con l’altra formica,
-forse a spiar lor via e lor fortuna.
-Tosto che parton l’accoglienza amica,
-prima che ’l primo passo lì trascorra,
-sopragridar ciascuna s’affatica:
-la nova gente: «Soddoma e Gomorra»;
-e l’altra: «Ne la vacca entra Pasife,
-perché ’l torello a sua lussuria corra».
-Poi, come grue ch’a le montagne Rife
-volasser parte, e parte inver’ l’arene,
-queste del gel, quelle del sole schife,
-l’una gente sen va, l’altra sen vene;
-e tornan, lagrimando, a’ primi canti
-e al gridar che più lor si convene;
-e raccostansi a me, come davanti,
-essi medesmi che m’avean pregato,
-attenti ad ascoltar ne’ lor sembianti.
-Io, che due volte avea visto lor grato,
-incominciai: «O anime sicure
-d’aver, quando che sia, di pace stato,
-non son rimase acerbe né mature
-le membra mie di là, ma son qui meco
-col sangue suo e con le sue giunture.
-Quinci sù vo per non esser più cieco;
-donna è di sopra che m’acquista grazia,
-per che ‘l mortal per vostro mondo reco.
-Ma se la vostra maggior voglia sazia
-tosto divegna, sì che ‘l ciel v’alberghi
-ch’è pien d’amore e più ampio si spazia,
-ditemi, acciò ch’ancor carte ne verghi,
-chi siete voi, e chi è quella turba
-che se ne va di retro a’ vostri terghi».
-Non altrimenti stupido si turba
-lo montanaro, e rimirando ammuta,
-quando rozzo e salvatico s’inurba,
-che ciascun’ ombra fece in sua paruta;
-ma poi che furon di stupore scarche,
-lo qual ne li alti cuor tosto s’attuta,
-«Beato te, che de le nostre marche»,
-ricominciò colei che pria m’inchiese,
-«per morir meglio, esperïenza imbarche!
-La gente che non vien con noi, offese
-di ciò per che già Cesar, trïunfando,
-“Regina” contra sé chiamar s’intese:
-però si parton “Soddoma” gridando,
-rimproverando a sé, com’ hai udito,
-e aiutan l’arsura vergognando.
-Nostro peccato fu ermafrodito;
-ma perché non servammo umana legge,
-seguendo come bestie l’appetito,
-in obbrobrio di noi, per noi si legge,
-quando partinci, il nome di colei
-che s’imbestiò ne le ’mbestiate schegge.
-Or sai nostri atti e di che fummo rei:
-se forse a nome vuo’ saper chi semo,
-tempo non è di dire, e non saprei.
-Farotti ben di me volere scemo:
-son Guido Guinizzelli, e già mi purgo
-per ben dolermi prima ch’a lo stremo».
-Quali ne la tristizia di Ligurgo
-si fer due figli a riveder la madre,
-tal mi fec’ io, ma non a tanto insurgo,
-quand’ io odo nomar sé stesso il padre
-mio e de li altri miei miglior che mai
-rime d’amor usar dolci e leggiadre;
-e sanza udire e dir pensoso andai
-lunga fïata rimirando lui,
-né, per lo foco, in là più m’appressai.
-Poi che di riguardar pasciuto fui,
-tutto m’offersi pronto al suo servigio
-con l’affermar che fa credere altrui.
-Ed elli a me: «Tu lasci tal vestigio,
-per quel ch’i’ odo, in me, e tanto chiaro,
-che Letè nol può tòrre né far bigio.
-Ma se le tue parole or ver giuraro,
-dimmi che è cagion per che dimostri
-nel dire e nel guardar d’avermi caro».
-E io a lui: «Li dolci detti vostri,
-che, quanto durerà l’uso moderno,
-faranno cari ancora i loro incostri».
-«O frate», disse, «questi ch’io ti cerno
-col dito», e additò un spirto innanzi,
-«fu miglior fabbro del parlar materno.
-Versi d’amore e prose di romanzi
-soverchiò tutti; e lascia dir li stolti
-che quel di Lemosì credon ch’avanzi.
-A voce più ch’al ver drizzan li volti,
-e così ferman sua oppinïone
-prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.
-Così fer molti antichi di Guittone,
-di grido in grido pur lui dando pregio,
-fin che l’ha vinto il ver con più persone.
-Or se tu hai sì ampio privilegio,
-che licito ti sia l’andare al chiostro
-nel quale è Cristo abate del collegio,
-falli per me un dir d’un paternostro,
-quanto bisogna a noi di questo mondo,
-dove poter peccar non è più nostro».
-Poi, forse per dar luogo altrui secondo
-che presso avea, disparve per lo foco,
-come per l’acqua il pesce andando al fondo.
-Io mi fei al mostrato innanzi un poco,
-e dissi ch’al suo nome il mio disire
-apparecchiava grazïoso loco.
-El cominciò liberamente a dire:
-«Tan m’abellis vostre cortes deman,
-qu’ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.
-Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
-consiros vei la passada folor,
-e vei jausen lo joi qu’ esper, denan.
-Ara vos prec, per aquella valor
-que vos guida al som de l’escalina,
-sovenha vos a temps de ma dolor!».
-Poi s’ascose nel foco che li affina.
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--- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-27
+++ /dev/null
@@ -1,142 +0,0 @@
-Sì come quando i primi raggi vibra
-là dove il suo fattor lo sangue sparse,
-cadendo Ibero sotto l’alta Libra,
-e l’onde in Gange da nona rïarse,
-sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva,
-come l’angel di Dio lieto ci apparse.
-Fuor de la fiamma stava in su la riva,
-e cantava ‘Beati mundo corde!’
-in voce assai più che la nostra viva.
-Poscia «Più non si va, se pria non morde,
-anime sante, il foco: intrate in esso,
-e al cantar di là non siate sorde»,
-ci disse come noi li fummo presso;
-per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,
-qual è colui che ne la fossa è messo.
-In su le man commesse mi protesi,
-guardando il foco e imaginando forte
-umani corpi già veduti accesi.
-Volsersi verso me le buone scorte;
-e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,
-qui può esser tormento, ma non morte.
-Ricorditi, ricorditi! E se io
-sovresso Gerïon ti guidai salvo,
-che farò ora presso più a Dio?
-Credi per certo che se dentro a l’alvo
-di questa fiamma stessi ben mille anni,
-non ti potrebbe far d’un capel calvo.
-E se tu forse credi ch’io t’inganni,
-fatti ver’ lei, e fatti far credenza
-con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.
-Pon giù omai, pon giù ogne temenza;
-volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».
-E io pur fermo e contra coscïenza.
-Quando mi vide star pur fermo e duro,
-turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:
-tra Bëatrice e te è questo muro».
-Come al nome di Tisbe aperse il ciglio
-Piramo in su la morte, e riguardolla,
-allor che ’l gelso diventò vermiglio;
-così, la mia durezza fatta solla,
-mi volsi al savio duca, udendo il nome
-che ne la mente sempre mi rampolla.
-Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come!
-volenci star di qua?»; indi sorrise
-come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.
-Poi dentro al foco innanzi mi si mise,
-pregando Stazio che venisse retro,
-che pria per lunga strada ci divise.
-Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro
-gittato mi sarei per rinfrescarmi,
-tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro.
-Lo dolce padre mio, per confortarmi,
-pur di Beatrice ragionando andava,
-dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».
-Guidavaci una voce che cantava
-di là; e noi, attenti pur a lei,
-venimmo fuor là ove si montava.
-‘Venite, benedicti Patris mei’,
-sonò dentro a un lume che lì era,
-tal che mi vinse e guardar nol potei.
-«Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;
-non v’arrestate, ma studiate il passo,
-mentre che l’occidente non si annera».
-Dritta salia la via per entro ’l sasso
-verso tal parte ch’io toglieva i raggi
-dinanzi a me del sol ch’era già basso.
-E di pochi scaglion levammo i saggi,
-che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense,
-sentimmo dietro e io e li miei saggi.
-E pria che ’n tutte le sue parti immense
-fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,
-e notte avesse tutte sue dispense,
-ciascun di noi d’un grado fece letto;
-ché la natura del monte ci affranse
-la possa del salir più e ’l diletto.
-Quali si stanno ruminando manse
-le capre, state rapide e proterve
-sovra le cime avante che sien pranse,
-tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve,
-guardate dal pastor, che ’n su la verga
-poggiato s’è e lor di posa serve;
-e quale il mandrïan che fori alberga,
-lungo il pecuglio suo queto pernotta,
-guardando perché fiera non lo sperga;
-tali eravamo tutti e tre allotta,
-io come capra, ed ei come pastori,
-fasciati quinci e quindi d’alta grotta.
-Poco parer potea lì del di fori;
-ma, per quel poco, vedea io le stelle
-di lor solere e più chiare e maggiori.
-Sì ruminando e sì mirando in quelle,
-mi prese il sonno; il sonno che sovente,
-anzi che ’l fatto sia, sa le novelle.
-Ne l’ora, credo, che de l’orïente
-prima raggiò nel monte Citerea,
-che di foco d’amor par sempre ardente,
-giovane e bella in sogno mi parea
-donna vedere andar per una landa
-cogliendo fiori; e cantando dicea:
-«Sappia qualunque il mio nome dimanda
-ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno
-le belle mani a farmi una ghirlanda.
-Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;
-ma mia suora Rachel mai non si smaga
-dal suo miraglio, e siede tutto giorno.
-Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga
-com’ io de l’addornarmi con le mani;
-lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».
-E già per li splendori antelucani,
-che tanto a’ pellegrin surgon più grati,
-quanto, tornando, albergan men lontani,
-le tenebre fuggian da tutti lati,
-e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi,
-veggendo i gran maestri già levati.
-«Quel dolce pome che per tanti rami
-cercando va la cura de’ mortali,
-oggi porrà in pace le tue fami».
-Virgilio inverso me queste cotali
-parole usò; e mai non furo strenne
-che fosser di piacere a queste iguali.
-Tanto voler sopra voler mi venne
-de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi
-al volo mi sentia crescer le penne.
-Come la scala tutta sotto noi
-fu corsa e fummo in su ’l grado superno,
-in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
-e disse: «Il temporal foco e l’etterno
-veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte
-dov’ io per me più oltre non discerno.
-Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;
-lo tuo piacere omai prendi per duce;
-fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.
-Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;
-vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli
-che qui la terra sol da sé produce.
-Mentre che vegnan lieti li occhi belli
-che, lagrimando, a te venir mi fenno,
-seder ti puoi e puoi andar tra elli.
-Non aspettar mio dir più né mio cenno;
-libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
-e fallo fora non fare a suo senno:
-per ch’io te sovra te corono e mitrio».
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--- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-28
+++ /dev/null
@@ -1,148 +0,0 @@
-Vago già di cercar dentro e dintorno
-la divina foresta spessa e viva,
-ch’a li occhi temperava il novo giorno,
-sanza più aspettar, lasciai la riva,
-prendendo la campagna lento lento
-su per lo suol che d’ogne parte auliva.
-Un’aura dolce, sanza mutamento
-avere in sé, mi feria per la fronte
-non di più colpo che soave vento;
-per cui le fronde, tremolando, pronte
-tutte quante piegavano a la parte
-u’ la prim’ ombra gitta il santo monte;
-non però dal loro esser dritto sparte
-tanto, che li augelletti per le cime
-lasciasser d’operare ogne lor arte;
-ma con piena letizia l’ore prime,
-cantando, ricevieno intra le foglie,
-che tenevan bordone a le sue rime,
-tal qual di ramo in ramo si raccoglie
-per la pineta in su ’l lito di Chiassi,
-quand’ Ëolo scilocco fuor discioglie.
-Già m’avean trasportato i lenti passi
-dentro a la selva antica tanto, ch’io
-non potea rivedere ond’ io mi ’ntrassi;
-ed ecco più andar mi tolse un rio,
-che ’nver’ sinistra con sue picciole onde
-piegava l’erba che ’n sua ripa uscìo.
-Tutte l’acque che son di qua più monde,
-parrieno avere in sé mistura alcuna
-verso di quella, che nulla nasconde,
-avvegna che si mova bruna bruna
-sotto l’ombra perpetüa, che mai
-raggiar non lascia sole ivi né luna.
-Coi piè ristetti e con li occhi passai
-di là dal fiumicello, per mirare
-la gran varïazion d’i freschi mai;
-e là m’apparve, sì com’ elli appare
-subitamente cosa che disvia
-per maraviglia tutto altro pensare,
-una donna soletta che si gia
-e cantando e scegliendo fior da fiore
-ond’ era pinta tutta la sua via.
-«Deh, bella donna, che a’ raggi d’amore
-ti scaldi, s’i’ vo’ credere a’ sembianti
-che soglion esser testimon del core,
-vegnati in voglia di trarreti avanti»,
-diss’ io a lei, «verso questa rivera,
-tanto ch’io possa intender che tu canti.
-Tu mi fai rimembrar dove e qual era
-Proserpina nel tempo che perdette
-la madre lei, ed ella primavera».
-Come si volge, con le piante strette
-a terra e intra sé, donna che balli,
-e piede innanzi piede a pena mette,
-volsesi in su i vermigli e in su i gialli
-fioretti verso me, non altrimenti
-che vergine che li occhi onesti avvalli;
-e fece i prieghi miei esser contenti,
-sì appressando sé, che ’l dolce suono
-veniva a me co’ suoi intendimenti.
-Tosto che fu là dove l’erbe sono
-bagnate già da l’onde del bel fiume,
-di levar li occhi suoi mi fece dono.
-Non credo che splendesse tanto lume
-sotto le ciglia a Venere, trafitta
-dal figlio fuor di tutto suo costume.
-Ella ridea da l’altra riva dritta,
-trattando più color con le sue mani,
-che l’alta terra sanza seme gitta.
-Tre passi ci facea il fiume lontani;
-ma Elesponto, là ’ve passò Serse,
-ancora freno a tutti orgogli umani,
-più odio da Leandro non sofferse
-per mareggiare intra Sesto e Abido,
-che quel da me perch’ allor non s’aperse.
-«Voi siete nuovi, e forse perch’ io rido»,
-cominciò ella, «in questo luogo eletto
-a l’umana natura per suo nido,
-maravigliando tienvi alcun sospetto;
-ma luce rende il salmo Delectasti,
-che puote disnebbiar vostro intelletto.
-E tu che se’ dinanzi e mi pregasti,
-dì s’altro vuoli udir; ch’i’ venni presta
-ad ogne tua question tanto che basti».
-«L’acqua», diss’ io, «e ’l suon de la foresta
-impugnan dentro a me novella fede
-di cosa ch’io udi’ contraria a questa».
-Ond’ ella: «Io dicerò come procede
-per sua cagion ciò ch’ammirar ti face,
-e purgherò la nebbia che ti fiede.
-Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace,
-fé l’uom buono e a bene, e questo loco
-diede per arr’ a lui d’etterna pace.
-Per sua difalta qui dimorò poco;
-per sua difalta in pianto e in affanno
-cambiò onesto riso e dolce gioco.
-Perché ’l turbar che sotto da sé fanno
-l’essalazion de l’acqua e de la terra,
-che quanto posson dietro al calor vanno,
-a l’uomo non facesse alcuna guerra,
-questo monte salìo verso ’l ciel tanto,
-e libero n’è d’indi ove si serra.
-Or perché in circuito tutto quanto
-l’aere si volge con la prima volta,
-se non li è rotto il cerchio d’alcun canto,
-in questa altezza ch’è tutta disciolta
-ne l’aere vivo, tal moto percuote,
-e fa sonar la selva perch’ è folta;
-e la percossa pianta tanto puote,
-che de la sua virtute l’aura impregna
-e quella poi, girando, intorno scuote;
-e l’altra terra, secondo ch’è degna
-per sé e per suo ciel, concepe e figlia
-di diverse virtù diverse legna.
-Non parrebbe di là poi maraviglia,
-udito questo, quando alcuna pianta
-sanza seme palese vi s’appiglia.
-E saper dei che la campagna santa
-dove tu se’, d’ogne semenza è piena,
-e frutto ha in sé che di là non si schianta.
-L’acqua che vedi non surge di vena
-che ristori vapor che gel converta,
-come fiume ch’acquista e perde lena;
-ma esce di fontana salda e certa,
-che tanto dal voler di Dio riprende,
-quant’ ella versa da due parti aperta.
-Da questa parte con virtù discende
-che toglie altrui memoria del peccato;
-da l’altra d’ogne ben fatto la rende.
-Quinci Letè; così da l’altro lato
-Eünoè si chiama, e non adopra
-se quinci e quindi pria non è gustato:
-a tutti altri sapori esto è di sopra.
-E avvegna ch’assai possa esser sazia
-la sete tua perch’ io più non ti scuopra,
-darotti un corollario ancor per grazia;
-né credo che ’l mio dir ti sia men caro,
-se oltre promession teco si spazia.
-Quelli ch’anticamente poetaro
-l’età de l’oro e suo stato felice,
-forse in Parnaso esto loco sognaro.
-Qui fu innocente l’umana radice;
-qui primavera sempre e ogne frutto;
-nettare è questo di che ciascun dice».
-Io mi rivolsi ’n dietro allora tutto
-a’ miei poeti, e vidi che con riso
-udito avëan l’ultimo costrutto;
-poi a la bella donna torna’ il viso.
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--- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-29
+++ /dev/null
@@ -1,154 +0,0 @@
-Cantando come donna innamorata,
-continüò col fin di sue parole:
-‘Beati quorum tecta sunt peccata!’.
-E come ninfe che si givan sole
-per le salvatiche ombre, disïando
-qual di veder, qual di fuggir lo sole,
-allor si mosse contra ’l fiume, andando
-su per la riva; e io pari di lei,
-picciol passo con picciol seguitando.
-Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei,
-quando le ripe igualmente dier volta,
-per modo ch’a levante mi rendei.
-Né ancor fu così nostra via molta,
-quando la donna tutta a me si torse,
-dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».
-Ed ecco un lustro sùbito trascorse
-da tutte parti per la gran foresta,
-tal che di balenar mi mise in forse.
-Ma perché ’l balenar, come vien, resta,
-e quel, durando, più e più splendeva,
-nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’.
-E una melodia dolce correva
-per l’aere luminoso; onde buon zelo
-mi fé riprender l’ardimento d’Eva,
-che là dove ubidia la terra e ’l cielo,
-femmina, sola e pur testé formata,
-non sofferse di star sotto alcun velo;
-sotto ’l qual se divota fosse stata,
-avrei quelle ineffabili delizie
-sentite prima e più lunga fïata.
-Mentr’ io m’andava tra tante primizie
-de l’etterno piacer tutto sospeso,
-e disïoso ancora a più letizie,
-dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
-ci si fé l’aere sotto i verdi rami;
-e ’l dolce suon per canti era già inteso.
-O sacrosante Vergini, se fami,
-freddi o vigilie mai per voi soffersi,
-cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami.
-Or convien che Elicona per me versi,
-e Uranìe m’aiuti col suo coro
-forti cose a pensar mettere in versi.
-Poco più oltre, sette alberi d’oro
-falsava nel parere il lungo tratto
-del mezzo ch’era ancor tra noi e loro;
-ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto,
-che l’obietto comun, che ’l senso inganna,
-non perdea per distanza alcun suo atto,
-la virtù ch’a ragion discorso ammanna,
-sì com’ elli eran candelabri apprese,
-e ne le voci del cantare ‘Osanna’.
-Di sopra fiammeggiava il bello arnese
-più chiaro assai che luna per sereno
-di mezza notte nel suo mezzo mese.
-Io mi rivolsi d’ammirazion pieno
-al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
-con vista carca di stupor non meno.
-Indi rendei l’aspetto a l’alte cose
-che si movieno incontr’ a noi sì tardi,
-che foran vinte da novelle spose.
-La donna mi sgridò: «Perché pur ardi
-sì ne l’affetto de le vive luci,
-e ciò che vien di retro a lor non guardi?».
-Genti vid’ io allor, come a lor duci,
-venire appresso, vestite di bianco;
-e tal candor di qua già mai non fuci.
-L’acqua imprendëa dal sinistro fianco,
-e rendea me la mia sinistra costa,
-s’io riguardava in lei, come specchio anco.
-Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta,
-che solo il fiume mi facea distante,
-per veder meglio ai passi diedi sosta,
-e vidi le fiammelle andar davante,
-lasciando dietro a sé l’aere dipinto,
-e di tratti pennelli avean sembiante;
-sì che lì sopra rimanea distinto
-di sette liste, tutte in quei colori
-onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.
-Questi ostendali in dietro eran maggiori
-che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
-diece passi distavan quei di fori.
-Sotto così bel ciel com’ io diviso,
-ventiquattro seniori, a due a due,
-coronati venien di fiordaliso.
-Tutti cantavan: «Benedicta tue
-ne le figlie d’Adamo, e benedette
-sieno in etterno le bellezze tue!».
-Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette
-a rimpetto di me da l’altra sponda
-libere fuor da quelle genti elette,
-sì come luce luce in ciel seconda,
-vennero appresso lor quattro animali,
-coronati ciascun di verde fronda.
-Ognuno era pennuto di sei ali;
-le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,
-se fosser vivi, sarebber cotali.
-A descriver lor forme più non spargo
-rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne,
-tanto ch’a questa non posso esser largo;
-ma leggi Ezechïel, che li dipigne
-come li vide da la fredda parte
-venir con vento e con nube e con igne;
-e quali i troverai ne le sue carte,
-tali eran quivi, salvo ch’a le penne
-Giovanni è meco e da lui si diparte.
-Lo spazio dentro a lor quattro contenne
-un carro, in su due rote, trïunfale,
-ch’al collo d’un grifon tirato venne.
-Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale
-tra la mezzana e le tre e tre liste,
-sì ch’a nulla, fendendo, facea male.
-Tanto salivan che non eran viste;
-le membra d’oro avea quant’ era uccello,
-e bianche l’altre, di vermiglio miste.
-Non che Roma di carro così bello
-rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
-ma quel del Sol saria pover con ello;
-quel del Sol che, svïando, fu combusto
-per l’orazion de la Terra devota,
-quando fu Giove arcanamente giusto.
-Tre donne in giro da la destra rota
-venian danzando; l’una tanto rossa
-ch’a pena fora dentro al foco nota;
-l’altr’ era come se le carni e l’ossa
-fossero state di smeraldo fatte;
-la terza parea neve testé mossa;
-e or parëan da la bianca tratte,
-or da la rossa; e dal canto di questa
-l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.
-Da la sinistra quattro facean festa,
-in porpore vestite, dietro al modo
-d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.
-Appresso tutto il pertrattato nodo
-vidi due vecchi in abito dispari,
-ma pari in atto e onesto e sodo.
-L’un si mostrava alcun de’ famigliari
-di quel sommo Ipocràte che natura
-a li animali fé ch’ell’ ha più cari;
-mostrava l’altro la contraria cura
-con una spada lucida e aguta,
-tal che di qua dal rio mi fé paura.
-Poi vidi quattro in umile paruta;
-e di retro da tutti un vecchio solo
-venir, dormendo, con la faccia arguta.
-E questi sette col primaio stuolo
-erano abitüati, ma di gigli
-dintorno al capo non facëan brolo,
-anzi di rose e d’altri fior vermigli;
-giurato avria poco lontano aspetto
-che tutti ardesser di sopra da’ cigli.
-E quando il carro a me fu a rimpetto,
-un tuon s’udì, e quelle genti degne
-parvero aver l’andar più interdetto,
-fermandosi ivi con le prime insegne.
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--- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-3
+++ /dev/null
@@ -1,145 +0,0 @@
-Avvegna che la subitana fuga
-dispergesse color per la campagna,
-rivolti al monte ove ragion ne fruga,
-i’ mi ristrinsi a la fida compagna:
-e come sare’ io sanza lui corso?
-chi m’avria tratto su per la montagna?
-El mi parea da sé stesso rimorso:
-o dignitosa coscïenza e netta,
-come t’è picciol fallo amaro morso!
-Quando li piedi suoi lasciar la fretta,
-che l’onestade ad ogn’ atto dismaga,
-la mente mia, che prima era ristretta,
-lo ’ntento rallargò, sì come vaga,
-e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio
-che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.
-Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,
-rotto m’era dinanzi a la figura,
-ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio.
-Io mi volsi dallato con paura
-d’ essere abbandonato, quand’ io vidi
-solo dinanzi a me la terra oscura;
-e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,
-a dir mi cominciò tutto rivolto;
-«non credi tu me teco e ch’io ti guidi?
-Vespero è già colà dov’ è sepolto
-lo corpo dentro al quale io facea ombra:
-Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.
-Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,
-non ti maravigliar più che d’i cieli
-che l’uno a l’altro raggio non ingombra.
-A sofferir tormenti, caldi e geli
-simili corpi la Virtù dispone
-che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.
-Matto è chi spera che nostra ragione
-possa trascorrer la infinita via
-che tiene una sustanza in tre persone.
-State contenti, umana gente, al quia;
-ché, se potuto aveste veder tutto,
-mestier non era parturir Maria;
-e disïar vedeste sanza frutto
-tai che sarebbe lor disio quetato,
-ch’etternalmente è dato lor per lutto:
-io dico d’Aristotile e di Plato
-e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte,
-e più non disse, e rimase turbato.
-Noi divenimmo intanto a piè del monte;
-quivi trovammo la roccia sì erta,
-che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.
-Tra Lerice e Turbìa la più diserta,
-la più rotta ruina è una scala,
-verso di quella, agevole e aperta.
-«Or chi sa da qual man la costa cala»,
-disse ’l maestro mio fermando ’l passo,
-«sì che possa salir chi va sanz’ala?».
-E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso
-essaminava del cammin la mente,
-e io mirava suso intorno al sasso,
-da man sinistra m’apparì una gente
-d’anime, che movieno i piè ver’ noi,
-e non pareva, sì venïan lente.
-«Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi:
-ecco di qua chi ne darà consiglio,
-se tu da te medesmo aver nol puoi».
-Guardò allora, e con libero piglio
-rispuose: «Andiamo in là, ch’ ei vegnon piano;
-e tu ferma la spene, dolce figlio».
-Ancora era quel popol di lontano,
-i’ dico dopo i nostri mille passi,
-quanto un buon gittator trarria con mano,
-quando si strinser tutti ai duri massi
-de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti
-com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi.
-«O ben finiti, o già spiriti eletti»,
-Virgilio incominciò, «per quella pace
-ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,
-ditene dove la montagna giace,
-sì che possibil sia l’andare in suso;
-ché perder tempo a chi più sa più spiace».
-Come le pecorelle escon del chiuso
-a una, a due, a tre, e l’altre stanno
-timidette atterrando l’occhio e ’l muso;
-e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,
-addossandosi a lei, s’ella s’arresta,
-semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;
-sì vid’ io muovere a venir la testa
-di quella mandra fortunata allotta,
-pudica in faccia e ne l’andare onesta.
-Come color dinanzi vider rotta
-la luce in terra dal mio destro canto,
-sì che l’ombra era da me a la grotta,
-restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
-e tutti li altri che venieno appresso,
-non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto.
-«Sanza vostra domanda io vi confesso
-che questo è corpo uman che voi vedete;
-per che ’l lume del sole in terra è fesso.
-Non vi maravigliate, ma credete
-che non sanza virtù che da ciel vegna
-cerchi di soverchiar questa parete».
-Così ’l maestro; e quella gente degna
-«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,
-coi dossi de le man faccendo insegna.
-E un di loro incominciò: «Chiunque
-tu se’ ,così andando, volgi ’l viso:
-pon mente se di là mi vedesti unque».
-Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:
-biondo era e bello e di gentile aspetto,
-ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.
-Quand’ io mi fui umilmente disdetto
-d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;
-e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.
-Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,
-nepote di Costanza imperadrice;
-ond’ io ti priego che, quando tu riedi,
-vadi a mia bella figlia, genitrice
-de l’onor di Cicilia e d’Aragona,
-e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.
-Poscia ch’io ebbi rotta la persona
-di due punte mortali, io mi rendei,
-piangendo, a quei che volontier perdona.
-Orribil furon li peccati miei;
-ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
-che prende ciò che si rivolge a lei.
-Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia
-di me fu messo per Clemente allora,
-avesse in Dio ben letta questa faccia,
-l’ossa del corpo mio sarieno ancora
-in co del ponte presso a Benevento,
-sotto la guardia de la grave mora.
-Or le bagna la pioggia e move il vento
-di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,
-dov’ e’ le trasmutò a lume spento.
-Per lor maladizion sì non si perde,
-che non possa tornar, l’etterno amore,
-mentre che la speranza ha fior del verde.
-Vero è che quale in contumacia more
-di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,
-star li convien da questa ripa in fore,
-per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,
-in sua presunzion, se tal decreto
-più corto per buon prieghi non diventa.
-Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,
-revelando a la mia buona Costanza
-come m’hai visto, e anco esto divieto;
-ché qui per quei di là molto s’ avanza».
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@@ -1,145 +0,0 @@
-Quando il settentrïon del primo cielo,
-che né occaso mai seppe né orto
-né d’altra nebbia che di colpa velo,
-e che faceva lì ciascun accorto
-di suo dover, come ’l più basso face
-qual temon gira per venire a porto,
-fermo s’affisse: la gente verace,
-venuta prima tra ’l grifone ed esso,
-al carro volse sé come a sua pace;
-e un di loro, quasi da ciel messo,
-‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando
-gridò tre volte, e tutti li altri appresso.
-Quali i beati al novissimo bando
-surgeran presti ognun di sua caverna,
-la revestita voce alleluiando,
-cotali in su la divina basterna
-si levar cento, ad vocem tanti senis,
-ministri e messaggier di vita etterna.
-Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’,
-e fior gittando e di sopra e dintorno,
-‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’.
-Io vidi già nel cominciar del giorno
-la parte orïental tutta rosata,
-e l’altro ciel di bel sereno addorno;
-e la faccia del sol nascere ombrata,
-sì che per temperanza di vapori
-l’occhio la sostenea lunga fïata:
-così dentro una nuvola di fiori
-che da le mani angeliche saliva
-e ricadeva in giù dentro e di fori,
-sovra candido vel cinta d’uliva
-donna m’apparve, sotto verde manto
-vestita di color di fiamma viva.
-E lo spirito mio, che già cotanto
-tempo era stato ch’a la sua presenza
-non era di stupor, tremando, affranto,
-sanza de li occhi aver più conoscenza,
-per occulta virtù che da lei mosse,
-d’antico amor sentì la gran potenza.
-Tosto che ne la vista mi percosse
-l’alta virtù che già m’avea trafitto
-prima ch’io fuor di püerizia fosse,
-volsimi a la sinistra col respitto
-col quale il fantolin corre a la mamma
-quando ha paura o quando elli è afflitto,
-per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma
-di sangue m’è rimaso che non tremi:
-conosco i segni de l’antica fiamma’.
-Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
-di sé, Virgilio dolcissimo patre,
-Virgilio a cui per mia salute die’mi;
-né quantunque perdeo l’antica matre,
-valse a le guance nette di rugiada,
-che, lagrimando, non tornasser atre.
-«Dante, perché Virgilio se ne vada,
-non pianger anco, non piangere ancora;
-ché pianger ti conven per altra spada».
-Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
-viene a veder la gente che ministra
-per li altri legni, e a ben far l’incora;
-in su la sponda del carro sinistra,
-quando mi volsi al suon del nome mio,
-che di necessità qui si registra,
-vidi la donna che pria m’appario
-velata sotto l’angelica festa,
-drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.
-Tutto che ’l vel che le scendea di testa,
-cerchiato de le fronde di Minerva,
-non la lasciasse parer manifesta,
-regalmente ne l’atto ancor proterva
-continüò come colui che dice
-e ’l più caldo parlar dietro reserva:
-«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.
-Come degnasti d’accedere al monte?
-non sapei tu che qui è l’uom felice?».
-Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;
-ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,
-tanta vergogna mi gravò la fronte.
-Così la madre al figlio par superba,
-com’ ella parve a me; perché d’amaro
-sente il sapor de la pietade acerba.
-Ella si tacque; e li angeli cantaro
-di sùbito ‘In te, Domine, speravi’;
-ma oltre ‘pedes meos’ non passaro.
-Sì come neve tra le vive travi
-per lo dosso d’Italia si congela,
-soffiata e stretta da li venti schiavi,
-poi, liquefatta, in sé stessa trapela,
-pur che la terra che perde ombra spiri,
-sì che par foco fonder la candela;
-così fui sanza lagrime e sospiri
-anzi ’l cantar di quei che notan sempre
-dietro a le note de li etterni giri;
-ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre
-lor compatire a me, par che se detto
-avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’,
-lo gel che m’era intorno al cor ristretto,
-spirito e acqua fessi, e con angoscia
-de la bocca e de li occhi uscì del petto.
-Ella, pur ferma in su la detta coscia
-del carro stando, a le sustanze pie
-volse le sue parole così poscia:
-«Voi vigilate ne l’etterno die,
-sì che notte né sonno a voi non fura
-passo che faccia il secol per sue vie;
-onde la mia risposta è con più cura
-che m’intenda colui che di là piagne,
-perché sia colpa e duol d’una misura.
-Non pur per ovra de le rote magne,
-che drizzan ciascun seme ad alcun fine
-secondo che le stelle son compagne,
-ma per larghezza di grazie divine,
-che sì alti vapori hanno a lor piova,
-che nostre viste là non van vicine,
-questi fu tal ne la sua vita nova
-virtüalmente, ch’ogne abito destro
-fatto averebbe in lui mirabil prova.
-Ma tanto più maligno e più silvestro
-si fa ’l terren col mal seme e non cólto,
-quant’ elli ha più di buon vigor terrestro.
-Alcun tempo il sostenni col mio volto:
-mostrando li occhi giovanetti a lui,
-meco il menava in dritta parte vòlto.
-Sì tosto come in su la soglia fui
-di mia seconda etade e mutai vita,
-questi si tolse a me, e diessi altrui.
-Quando di carne a spirto era salita,
-e bellezza e virtù cresciuta m’era,
-fu’ io a lui men cara e men gradita;
-e volse i passi suoi per via non vera,
-imagini di ben seguendo false,
-che nulla promession rendono intera.
-Né l’impetrare ispirazion mi valse,
-con le quali e in sogno e altrimenti
-lo rivocai: sì poco a lui ne calse!
-Tanto giù cadde, che tutti argomenti
-a la salute sua eran già corti,
-fuor che mostrarli le perdute genti.
-Per questo visitai l’uscio d’i morti,
-e a colui che l’ha qua sù condotto,
-li prieghi miei, piangendo, furon porti.
-Alto fato di Dio sarebbe rotto,
-se Letè si passasse e tal vivanda
-fosse gustata sanza alcuno scotto
-di pentimento che lagrime spanda».
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--- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-31
+++ /dev/null
@@ -1,145 +0,0 @@
-«O tu che se’ di là dal fiume sacro»,
-volgendo suo parlare a me per punta,
-che pur per taglio m’era paruto acro,
-ricominciò, seguendo sanza cunta,
-«dì, dì se questo è vero: a tanta accusa
-tua confession conviene esser congiunta».
-Era la mia virtù tanto confusa,
-che la voce si mosse, e pria si spense
-che da li organi suoi fosse dischiusa.
-Poco sofferse; poi disse: «Che pense?
-Rispondi a me; ché le memorie triste
-in te non sono ancor da l’acqua offense».
-Confusione e paura insieme miste
-mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,
-al quale intender fuor mestier le viste.
-Come balestro frange, quando scocca
-da troppa tesa, la sua corda e l’arco,
-e con men foga l’asta il segno tocca,
-sì scoppia’ io sottesso grave carco,
-fuori sgorgando lagrime e sospiri,
-e la voce allentò per lo suo varco.
-Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri,
-che ti menavano ad amar lo bene
-di là dal qual non è a che s’aspiri,
-quai fossi attraversati o quai catene
-trovasti, per che del passare innanzi
-dovessiti così spogliar la spene?
-E quali agevolezze o quali avanzi
-ne la fronte de li altri si mostraro,
-per che dovessi lor passeggiare anzi?».
-Dopo la tratta d’un sospiro amaro,
-a pena ebbi la voce che rispuose,
-e le labbra a fatica la formaro.
-Piangendo dissi: «Le presenti cose
-col falso lor piacer volser miei passi,
-tosto che ’l vostro viso si nascose».
-Ed ella: «Se tacessi o se negassi
-ciò che confessi, non fora men nota
-la colpa tua: da tal giudice sassi!
-Ma quando scoppia de la propria gota
-l’accusa del peccato, in nostra corte
-rivolge sé contra ’l taglio la rota.
-Tuttavia, perché mo vergogna porte
-del tuo errore, e perché altra volta,
-udendo le serene, sie più forte,
-pon giù il seme del piangere e ascolta:
-sì udirai come in contraria parte
-mover dovieti mia carne sepolta.
-Mai non t’appresentò natura o arte
-piacer, quanto le belle membra in ch’io
-rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte;
-e se ’l sommo piacer sì ti fallio
-per la mia morte, qual cosa mortale
-dovea poi trarre te nel suo disio?
-Ben ti dovevi, per lo primo strale
-de le cose fallaci, levar suso
-di retro a me che non era più tale.
-Non ti dovea gravar le penne in giuso,
-ad aspettar più colpo, o pargoletta
-o altra novità con sì breve uso.
-Novo augelletto due o tre aspetta;
-ma dinanzi da li occhi d’i pennuti
-rete si spiega indarno o si saetta».
-Quali fanciulli, vergognando, muti
-con li occhi a terra stannosi, ascoltando
-e sé riconoscendo e ripentuti,
-tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando
-per udir se’ dolente, alza la barba,
-e prenderai più doglia riguardando».
-Con men di resistenza si dibarba
-robusto cerro, o vero al nostral vento
-o vero a quel de la terra di Iarba,
-ch’io non levai al suo comando il mento;
-e quando per la barba il viso chiese,
-ben conobbi il velen de l’argomento.
-E come la mia faccia si distese,
-posarsi quelle prime creature
-da loro aspersïon l’occhio comprese;
-e le mie luci, ancor poco sicure,
-vider Beatrice volta in su la fiera
-ch’è sola una persona in due nature.
-Sotto ’l suo velo e oltre la rivera
-vincer pariemi più sé stessa antica,
-vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era.
-Di penter sì mi punse ivi l’ortica,
-che di tutte altre cose qual mi torse
-più nel suo amor, più mi si fé nemica.
-Tanta riconoscenza il cor mi morse,
-ch’io caddi vinto; e quale allora femmi,
-salsi colei che la cagion mi porse.
-Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,
-la donna ch’io avea trovata sola
-sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».
-Tratto m’avea nel fiume infin la gola,
-e tirandosi me dietro sen giva
-sovresso l’acqua lieve come scola.
-Quando fui presso a la beata riva,
-‘Asperges me’ sì dolcemente udissi,
-che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.
-La bella donna ne le braccia aprissi;
-abbracciommi la testa e mi sommerse
-ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.
-Indi mi tolse, e bagnato m’offerse
-dentro a la danza de le quattro belle;
-e ciascuna del braccio mi coperse.
-«Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;
-pria che Beatrice discendesse al mondo,
-fummo ordinate a lei per sue ancelle.
-Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
-lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi
-le tre di là, che miran più profondo».
-Così cantando cominciaro; e poi
-al petto del grifon seco menarmi,
-ove Beatrice stava volta a noi.
-Disser: «Fa che le viste non risparmi;
-posto t’avem dinanzi a li smeraldi
-ond’ Amor già ti trasse le sue armi».
-Mille disiri più che fiamma caldi
-strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,
-che pur sopra ’l grifone stavan saldi.
-Come in lo specchio il sol, non altrimenti
-la doppia fiera dentro vi raggiava,
-or con altri, or con altri reggimenti.
-Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,
-quando vedea la cosa in sé star queta,
-e ne l’idolo suo si trasmutava.
-Mentre che piena di stupore e lieta
-l’anima mia gustava di quel cibo
-che, saziando di sé, di sé asseta,
-sé dimostrando di più alto tribo
-ne li atti, l’altre tre si fero avanti,
-danzando al loro angelico caribo.
-«Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,
-era la sua canzone, «al tuo fedele
-che, per vederti, ha mossi passi tanti!
-Per grazia fa noi grazia che disvele
-a lui la bocca tua, sì che discerna
-la seconda bellezza che tu cele».
-O isplendor di viva luce etterna,
-chi palido si fece sotto l’ombra
-sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,
-che non paresse aver la mente ingombra,
-tentando a render te qual tu paresti
-là dove armonizzando il ciel t’adombra,
-quando ne l’aere aperto ti solvesti?
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--- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-32
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@@ -1,160 +0,0 @@
-Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti
-a disbramarsi la decenne sete,
-che li altri sensi m’eran tutti spenti.
-Ed essi quinci e quindi avien parete
-di non caler—così lo santo riso
-a sé traéli con l’antica rete!—;
-quando per forza mi fu vòlto il viso
-ver’ la sinistra mia da quelle dee,
-perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»;
-e la disposizion ch’a veder èe
-ne li occhi pur testé dal sol percossi,
-sanza la vista alquanto esser mi fée.
-Ma poi ch’al poco il viso riformossi
-(e dico ‘al poco’ per rispetto al molto
-sensibile onde a forza mi rimossi),
-vidi ’n sul braccio destro esser rivolto
-lo glorïoso essercito, e tornarsi
-col sole e con le sette fiamme al volto.
-Come sotto li scudi per salvarsi
-volgesi schiera, e sé gira col segno,
-prima che possa tutta in sé mutarsi;
-quella milizia del celeste regno
-che procedeva, tutta trapassonne
-pria che piegasse il carro il primo legno.
-Indi a le rote si tornar le donne,
-e ’l grifon mosse il benedetto carco
-sì, che però nulla penna crollonne.
-La bella donna che mi trasse al varco
-e Stazio e io seguitavam la rota
-che fé l’orbita sua con minore arco.
-Sì passeggiando l’alta selva vòta,
-colpa di quella ch’al serpente crese,
-temprava i passi un’angelica nota.
-Forse in tre voli tanto spazio prese
-disfrenata saetta, quanto eramo
-rimossi, quando Bëatrice scese.
-Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»;
-poi cerchiaro una pianta dispogliata
-di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.
-La coma sua, che tanto si dilata
-più quanto più è sù, fora da l’Indi
-ne’ boschi lor per altezza ammirata.
-«Beato se’, grifon, che non discindi
-col becco d’esto legno dolce al gusto,
-poscia che mal si torce il ventre quindi».
-Così dintorno a l’albero robusto
-gridaron li altri; e l’animal binato:
-«Sì si conserva il seme d’ogne giusto».
-E vòlto al temo ch’elli avea tirato,
-trasselo al piè de la vedova frasca,
-e quel di lei a lei lasciò legato.
-Come le nostre piante, quando casca
-giù la gran luce mischiata con quella
-che raggia dietro a la celeste lasca,
-turgide fansi, e poi si rinovella
-di suo color ciascuna, pria che ’l sole
-giunga li suoi corsier sotto altra stella;
-men che di rose e più che di vïole
-colore aprendo, s’innovò la pianta,
-che prima avea le ramora sì sole.
-Io non lo ’ntesi, né qui non si canta
-l’inno che quella gente allor cantaro,
-né la nota soffersi tutta quanta.
-S’io potessi ritrar come assonnaro
-li occhi spietati udendo di Siringa,
-li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;
-come pintor che con essempro pinga,
-disegnerei com’ io m’addormentai;
-ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.
-Però trascorro a quando mi svegliai,
-e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo
-del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».
-Quali a veder de’ fioretti del melo
-che del suo pome li angeli fa ghiotti
-e perpetüe nozze fa nel cielo,
-Pietro e Giovanni e Iacopo condotti
-e vinti, ritornaro a la parola
-da la qual furon maggior sonni rotti,
-e videro scemata loro scuola
-così di Moïsè come d’Elia,
-e al maestro suo cangiata stola;
-tal torna’ io, e vidi quella pia
-sovra me starsi che conducitrice
-fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria.
-E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?».
-Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda
-nova sedere in su la sua radice.
-Vedi la compagnia che la circonda:
-li altri dopo ’l grifon sen vanno suso
-con più dolce canzone e più profonda».
-E se più fu lo suo parlar diffuso,
-non so, però che già ne li occhi m’era
-quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.
-Sola sedeasi in su la terra vera,
-come guardia lasciata lì del plaustro
-che legar vidi a la biforme fera.
-In cerchio le facevan di sé claustro
-le sette ninfe, con quei lumi in mano
-che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.
-«Qui sarai tu poco tempo silvano;
-e sarai meco sanza fine cive
-di quella Roma onde Cristo è romano.
-Però, in pro del mondo che mal vive,
-al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,
-ritornato di là, fa che tu scrive».
-Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi
-d’i suoi comandamenti era divoto,
-la mente e li occhi ov’ ella volle diedi.
-Non scese mai con sì veloce moto
-foco di spessa nube, quando piove
-da quel confine che più va remoto,
-com’ io vidi calar l’uccel di Giove
-per l’alber giù, rompendo de la scorza,
-non che d’i fiori e de le foglie nove;
-e ferì ’l carro di tutta sua forza;
-ond’ el piegò come nave in fortuna,
-vinta da l’onda, or da poggia, or da orza.
-Poscia vidi avventarsi ne la cuna
-del trïunfal veiculo una volpe
-che d’ogne pasto buon parea digiuna;
-ma, riprendendo lei di laide colpe,
-la donna mia la volse in tanta futa
-quanto sofferser l’ossa sanza polpe.
-Poscia per indi ond’ era pria venuta,
-l’aguglia vidi scender giù ne l’arca
-del carro e lasciar lei di sé pennuta;
-e qual esce di cuor che si rammarca,
-tal voce uscì del cielo e cotal disse:
-«O navicella mia, com’ mal se’ carca!».
-Poi parve a me che la terra s’aprisse
-tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago
-che per lo carro sù la coda fisse;
-e come vespa che ritragge l’ago,
-a sé traendo la coda maligna,
-trasse del fondo, e gissen vago vago.
-Quel che rimase, come da gramigna
-vivace terra, da la piuma, offerta
-forse con intenzion sana e benigna,
-si ricoperse, e funne ricoperta
-e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto
-che più tiene un sospir la bocca aperta.
-Trasformato così ’l dificio santo
-mise fuor teste per le parti sue,
-tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.
-Le prime eran cornute come bue,
-ma le quattro un sol corno avean per fronte:
-simile mostro visto ancor non fue.
-Sicura, quasi rocca in alto monte,
-seder sovresso una puttana sciolta
-m’apparve con le ciglia intorno pronte;
-e come perché non li fosse tolta,
-vidi di costa a lei dritto un gigante;
-e basciavansi insieme alcuna volta.
-Ma perché l’occhio cupido e vagante
-a me rivolse, quel feroce drudo
-la flagellò dal capo infin le piante;
-poi, di sospetto pieno e d’ira crudo,
-disciolse il mostro, e trassel per la selva,
-tanto che sol di lei mi fece scudo
-a la puttana e a la nova belva.
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-‘Deus, venerunt gentes’, alternando
-or tre or quattro dolce salmodia,
-le donne incominciaro, e lagrimando;
-e Bëatrice, sospirosa e pia,
-quelle ascoltava sì fatta, che poco
-più a la croce si cambiò Maria.
-Ma poi che l’altre vergini dier loco
-a lei di dir, levata dritta in pè,
-rispuose, colorata come foco:
-‘Modicum, et non videbitis me;
-et iterum, sorelle mie dilette,
-modicum, et vos videbitis me’.
-Poi le si mise innanzi tutte e sette,
-e dopo sé, solo accennando, mosse
-me e la donna e ’l savio che ristette.
-Così sen giva; e non credo che fosse
-lo decimo suo passo in terra posto,
-quando con li occhi li occhi mi percosse;
-e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,
-mi disse, «tanto che, s’io parlo teco,
-ad ascoltarmi tu sie ben disposto».
-Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco,
-dissemi: «Frate, perché non t’attenti
-a domandarmi omai venendo meco?».
-Come a color che troppo reverenti
-dinanzi a suo maggior parlando sono,
-che non traggon la voce viva ai denti,
-avvenne a me, che sanza intero suono
-incominciai: «Madonna, mia bisogna
-voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono».
-Ed ella a me: «Da tema e da vergogna
-voglio che tu omai ti disviluppe,
-sì che non parli più com’ om che sogna.
-Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe,
-fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda
-che vendetta di Dio non teme suppe.
-Non sarà tutto tempo sanza reda
-l’aguglia che lasciò le penne al carro,
-per che divenne mostro e poscia preda;
-ch’io veggio certamente, e però il narro,
-a darne tempo già stelle propinque,
-secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro,
-nel quale un cinquecento diece e cinque,
-messo di Dio, anciderà la fuia
-con quel gigante che con lei delinque.
-E forse che la mia narrazion buia,
-qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
-perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia;
-ma tosto fier li fatti le Naiade,
-che solveranno questo enigma forte
-sanza danno di pecore o di biade.
-Tu nota; e sì come da me son porte,
-così queste parole segna a’ vivi
-del viver ch’è un correre a la morte.
-E aggi a mente, quando tu le scrivi,
-di non celar qual hai vista la pianta
-ch’è or due volte dirubata quivi.
-Qualunque ruba quella o quella schianta,
-con bestemmia di fatto offende a Dio,
-che solo a l’uso suo la creò santa.
-Per morder quella, in pena e in disio
-cinquemilia anni e più l’anima prima
-bramò colui che ’l morso in sé punio.
-Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima
-per singular cagione esser eccelsa
-lei tanto e sì travolta ne la cima.
-E se stati non fossero acqua d’Elsa
-li pensier vani intorno a la tua mente,
-e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,
-per tante circostanze solamente
-la giustizia di Dio, ne l’interdetto,
-conosceresti a l’arbor moralmente.
-Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto
-fatto di pietra e, impetrato, tinto,
-sì che t’abbaglia il lume del mio detto,
-voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
-che ’l te ne porti dentro a te per quello
-che si reca il bordon di palma cinto».
-E io: «Sì come cera da suggello,
-che la figura impressa non trasmuta,
-segnato è or da voi lo mio cervello.
-Ma perché tanto sovra mia veduta
-vostra parola disïata vola,
-che più la perde quanto più s’aiuta?».
-«Perché conoschi», disse, «quella scuola
-c’hai seguitata, e veggi sua dottrina
-come può seguitar la mia parola;
-e veggi vostra via da la divina
-distar cotanto, quanto si discorda
-da terra il ciel che più alto festina».
-Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda
-ch’i’ stranïasse me già mai da voi,
-né honne coscïenza che rimorda».
-«E se tu ricordar non te ne puoi»,
-sorridendo rispuose, «or ti rammenta
-come bevesti di Letè ancoi;
-e se dal fummo foco s’argomenta,
-cotesta oblivïon chiaro conchiude
-colpa ne la tua voglia altrove attenta.
-Veramente oramai saranno nude
-le mie parole, quanto converrassi
-quelle scovrire a la tua vista rude».
-E più corusco e con più lenti passi
-teneva il sole il cerchio di merigge,
-che qua e là, come li aspetti, fassi,
-quando s’affisser, sì come s’affigge
-chi va dinanzi a gente per iscorta
-se trova novitate o sue vestigge,
-le sette donne al fin d’un’ombra smorta,
-qual sotto foglie verdi e rami nigri
-sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.
-Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri
-veder mi parve uscir d’una fontana,
-e, quasi amici, dipartirsi pigri.
-«O luce, o gloria de la gente umana,
-che acqua è questa che qui si dispiega
-da un principio e sé da sé lontana?».
-Per cotal priego detto mi fu: «Priega
-Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose,
-come fa chi da colpa si dislega,
-la bella donna: «Questo e altre cose
-dette li son per me; e son sicura
-che l’acqua di Letè non gliel nascose».
-E Bëatrice: «Forse maggior cura,
-che spesse volte la memoria priva,
-fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura.
-Ma vedi Eünoè che là diriva:
-menalo ad esso, e come tu se’ usa,
-la tramortita sua virtù ravviva».
-Come anima gentil, che non fa scusa,
-ma fa sua voglia de la voglia altrui
-tosto che è per segno fuor dischiusa;
-così, poi che da essa preso fui,
-la bella donna mossesi, e a Stazio
-donnescamente disse: «Vien con lui».
-S’io avessi, lettor, più lungo spazio
-da scrivere, i’ pur cantere’ in parte
-lo dolce ber che mai non m’avria sazio;
-ma perché piene son tutte le carte
-ordite a questa cantica seconda,
-non mi lascia più ir lo fren de l’arte.
-Io ritornai da la santissima onda
-rifatto sì come piante novelle
-rinovellate di novella fronda,
-puro e disposto a salire a le stelle.
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@@ -1,139 +0,0 @@
-Quando per dilettanze o ver per doglie,
-che alcuna virtù nostra comprenda,
-l’anima bene ad essa si raccoglie,
-par ch’a nulla potenza più intenda;
-e questo è contra quello error che crede
-ch’un’anima sovr’ altra in noi s’accenda.
-E però, quando s’ode cosa o vede
-che tegna forte a sé l’anima volta,
-vassene ’l tempo e l’uom non se n’avvede;
-ch’altra potenza è quella che l’ascolta,
-e altra è quella c’ha l’anima intera:
-questa è quasi legata e quella è sciolta.
-Di ciò ebb’ io esperïenza vera,
-udendo quello spirto e ammirando;
-ché ben cinquanta gradi salito era
-lo sole, e io non m’era accorto, quando
-venimmo ove quell’anime ad una
-gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».
-Maggiore aperta molte volte impruna
-con una forcatella di sue spine
-l’uom de la villa quando l’uva imbruna,
-che non era la calla onde salìne
-lo duca mio, e io appresso, soli,
-come da noi la schiera si partìne.
-Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,
-montasi su in Bismantova e ’n Cacume
-con esso i piè; ma qui convien ch’ om voli;
-dico con l’ale snelle e con le piume
-del gran disio, di retro a quel condotto
-che speranza mi dava e facea lume.
-Noi salavam per entro ’l sasso rotto,
-e d’ogne lato ne stringea lo stremo,
-e piedi e man volea il suol di sotto.
-Poi che noi fummo in su l’orlo suppremo
-de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,
-«Maestro mio», diss’ io, «che via faremo?».
-Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;
-pur su al monte dietro a me acquista,
-fin che n’appaia alcuna scorta saggia».
-Lo sommo er’ alto che vincea la vista,
-e la costa superba più assai
-che da mezzo quadrante a centro lista.
-Io era lasso, quando cominciai:
-«O dolce padre, volgiti, e rimira
-com’ io rimango sol, se non restai».
-«Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,
-additandomi un balzo poco in sùe
-che da quel lato il poggio tutto gira.
-Sì mi spronaron le parole sue,
-ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,
-tanto che ’l cinghio sotto i piè mi fue.
-A seder ci ponemmo ivi ambedui
-vòlti a levante ond’ eravam saliti,
-che suole a riguardar giovare altrui.
-Li occhi prima drizzai ai bassi liti;
-poscia li alzai al sole, e ammirava
-che da sinistra n’eravam feriti.
-Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava
-stupido tutto al carro de la luce,
-ove tra noi e Aquilone intrava.
-Ond’ elli a me: «Se Castore e Poluce
-fossero in compagnia di quello specchio
-che sù e giù del suo lume conduce,
-tu vedresti il Zodïaco rubecchio
-ancora a l’Orse più stretto rotare,
-se non uscisse fuor del cammin vecchio.
-Come ciò sia, se ’l vuoi poter pensare,
-dentro raccolto, imagina Sïòn
-con questo monte in su la terra stare
-sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn
-e diversi emisperi; onde la strada
-che mal non seppe carreggiar Fetòn,
-vedrai come a costui convien che vada
-da l’un, quando a colui da l’altro fianco,
-se lo ’ntelletto tuo ben chiaro bada».
-«Certo, maestro mio,» diss’ io, «unquanco
-non vid’ io chiaro sì com’ io discerno
-là dove mio ingegno parea manco,
-che ’l mezzo cerchio del moto superno,
-che si chiama Equatore in alcun’ arte,
-e che sempre riman tra ’l sole e ’l verno,
-per la ragion che di’, quinci si parte
-verso settentrïon, quanto li Ebrei
-vedevan lui verso la calda parte.
-Ma se a te piace, volontier saprei
-quanto avemo ad andar; ché ’l poggio sale
-più che salir non posson li occhi miei».
-Ed elli a me: «Questa montagna è tale,
-che sempre al cominciar di sotto è grave;
-e quant’ om più va sù, e men fa male.
-Però, quand’ ella ti parrà soave
-tanto, che sù andar ti fia leggero
-com’ a seconda giù andar per nave,
-allor sarai al fin d’esto sentiero;
-quivi di riposar l’affanno aspetta.
-Più non rispondo, e questo so per vero».
-E com’ elli ebbe sua parola detta,
-una voce di presso sonò: «Forse
-che di sedere in pria avrai distretta!».
-Al suon di lei ciascun di noi si torse,
-e vedemmo a mancina un gran petrone,
-del qual né io né ei prima s’accorse.
-Là ci traemmo; e ivi eran persone
-che si stavano a l’ombra dietro al sasso
-come l’uom per negghienza a star si pone.
-E un di lor, che mi sembiava lasso,
-sedeva e abbracciava le ginocchia,
-tenendo ’l viso giù tra esse basso.
-«O dolce segnor mio», diss’ io, «adocchia
-colui che mostra sé più negligente
-che se pigrizia fosse sua serocchia».
-Allor si volse a noi e puose mente,
-movendo ’l viso pur su per la coscia,
-e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!».
-Conobbi allor chi era, e quella angoscia
-che m’avacciava un poco ancor la lena,
-non m’impedì l’andare a lui; e poscia
-ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena,
-dicendo: «Hai ben veduto come ’l sole
-da l’omero sinistro il carro mena?».
-Li atti suoi pigri e le corte parole
-mosser le labbra mie un poco a riso;
-poi cominciai: «Belacqua, a me non dole
-di te omai; ma dimmi: perché assiso
-quiritto se’? attendi tu iscorta,
-o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?».
-Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?
-ché non mi lascerebbe ire a’ martìri
-l’angel di Dio che siede in su la porta.
-Prima convien che tanto il ciel m’ aggiri
-di fuor da essa, quanto fece in vita,
-perch’ io ’ndugiai al fine i buon sospiri,
-se orazïone in prima non m’aita
-che surga sù di cuor che in grazia viva;
-l’altra che val, che ’n ciel non è udita?».
-E già il poeta innanzi mi saliva,
-e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco
-meridïan dal sole e a la riva
-cuopre la notte già col piè Morrocco».
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@@ -1,136 +0,0 @@
-Io era già da quell’ ombre partito,
-e seguitava l’orme del mio duca,
-quando di retro a me, drizzando ’l dito,
-una gridò: «Ve’ che non par che luca
-lo raggio da sinistra a quel di sotto,
-e come vivo par che si conduca!».
-Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
-e vidile guardar per maraviglia
-pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.
-«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,
-disse ’l maestro, «che l’andare allenti?
-che ti fa ciò che quivi si pispiglia?
-Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
-sta come torre ferma, che non crolla
-già mai la cima per soffiar di venti;
-ché sempre l’omo in cui pensier rampolla
-sovra pensier, da sé dilunga il segno,
-perché la foga l’un de l’altro insolla».
-Che potea io ridir, se non «Io vegno»?
-Dissilo, alquanto del color consperso
-che fa l’uom di perdon talvolta degno.
-E ’ntanto per la costa di traverso
-venivan genti innanzi a noi un poco,
-cantando ‘Miserere’ a verso a verso.
-Quando s’accorser ch’i’ non dava loco
-per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,
-mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;
-e due di loro, in forma di messaggi,
-corsero incontr’ a noi e dimandarne:
-«Di vostra condizion fatene saggi».
-E ’l mio maestro: «Voi potete andarne
-e ritrarre a color che vi mandaro
-che ’l corpo di costui è vera carne.
-Se per veder la sua ombra restaro,
-com’ io avviso, assai è lor risposto:
-fàccianli onore, ed essere può lor caro».
-Vapori accesi non vid’ io sì tosto
-di prima notte mai fender sereno,
-né, sol calando, nuvole d’agosto,
-che color non tornasser suso in meno;
-e, giunti là, con li altri a noi dire volta,
-come schiera che scorre sanza freno.
-«Questa gente che preme a noi è molta,
-e vegnonti a pregar», disse ’l poeta:
-«però pur va, e in andando ascolta».
-«O anima che vai per esser lieta
-con quelle membra con le quai nascesti»,
-venian gridando, «un poco il passo queta.
-Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,
-sì che di lui di là novella porti:
-deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?
-Noi fummo tutti già per forza morti,
-e peccatori infino a l’ultima ora;
-quivi lume del ciel ne fece accorti,
-sì che, pentendo e perdonando, fora
-di vita uscimmo a Dio pacificati,
-che del disio di sé veder n’accora».
-E io: «Perché ne’ vostri visi guati,
-non riconosco alcun; ma s’a voi piace
-cosa ch’io possa, spiriti ben nati,
-voi dite, e io farò per quella pace
-che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,
-di mondo in mondo cercar mi si face».
-E uno incominciò: «Ciascun si fida
-del beneficio tuo sanza giurarlo,
-pur che ’l voler nonpossa non ricida.
-Ond’ io, che solo innanzi a li altri parlo,
-ti priego, se mai vedi quel paese
-che siede tra Romagna e quel di Carlo,
-che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
-in Fano, sì che ben per me s’adori
-pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.
-Quindi fu’ io; ma li profondi fóri
-ond’ uscì ’l sangue in sul quale io sedea,
-fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
-là dov’ io più sicuro esser credea:
-quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
-assai più là che dritto non volea.
-Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,
-quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,
-ancor sarei di là dove si spira.
-Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco
-m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’ io
-de le mie vene farsi in terra laco».
-Poi disse un altro: «Deh, se quel disio
-si compia che ti tragge a l’alto monte,
-con buona pïetate aiuta il mio!
-Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
-Giovanna o altri non ha di me cura;
-per ch’io vo tra costor con bassa fronte».
-E io a lui: «Qual forza o qual ventura
-ti travïò sì fuor di Campaldino,
-che non si seppe mai tua sepultura?».
-«Oh!», rispuos’ elli, «a piè del Casentino
-traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,
-che sovra l’Ermo nasce in Apennino.
-Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,
-arriva’ io forato ne la gola,
-fuggendo a piede e sanguinando il piano.
-Quivi perdei la vista e la parola;
-nel nome di Maria fini’, e quivi
-caddi, e rimase la mia carne sola.
-Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:
-l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
-gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?
-Tu te ne porti di costui l’etterno
-per una lagrimetta che ’l mi toglie;
-ma io farò de l’altro altro governo!”.
-Ben sai come ne l’aere si raccoglie
-quell’ umido vapor che in acqua riede,
-tosto che sale dove ’l freddo il coglie.
-Giunse quel mal voler che pur mal chiede
-con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento
-per la virtù che sua natura diede.
-Indi la valle, come ’l dì fu spento,
-da Pratomagno al gran giogo coperse
-di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,
-sì che ’l pregno aere in acqua si converse;
-la pioggia cadde, e a’ fossati venne
-di lei ciò che la terra non sofferse;
-e come ai rivi grandi si convenne,
-ver’ lo fiume real tanto veloce
-si ruinò, che nulla la ritenne.
-Lo corpo mio gelato in su la foce
-trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse
-ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce
-ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse;
-voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
-poi di sua preda mi coperse e cinse».
-«Deh, quando tu sarai tornato al mondo,
-e riposato de la lunga via»,
-seguitò ’l terzo spirito al secondo,
-«ricorditi di me, che son la Pia;
-Siena mi fé, disfecemi Maremma:
-salsi colui che ’nnanellata pria
-disposando m’avea con la sua gemma».
diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-6 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-6
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@@ -1,151 +0,0 @@
-Quando si parte il gioco de la zara,
-colui che perde si riman dolente,
-repetendo le volte, e tristo impara;
-con l’altro se ne va tutta la gente;
-qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
-e qual dallato li si reca a mente;
-el non s’arresta, e questo e quello intende;
-a cui porge la man, più non fa pressa;
-e così da la calca si difende.
-Tal era io in quella turba spessa,
-volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
-e promettendo mi sciogliea da essa.
-Quiv’ era l’Aretin che da le braccia
-fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
-e l’altro ch’annegò correndo in caccia.
-Quivi pregava con le mani sporte
-Federigo Novello, e quel da Pisa
-che fé parer lo buon Marzucco forte.
-Vidi conte Orso e l’anima divisa
-dal corpo suo per astio e per inveggia,
-com’ e’ dicea, non per colpa commisa;
-Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,
-mentr’ è di qua, la donna di Brabante,
-sì che però non sia di peggior greggia.
-Come libero fui da tutte quante
-quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi,
-sì che s’avacci lor divenir sante,
-io cominciai: «El par che tu mi nieghi,
-o luce mia, espresso in alcun testo
-che decreto del cielo orazion pieghi;
-e questa gente prega pur di questo:
-sarebbe dunque loro speme vana,
-o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?».
-Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;
-e la speranza di costor non falla,
-se ben si guarda con la mente sana;
-ché cima di giudicio non s’avvalla
-perché foco d’amor compia in un punto
-ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;
-e là dov’ io fermai cotesto punto,
-non s’ammendava, per pregar, difetto,
-perché ’l priego da Dio era disgiunto.
-Veramente a così alto sospetto
-non ti fermar, se quella nol ti dice
-che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto.
-Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice;
-tu la vedrai di sopra, in su la vetta
-di questo monte, ridere e felice».
-E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,
-ché già non m’affatico come dianzi,
-e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta».
-«Noi anderem con questo giorno innanzi»,
-rispuose, «quanto più potremo omai;
-ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi.
-Prima che sie là sù, tornar vedrai
-colui che già si cuopre de la costa,
-sì che ’ suoi raggi tu romper non fai.
-Ma vedi là un’anima che, posta
-sola soletta, inverso noi riguarda:
-quella ne ’nsegnerà la via più tosta».
-Venimmo a lei: o anima lombarda,
-come ti stavi altera e disdegnosa
-e nel mover de li occhi onesta e tarda!
-Ella non ci dicëa alcuna cosa,
-ma lasciavane gir, solo sguardando
-a guisa di leon quando si posa.
-Pur Virgilio si trasse a lei, pregando
-che ne mostrasse la miglior salita;
-e quella non rispuose al suo dimando,
-ma di nostro paese e de la vita
-ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava
-«Mantüa…», e l’ombra, tutta in sé romita,
-surse ver’ lui del loco ove pria stava,
-dicendo: «O Mantoano, io son Sordello
-de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.
-Ahi serva Italia, di dolore ostello,
-nave sanza nocchiere in gran tempesta,
-non donna di province, ma bordello!
-Quell’ anima gentil fu così presta,
-sol per lo dolce suon de la sua terra,
-di fare al cittadin suo quivi festa;
-e ora in te non stanno sanza guerra
-li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode
-di quei ch’un muro e una fossa serra.
-Cerca, misera, intorno da le prode
-le tue marine, e poi ti guarda in seno,
-s’alcuna parte in te di pace gode.
-Che val perché ti racconciasse il freno
-Iustinïano, se la sella è vòta?
-Sanz’ esso fora la vergogna meno.
-Ahi gente che dovresti esser devota,
-e lasciar seder Cesare in la sella,
-se bene intendi ciò che Dio ti nota,
-guarda come esta fiera è fatta fella
-per non esser corretta da li sproni,
-poi che ponesti mano a la predella.
-O Alberto tedesco ch’abbandoni
-costei ch’è fatta indomita e selvaggia,
-e dovresti inforcar li suoi arcioni,
-giusto giudicio da le stelle caggia
-sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,
-tal che ’l tuo successor temenza n’aggia!
-Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,
-per cupidigia di costà distretti,
-che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.
-Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
-Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
-color già tristi, e questi con sospetti!
-Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura
-d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;
-e vedrai Santafior com’ è oscura!
-Vieni a veder la tua Roma che piagne
-vedova e sola, e dì e notte chiama:
-«Cesare mio, perché non m’accompagne?».
-Vieni a veder la gente quanto s’ama!
-e se nulla di noi pietà ti move,
-a vergognar ti vien de la tua fama.
-E se licito m’è, o sommo Giove
-che fosti in terra per noi crucifisso,
-son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?
-O è preparazion che ne l’abisso
-del tuo consiglio fai per alcun bene
-in tutto de l’accorger nostro scisso?
-Ché le città d’ Italia tutte piene
-son di tiranni, e un Marcel diventa
-ogne villan che parteggiando viene.
-Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
-di questa digression che non ti tocca,
-mercé del popol tuo che si argomenta.
-Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
-per non venir sanza consiglio a l’arco;
-ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.
-Molti rifiutan lo comune incarco;
-ma il popol tuo solicito risponde
-sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».
-Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:
-tu ricca, tu con pace, e tu con senno!
-S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde.
-Atene e Lacedemona, che fenno
-l’antiche leggi e furon sì civili,
-fecero al viver bene un picciol cenno
-verso di te, che fai tanto sottili
-provedimenti, ch’a mezzo novembre
-non giugne quel che tu d’ottobre fili.
-Quante volte, del tempo che rimembre,
-legge, moneta, officio e costume
-hai tu mutato e rinovate membre!
-E se ben ti ricordi e vedi lume,
-vedrai te somigliante a quella inferma
-che non può trovar posa in su le piume,
-ma con dar volta suo dolore scherma.
diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-7 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-7
deleted file mode 100644
index 0b88a5f..0000000
--- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-7
+++ /dev/null
@@ -1,136 +0,0 @@
-Poscia che l’accoglienze oneste e liete
-furo iterate tre e quattro volte,
-Sordel si trasse, e disse: «Voi, chi siete?».
-«Anzi che a questo monte fosser volte
-l’anime degne di salire a Dio,
-fur l’ossa mie per Ottavian sepolte.
-Io son Virgilio; e per null’ altro rio
-lo ciel perdei che per non aver fé».
-Così rispuose allora il duca mio.
-Qual è colui che cosa innanzi sé
-sùbita vede ond’ e’ si maraviglia,
-che crede e non, dicendo «Ella è… non è…»,
-tal parve quelli; e poi chinò le ciglia,
-e umilmente ritornò ver’ lui,
-e abbracciòl là ’ve ’l minor s’appiglia.
-«O gloria di Latin», disse, «per cui
-mostrò ciò che potea la lingua nostra,
-o pregio etterno del loco ond’ io fui,
-qual merito o qual grazia mi ti mostra?
-S’io son d’udir le tue parole degno,
-dimmi se vien d’inferno, e di qual chiostra».
-«Per tutt’ i cerchi del dolente regno»,
-rispuose lui, «son io di qua venuto;
-virtù del ciel mi mosse, e con lei vegno.
-Non per far, ma per non fare ho perduto
-a veder l’alto Sol che tu disiri
-e che fu tardi per me conosciuto.
-Luogo è là giù non tristo di martìri,
-ma di tenebre solo, ove i lamenti
-non suonan come guai, ma son sospiri.
-Quivi sto io coi pargoli innocenti
-dai denti morsi de la morte avante
-che fosser da l’umana colpa essenti;
-quivi sto io con quei che le tre sante
-virtù non si vestiro, e sanza vizio
-conobber l’altre e seguir tutte quante.
-Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio
-dà noi per che venir possiam più tosto
-là dove purgatorio ha dritto inizio».
-Rispuose: «Loco certo non c’è posto;
-licito m’è andar suso e intorno;
-per quanto ir posso, a guida mi t’accosto.
-Ma vedi già come dichina il giorno,
-e andar sù di notte non si puote;
-però è buon pensar di bel soggiorno.
-Anime sono a destra qua remote;
-se mi consenti, io ti merrò ad esse,
-e non sanza diletto ti fier note».
-«Com’ è ciò?», fu risposto. «Chi volesse
-salir di notte, fora elli impedito
-d’altrui, o non sarria ché non potesse?».
-E ’l buon Sordello in terra fregò ’l dito,
-dicendo: «Vedi? sola questa riga
-non varcheresti dopo ’l sol partito:
-non però ch’altra cosa desse briga,
-che la notturna tenebra, ad ir suso;
-quella col nonpoder la voglia intriga.
-Ben si poria con lei tornare in giuso
-e passeggiar la costa intorno errando,
-mentre che l’orizzonte il dì tien chiuso».
-Allora il mio segnor, quasi ammirando,
-«Menane», disse, «dunque là ’ve dici
-ch’aver si può diletto dimorando».
-Poco allungati c’eravam di lici,
-quand’ io m’accorsi che ’l monte era scemo,
-a guisa che i vallon li sceman quici.
-«Colà», disse quell’ ombra, «n’anderemo
-dove la costa face di sé grembo;
-e là il novo giorno attenderemo».
-Tra erto e piano era un sentiero schembo,
-che ne condusse in fianco de la lacca,
-là dove più ch’a mezzo muore il lembo.
-Oro e argento fine, cocco e biacca,
-indaco, legno lucido e sereno,
-fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,
-da l’erba e da li fior, dentr’ a quel seno
-posti, ciascun saria di color vinto,
-come dal suo maggiore è vinto il meno.
-Non avea pur natura ivi dipinto,
-ma di soavità di mille odori
-vi facea uno incognito e indistinto.
-‘Salve, Regina’ in sul verde e ’n su’ fiori
-quindi seder cantando anime vidi,
-che per la valle non parean di fuori.
-«Prima che ’l poco sole omai s’annidi»,
-cominciò ’l Mantoan che ci avea vòlti,
-«tra color non vogliate ch’io vi guidi.
-Di questo balzo meglio li atti e ’ volti
-conoscerete voi di tutti quanti,
-che ne la lama giù tra essi accolti.
-Colui che più siede alto e fa sembianti
-d’ aver negletto ciò che far dovea,
-e che non move bocca a li altrui canti,
-Rodolfo imperador fu, che potea
-sanar le piaghe c’hanno Italia morta,
-sì che tardi per altri si ricrea.
-L’altro che ne la vista lui conforta,
-resse la terra dove l’acqua nasce
-che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:
-Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce
-fu meglio assai che Vincislao suo figlio
-barbuto, cui lussuria e ozio pasce.
-E quel nasetto che stretto a consiglio
-par con colui c’ha sì benigno aspetto,
-morì fuggendo e disfiorando il giglio:
-guardate là come si batte il petto!
-L’altro vedete c’ha fatto a la guancia
-de la sua palma, sospirando, letto.
-Padre e suocero son del mal di Francia:
-sanno la vita sua viziata e lorda,
-e quindi viene il duol che sì li lancia.
-Quel che par sì membruto e che s’accorda,
-cantando, con colui dal maschio naso,
-d’ogne valor portò cinta la corda;
-e se re dopo lui fosse rimaso
-lo giovanetto che retro a lui siede,
-ben andava il valor di vaso in vaso,
-che non si puote dir de l’altre rede;
-Iacomo e Federigo hanno i reami;
-del retaggio miglior nessun possiede.
-Rade volte risurge per li rami
-l’umana probitate; e questo vole
-quei che la dà, perché da lui si chiami.
-Anche al nasuto vanno mie parole
-non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta,
-onde Puglia e Proenza già si dole.
-Tant’ è del seme suo minor la pianta,
-quanto più che Beatrice e Margherita,
-Costanza di marito ancor si vanta.
-Vedete il re de la semplice vita
-seder là solo, Arrigo d’ Inghilterra:
-questi ha ne’ rami suoi migliore uscita.
-Quel che più basso tra costor s’atterra,
-guardando in suso, è Guiglielmo marchese,
-per cui e Alessandria e la sua guerra
-fa pianger Monferrato e Canavese».
diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-8 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-8
deleted file mode 100644
index 155b563..0000000
--- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-8
+++ /dev/null
@@ -1,139 +0,0 @@
-Era già l’ora che volge il disio
-ai navicanti e ’ntenerisce il core
-lo dì c’han detto ai dolci amici addio;
-e che lo novo peregrin d’amore
-punge, se ode squilla di lontano
-che paia il giorno pianger che si more;
-quand’ io incominciai a render vano
-l’udire e a mirare una de l’alme
-surta, che l’ascoltar chiedea con mano.
-Ella giunse e levò ambo le palme,
-ficcando li occhi verso l’orïente,
-come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’ .
-‘Te lucis ante’ sì devotamente
-le uscìo di bocca e con sì dolci note,
-che fece me a me uscir di mente;
-e l’altre poi dolcemente e devote
-seguitar lei per tutto l’inno intero,
-avendo li occhi a le superne rote.
-Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
-ché ’l velo è ora ben tanto sottile,
-certo che ’l trapassar dentro è leggero.
-Io vidi quello essercito gentile
-tacito poscia riguardare in sùe,
-quasi aspettando, palido e umìle;
-e vidi uscir de l’alto e scender giùe
-due angeli con due spade affocate,
-tronche e private de le punte sue.
-Verdi come fogliette pur mo nate
-erano in veste, che da verdi penne
-percosse traean dietro e ventilate.
-L’un poco sovra noi a star si venne,
-e l’altro scese in l’opposita sponda,
-sì che la gente in mezzo si contenne.
-Ben discernëa in lor la testa bionda;
-ma ne la faccia l’occhio si smarria,
-come virtù ch’a troppo si confonda.
-«Ambo vegnon del grembo di Maria»,
-disse Sordello, «a guardia de la valle,
-per lo serpente che verrà vie via».
-Ond’ io, che non sapeva per qual calle,
-mi volsi intorno, e stretto m’accostai,
-tutto gelato, a le fidate spalle.
-E Sordello anco: «Or avvalliamo omai
-tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;
-grazïoso fia lor vedervi assai».
-Solo tre passi credo ch’i’ scendesse,
-e fui di sotto, e vidi un che mirava
-pur me, come conoscer mi volesse.
-Temp’ era già che l’aere s’annerava,
-ma non sì che tra li occhi suoi e ’ miei
-non dichiarisse ciò che pria serrava.
-Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:
-giudice Nin gentil, quanto mi piacque
-quando ti vidi non esser tra ’ rei!
-Nullo bel salutar tra noi si tacque;
-poi dimandò: «Quant’ è che tu venisti
-a piè del monte per le lontane acque?».
-«Oh!», diss’ io lui, «per entro i luoghi tristi
-venni stamane, e sono in prima vita,
-ancor che l’altra, sì andando, acquisti».
-E come fu la mia risposta udita,
-Sordello ed elli in dietro si raccolse
-come gente di sùbito smarrita.
-L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse
-che sedea lì, gridando:«Sù, Currado!
-vieni a veder che Dio per grazia volse».
-Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado
-che tu dei a colui che sì nasconde
-lo suo primo perché, che non lì è guado,
-quando sarai di là da le larghe onde,
-dì a Giovanna mia che per me chiami
-là dove a li ’nnocenti si risponde.
-Non credo che la sua madre più m’ami,
-poscia che trasmutò le bianche bende,
-le quai convien che, misera!, ancor brami.
-Per lei assai di lieve si comprende
-quanto in femmina foco d’amor dura,
-se l’occhio o ’l tatto spesso non l’accende.
-Non le farà sì bella sepultura
-la vipera che Melanesi accampa,
-com’ avria fatto il gallo di Gallura».
-Così dicea, segnato de la stampa,
-nel suo aspetto, di quel dritto zelo
-che misuratamente in core avvampa.
-Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
-pur là dove le stelle son più tarde,
-sì come rota più presso a lo stelo.
-E ‘l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».
-E io a lui: «A quelle tre facelle
-di che ’l polo di qua tutto quanto arde».
-Ond’ elli a me: «Le quattro chiare stelle
-che vedevi staman, son di là basse,
-e queste son salite ov’ eran quelle».
-Com’ ei parlava, e Sordello a sé il trasse
-dicendo:«Vedi là ’l nostro avversaro»;
-e drizzò il dito perché ’n là guardasse.
-Da quella parte onde non ha riparo
-la picciola vallea, era una biscia,
-forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
-Tra l’erba e ’ fior venìa la mala striscia,
-volgendo ad ora ad or la testa, e ’l dosso
-leccando come bestia che si liscia.
-Io non vidi, e però dicer non posso,
-come mosser li astor celestïali;
-ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.
-Sentendo fender l’aere a le verdi ali,
-fuggì ’l serpente, e li angeli dier volta,
-suso a le poste rivolando iguali.
-L’ombra che s’era al giudice raccolta
-quando chiamò, per tutto quello assalto
-punto non fu da me guardare sciolta.
-«Se la lucerna che ti mena in alto
-truovi nel tuo arbitrio tanta cera
-quant’ è mestiere infino al sommo smalto»,
-cominciò ella, «se novella vera
-di Val di Magra o di parte vicina
-sai, dillo a me, che già grande là era.
-Fui chiamato Currado Malaspina;
-non son l’antico, ma di lui discesi;
-a’ miei portai l’amor che qui raffina».
-«Oh!», diss’ io lui, «per li vostri paesi
-già mai non fui; ma dove si dimora
-per tutta Europa ch’ ei non sien palesi?
-La fama che la vostra casa onora,
-grida i segnori e grida la contrada,
-sì che ne sa chi non vi fu ancora;
-e io vi giuro, s’io di sopra vada,
-che vostra gente onrata non si sfregia
-del pregio de la borsa e de la spada.
-Uso e natura sì la privilegia,
-che, perché il capo reo il mondo torca,
-sola va dritta e ’l mal cammin dispregia».
-Ed elli: «Or va; che ’l sol non si ricorca
-sette volte nel letto che ’l Montone
-con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,
-che cotesta cortese oppinïone
-ti fia chiavata in mezzo de la testa
-con maggior chiovi che d’altrui sermone,
-se corso di giudicio non s’arresta».
diff --git a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-9 b/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-9
deleted file mode 100644
index c59b9f2..0000000
--- a/comedy-plaintext/purgatorio-txt.d/purgatorio-9
+++ /dev/null
@@ -1,145 +0,0 @@
-La concubina di Titone antico
-già s’imbiancava al balco d’orïente,
-fuor de le braccia del suo dolce amico;
-di gemme la sua fronte era lucente,
-poste in figura del freddo animale
-che con la coda percuote la gente;
-e la notte, de’ passi con che sale,
-fatti avea due nel loco ov’ eravamo,
-e ’l terzo già chinava in giuso l’ale;
-quand’ io, che meco avea di quel d’Adamo,
-vinto dal sonno, in su l’erba inchinai
-là ’ve già tutti e cinque sedavamo.
-Ne l’ora che comincia i tristi lai
-la rondinella presso a la mattina,
-forse a memoria de’ suo’ primi guai,
-e che la mente nostra, peregrina
-più da la carne e men da’ pensier presa,
-a le sue visïon quasi è divina,
-in sogno mi parea veder sospesa
-un’aguglia nel ciel con penne d’ oro,
-con l’ali aperte e a calare intesa;
-ed esser mi parea là dove fuoro
-abbandonati i suoi da Ganimede,
-quando fu ratto al sommo consistoro.
-Fra me pensava: ‘Forse questa fiede
-pur qui per uso, e forse d’altro loco
-disdegna di portarne suso in piede’ .
-Poi mi parea che, poi rotata un poco,
-terribil come folgor discendesse,
-e me rapisse suso infino al foco.
-Ivi parea che ella e io ardesse;
-e sì lo ’ncendio imaginato cosse,
-che convenne che ’l sonno si rompesse.
-Non altrimenti Achille si riscosse,
-li occhi svegliati rivolgendo in giro
-e non sappiendo là dove si fosse,
-quando la madre da Chirón a Schiro
-trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
-là onde poi li Greci il dipartiro;
-che mi scoss’ io, sì come da la faccia
-mi fuggì ’l sonno, e diventa’ ismorto,
-come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.
-Dallato m’era solo il mio conforto,
-e ’l sole er’ alto già più che due ore,
-e ’l viso m’era a la marina torto.
-«Non aver tema», disse il mio segnore;
-«fatti sicur, ché noi semo a buon punto;
-non stringer, ma rallarga ogne vigore.
-Tu se’ omai al purgatorio giunto:
-vedi là il balzo che ’l chiude dintorno;
-vedi l’entrata là ’ve par digiunto.
-Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,
-quando l’anima tua dentro dormia,
-sovra li fiori ond’ è là giù addorno
-venne una donna, e disse: “I’ son Lucia;
-lasciatemi pigliar costui che dorme;
-sì l’agevolerò per la sua via”.
-Sordel rimase e l’altre genti forme;
-ella ti tolse, e come ’l dì fu chiaro,
-sen venne suso; e io per le sue orme.
-Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
-li occhi suoi belli quella intrata aperta;
-poi ella e ’l sonno ad una se n’andaro».
-A guisa d’ uom che ’n dubbio si raccerta
-e che muta in conforto sua paura,
-poi che la verità li è discoperta,
-mi cambia’ io; e come sanza cura
-vide me ’l duca mio, su per lo balzo
-si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.
-Lettor, tu vedi ben com’ io innalzo
-la mia matera, e però con più arte
-non ti maravigliar s’io la rincalzo.
-Noi ci appressammo, ed eravamo in parte,
-che là dove pareami prima rotto,
-pur come un fesso che muro diparte,
-vidi una porta, e tre gradi di sotto
-per gire ad essa, di color diversi,
-e un portier ch’ancor non facea motto.
-E come l’occhio più e più v’apersi,
-vidil seder sovra ’l grado sovrano,
-tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;
-e una spada nuda avëa in mano,
-che reflettëa i raggi sì ver’ noi,
-ch’io drizzava spesso il viso in vano.
-«Dite costinci: che volete voi?»,
-cominciò elli a dire, «ov’ è la scorta?
-Guardate che ’l venir sù non vi nòi».
-«Donna del ciel, di queste cose accorta»,
-rispuose ’l mio maestro a lui, «pur dianzi
-ne disse: “Andate là: quivi è la porta”».
-«Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,
-ricominciò il cortese portinaio:
-«Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».
-Là ne venimmo; e lo scaglion primaio
-bianco marmo era sì pulito e terso,
-ch’io mi specchiai in esso qual io paio.
-Era il secondo tinto più che perso,
-d’una petrina ruvida e arsiccia,
-crepata per lo lungo e per traverso.
-Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,
-porfido mi parea, sì fiammeggiante
-come sangue che fuor di vena spiccia.
-Sovra questo tenëa ambo le piante
-l’angel di Dio, sedendo in su la soglia
-che mi sembiava pietra di diamante.
-Per li tre gradi sù di buona voglia
-mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi
-umilemente che ’l serrame scioglia».
-Divoto mi gittai a’ santi piedi;
-misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,
-ma tre volte nel petto pria mi diedi.
-Sette P ne la fronte mi descrisse
-col punton de la spada, e «Fa che lavi,
-quando se’ dentro, queste piaghe» disse.
-Cenere, o terra che secca si cavi,
-d’ un color fora col suo vestimento;
-e di sotto da quel trasse due chiavi.
-L’una era d’oro e l’altra era d’argento;
-pria con la bianca e poscia con la gialla
-fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.
-«Quandunque l’una d’este chiavi falla,
-che non si volga dritta per la toppa»,
-diss’ elli a noi, «non s’apre questa calla.
-Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa
-d’arte e d’ingegno avanti che diserri,
-perch’ ella è quella che ’l nodo digroppa.
-Da Pier le tegno; e dissemi ch’i’ erri
-anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,
-pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».
-Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,
-dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti
-che di fuor torna chi ’n dietro si guata».
-E quando fuor ne’ cardini distorti
-li spigoli di quella regge sacra,
-che di metallo son sonanti e forti,
-non rugghiò sì né si mostrò sì acra
-Tarpëa, come tolto le fu il buono
-Metello, per che poi rimase macra.
-Io mi rivolsi attento al primo tuono,
-e ‘Te Deum laudamus‘ mi parea
-udire in voce mista al dolce suono.
-Tale imagine a punto mi rendea
-ciò ch’io udiva, qual prender si suole
-quando a cantar con organi si stea;
-ch’or sì or no s’intendon le parole.
diff --git a/inferno-xml.d/.gitignore b/inferno-xml.d/.gitignore
new file mode 100644
index 0000000..bcf67a3
--- /dev/null
+++ b/inferno-xml.d/.gitignore
@@ -0,0 +1 @@
+xpath.sh
diff --git a/paradiso-xml.d/.gitignore b/paradiso-xml.d/.gitignore
new file mode 100644
index 0000000..bcf67a3
--- /dev/null
+++ b/paradiso-xml.d/.gitignore
@@ -0,0 +1 @@
+xpath.sh
diff --git a/purgatorio-xml.d/.gitignore b/purgatorio-xml.d/.gitignore
new file mode 100644
index 0000000..bcf67a3
--- /dev/null
+++ b/purgatorio-xml.d/.gitignore
@@ -0,0 +1 @@
+xpath.sh
diff --git a/terzina-tags.sh b/terzina-tags.sh
deleted file mode 100755
index b025485..0000000
--- a/terzina-tags.sh
+++ /dev/null
@@ -1,33 +0,0 @@
-#!/bin/bash
-
-# Add terzina tags to each canto.xml file in a directory
-# Also add canto number attribute.
-
-echo -e "\nAdding terzina tags and numbers."
-
-for file in *;
-do
- if [[ "$file" != 'terzina-tags.sh' ]]; then # exclude this script
- if [[ "$file" != sed* ]]; then # exclude sed file made later
- echo -e "Modifying $file"
- # Every third line (mod 3) add a closing tag, newline, and opening tag.
- awk -i inplace '{print}; NR % 3 == 0 {print "\t\t\n\t\t"}' "$file"
- # Add an opening tag at the beginning and a closing tag at the end because the above awk doesn't.
- sed -i '1s/^/\t\t\n/' "$file"
- echo -e "\t\t" >> "$file"
- # Add the canto number attribute (at most 160/3 ~ 54 terzine)
- for i in $(seq 1 54);
- do
- # Substitute in the actual number with sed. I couldn't figure out
- # how to include the $i variable with the surrounding attribute
- # quotes in the awk statement, so I just used sed here separately.
-
- # We start at i=2 because the awk command above
- # doesn't add a terzina tag to the first terzina.
- TERZ_NUM=$((i + 1))
- # Replace only first occurence of ~NUM~.
- sed -i -e "0,/~NUM~/ s/~NUM~/\"$TERZ_NUM\"/" "$file"
- done
- fi
- fi
-done
diff --git a/top-level-tags.sh b/top-level-tags.sh
deleted file mode 100755
index ec24e42..0000000
--- a/top-level-tags.sh
+++ /dev/null
@@ -1,31 +0,0 @@
-#!/bin/bash
-
-# This script adds top-level tags to your XML files.
-# - XML header
-# - and tags with attributes
-
-echo -e "\nAdding top-level tags."
-
-for file in *;
-do
- if [[ "$file" != 'top-level-tags.sh' ]]; then
- CANTO_NUM="$(echo "'$file'" | tr -d -c 0-9)" # get canto number
- if [[ "$file" == inferno* ]]; then
- COMM_NUM="$CANTO_NUM" # same as inferno canto number
- elif [[ "$file" == purgatorio* ]]; then
- COMM_NUM="$((CANTO_NUM + 34))" # add 34 if in purgatory
- else
- COMM_NUM="$((CANTO_NUM + 67))" # add 68 if in paradise
- fi
- # Add tags to first line of file
- sed -i '1s/^/\n\n\n\t\n/' "$file"
- # Replace canto number and comedy number
- sed -i "s/~CANTO_NUM~/\"$CANTO_NUM\"/" "$file"
- sed -i "s/~COMM_NUM~/\"$COMM_NUM\"/" "$file"
- # Add tags to end of file
- echo -e "\t" >> "$file"
- echo -e "" >> "$file"
- # Add a `.xml` extension
- mv "$file" "$file.xml"
- fi
-done
diff --git a/word-tags.sh b/word-tags.sh
deleted file mode 100755
index 97f0186..0000000
--- a/word-tags.sh
+++ /dev/null
@@ -1,19 +0,0 @@
-#!/bin/bash
-
-# For all files in directory:
-# - replace all spaces with ` `
-# - add `` to the start of each line
-# - add `` to the end of each line
-# Also add proper indentation.
-# This script treats punctuation as words.
-
-echo -e "\nAdding word tags."
-
-for file in *;
-do
- if [[ "$file" != 'word-tags.sh' ]]; then
- sed -i 's/\ /<\/word>\ /g' "$file"
- sed -i 's/^/\t\t\t/' "$file"
- sed -i 's/$/<\/word>/' "$file"
- fi
-done